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L’URGENTE CONVERSIONE ECOLOGICA DELLE RELIGIONI

Commissione Teologica Latinoamericana dell’Asett

L’URGENTE CONVERSIONE ECOLOGICA DELLE RELIGIONI

 
di
Commissione Teologica Latinoamericana dell’Asett

La grave emergenza ambientale ed ecologica sofferta dal pianeta è motivo più che sufficiente per promuovere un’“etica della cura” e per farlo con la massima urgenza. Ma assumere con raddoppiata consapevolezza la “cura” del pianeta non è la cosa più importante. Lo è di più scoprire quali sono stati gli approcci strutturali di conoscenza, i paradigmi, gli assiomi che ci hanno accompagnato nella nostra tormentata storia e hanno reso possibile o anche alimentato il nostro cieco atteggiamento predatorio. La soluzione al grave problema che viviamo non sarà possibile finché non sradicheremo la mentalità che lo ha prodotto, mentalità che è stata in buona parte cementata e costruita a partire dalle religioni (...).

 


I. La religione e la natura nella tradizione occidentale

La crescente sensibilità ecologica che oggi avvertiamo desta inevitabilmente sospetti sulla relazione che la religiosità occidentale ha mantenuto riguardo alla natura nel passato. Vi sono sempre più credenti che riconoscono sinceramente i limiti che la religiosità occidentale rivela alla luce di quello che oggi sappiamo del cosmo e della natura.

Religioni che danno le spalle alla natura


Effettivamente, è sufficiente considerare uno qualunque dei principali elementi simboli. Il Credo cristiano, per esempio, simbolo della fede: al di fuori del primo enunciato, quello sulla creazione, che piuttosto separa questa da Dio, non dice nient’altro sulla natura. Neppure i comandamenti - l’etica - hanno qualcosa a che vedere con essa. La liturgia, per esempio l’eucarestia, neanche.
La natura e il cosmo appaiono estranei al cristianesimo. È vero che in un capitolo del primo libro della Genesi si racconta la creazione dell’universo in una settimana, in una sola volta e definitivamente, così come è adesso. Ma esso appare creato semplicemente in funzione dell’essere umano, come lo scenario in cui porre questa creatura privilegiata. In questa visione biblica è contemplato quello che l’essere umano contempla: interessa solo il mondo umano.
Nelle Scritture giudaico-cristiane, l’universo è statico e fisso (...). Esse considerano solo - e molto da lontano - il cosmo, ma ignorano quello che sappiamo oggi: che non stiamo nel cosmo, ma in una cosmogenesi. La reazione della religione a questa conoscenza è stata negativa: un rifiuto della visione evolutiva, e una considerazione di questa come un’eventualità storica della materia, senza “rilevanza salvifica”.
L’atto della creazione è l’atto di desacralizzazione della natura: questa non è Dio; Dio è trascendente, separato dalla natura... La natura viene in tal modo svalutata, desacralizzata, de-divinizzata. La creazione che vediamo è meramente materiale, di una materia inanimata, inerte, opaca... (...).
La prima pagina delle Scritture giudaico-cristiane proclama chiaramente che la natura è solo lo scenario posto da Dio affinché l’essere umano si sviluppi servendosi di essa e sottomettendola con il proprio lavoro. Di conseguenza, abbiamo considerato il mondo come un mero deposito di “cose” inanimate, di “oggetti”: animali da mangiare, materie prime da trasformare, risorse da utilizzare, energia da consumare... una dispensa di materiale inferiore...
La religione ci ha alienato dalla natura per l’“immagine artificiosa che ci ha dato di noi stessi”: come esseri creati da un potere non cosmico, e in questo senso venuti da fuori (non da dentro), dall’alto (non dal basso), animati o ispirati da una natura speciale non di questo mondo, da una sovra-natura o spirito, per essere stati creati “a immagine e somiglianza di Dio”, cosa che ci differenzia essenzialmente dal resto della creazione (ci “aliena” da essa)...
La religione occidentale ha creato e dato alimento a uno degli errori più nefasti e decisivi: l’antropocentrismo, che è un “mito di superiorità”. La voce profetica di Lynn White, oggi unanimemente riconosciuta, l’ha definita la religione più antropocentrica del mondo, quella che si è auto-esportata verso le altre culture, la colpevole in gran parte - a suo giudizio - del deterioramento a cui abbiamo sottoposto il nostro pianeta fino agli estremi che oggi rendono imminente una catastrofe globale.
(...) Infine, anche nell’attuale situazione di imminente catastrofe planetaria, la religione occidentale non reagisce: va avanti con gli occhi rivolti verso se stessa, verso i suoi problemi interni, in un atteggiamento di scontro con la società, incapace di ri-convertirsi “ecologicamente” e di unirsi alle altre religioni in un’azione decisa per la salvezza del pianeta e dell’umanità che lo abita, considerando che le iniziative in questo senso vengono dalla società civile.
A partire da questa rassegna dei limiti esistenti nella relazione della religione occidentale con la natura, possiamo trarre alcune conclusioni.
La religione occidentale, come si è sviluppata nella storia, evidenzia dei sintomi patologici e si trova in una situazione “ecologicamente disfunzionale”. (...).
Ci ha resi in buona misura a-naturali (come se non fossimo naturali, ma extra-naturali o sovrannaturali). In un certo senso, ci ha alienato dalla natura, poiché ci afferra e ci sposta radicalmente su un altro piano, il piano della Storia della salvezza, il dramma umano della caduta/redenzione/sal-vezza in cui la natura non gioca alcun ruolo, eccetto quello di ricevere il presunto peccato originale e di contaminarci trasmettendocelo.
Ci ha reso in buona parte anti-naturali: convinti della necessità di andare oltre la natura (una “natura caduta”), fuggire dal mondo e disprezzare la materia, difenderci dalla carne e combatterla, per farci sovrannaturali, “spirituali”, per “divinizzarci”. (...).
Tutto ciò postula la necessità di riconsiderare radicalmente le relazioni della religione con il cosmo e con la natura, fino al punto di ri-convertirla ecologicamente in profondità.

