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Il mio "incontro" con il Beato Oscar Romero

Una riflessione sul significato della beatificazione del vescovo salvadoregno

Avevo 17 anni quando, il 24 marzo 1980 fu ucciso Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di El Salvador, capitale di san Salvador, piccolo paese dell´America Centrale scovolto, in quegli anni, da una sanguinosa dittatura militare che torturava e uccideva sindacalisti, catechisti, militanti di diritti umani, religiosi, contadini e tutti coloro che chiedevano la fine della repressione. Mons. Romero fu ucciso da un sicario degli “squadroni della morte” mentre celebrava l´Eucarestia nella cappella di un ospedale, dove viveva da quando aveva rinunciato ad abitare nel palazzo episcopale per essere piú vicino ai poveri. In quegli anni frequentavo il liceo classico a Bari. Ero già in seminario dai Missionari Comboniani. Lessi la notizia mentre andavo a scuola. Lungo il tragitto c'era un'edicola. Tuttí i giorni mi fermavo a leggere i titoli dei giornali. Preghiera e informazione sono sempre stati i miei primi atti della giornata. Quando mi alzo, apro la finestra del mio cuore per dirigere lo sguardo verso Dio per poi leggere gli avvenimenti del mondo alla Sua luce e identificare nella realtà quotidiana le impronte della sua presenza e le “pedate” della cultura del male.

Quando lessi la notizia della tragica morte dell'arcivescovo Oscar Romero, entrai nell´edicola e comprai il giornale. Rimasi impressionato. Seguivo da tempo la sua storia e il suo impegno in difesa del popolo salvadoregno. Divoravo avidamente i suoi scritti, così come di altri religiosi e autori latino-americani. Sin da allora avevo passione per l'America Latina. Lessi più volte Le vene aperte dell'America Latina dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano, recentemente scomparso, e Capitani della spiaggia dello scrittore brasiliano George Amado. Mi sono sempre piaciute le canzoni di Mercedes Sosa, cantante argentina impegnata politicamente e degli Inti Illimani, gruppo cileno che faceva risuonare in tutto il mondo il grido delle vittime della sanguinosa dittatura di Augusto Pinochet. Non perdevo gli appuntamenti con Mons. Helder Câmara, vescovo brasiliano anche lui impegnato contro la dittatura militare in Brasile e voce dei senza voce, spesso invitato in Italia da Mani Tese a dare la sua testimonianza. Studiai i documenti di Medellin e Puebla. Ero affascinato da quel modo così evangelico di adattare le conclusioni del Concilio Vaticano II al Continente latino-americano. L´esperienza delle comunità ecclesiali di base, l'opzione preferenziale per i poveri vissuta attraverso la solidarietà con gli impoveriti e la denuncia delle strutture di peccato promotrici di ingiustizia, la presenza gioiosa e militante della Chiesa nelle periferie, le lotte dei movimenti popolari contro i regimi totalitari, l´impegno coraggioso di uomini e donne che pagavano con il sacrificio della vita la loro passione per la libertà e la dignità umana e la voce costante dei pastori in difesa della vita alimentarono la mia giovinezza. Ma l´ "incontro" con Mons. Oscar Romero fu uno di quegli eventi che marcarono la mia vita. Pur non avendolo mai incontrato di persona, la sua testimonianza mi ha lasciato lezioni che orientano tuttora il mio cammino missionario.

Mons. Oscar Romero fu soprattutto un pastore

Non fu un rivoluzionario, un ”incitatore della lotta di classe e del comunismo”, come dicevano calunniosamente i suoi nemici. In realtà Romero non invitò mai nessuno alla lotta armata, ma, piuttosto, alla riflessione, alla presa di coscienza dei propri diritti e alla riconciliazione. Mons. Romero fu un uomo di pace che cercava una soluzione non violenta al conflitto che insanguinava il suo paese. Chiese sempre di deporre le armi. Fu cosí anche il 23 marzo del 1980, alla vigilia della sua morte, quando lanció lo storico e coraggioso appello ai soldati: “Io vorrei lanciare un appello in modo speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alle basi della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, che fate parte del nostro stesso popolo, voi uccidete i vostri stessi fratelli contadini! Mentre di fronte a un ordine di uccidere dato a un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: Non uccidere! Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno è tenuto a osservarla. È ormai tempo che riprendiate la vostra coscienza e obbediate alla vostra coscienza piuttosto che alla legge del peccato. La Chiesa, sostenitrice dei diritti di Dio, della dignità umana, della persona, non può restarsene silenziosa davanti a tanto abominio(…) In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono ogni giorno più tumultuosi fino al cielo, vi supplico, vi prego, vi ordino: basta con la repressione!

