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mons. Nogaro: LA CHIESA DELLA FRONTIERA

Testi di mons. Nogaro

 

La Chiesa della Frontiera  I risparmi della Chiesa
Intervista a mons. Nogaro sulla guerra in Afganistan
 
LA CHIESA DELLA FRONTIERA (tratto da www.il-margine.it)

"Guarite gli infermi" (Mt. 10, 8)

 

La frontiera è fuori del tempio. La frontiera è un luogo esposto. E’ il luogo degli arrivi e delle partenze. E’ il luogo dell'imprevisto, dell'inedito. E’ il luogo dell'originale. E’ il luogo dell'uomo sempre nuovo e sempre in attesa di una patria.

Ma è anche il luogo di Cristo. Non si può pensare qualcosa di più urgente e di più precario della Capanna della sua nascita.

Nella tradizione ebraica si racconta di Rabbì Jochanan che prevedendo la distruzione del tempio, nel 68, porta fuori Gerusalemme, in un luogo più sicuro, "ciò che si doveva conservare per il bene dell'umanità e ciò che si doveva abbandonare per conservare il Tutto". Era, infatti, un uomo il Rabbì che sapeva leggere i segni dei tempi, ma in questi segni non vedeva soltanto la storia, bensì la misteriosa volontà di Dio, che egli era abituato a praticare con tutta la sua vita.

Un giorno Rabbì Jochanan andò a vedere il tempio ormai distrutto e trovò a piangere sulle rovine Rabbì Joshuà. "Guai a noi, ripeteva questi, perchè è stato distrutto questo luogo dove si faceva espiazione per i peccati di Israele". Rabbì Jochanan lo confortò: "No, figlio mio, non sai che noi abbiamo un mezzo per fare espiazione più grande di questo? Qual è? Le opere di misericordia, perchè io voglio misericordia e non sacrificio" (Os. 6, 6).

Anche il grande tempio della cristianità tradizionale è ormai distrutto. I grandi riti che ancora si compiono non servono più a dare al mondo intero una buona coscienza. E' necessario che la Chiesa porti fuori del tempio ciò che deve essere salvato per il bene dell'uomo d'oggi.

Dal Concilio è stata chiamata all'aggiornamento, alla concezione della Parola di Dio come contemporaneità e non come lettera, come Spirito Santo e non come codificazione dottrinale.

Il vitello d'oro di una ortodossia fine a se stessa ha ricevuto nella Chiesa molti sacrifici, ha umiliato molti cuori, ha mortificato la missione con le diplomazie più ingegnose e ha reso la stessa Chiesa impedita in un dialogo e in un servizio fiduciali verso tutto il mondo degli uomini.

Anche per ciò che concerne l'ecumenismo è indispensabile capire, sull’"ut unum sint" di Cristo, che la comunione è qualcosa di più vasto e di più vero delle proprie certezze e delle proprie pur legittime chiese. Si possono accogliere il pluralismo e le opinioni all'interno di un'unica comunione di fede, pur riconoscendo la necessità di una sola prassi che è quella dell'amore per tutti gli uomini e della cura della loro salvezza.

Per tanti secoli la Chiesa ha voluto essere un grande fatto politico e un grande organismo giuridico. La Chiesa, invece, è l'incarnazione di Cristo che fa la storia nuova. E' quindi, una presenza viva ed affascinante, un impulso irresistibile di libertà e di amore, un'esperienza concreta di redenzione di ogni cosa della terra. Il fatto politico e l'organismo giuridico, pur indispensabili nella societas umana, sono, però, secondari. Hanno il ruolo di strumento. Supporto generoso alla libertà dello Spirito Santo.

I documenti magisteriali sono sempre definitivi, ma danno talora l'impressione di non fare spazio alla originalità dello Spirito Santo che "spira dove vuole".

Inculturare la fede significa anzitutto credere nell'uomo, credere nel popolo, fino a riscoprire in loro il volto di Cristo. Credere fino a constatare che lo Spirito ti attende nella casa di Cornelio il pagano e ti chiede di lasciare la tua legge per fare spazio alla tua vita di incirconciso (cf. At. 10).

Probabilmente il missionario non deve mettere l'incarnazione di Dio nell'uomo, ma deve ricavarla da ogni uomo, che è amato da Dio: "Ha amato me ha dato se stesso a me". Deve renderla aperta e visibile a benificio di tutti gli uomini.

 

"Oportet complerì..." (R. Mi. 37) dirà Giovanni Paolo II: Gesù viene integrato nella fede e nella cultura di ogni uomo.

