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La crisi della vita religiosa in Europa, come richiamo alla vita religiosa mondiale

Josè Maria Vigil

La crisi della vita religiosa in Europa
Come richiamo alla vita religiosa mondiale.

José María VIGIL

   
Quello che sta accadendo in Europa alla Vita Religiosa (VR) in questo inizio di secolo è degno di attenta considerazione. Sebbene in questo testo ci concentreremo principalmente sulla VR, e soprattutto su quella spagnola, terremo presente la problematica più ampia che riguarda il cristianesimo nella sua interezza e in generale la religione in Europa.
I. VEDERE

a) Statisticamente
Se prendiamo in considerazione le cifre, si può dire che la VR europea è al collasso [1]. A chi non le conosce, questa potrebbe sembrare una parola eccessiva, ma dal punto di vista storico credo sia adeguata. Già da vari decenni le vocazioni scarseggiano, ma negli ultimi anni, semplicemente, non esistono. Le scarsissime che ancora si danno sono realmente l’“eccezione che conferma la regola”.
Già anni fa, nella rivista Sal Terrae [2], parlando degli operatori di pastorale in Spagna, José María Mardones constatava che vi erano pochi margini d’intervento, e che la situazione si stava avvicinando ad un punto di “non ritorno”. Oggi, superato ormai quel punto, la situazione è andata ben oltre: ora si tratta semplicemente di preparare l’“atterraggio” a conclusione del volo, perché tutto indica che nell’Europa Occidentale è già prossima una virtuale scomparsa della VR come protagonista vigorosa e rilevante nella società e nella Chiesa [3], così come lo era stata fino ad ora.
In un collettivo umano non è importante solo il numero dei membri, ma la loro età. La VR della Spagna ha raggiunto una media di 65 anni [4], esattamente l’età della pensione. Questo fa sì che, in buona parte, il collettivo religioso non goda della migliore salute: è ovvio che la maggior parte dei suoi membri non ha più la flessibilità per cambiare, la capacità di rinnovarsi in profondità, la disposizione ad adattarsi alle nuove circostanze, la possibilità di intraprendere nuovi cammini o - ancora meno - riforme radicali. Il problema dell’età (e della corrispondente mancanza di vitalità) è grave quanto quello del decrescere della VR attuale [5].
Sono molte le congregazioni che sono arrivate al punto di unificare e ridurre le comunità e le loro organizzazioni regionali a causa della grave carenza di personale autoctono: è indiscutibile che i giovani e le giovani non optino per la VR e che, per quanto riguarda i nati in Europa, la VR europea, se non cambia qualcosa in profondità, si estinguerà praticamente in uno o due decenni.
Nelle società tradizionali dell’Africa e dell’Asia, al contrario, continua ad esserci un’abbondanza di vocazioni. In alcuni di questi Paesi, la crescita delle vocazioni che ancora si vive è tale che i governi generali delle congregazioni sono obbligati ad imporre ai seminari restrizioni alle ammissioni. Paesi che si distinguono come fonti di vocazioni sono, per esempio, India e Nigeria [6]; la Polonia ha smesso di esserlo quando ha aderito al neoliberismo. Tanto per fare un paragone con il nostro continente latinoamericano, solo fino a pochi anni fa credevamo che la “secolarizzazione” non avrebbe fatto sentire il suo influsso sulla VR del continente. Le vocazioni alla VR continuavano sicure e costanti. Però, quasi con esattezza a partire dal 2000, in tutta l’America Latina si è registrata una frattura: la maggior parte delle congregazioni – femminili e maschili – ha percepito segnali di una nuova tendenza nelle vocazioni, chiaramente al ribasso. La VR in America Latina semplicemente “si mantiene” (non cresce né “esporta”) e la previsione è che sta per cominciare una “nuova epoca”, che trasformerà la società latinoamericana nel senso della “secolarizzazione” europea, e alla lunga porterà la VR sulle rotte che segue quella dell’Europa.