Mons.Romero fu, soprattutto, un servo fedele che restò vicino al gregge mentre uomini armati dall´imperialismo nordamericano ne facevano strage e offrì la vita per il suo popolo ad imitazione di Gesù buon pastore. È così che lo descrive il teologo peruviano p. Gustavo Gutierrez: "Monsignor Romero è stato soprattutto un pastore, questa è l´impressione che ho avuto sin dal primo contatto con lui. Era un autentico testimone del Vangelo vero, con una formazione teologica e spirituale, che ci può dire tradizionale. Non era una persona alla mercé delle opinioni degli altri, non si è mai lasciato manipolare. La sua fede lo portò a discernere i punti di vista e le realtà che gli si presentavano.

Era un uomo libero. La ragione di questa libertà era il suo senso di Dio, permettendogli di conservare la serenità anche di fronte alla morte". Il martirio fu il punto culminante di un'esistenza lapidata dallo Spirito. Fu la conseguenza naturale di un'intensa esperienza di Dio. Mons. Romero prese sul serio il Vangelo fino alle ultime consequenze. Il tempo dedicato alla preghiera, la comunione con la Chiesa (nonostante le incomprensioni subite), la fedeltà al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa lo resero in grado di dirigere l´attenzione al dolore della sua gente con lo stesso sguardo compassionevole di Dio, di sperimentare la stessa indignazione che il Padre prova quando vede i suoi figli calpestati nella loro dignità, di denunciare con coraggio le scelte politiche ed economiche che danno origine a situazioni contrarie al progetto del Regno e impegnarsi, con intenzioni esclusivamente evangeliche, ad aiutare le persone a liberarsi dell'oppressione subita senza ricorrere alla violenza. Il suo unico desiderio fu il servizio al Regno: "Invoco lo Spirito Santo, - diceva - perché mi faccia camminare sulla strada della verità ed io mi lasci gidare esclusivamente da nostro Signore e non dalla ricerca di elogi o dalla paura di offendere "(13/03/80). Ormai non viveva più per se stesso La sua vita era diventata un´offerta a Dio e un dono agli altri: “Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita”.

La sua opzione non fu ideologica, ma teologica

Trovò l´ispirazione nel cuore paterno di Dio. Durante tutta la vita fu un apprendista dell´amore alla scuola del Padre. In questo processo di conversione furono decisive le coraggiose testimonianze dei suoi collaboratori e la convivenza con i più poveri. Fu un vescovo che si portava addosso “l´odore delle pecore”. Aveva uno stile di vita semplice. Rinunciò ad abitare nel palazzo episcopale per vivere in una stanza d'ospedale destinato a donne con il cancro. Era sempre in mezzo alla gente, soprattutto quando le truppe della dittatura occupavano i villaggi della sua diocesi e sottomettevano i suoi fedeli ad ogni tipo di umiliazione. “È un fatto provvidenziale”, ha detto mons. Paglia, postulatore della causa di beatificazione, “che questa beatificazione giunga con il pontificato del primo papa latinoamericano”, che essa avvenga “in un momento di grande travaglio storico, rappresentando una fede che non resta nei principi, che sceglie di sporcarsi le mani coi più poveri, per far capire che Dio è dalla loro parte”. Mons. Romero desiderava una Chiesa povera, per i poveri e con i poveri, che veste il gembiule del servizio e esce per strada per farsi prossima di chi è scartato dal sistema neoliberale. Una Chiesa chiusa in se stessa, che non si interessa per la gente, tradisce la sua missione e finisce per ammuffire. "Una chiesa che non esce – ha scritto recentemente Papa Francesco ai vescovi argentini - prima o poi, si ammala per l´aria viziata della sua chiusura. È vero che anche con una chiesa che viene fuori può succedere la stessa cosa che avviene con qualsiasi persona che va per strada: può subire un incidente. Davanti a questa alternativa, voglio dirvi francamente che preferisco mille volte una Chiesa accidentata a una chiesa malata. La malattia tipica della Chiesa chiusa è di essere autoreferenziale: ripiegata su se stessa come quella donna del Vangelo. È una sorta di narcisismo che ci porta alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato e che ci impedisce di sperimentare la dolce e confortevole gioia di evangelizzare"[1].