Credere alla gente significa riconoscere che Dio "nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli" (Lc. 10, 21).

Per questa verità Gesù fa Eucarestia: "Ti ringrazio, o Padre".

Del resto, quanto interessa a Dio che tu gli dica di aver scoperto la sua vita intima, se egli è uno oppure trino, e di aver indovinato pure il suo piano sulla storia. Gli interessa soltanto che tu lo ami e ti adoperi per la tua salvezza.

La Chiesa, pertanto, deve riconoscersi la missionaria di Cristo, in grado di costruire il mondo nuovo, perchè lo ama con l'amore del Padre, ed ha il potere di dare la sua vita per esso. E' una Chiesa che opera la confluenza conviviale di unità e di diversità, di vita e di missione. Elabora quella cultura nuova nella quale il mistero dell'uomo e la sua verità integra sono riconosciuti come il fondamento di ogni ordine sociale economico, politico, educativo. E' una Chiesa che libera l'uomo perchè può testimoniare a tutti la misericordia infinita del Padre per l'uomo.

Con il Vaticano II la Chiesa si rende conto che il cuore della predicazione è il Regno di Dio.

Questo significa che la storia umana:

- deve essere trasformata in storia della salvezza, cioè nella storia della Riconciliazione degli uomini con il Padre e degli uomini fra loro;

- il senso e il fine della storia è la Pace, e il contenuto della pace è la Giustizia.

La denuncia della intollerabile povertà di certe categorie sociali non è sufficiente. E’ necessario che la Chiesa difenda i diritti e le attese dei poveri e dei bisognosi, intervenendo nelle forme più attente ed efficaci.

Ed è necessario che vengano preparati nuovi discepoli, i quali devono essere impegnati su programmi di spiritualità della Responsabilità e devono testimoniare la coscienza e la passione della liberazione del prossimo.

 

"Gesù è venuto a salvare ciò che era perduto". E manda i suoi discepoli affinchè "impongano le mani ai malati e questi guariranno" (Mc. 16, 18).

Dà anche il comando: "Guarite gli infermi" (Mt. 10, 8).

La Chiesa, pertanto, come il Samaritano Buono non può accontentarsi di essere presente al sofferente, ma deve curarlo. Deve provvedere a lui fino a ridargli la salute. La Chiesa non può esimersi dall’uomo. E l’uomo è sempre la frontiera del bisogno. Le emergenze del bisogno sono continue e la Chiesa entra in queste realtà portando la liberazione.

Ogni focolaio di guerra verrà spento, se tutti gli episcopati del mondo, se tutte le Chiese faranno opinione pubblica e di esecrazione verso la guerra e faranno pressione sui governi e sui popoli perchè desistano dalla violenza. I colonialismi di ogni genere devono essere continuamente segnalati e condannati dalle Chiese.

Le oppressioni dei popoli devono poter riconoscere nella Chiesa il baluardo della difesa contro l'abuso dei prepotenti. Ci deve essere una pastorale della immigrazione perchè il bisognoso di altre terre venga accolto come cittadino e come parente. I bisognosi più trascurati, come i carcerati, troveranno in tutta la Chiesa la tutela dei loro diritti.

Gli uomini di Chiesa sono testimoni affidabili come annunciatori della salvezza eterna solo se si presentano servitori della salvezza civile di ogni uomo, fino al sacrificio della propria vita.

 

"Pace a voi" (Gv. 20, 19)

Un unico scopo della storia. La Pace

Gesù è colui che porta a compimento tutta l'attesa messianica, perchè viene a portare agli uomini la pace (cf. Lc. 1, 70). E dichiara "figli di Dio... gli operatori di pace" (Mt. 5, 8).

Le condizioni di ingiustizia in alcune zone del globo sono, invece, talmente violente e pervasive da far ritenere necessaria la rivoluzione per cambiare le cose.

Che Guevara, che pur pensava essere gli ideali d’umanità e mai la violenza a fare la storia nuova, ripeteva anche che in certi casi di derelizione: "non sarà mai possibile cambiare nulla, senza una rivoluzione, senza l’uso delle armi".

E' vero, Arafat è giunto a concordare una pace tra i suoi palestinesi e gli israeliani con l'uso insistente ed accorto della guerriglia.

Ritengo, tuttavia, che il comportamento non violento sia ancora oggi l'unico deterrente contro ogni forma di sopraffazione. S. Francesco ha dimostrato che si può incontrare anche il diavolo, tale era considerato ai suoi tempi il sultano, "sine armis et sine argumentis philosophicis - senza armi e senza ideologie" e fraternizzare con lui, mediante l’amore di Cristo.