II. Religione e nuova cosmologia

Quale che sia stata la relazione millenaria delle religioni con la natura, viviamo da quattro secoli (un tempo cosmologicamente molto breve, “da ieri”) un tempo nuovo, segnato da quello che Thomas Berry ha chiamato “la Rivelazione moderna”: uno sviluppo scientifico incontenibile ci ha condotto, in maniera esponenziale, a scoprire del cosmo un’esten-sione molto più grande e una profondità (verso dietro, verso dentro) inimmaginabilmente superiore. Possiamo dire attualmente che viviamo in un cosmo radicalmente diverso da quello in cui abbiamo creduto di vivere durante tutta la nostra storia cosciente. Siamo appena nati a un universo nuovo (...).
L’umanità sta ricevendo un nuovo racconto sacro, una nuova rivelazione, che questa volta viene dal cosmo, dalla natura, da questa nuova profondità con cui ci è dato contemplarla grazie alla nuova cosmologia, in un momento storico pieno di novità, quando per la prima volta l’umanità condivide una stessa visione del cosmo, e per di più una visione scientifica.
Questo nuovo racconto, questa nuova conoscenza del cosmo si impone come il nuovo quadro in cui inscrivere necessariamente tutta la nostra esperienza, obbligando le religioni a riconsiderare il loro antico racconto, fatto di intuizione e di immaginazione e non di conoscenza reale. Di fronte a questa nuova cosmologia, le religioni sono obbligate a ricostituire, a riformulare il loro capitale simbolico, adeguandolo a quanto oggi vediamo e sappiamo (...).
Quali grandi schemi del vecchio paradigma, della vecchia cosmovisione globale, devono essere superati e sostituiti? Ne segnaleremo alcuni.

Le principali trasformazioni di pensiero richieste

- Il dualismo materiale-spirituale: il materiale da un lato e la metafisica e il soprannaturale dall’altro. Dalla nuova cosmologia e dalla nuova fisica, sappiamo che la materia ha molto poco a che vedere con quello che pensavamo che fosse. Oggi sappiamo che la materia non è il materiale di scarto della realtà, ma uno stato dell’energia in cui tutto consiste. La materia è uno stato concreto della realtà unica. Per questo è santa come ciò che è più santo: la “santa materia”, come l’ha definita Teilhard de Chardin. Dopo Einstein, materia, spazio, energia e tempo significano un’altra cosa e devono significarlo anche per la religione. L’essere umano di oggi non potrà non disconoscere una religione che continui ad operare con concetti obsoleti, perché è ovvio che il suo “errore nella concezione delle creature non potrà non condurla a un errore nella conoscenza di Dio”.


- Il dualismo corpo-anima, mente-spirito, materia inerte-vita, essere umano corporeo-uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio... (...). Non c’è discontinuità tra il corpo e lo spirito, né tra la vita e la mente, né tra la materia e l’energia e forse neppure tra la realtà cosmica e la misteriosa realtà divina... La nuova visione scientifica ci testimonia una “continuità” nel continuum della vita, e probabilmente nello stesso continuum di tutta la realtà cosmica.
 
- Il dualismo terra/cielo, questo mondo/l’altro mondo, il mondo di sotto e il mondo di sopra. Che è anche il dualismo tra questo mondo passeggero della presente era (eone), e il mondo vero e definitivo che segue la nostra morte, quello veramente importante, di fronte a cui questo di adesso impallidirebbe e resterebbe senza valore. (...). Le religioni che mantengono una cosmovisione dualista, divisa in due piani, corrono il rischio di venire superate, di fronte all’im-possibilità di farsi comprendere secondo l’attuale epistemo-logia derivata dalla trasformazione operata nella coscienza umana dalla nuova cosmologia.
 