b) Istituzionalmente
Molti teologi affermano che la VR si trovi in una situazione di cattività istituzionale. Mentre è, per sua natura, chiaramente carismatica e profetica, l’istituzione ecclesiastica ufficiale è riuscita ad inquadrarla in ferree cornici giuridico-canoniche, privandola di ogni possibile libertà profetica [7]. I religiosi sono stati assimilati ai funzionari istituzionali, i preti, un corpo intermedio controllato pienamente dall’istituzione e pienamente inglobato in essa. In tempi di “inverno ecclesiale” come quelli che stiamo vivendo, anche la VR attraversa un inverno interiore; la maggior parte delle sue aperture sono state soffocate, sottomesse al controllo vaticano (nel processo di elaborazione o di rinnovamento delle sue costituzioni, nella sottomissione delle sue opere e delle sue pubblicazioni, nella censura ai suoi teologi e teologhe, nell’intervento straordinario ed extracanonico contro la Clar e le grandi congregazioni – gesuiti, francescani, carmelitani…), ma la maggior parte dei religiosi e delle religiose si sentono a proprio agio nel loro statuto canonico istituzionale. Costituiscono eccezioni coloro che si rendono conto che questo addomesticamento istituzionale va contro l’essenza stessa della VR come movimento religioso-culturale di confine [8].
Data l’attuale situazione, si constata che un po’ dovunque la VR è governata da uomini e donne realmente “di governo”. “Non è l’ora della profezia, ma della sapienza; non è l’ora dell’esodo, ma dell’esilio; non è l’ora delle rivoluzioni, ma delle piccole riforme; non è l’ora delle macro speranze, ma delle micro speranze”, si dice per tentare di giustificare passività e connivenza. Le persone audaci e creative sono ormai state messe da parte nei tre decenni passati, un’emorragia che è cessata solo per esaurimento. Non avendo più spiriti rinnovatori né leader profetici, le congregazioni finiscono con lo scegliere persone “di governo”, “di Chiesa”, “del sistema”, che sappiano adattarsi senza tensioni all’inverno ecclesiale e che assicurino una vita senza conflitti.
La VR, come istituzione collettiva, non è – e nessuno la guarda come tale – una forza morale protagonista nella società europea. È invece sempre più un collettivo che da tempo è diventato marginale, senza capacità di guidare la società, assente dai fori importanti dove si determinano l’opinione pubblica e il futuro; e il suo intervento è sempre più vicino alla destra, al conservatorismo, alle forze sociali resistenti al cambiamento invece che all’utopia e all’invenzione del futuro. Neppure nell’attuale dibattito sociale sul ruolo della religione nella società in trasformazione emerge un apporto qualificato, riducendo il suo intervento più che altro alla rivendicazione di un’influenza privilegiata, spesso a dispetto del carattere democratico e laico della società.
È indicativo che, per esempio nella cattolica Spagna, la VR sia identificata soprattutto con la destra politica, etica ed economica, situata sulla difensiva, e il suo contesto naturale, la Chiesa, figuri tra le istituzioni con minore credibilità nella società [9].