Soltanto "vincendo il male con il bene" (Rm. 12, 21) si può fare la pace.

Soltanto vincendo la guerra con la pace si potrà costruire il Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.

E’ infinitamente più uomo l’inerme giovane, che mette sulla piazza Tienanmen lo splendore della sua anima, dei soldati che con i pesanti carriarmati tentano di sopprimerlo.

Il mondo, in verità, ha ritrovato una visione planetaria del suo destino, il villaggio globale. In esso si può constatare che tutti gli uomini vivono delle stesse inquietudini, delle stesse paure e delle stesse speranze.

Nel villaggio cosmico si dovrà imparare che per fare la pace bisogna amare e far amare la vita dell’uomo.

Finchè l’uso delle armi e i gesti di provocazione vengono proposti come spettacoli seducenti delle alterazioni televisive; finché le manipolazioni genetiche, le pratiche dell’aborto e dell'eutanasia vengono legittimate; finchè gli abusi sui minori vengono tollerati; finché la violenza negli stadi trova consensi; finchè non si produce la giusta occupazione di tutti coloro che hanno diritto al lavoro, si manterranno accesi i focolai dei conflitti.

Eppure, ogni uomo, oggi, può sillabare le ragioni del proprio stare insieme in questa "Terra di uomini". E capisce che, soltanto, la solidarietà è valore di vita.

 

Le testimonianze della pace

Per primi i sofisti greci, come Ippia di Elide e Antifonte di Atene, aprono il dibattito sul rapporto tra natura e civiltà ed affermano che è la civiltà a dividere gli uomini che per natura si ritrovano fratelli. Saranno poi gli stoici ad affermare che l’uso della ragione rende tutti gli uomini uguali. La città degli uomini, pertanto è una sola, senza classi, senza frontiere e senza guerre. La pax romana della città universale sembra concretizzare queste intuizioni di persone illuminate. Ma Roma, di fatto, sarà maestra nell’arte della guerra.

La grande obiezione di coscienza contro la guerra verrà presentata dal Cristianesimo.

Sant’Ireneo può scrivere: "Gli uomini non pensano più a battersi, ma tendono l'altra guancia quando sono schiaffeggiati".

L’obiezione viene meno quando la Chiesa diventa apparato ideologico del potere e nasce l’idea della guerra santa. L’epopea di questo strano ideale sono le crociate.

Oggi, al di là di tutte le questioni morali che l'uso della violenza comporta, un nuovo modo di pensare è richiesto dalla situazione di incombente catastrofe.

La Costituzione italiana ripudia la guerra "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (art. 11).

Anche l’Onu è l'istituto nuovo che deve difendere la pace tra i popoli. Ma la pace è sempre minacciata dalla corsa agli armamenti, dalla proliferazione nucleare, dalla manipolazione ideologica, dai focolai locali di guerra.

E’ essenziale un cambiamento qualitativo di mentalità e di pratica politica. Il comune imperativo morale della non violenza deve rendere operante una comune strategia di pace. Il Mahatma Gandhi scrive: "Io cerco di spuntare completamente la spada del tiranno, non urtandola con un acciaio meglio affilato, ma ingannando la sua attesa di vedermi offrirgli una resistenza fisica. Troverà in me una resistenza dell'anima, che sfuggirà alla sua stretta".

Nel nostro tempo, le grandi testimonianze di Martin Luther King, di Aldo Capitini, di Papa Giovanni, di Lorenzo Milani, di Giorgio La Pira, di Ernesto Balducci, di don Tonino Bello sono non soltanto esemplari, ma programmatiche.

Come donare il diritto di cittadinanza a una non violenza attiva, che diventi una reale strategia di pace? L’avvenire non è della violenza. Ma come metter ein movimento tutte le energie dell'amore e della verità?

Il Vangelo insegna che la rassegnazione all'ineluttabile non è cristiana. C'è sempre l’avvenire dell’uomo. E non ci si può fermare in soluzioni che rischiano di imprigionarci.

La fede fonda una visione dell’uomo e della storia, lontana da ogni forma di violenza fisica e morale, nel mistero della misericordia e della risurrezione di Cristo.

 

 

Il Concilio Ecumenico della pace

 

La Chiesa, in epoche passate, sembrava premurosa più della propria affermazione che non dei diritti dell’uomo. Dopo il Vaticano II, una nuova presa di coscienza del Vangelo le permette di comprendere che o è attiva testimonianza di amore per la pace e per tutti i diritti dell'uomo o rimane una copertura religiosa degli interessi di parte.