- Il dualismo Dio/creazione, o trascendenza/immanenza. È da due millenni e mezzo che diamo per scontato l’assioma o postulato della “trascendenza” di Dio, in maniera gratuita e indiscutibile (...). Si tratta di un “theos”, immaginato come trascendente, situato “lì fuori, lì sopra” e “totalmente Altro” rispetto alla sua creazione, un creatore esterno, preesistente e “volontarista” che decide di creare per un “arcano disegno” (non sappiamo se contingente o necessario). La nuova cosmologia alza un severo grido di allarme al riguardo: il concetto dualista e radicale della trascendenza di Dio è stato uno dei fattori che più hanno provocato danni all’essere umano e alle sue relazioni con la natura. Perché ha espatriato Dio da questo mondo, fuori dal cosmo, lo ha esiliato ubicandolo fuori e sopra, desacralizzando, spogliando di mistero divino il cosmo e la natura, l’essere umano stesso, la realtà intera. Il paradigma dell’eco-logia profonda postula una nuova visione in cui la divinità viene percepita nella realtà reale, nella realtà cosmica, non in un presunto piano superiore metafisico, o in una trascendenza astratta, espatriata, sconosciuta o metafisicamente immaginata. (...). È la Realtà stessa che ci appare come divina, misteriosa, sacra, tremens et fascinans... (...).
 
- L’antropocentrismo. I grandi racconti delle religioni neolitiche sono chiaramente antropocentrici. Il cristianesimo diventa “la religione più antropocentrica”, secondo Lynn White. L’antropocentrismo funge come un dualismo radicale di base: tra il mondo umano e il resto del cosmo. Tra un livello e l’altro c’è un abisso di separazione e di differenza. Il cosmo e la natura sono solo lo scenario creato da Dio per dare accoglienza al dramma umano-divino, l’unico realmente importante. Tutto il resto è semplicemente “materiale”, che significa inerte, oscuro, passeggero, senza vera consistenza metafisica o “soprannaturale”. Si tratta forse del più marcato dei dualismi del vecchio paradigma (...): il grande racconto reale non è un’avventura strettamente umana e soprannaturale in uno scenario materiale e disprezzabile come avevamo pensato; è qualcosa di radicalmente diverso. Lo stiamo scoprendo solo ora. La sua logica e la sua evidenza si impongono implacabilmente. Le religioni non possono sottrarsi alla sfida: dovranno piuttosto fare uno sforzo improbo per riformulare e tradurre il loro patrimonio simbolico nelle grandi coordinate del grande racconto della nuova cosmologia, se non vorranno essere abbandonate.

Concludendo

Il “vecchio racconto”, la vecchia visione cosmologica globale, è stata una delle grandi cause della crisi planetaria in cui oggi siamo immersi. (...). Ciò, unito ad un’economia irrazionale dominata dalla ricerca del profitto per il profitto, alla crescita esponenziale della popolazione e all’ignoranza riguardo agli effetti dell’“economia del carbonio”, ha condotto il pianeta sull’orlo del collasso. E in questa direzione continuiamo a camminare, per quanto sappiamo di essere già molto vicini a oltrepassare il punto di non ritorno verso una catastrofe geologica che si scatenerà contro la maggior parte delle specie viventi, inclusa la nostra. Già comincia a diventare più probabile che improbabile la previsione che l’umanità resti decimata o che addirittura sparisca.
Eppure, non siamo capaci di farcene carico. La maggior parte dell’umanità vive estranea a questa minaccia, immersa nel piccolo mondo personale e familiare, nel vecchio stile di vita predatorio. (...). Non abbiamo la capacità di abbandonare l’economia del carbonio che oggi sappiamo essere una delle principali cause fisiche del riscaldamento del pianeta.
Perché questa irresistibile inerzia di fronte alla minaccia più grave e forse più scientificamente certa che l’umanità abbia vissuto in tutta la sua storia? Perché questa paralisi che ci impedisce di reagire immediatamente come sarebbe logico? Risposta: perché la causa continua a risiedere in strutture di pensiero iscritte nei presupposti di base del pensiero occidentale, in quello che potremmo chiamare il paradigma culturale, l’autocomprensione umana più profonda che l’umanità ha di se stessa.
E perché le religioni sembrano continuare a volgere le spalle al problema? Perché non sono stare le prime ad alzare la voce o almeno a mobilitarsi immediatamente per porsi alla guida dell’umanità in uno sforzo supremo per salvare il pianeta con tutta la comunità di vita che lo abita? Forse perché le religioni sono proprio quelle con meno capacità di contribuire alla nuova visione di cui l’umanità ha bisogno per comprendere questa crisi e superarla, dal momento che sono le principali responsabili della vecchia visione che ha desacralizzato il pianeta, esiliato Dio e trasformato noi in predatori planetari per diritto divino.
Per questo è tanto importante, tanto decisivo, una questione di vita o di morte planetaria, che i credenti lucidi facciano in questo momento un’opzione per la salvezza del pianeta e la facciano non solo per la via della “cura” della natura - cosa molto importante e urgente -, ma soprattutto per quella dell’assunzione di una mentalità eco-religiosa. (...).
Sono state le religioni tradizionali quelle che più ci hanno posto in questa situazione. Dovrebbero essere i credenti lucidi - a cominciare dai teologi e dalle riviste di teologia - i più impegnati ad operare la riconversione del paradigma antiecologico comune alle religioni.

[da ADISTA, 16 aprile 2010,  http://www.adistaonline.it/]


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