c) Spiritualmente
Credo si possa affermare senza tema di esagerazione che l’insieme della VR in Europa non è in nessun modo un collettivo traboccante di vita, effervescente di inquietudini e creatività, pieno di proposte per scoprire le rotte del futuro. Al contrario, nell’insieme (non in teoria ma in questo momento concreto) appare a volte come un deserto intellettuale, persino nella teologia. Pochi commentano, nessuno dibatte, nessuno si azzarda ad indicare una possibile via d’uscita o arrischia almeno una nuova interpretazione. Né si spera o si desidera che qualcuno lo faccia. La Chiesa cattolica sta ancora sotto il pontificato della paura, come suole chiamarlo González Faus. Quel tanto di dialogo e di effervescenza spirituale che si ebbe in altri tempi (quelli del Con cilio per esempio), si è esaurito per mancanza di nutrimento, persino per la repressione, e ora non c’è più niente di cui valga la pena parlare; semplicemente si tratta di “far passare il tempo”, di “aspettare Godot”, senza voler dar conto di ciò che si spera e talvolta si teme.
Non che si stia con “le spade sguainate”, in un contenzioso con la società, o in una polemica teologica intraecclesiale non risolta… Semplicemente, c’è una gigantesca indifferenza, c’è apatia. Società europee che da 50 anni registrano percentuali di appartenenza cristiana superiori all’80%, oggi hanno voltato in massa le spalle al cristianesimo e non se ne interessano più. In questo contesto, la VR, come la stessa Chiesa cattolica, si sente abbandonata come in un divorzio in vecchiaia: non c’è più neppure con chi discutere; la vita è emigrata con i giovani verso altri lidi, e agli anziani non resta che godersi una meritata pensione.
Questa potrà sembrare una descrizione assai negativa solo a chi è prevenuto. Chi si è accostato al tema più di una volta la troverà – lo credo sinceramente – realista, sebbene dolorosa. La VR in Europa non solo si trova in un periodo di crisi, ma in un periodo critico grave, forse “terminale” per quello che si riferisce alla VR “realmente europea” (no alla VR “in” Europa) [10]. Tuttavia, questa situazione, nell’ottica della speranza cristiana, non smette di essere un “kairós”, un’opportunità che chiama, risveglia, convoca e sfida.

Bisogna sottolineare che questi giudizi generali risulterebbero falsi e ingiusti se venissero interpretati alla lettera; essi non intendono affatto disconoscere l’immenso servizio sociale che la VR rende alla società, l’eccellente buona volontà e la generosità personale delle religiose e dei religiosi, in comunità benemerite e perfino eroiche in mezzo alla secolarizzata società europea. Ci stiamo riferendo solo a certi tratti generali di insieme, senza negare il molto buono che c’è nel particolare.

 II. GIUDICARE

 • Il problema non è della VR ma della Chiesa
Ciò sia detto a parziale discolpa della VR. Questa soffre e condivide la crisi globale che patisce il cristianesimo. La VR fa parte - e una parte qualificata - della Chiesa, e non può sottrarsi alla crisi del suo contesto globale ecclesiale di riferimento.
La VR non può essere considerata isolatamente, libera da responsabilità altrui. La VR fa parte di un pacchetto, il tutto sta nella parte. Ogni elemento della VR è carico di storia, di riferimenti atavici, di sostrati ancestrali che trasmettono inconsciamente un non dichiarato però ben percepito senso di appartenenza al mondo premoderno, medievale e perfino precristiano.
Per esempio, come interpretare oggi l’obbedienza, la castità, la clericalizzazione (anche nella VR femminile), la missione, la relazione con la Chiesa, ecc. cercando di prescindere dalle origini monastiche, dalle prospettive medievali, dai presupposti mitologici, dai valori premoderni, dalle tendenze spiritualistiche, monarchiche, antidemocratiche, nemiche del corpo, contrarie alla libertà, alla realizzazione umana, ecc., tutti elementi obsoleti che fino ad oggi hanno figurato nell’essenza proclamata e vissuta dalla VR? È possibile una rilettura della VR “libera dalle catene del passato”? O dopo aver passato vari millenni incatenati a tradizioni secolari, oggi, in un’epoca di cambiamento, sarà possibile solo ricostruire un edificio di sana pianta?
La VR reca in ogni tessera del suo bel mosaico una ricchezza enorme di riferimenti che appartengono ad una istituzione (la Chiesa, e più ampiamente, la religione) che è in crisi. Per quanto lo voglia, non può liberarsi né disinteressarsi di questa crisi, a meno che non si stacchi da lei con una chiara rottura profetica, cosa che non è in grado di fare.
Ma facciamo un passo indietro.