L’impegno per la pace è, oggi, per la Chiesa, il cammino che le permette di seguire il Cristo, sotto l’impulso dello Spirito. La riconciliazione è un atteggiamento che dona alla Chiesa e al credente la possibilità di rendere ragione della sua speranza (cf. Pt. 3, 15).

La Chiesa è artigiana della pace, non solo della pace dei cuori, ma anche della pace che passa attraverso l’azione politica. Deve pregare per la pace, ma anche difendere l’uomo dal dominio incontrollato delle istituzioni e delle corporazioni, che rischiano di renderlo puro strumento della loro volontà di potenza. Deve intervenire per allargare gli ordinamenti democratici che esprimono la sovranità popolare per rendere attiva sempre la libertà personale. Deve difendere l’uguaglianza tra gli uomini, impedire lo sfruttamento di una classe su un’altra, di un popolo su un altro e combattere apertamente l'onnipotenza del capitale e del profitto, della mafia e della camorra. Deve denunciare quelle scelte politiche e militari che ancora concedono una corsa agli armamenti e provocare un disarmo progressivo. Deve sostenere il rischio di proposte soltanto generose da parte di movimenti, che rifiutano ogni genere di armamenti e chiedono che il capitale corrispondente venga usato per lo sviluppo dei Paesi più poveri. Deve farsi maestra di quelle forze libere che propongono centri di studio per elaborare altri sistemi di difesa, come la difesa civile e altri mezzi di difesa non violenta. Deve solidarizzare con coloro che pongono gesti di doverosa protesta: obiezione di coscienza, marce per la pace, giudizi di illegalità per le spese militari.

Deve combattere l’autoritarismo, lo spirito di competizione, la chiusura ideologica. L’esaltazione dei condottieri, il disprezzo per i vinti, il culto della razza, la magnificenza della patria, l’eurocentrismo non sono certamente elementi che rendono maturo e idoneo l’uomo del villaggio globale.

L’educazione alla pace è addestramento al dialogo volenteroso per quanto difficile, è fiducia nella ragione dell’incontro e della relazione, è stimolo ad accettare nella propria comunità il diverso, il subnormale, il ribelle.

L’educazione alla pace è diffondere la fiducia nella prossimità e nella socialità di ogni uomo.

Si fa la pace soltanto mediante la fede nell’uomo.

Grande è il Sogno che la Chiesa Cattolica prenda l’iniziativa di un Concilio Ecumenico della Pace con tutte le chiese del mondo. E’ il sogno di Isaia ed è l'incarnazione di Cristo: la pace fra le chiese e la pace fra i popoli.

 

La pace è la biografia del Regno di Dio

La pace è l’unico credito che si può dare alla vita. Si vive nella ricerca della vita migliore, offerta solo dalla pace.

Ma la pace non esiste se l’uomo non la fa. La pace è sempre sollevata sulla croce, perché l'uomo per farla deve liberarsi da tutte le logiche dei propri interessi e da tutte le seduzioni dei beni temporanei. La pace non è soltanto assenza dei conflitti, ma è la costruzione della giustizia. E’ il sacrificio ed è la gioia dell'uomo. Infatti essa è riconoscere l'uomo come il capitale più prezioso e vivere per amarlo e per salvarlo.

Gesù Cristo ha fondato la Chiesa quale sacramento di pace per tutti gli uomini dei cinque continenti. Egli è la misericordia del Padre. E’ colui che dona la sua vita. E’ Eucarestia, pane spezzato e sangue versato, per la salvezza di tutti gli uomini.

Anche oggi la Chiesa fa la pace, mediante un senso di venerazione per l’uomo del nostro tempo. Lascia l’euforia altezzosa della sua dottrina e delle sue conquiste sociali, per rintracciare confidenzialmente l’uomo. Non vuole i formalismi protocollari e le scontate liturgie e cerca la comunione semplice e immediata. Non vuole apparire grande, ma essere benedizione. Sa che "il Regno di Dio non attira l’attenzione" (Lc. 17, 21), perché è il cuore stesso di ogni uomo.

Non difende una dottrina ma ordina un servizio solerte e nascosto. Ha l’urgenza dell’amore.