Dio si servì dei poveri per dare uno scossone nell´arcivescovo e aiutarlo a capire che la sua condizione di pastore non gli permetteva il lusso di restare insensibile alle condizioni disumane del popolo salvadoregno. Decisiva fu la sua amicizia con padre Rutilio Grande, un gesuita che aveva scelto di vivere nei sobborghi, insieme con i contadini. Fu assassinato il 12 marzo 1977. La sua morte, come disse lo stesso Mons. Oscar Romero, lo rese più coraggioso e tenace nella difesa dei più poveri. Solo chi ascolta Dio presta l´orecchio al gemito degli oppressi e si impegna ad esaudire le loro suppliche. Solo un uomo di fede è in grado di liberarsi dell´orgoglio, di svestire le insegne dell´autoritarismo, lasciare da parte la presunzione e le prerogative della carica che occupa per farsi mettere in discussione, avere l'umiltà di riconoscere i suoi limiti, superare la paura, rompere le alleanze compromettenti con i potenti che mirano solo ai loro interessi e fare causa comune con i più poveri esclusivamente motivato dal modo di essere di Dio, come ci è rivelato dalla Bibbia. L'opzione di Mons. Romero fu esclusivamente teologica. Non derivò da una visione ideologica o dall´adesione a un progetto politico, ma fu generata direttamente dalle viscere del Dio di Gesù Cristo che vuole la pienezza della vita per tutti.

Mons. Romero è diventato l'icona del martirio del popolo salvadoregno e e delle sofferenze dei popoli latino-americani.

Mons Romero non fu l'unico martire di El salvador e dell'America Latina. Fu uno dei tanti martiri che si consegnarono come Gesù alla causa del Padre. La sua tragica fine è diventata un simbolo del dramma vissuto da migliaia di persone in tutto il continente latino-americano. Il proiettile che ha colpito il suo petto è solo un capitolo di una lunga storia di violenza che, per oltre 500 anni, ha massacrato intere popolazioni indigene, afrodiscendenti, poveri, giovani delle periferie, bambini di strada, adolescenti e donne. L'espressione del dolore che ha segnato il suo volto nel momento in cui, colpito a morte, è caduto ai piedi dell'altare, è la stessa che ha scavato la faccia delle vittme di tutti i tempi sacrificate sull'altare del potere economico e politico. Come il servo sofferente, Mons. Romero ha assunto le caratteristiche della sua gente e ha preso su di sé il suo dolore. Senza paura, è entrato tra le file di migliaia di uomini e donne che, nonostante le persecuzioni, non hanno mai rinunciato al Vangelo. Questi, nel giorno del giudizio, resteranno in piedi davanti al trono dell'Altissimo perché sono rimasti fedeli a Dio e hanno imbiancato le loro vesti nel sangue dell'Agnello. La profonda identificazione con il suo popolo ha fatto di Mons. Romero un beato per acclamazione popolare. Mons.