 • Il problema non è del cristianesimo, ma della religione
Questo sia detto anche a discolpa sia pure parziale della Chiesa e della VR: la crisi che il cristianesimo attraversa attualmente in Europa non è crisi del cristianesimo in quanto tale, ma crisi del cristianesimo in quanto religione. Poco tempo fa parlavamo della crisi del cristianesimo. Oggi ci rendiamo conto che questa si colloca ad un livello più profondo: è la religione stessa che è in crisi. Se la religione storica europea fosse stata un’altra, sarebbe quest’altra ad essere ora in scacco. Quello che è messo in questione in Europa non è il cristianesimo tout court, ma “la forma dell’umanità di essere religiosa [11] che è prevalsa all’inizio della società agraria, società le cui ultime vestigia stanno scomparendo in molte zone dell’Europa, un fenomeno che capita per la prima volta nella storia.
La “religioni” [12] si sono mantenute in questi diecimila anni come la forma religiosa propria della società agraria. Nel cambiamento socio-culturale attuale, la società sta uscendo dall’età agraria, e deve inevitabilmente lasciare l’“immagine agraria della religione”, che diventa per essa inaccessibile. Capiamoci bene: le “religioni”, come forma antropologica-socio-culturale che la spiritualità umana ha assunto durante questi dieci millenni trascorsi, stanno scomparendo. La religiosità, ossia la spiritualità umana, continua, perdura però si trasforma, soffrendo una mutazione, o metamorfosi, da cui forse emergerà irriconoscibile.
Questo è più complesso da giustificare, e non si pretende di farlo qui. Però per coloro che cominciano a scorgere questa “visione” le cose iniziano a chiarirsi: un mondo, quello agrario, sta morendo, sta sprofondando irreversibilmente. Con questo Titanic stanno sprofondando molte cose. Non finisce la vita, né sprofonda la spiritualità. Sprofondano invece alcune forme, una tipologia storica, tutto un ambito socioculturale, che è già ferito a morte, sebbene si intuisca che la sua agonia sarà lunga…
La VR è un’istituzione che fa parte della Chiesa cattolica, che a sua volta è configurata all’interno di una forma di religione che, da un punto di vista socioculturale, è in declino, nel senso storico epocale che stiamo cercando di precisare. È assai probabile che, come diceva Tillard, “se non siamo gli ultimi religiosi, è sicuro che siamo almeno gli ultimi rappresentanti di una ‘figura storica’ di religiosi che si sta esaurendo”. Come le imprese che vogliono sopravvivere in un mercato aggressivo, la VR dovrebbe fare un immenso investimento in ricerca, creatività, risorse umane, nuove esperienze, ecc. per cercare di captare le forme in cui possa cristallizzarsi nella nuova società l’essenza più profonda della VR, che forse sopravviverà, ma spogliata di ogni residuo di forme storicamente superate. Ma non è questo che la VR sta facendo.

 • Il problema non è dell’Europa ma delle società avanzate
Quello che sta succedendo in Europa non sta succedendo perché intrinseco alla sua identità storica peculiare, ma come frutto della trasformazione socio-culturale che si registra in questo Continente a causa del passaggio dalla società agraria e postindustriale - entrambe in via di scomparsa - alla società tecnologica e della conoscenza che sta cominciando a stabilirsi in Europa in modo definitivo. Se questa trasformazione socio-culturale stesse accadendo nel Sudest asiatico o in Africa, la “crisi della religione” si verificherebbe lì. La crisi quindi non ha un’identità europea.
Il fatto è che questa trasformazione socio-culturale si estenderà a tutto il pianeta prima o poi - più prima che poi, data la situazione di mondializzazione e unificazione crescente delle comunicazioni -. E non è che la crisi che attraversa l’Europa sarà esportata da questo Continente, ma è la stessa crisi che sta germogliando in modo autoctono in tutte le regioni del pianeta, via via che entrano in questa stessa fase di società avanzata, spogliata delle infrastrutture agrarie (economiche o culturali).
Perciò il problema della VR europea non la concerne in quanto europea, ma in quanto VR che vive ed è inculturata in una società in mutazione culturale. I religiosi e le religiose africani o asiatici, per esempio, che si trasferiscono in Europa, probabilmente potranno aiutare la Chiesa e la VR a prolungare quell’aspetto tradizionale che oggi sta scomparendo, però è improbabile che possano aiutarle ad aprire i nuovi cammini che la VR europea autoctona sta dimostrando di non saper schiudere nella nuova società europea attuale. Le missioni europee dei secoli scorsi verso il Sud andavano da società più avanzate verso società meno sviluppate; la missione in senso contrario non è probabile che abbia successo in un momento di profondo cambiamento culturale. Questo cambiamento lo può intraprendere e può dargli una risposta creativa solo chi lo conosce e lo ha vissuto dall’in-terno e saprà accoglierlo con empatia.