Rinuncia alla sacralità autoritaria nei confronti degli smarrimenti di ogni uomo. L’uomo è l’essere misero, che conosce il dolore della sua miseria. Ed ha bisogno sempre di un padre e non di un dominatore. Si rivolge alla Chiesa Mater et magistra: educatrice di umanità, ma, soprattutto, madre "che prende in braccio il suo bambino, ricordandosi della sua misericordia" (Lc. 1, 54).

La Chiesa è chiamata ad essere una Chiesa di popolo, una Chiesa dei poveri. Respinge il primato della morale sull’etica. Preferisce, cioè, la responsabilità delle coscienze, la sofferenza delle scelte personali, alle obbedienze istituzionali.

Abdica alla potentia ed agli istituti del dominio per riprendere la regalitas, che è la carità, la capacità di amare l’uomo quanto lo ama Dio. Ed è compiacenza per tutti gli sforzi, che l’uomo compie per rendere vera e grande la sua storia.

Non intende più accompagnare con il silenzio o addirittura con il privilegio i farisei di tutte le società ed i "mercanti del tempio". Non è referendaria di nessun partito e di nessuna classe politica, ma trasparenza d'umanità.

La sua visuale religiosa non sarà prevalentemente protettiva, consolatoria, sacrale, emotiva, ma diventerà sorgente di una fede adulta, matura e missionaria.

Storicamente la Chiesa non ha avuto sempre questa fisionomia. Ma deve riprendersi e praticare le beatitudini. Solo le beatitudini fanno la pace. E solo la pace è la salvezza dell’uomo e del mondo.

La pace è il Regno di Dio che il Vangelo e la Chiesa devono continuamente costruire.

La fede in Cristo è estesa quanto l’uomo.

Non è ammissibile, infatti, che l’Incarnazione venga riservata ad alcune persone privilegiate. Ciò significherebbe mortificare l’amore del Padre. L'amore del Padre è patrimonio di tutta l’umanità.

Non c'è più Figlio di Dio senza essere Figlio dell’uomo. Non c’è più Figlio dell'uomo senza essere Figlio di Dio.

Il Vangelo è, appunto, la notizia sorprendente e gioiosa, che rivela a tutti gli uomini la loro capacità di diventare fratelli. Tutta la dinamica del Regno di Dio si ritrova nell’impulso dell’umanità unita di incontrare il Padre Nostro, nella "remissione dei debiti dei fratelli".

L'uomo di tutti i meridiani e di tutti i paralleli è sempre il fratello che fa la pace.

 

"La pace non si gode, si crea": è la giusta indicazione di Paolo VI.

Giovanni Paolo II è divenuto un archetipo di civiltà, perchè è riuscito, negli incontri di Assisi, a mettere in comunione le grandi religioni, per assicurare a tutti gli abitanti della terra la Provvidenza del Padre: "Dice il Signore: Pace ai lontani, pace ai vicini; io li guarirò" (Is. 57, 19). I discepoli del Risorto vengono trasfigurati nella sua pace: "Pace a voi" (Gv. 20, 19-20). La loro missione: "abbiate come calzature ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace" (Ef. 6, 15).

 

 
 
I risparmi della chiesa (ed. La Meridiana www.lameridiana.it)