Romero è stato l'uomo delle Beatitudini perseguitato da persone che si professavano cristiani

Egli è stato ucciso per volere di cristiani. All´origine del suo omicidio e delle situazioni di morte che hanno fatto soffrire la sua gente c'erano persone che si professavano cattoliche. A differenza di quello che avveniva nei primi secoli della Chiesa quando i cristiani erano sacrificati da chi rifiutava la proposta di Gesù Cristo in nome del culto all´imperatore, il martirio dell'arcivescovo Oscar Romero e di molti altri è avvenuto in un contesto prevalentemente cristiano. Chi ha deciso la sua morte, chi ha sponsorizzato le dittature militari e chi ha sporcato de sue mani con il sangue di innocenti provocando danni irreparabili a migliaia di famiglie che hanno visto i loro familiari esecutati ingiustamente o scomparsi definitivamente, chi ha promosso da sempre progetti politici ed economici che hanno scavato solchi sempre più profondi tra poveri e ricchi, nella maggior parte dei casi, ha avuto formazione cristiana. E, come se non bastasse, i suoi persecutori, oltre ad agire in maniera totalmente contraria al Vangelo, hanno avuto il coraggio di presentarsi come paladini di Dio e difensori della verità e, attarverso il terrorismo delle chiacchiere, hanno infangato il nome di Mons. Romero e di tutte le altre vittime accusandoli di sovversione e di tradimento della Chiesa. Il martirio dell'arcivescovo Oscar Romero è quindi un atto di odio alla fede vissuta secondo il Vangelo delle Beatitudini. Mons. Romero è stato ucciso perché è stato un autentico discepolo di Gesù. Non è mai andato dietro al prestigio personale e alla carriera, come anche non è mai stato a servizio di interessi politici. Come ha affermato monsignor Paglia, "ha cercato la giustizia, la riconciliazione e la pace sociale. Sentiva l'urgenza di annunciare la buona notizia e proclamare la Parola di Dio ogni giorno. Amava la chiesa povera con i poveri, viveva con loro, soffrì con loro. Ha servito Cristo nelle persone del suo popolo." .[2] Paradossalmente è stato ucciso per fedeltà al Vangelo. Sua unica colpa è stata quella di aver ridisegnato la sua vita secondo gli insegnamenti di Gesù. La sua maniera radicale di seguire il Maestro smascheró quelli che avevano sempre desiderato destinare al Vangelo un ruolo marginale nella vita delle persone, restringendo la sua azione alla periferia dell´esistenza senza raggiungere i cuori dei credenti, senza muovere le strutture e senza mettere in discussione i comportamenti. Mons. Romero fece scatenare l´ira di chi voleva relegare l'influenza del Vangelo all´ambito del privato, chi desiderava trasformarLo in un addobbo esteriore, chi intendeva utilizzarLo solo per addomesticare le coscienze, benedire i privilegi di pochi e giustificare la miseria delle masse. Mons. Romero ricucí il rapporto tra fede e vita e seminò il Vangelo come fermento di una nuova storia.

La testimonianza di Mons. Romero è una provocazione a vivere con il profumo del Vangelo