 • Non è questione di agenda immediata ma di mutazione
La consapevolezza di tutta questa problematica è nuova e, come concorderà il lettore, assolutamente minoritaria. Ciò che è maggiormente esteso è lo sconcerto di fronte all’attuale situazione. Tutti percepiscono che qualcosa di insospettabile sta accadendo nel profondo, però sembra essere di una grandezza così vasta che nessuno riesce ad individuarlo, immaginarlo e/o esprimerlo. Per questo forse ci troviamo in un momento di attesa senza che nessuno si arrischi a formulare nuove interpretazioni.
Credo però che si possa già dire che ci troviamo in un cambiamento di prospettiva. Ci troviamo nel momento in cui di fronte ai nostri occhi appare tutto un orizzonte nuovo, e il vecchio paesaggio si rimpicciolisce, si relativizza e comincia a sparire. La problematica è profondamente cambiata. Il punto di riferimento per risolvere i problemi non si colloca più nel passato, come accadeva in questi ultimi quattro decenni durante i quali guardavamo al Concilio Vaticano II, ma ora esige di “rompere” con un passato che si dissolve, e di creare un nuovo presente con l’àncora posta in un nuovo futuro, essenzialmente diverso.
Mi spiego. Nei due ultimi decenni abbiamo pensato che il grande errore ufficiale fosse quello di abbandonare il Concilio Vaticano II, ed avevamo ragione. Però le cose sono cambiate. Questo è stato l’errore principale, ma non possiamo dire che sia il problema  maggiore e neppure il principale rimedio. La difficoltà ultima (la più profonda) di cui “solo ora” [13] stiamo prendendo coscienza, e che a poco a poco sta passando in primo piano, non è tanto “l’aggiornamento” conciliare frustrato e sospeso, ma la “mutazione” che è già in atto. Dopo 40 anni dobbiamo smettere di guardare al Concilio come punto di riferimento principale. Il “mondo moderno” con cui il Concilio ha dialogato non esiste più: stiamo davanti ad un altro interlocutore. L’“ordine del giorno” conciliare rimasto in sospeso, anche se fosse realizzato ora, sarebbe totalmente sfasato. Il problema non è solo che è sparito il mondo moderno, ma che, molto più in profondità, quello che sta scomparendo è anche il mondo agrario che rese possibile un tipo di “religione” come il cristianesimo. Un intero Titanic sta affondando, ed è inutile ostinarsi a volerlo aggiustare, riportarlo a galla o rimetterlo in rotta. Il problema non è più di riforma, di riorientamento o di agenda immediata, neppure di “rifondazione”, ma di mutazione, di metamorfosi, di ri-fusione.
Se non entra in queste macroprospettive, la VR può anche continuare a buttare fuori l’acqua ma non per questo smetterà di sprofondare, incatenata alla piccolezza della sua propria visione. Le sue istituzioni attuali, in quanto appartenenti ad una religione in decadenza, non possono fare altro che decadere, è inevitabile. Anche se godesse di buona salute, sprofonderebbe con il Titanic su cui è imbarcata. L’unica speranza realistica consiste nel concentrarsi a salvare solo il salvabile, attenendosi strettamente a questo, o, meglio, spogliandosi di tutto quello che disturba. Abbandonare quello che non si può salvare. Lasciar morire quello che deve morire, quello che è bene che muoia. “Ars moriendi”.
Del resto, quello che probabilmente possiamo salvare è la cosa principale: l’aspetto di radicalità e di confine, questa pulsione a vivere creativamente sulla frontiera, liberi, nudi, anche nella società sconosciuta “della conoscenza”, che viene per restare e ci aiuta (perché ci costringe) a spogliarci di tutto quello che sta sprofondando con il suo arrivo. Chi ne è ancora capace, si situi oggi, con tutta la propria radicalità, al bordo (confine) della sfida, dando per già morto quello che deve morire (“lasciando che i morti seppelliscano i propri morti”) e aiutando a provocare questa “mutazione” di “forme religiose oltre la ‘religione’”, invece di continuare a guardare come una statua di sale, verso l’alto (quello che vogliono o non vogliono lasciarci fare) o all’indietro (cercando di salvare tradizioni che stanno morendo).
 
III. AGIRE

Solo alcune note “quasi telegrafiche” riguardo all’agire, lasciando che ognuno deduca nella sua situazione concreta le proprie conclusioni operative.
La crisi dell’Europa è un nuovo “luogo teologico”. Se, durante i tre decenni precedenti, il cristianesimo mondiale ha guardato all’America Latina, è giunto il momento in cui anche quello che sta succedendo in Europa ha acquisito una rilevanza teologica e un significato religioso tali che il cristianesimo mondiale dovrebbe guardare a questo Continente e, specchiandosi in esso, vedere l’immagine di quello che potrebbe essere il suo futuro.
Quello che oggi vive l’Europa, lo vivranno – a modo loro – anche gli altri continenti, e quello che sta sperimentando il cristianesimo europeo lo sperimenteranno in futuro anche le altre religioni. A causa dell’osmosi culturale che creano le comunicazioni attuali, forse il terzo mondo lo vivrà prima di arrivare ad un livello di sviluppo postindustriale adeguato, il che sarà persino più complicato, “schizofrenico”: buona parte del terzo mondo presto si trasformerà in una società con una mentalità “post-religiosa” (postindustriale e “della conoscenza”) immersa in una società con una infrastruttura agraria o semplicemente industriale.
La “missione verso l’Europa” non è la soluzione. La VR europea non risolverà la sua crisi “importando” religiosi e religiose giovani dal terzo mondo, o da qualsiasi altro luogo, così come la Chiesa europea non risolverà i problemi del suo futuro “importando” seminaristi diocesani latinoamericani o africani, per esempio. Questi seminaristi e quei religiosi e religiose giovani potranno aiutare a mantenere in piedi le attività classiche, il culto, la vita parrocchiale, la religiosità popolare… insomma la tradizione, “le cose di sempre”, cioè, proprio quello che sta morendo. Però non sarà facile che i giovani stranieri importati contribuiscano alla costruzione di una “religione senza religione” propria della società avanzata, un linguaggio che germoglia in lei come il frutto maturo della crisi stessa della religiosità classica vissuta in tutta la sua intensità. Alla persistenza (più che alla sopravvivenza) della religiosità classica europea potranno essere utili gli aiuti del terzo mondo. Alla creazione di un’espressione religiosa sostanzialmente nuova, in coerenza e in riposta creativa alla crisi europea della religione, potranno essere d’aiuto solo coloro che l’hanno vissuta e capita dall’interno in tutta la sua profondità.
Con la VR europea avviene altrettanto: con l’importazione di religiosi e religiose di altri Continenti si può mantenere la presenza della VR in Europa, però di una VR che proseguirà senza “entrare” veramente in Europa, senza “fondare” comunità che siano realmente presenti e incarnate – non solo fisicamente, ma anche mentalmente e spiritualmente – nel nuovo modello di società avanzata postindustriale che è la società che rifiuta la vecchia forma di VR. Questa è l’unica “rifondazione” che può avere futuro [14].