Nonostante i grandi cambiamenti, l'America Latina è ancora la parte del mondo con la più alta percentuale di cristiani. Ma la vita del continente non esala il profumo del Vangelo. Gli alti tassi di violenza, l'opzione per i progetti economici e politici che approfondiscono sempre di più le disuguaglianze, la devastazione dell´ambiente, la corruzione dilagante, l'affermazione della cultura della morte e la persecuzione sistematica contro coloro che ostinatamente difendeno i diritti umani sono alcuni dei sintomi di uno stile di vita che non prende sul serio i valori del Vangelo. Lo stesso avviene nel continente europeo, dove ai fenomeni sopra elencati, si aggiungono l´individualismo, l´indifferenza, la chiusura alla differenza, l´inospitalità e l´egoismo. Viene voglia di cheidersi "dove siamo, come cristiani, che cosa stiamo combinando e dove stiamo andando?". È scandaloso ammettere che molti di coloro che si professano cristiani non vivono come cristiani. L´arcivescovo Oscar Romero era un esempio di coerenza. Si identificò tanto con il Vangelo che la sua vita divenne una teofania, una manifestazione concreta di Dio in mezzo al popolo il Vangelo. Smise di fare discorsi su Dio per essere un segno concreto del suo amore. Non fu più la bocca a spiegare il misterioso disegno del Padre, ma fu la vita a raccontare le meraviglie che Dio compie, quando abbatte i potenti di troni e innalza gli umili, svuota le mani dei ricchi per sfamre ipoveri. "Con Mons. Romero, Dio è passato per El Salvador" disse pochi giorni dopo la sua morte padre Ellacuría. Il popolo latino-americano, anzi, il mondo ha bisogno di persone come Romero, che, ovunque vadano, proclamino la verità, seminino speranza, construiscano la pace, diffondano la tenereza e distribuiscano con giustizia. La Chiesa stessa ha bisogno di ispirarsi nella sua testimonianza per non perdere la sua identità. Non non c'è cristianesimo senza un cambiamento profondo della realtà in linea con la solidarietà e l´impegno per la vita, che comincia dalla conversione personale e trova il suo culmine nell´assumere la proposta di Gesù come progetto di vita, fino al punto di poter dire con l´apostolo Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. "Il cristiano – diceva Mons.Romero -, se non vive questo impegno di solidarietà con i poveri, non è degno di essere chiamato cristiano" e continuava: "Per questo i poveri hanno segnato il vero sentiero della Chiesa. Una Chiesa che non si unisce ai poveri per denunciare, a partire da loro, le ingiustizie commesse contro di loro, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo" (omelia, 23 settembre 1979). In questo, ha riconosciuto la sua missione come arcivescovo: "credo che fare questa denuncia, nella mia condizione di pastore di gente che soffre ingiustizie, sia mio dovere. È questo ció che mi impone il Vangelo, per cui sono disposto ad affrontare il processo e il carcere" (omelia, 14 maggio 1978). Con molta chiarezza, l´ 8 luglio 1979 omelia disse: "Se zittiscono la radio, se chiudono il giornale, se non ci lasciano parlare, se uccidono tutti i sacerdoti e anche l'arcivescovo, e rimane un popolo senza sacerdoti, ognuno di voi deve diventare il microfono di Dio, ognuno di voi deve essere un messaggero, un profeta".

La memoria di Mons. Romero, finalmente, è un'opportunità per superare lo scoraggiamento, la paura e la disperazione

Mons.Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di San Felix di Araguaia in Brasile, durante una celebrazione in memoria dei martiri dei nostri tempi, ha detto: "C'è un sacco di amarezza, molta delusione, stanchezza e paralisia: questi atteggiamenti costituiscono un´eresia, un peccato. Siamo il popolo della speranza, il popolo della Pasqua, l'altro mondo possibile siamo noi, dobbiamo fare di tutto per stimolare, agitare, impegnarci, come se ognuno di noi fosse una cellula madre, diffondendo vita, provocando vita." Desidero, pertanto, che la memoria del Beato Oscar Romero e di tutti gli altri martiri motivi gli attivisti dei diritti umani perché continuino il loro servizio nella difesa e nella promozione della vita. Che nessuna cosa al mondo ci faccia perdere l'indignazione per le violazioni dei diritti umani. La fermezza delle nostre posizioni non si curvi davanti a interessi privati. Il coraggio dei nostri atteggiamenti non si lasci intimorire dalle minacce. La generosità della nostra dedicazione non ceda mai il passo a atteggiamenti freddi e burocratici. La profezia delle nostre parole non si faccia ammutolire dall'offerta di posti di lavoro e di stipendi. La nostra ambizione non ci porti mai a tradire la causa e i fratelli. Gli appelli dei deboli e degli oppressi abbiano sempre la meglio sugli argomenti dei potenti. Le storie delle vittime siano preferite alle versioni ufficiali sofisticatamente truccate dagli operatori di marketing. I rischi di emarginazione e isolamento non ci facciano mai rinunciare ai nostri principi. Le calunnie pronunciate dai torturatori e dai loro sostenitori suonino como complimenti alle nostre orecchie. Le incomprensioni da parte di coloro che sono complici del sistema oppressore ci confermino nel nostro cammino. Che in qualsiasi circostanza e nonostante tutto siamo sempre difensori dei diritti umani. IL Beato Oscar Romero interceda per noi.

Dio dica bene di tutti noi

P. Saverio Paolillo

  Missionario comboniano

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