Se la VR fosse una multinazionale in crisi, investirebbe la parte più consistente del suo bilancio in ricerca e creatività, per riuscire a sopravvivere in un mercato che si trasforma rapidamente. Se la VR avesse una visione del futuro, investirebbe le sue principali energie e le sue migliori risorse umane nel reinventare il suo futuro, nell’indagare sulla vera natura della crisi attuale, e nell’assumere qualsiasi rischio fosse necessario scommettendo con forza sul futuro. I religiosi dovrebbero essere esperti in temi come la crisi religiosa attuale, il cambiamento culturale che il mondo sta attraversando nelle società avanzate, la critica seria alla religiosità classica tradizionale, la critica aperta a tutto quello che bisogna abbandonare prima che sprofondi ancora la religione classica, la riconsiderazione profonda della natura della religione, ecc. e non dovrebbero essere solo esperti teorici in questi temi, ma specialisti pratici, impegnati nella sperimentazione. Sembra che nulla di tutto ciò stia accadendo [15].
È necessario rispettare i ritmi e le ore di ognuno. Ci sono persone, generazioni e istituzioni che già hanno compiuto la loro missione. Le nostre ore non sono sincronizzate su quelle della storia. Bisogna saper accettare l’ora di morire, occorre imparare l’ “ars moriendi”, l’arte di morire [16]: senza amarezza, con speranza, rendendo possibile che dalla propria morte nasca la vita per coloro che verranno dopo, passando la fiaccola ad altre mani, con fiducia.
Però bisogna anche imparare l’“ars vivendi”, l’arte del vivere la propria ora, il proprio kairós storico, senza indugiare nostalgicamente sulla poppa del Titanic ascoltando “il più vicino a Te, oh Dio!”. Bisogna saper affrancarsi dal passato ed emigrare nel futuro, smettere di cercare di ricomporre ciò che non si può aggiustare, e rischiare di pensare a se stessi, a vivere personalmente, “anche se non si ha il permesso”.
Rifondazione o ri-fusione? Rifondazione si vede già che non è. La storia degli ultimi 15 anni lo dimostra, dati gli scarsi risultati della rifondazione di coloro che l’hanno tentata all’interno dello stesso sistema. Solo fondendo nuovamente nel fuoco del crogiuolo il ferro che pesa su di noi, e fondendolo in nuovi stampi, fuori dal sistema che sprofonda, ci può essere futuro. Più che il tentativo di rifondare, ripetere il passato, è necessaria una “mutazione”, un cambiamento sostanziale.
E in America Latina? Il classico nemico predatore del cattolicesimo in America Latina erano le “sétte”. Da alcuni anni si è cominciato a dire un po’ dovunque che ne sta nascendo un altro: l’indifferenza. È iniziato un intenso sgocciolio di fedeli latinoamericani che abbandonano la Chiesa cattolica, ma non per inserirsi nei nuovi movimenti religiosi, bensì per passare all’indifferenza. È un fenomeno appena cominciato che si aggraverà in modo crescente nei prossimi anni. Come già abbiamo detto, non è un problema della VR latinoamericana, ma della “religione” nella società attuale, che si trova nel frangente di un profondo cambiamento culturale, di una mutazione sostanziale. Per quanto incipiente, questo fenomeno è già una realtà nel nostro continente latinoamericano. Una VR che non analizzi questa situazione con la dovuta attenzione e non prenda in considerazione i fattori più profondi che sono in gioco, non potrà risolvere i suoi problemi né i problemi altrui, semplicemente perché non li sta neppure impostando correttamente.
 
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[1] Probabilmente si potrebbe dire altrettanto (in questo punto iniziale e in tutto il resto dell’articolo) riguardo alla VR degli Usa, ma io mi limiterò alla VR dell’Europa e principalmente della Spagna.

[2] “La cosa peggiore in questo momento è che praticamente non abbiamo più margine di intervento. Non c’è la possibilità di reagire creativamente. C’è spazio solo per misure di reazione e di difesa: fare una ritirata ordinata e intelligente, con il minor costo possibile. In questa situazione non rientra un modo creativo per affrontare il futuro e intraprendere azioni pa storali o esplorare nuove possibilità”: Cresce il deserto: lo sradicamento della Chiesa nella società e nella cultura spagnole, Sal Terrae 1022 (aprile 1999) 282.

[3] Una “dissoluzione” assoluta non si dà mai nell’evoluzione storica dei movimenti sociali: resta sempre un “residuo” che può prolungarsi per decenni o a volte secoli…

[4] Il dato è stato pubblicato dalla Confer (Confederazione dei Religiosi) di Spagna nel 2003. Questa media di età coincide con quella dei sacerdoti diocesani spagnoli.

[5] Dal 1978 al 2002 – praticamente il tempo del pontificato di Giovanni Paolo II – il numero dei sacerdoti è calato del 4%, la vita religiosa nell’insieme è scesa del 19%, i religiosi laici del 27% e le religiose del 19% rispetto ad una popolazione cattolica che – fondamentalmente e per crescita naturale – è aumentata di circa 300 milioni di persone in questo stesso lasso di tempo.

[6] Insieme a questi due Paesi fino a pochi anni fa veniva citata la cattolica Polonia; come è risaputo, la sua situazione è radicalmente cambiata negli ultimi anni, dopo il suo ingresso nel neoliberismo.

[7] “Il movimento profetico liminare si è visto ridotto ad essere una struttura in più della Chiesa istituzionale”, cfr Diarmuid O’Murchu, Rifare la vita religiosa, Pubblicazioni claretiane, Madrid 2001, 132.

[8] “L’idea che la VR possa avere senso e significato fuori della Chiesa ufficiale è qualcosa di virtualmente inconcepibile per la maggioranza delle religiose e religiosi”, cfr O’Murchu, ibid., 133

[9] Secondo l’inchiesta annuale elaborata dal “Latinbarómetro”, in “El País”, Madrid 21 ottobre 2004.

[10] Intendo dire: se entro i prossimi vent’anni la VR in Europa sarà soprattutto un insieme di estensioni missionarie della VR di altri continenti, questo significherà che la VR “europea” è realmente finita ed è stata missionariamente sostituita da una VR “in Europa” che proviene dagli altri continenti.

[11] Non la “religione” in quanto religiosità o dimensione di senso e profondità, ma la “religione”, le “religioni” in quanto forme che l’umanità ha vissuto fino ad oggi.

[12] Nel significato esatto che stiamo dando a questo termine. Cfr. Mariano Corbí, Religione senza religione, Ppc, Madrid 1996.

[13] Questo “solo ora” non smette di essere un modo di dire che può sempre essere contraddetto… Vorrei richiamare l’at-tenzione sull’autore francese Marcel Légaut, che già 30 anni fa parlava della “mutazione” e della metamorfosi necessarie al cristianesimo con un indicativo parallelismo con la tesi attuale. È stato un visionario che, anche senza gli attuali strumenti di interpretazione antropologico-culturali, ha captato quello che oggi, in questo tempo, per noi non è più facile vedere. Si veda Mutation de l’Eglise et conversion personnel, Aubier, Parigi 1975, o Creer en la Iglesia del futuro, Sal terrae, Santander 1985.

[14] Diarmuid O’Murchu (ibid., 127), riferendosi alle osservazioni di Raymond Hostie – classico sull’argomento – sui “cicli della vita religiosa”, sostiene che la comparsa di una nuova forma di VR “è improbabile che abbia luogo almeno per altri 70 anni”. Osservazioni molto interessanti le sue, anche se non pretendono di prevedere il futuro.

[15] I risultati del Congresso sulla Vita Consacrata avvenuto a Roma nel novembre del 2004 sembravano confermarlo: le sue conclusioni sembrano più un esercizio di letteratura, poesia e ingegnosità concettuale che di teologia, realismo e profezia; i problemi più radicali della Chiesa e del cristianesimo di oggi, non vengono neppure menzionati: semplicemente non esistono. Theilard de Chardin diceva che la cosa difficile non è risolvere un problema, ma sollevarlo… Forse la VR, ancora presente nel Sud, sta perdendo il suo Nord?

[16] “La mia impressione è che Dio chiede alla vita religiosa e agli ordini monastici che abbiano il coraggio di calarsi veramente nell’attualità…. O che accettino di morire in pace”, Marcelo Barros, Lettera circolare di ottobre del 2002.

 

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