È di una attualità straordinaria la pericope di 1 Re 19,1-18, che descrive Elia in cammino verso il "monte di Dio, l’Oreb".
Il profeta è il difensore di Jahwè. Anche il suo nome significa "Jahwè è il mio Dio".
Egli "è pieno di zelo per il Signore" e per questo viene brutalmente colpito. Di fronte allo smaniare dei sacerdoti di Baal e all’odio della regina Gezabele è costretto a fuggire. Si ripara nella cavità della rupe e si lamenta: "Sono rimasto solo... Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri". È sfiduciato. Non riconosce più nessun carisma particolare al suo destino di eletto del Signore. Rimane, tuttavia, seducente la provocazione di Dio, che sconvolge gli elementi naturali, con "l’uragano", con il "terremoto" e con "l’incendio", per richiamare l’attenzione di Elia. Sono ancora i segni del successo e della mondanità, che Elia aveva conosciuto sul monte Carmelo, e che ora lo lasciano deluso.
Un "soave sussurro" è il gesto convincente del Signore che richiama di nuovo Elia al dialogo, al confronto e alla missione. Elia si convince e diventa il fondatore dell’interiorità nel rapporto dell’uomo con Dio.
Nella profondità dell’essere uomo c’è la "specie divina" ad annunciare il carattere creativo di Dio, che rivela a Elia: "Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone". Dio corrisponde allo sforzo umano con la misericordia, che traduce in salvezza anche gli insuccessi della libertà dell’uomo. "Settemila" è, infatti, un numero simbolico per indicare la universalità umana.
Il riferimento a Elia è emblematico nel nuovo testamento. Nella mentalità popolare il Cristo viene talora identificato con Elia. Soprattutto nella trasfigurazione la compagnia di Elia diventa essenziale per Gesù. Le vicende della vita del profeta sono, quindi, immagine della Chiesa "sacramento universale della salvezza" (L.G. 48). Ma oggi in una società secolarizzata ed esclusivista la Chiesa non sembra trovare posto. La sua opera riesce piuttosto fallimentare in mezzo a contrasti e a travagli di ogni genere.
In realtà, la Chiesa non è fatta di santi, ma di peccatori, di penitenti, di perdonati.
Le parabole evangeliche mostrano la Chiesa composta di grano e di zizzania, di vergini savie e di vergini stolte, di persone che hanno molti e pochi talenti. Ciò non vuol dire che sia divisa in due classi, facilmente riconoscibili, di santi e di peccatori. Tutti hanno l’obbligo di sforzarsi di vivere senza peccato. Ma per quanto virtuosi si possa essere, le virtù non liberano gli uomini dalla propria condizione di peccatori.
Importante è che sappiano di essere peccatori e cerchino di convertirsi. Sono i penitenti. Non coloro che compiono atti sgradevoli per mortificarsi. Ma coloro che, consapevoli del loro peccato, chiedono la comprensione del Padre e il perdono dei fratelli.
Non vengono giudicati, ma perdonati. "Le forze del male non prevarranno mai contro di essa" (Mt. 16,18), perché la Chiesa resiste e risana e perdona sempre l’uomo.
Perdona perché la sua originalità è amare l’uomo "non a parole né con la lingua, ma a fatti e nella verità" (1Gv. 3, 18).
La Chiesa è sacramento perché ama tanto l’uomo quanto Dio è capace di perdonare, cioè all’infinito.
Si capisce, allora, come Dio risparmia sempre l’uomo, perché questi è "il suo erede".
Riesco a pensare che "i risparmi" della Chiesa sono sempre autentici e imponenti perché sono gli stessi risparmi di Dio: gli uomini.

 

 

 
Intervista a Mons. Nogaro

 

 

CASERTA

Corriere del Mezzogiorno” 9/11/2001

“La pace non è solo la mia convinzione di vita, la proposta del Vangelo, ma pure la conclusione logica di tutta la civiltà occidentale. Albert Einstein raccontava spesso di non sapere come sarebbe stata combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma era sicuro che non avrebbe lasciato civiltà superstiti”. È amareggiato il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro. Non lo dice ma sono momenti molto duri per la sua coscienza di pastore, perché vive il dramma del ritorno in guerra dell’Italia. E perché quella che è cominciata mercoledì con il voto favorevole del Parlamento italiano, sarà una “guerra infinita”.

Monsignor Nogaro è noto per la sua attenzione ai più deboli ed ai diseredati, ma pure per essere stato il primo prelato, in Campania e nel Mezzogiorno, a rilanciare una forte cultura della pace insieme al compianto don Tonino Bello. Non a caso, proprio a Caserta, si svolge da diversi anni un’importante marcia della pace. Nogaro è addolorato per il voto dei parlamentari cattolici, cristiani a favore della guerra. Ritiene che l’intervento bellico sia anticostituzionale, “perché nella nostra Costituzione non si è mai parlato di guerra offensiva, ma solo difensiva” ed accomuna l’iniziativa del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, assieme a tutti i gruppi parlamentari che l’hanno sostenuta, alla condotta di Benito Mussolini all’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Monsignor Nogaro, perché è contrario all’entrata in guerra dell’Italia contro l’Afghanistan?

“L’Italia è ancora oggi un Paese fondamentalmente cristiano ed i cristiani dovrebbero essere sempre contro tutte le guerre. L’Italia, poi, entra in guerra non perché sia stata attaccata dai terroristi, ma solo per non sfigurare al cospetto degli altri paesi europei, per poter sedere al tavolo comune con le altre potenze. Ritengo, inoltre, che si tratti di una guerra anticostituzionale, perché la nostra Carta fondamentale non prevede l’intervento offensivo ma solo difensivo”.

Allora i cristiani non dovrebbero combattere guerre né difendersi?

Nei primi due secoli della cristianità i cattolici non potevano appartenere alla milizia. Da Costantino in poi e con Agostino ed Eusebio di Cesarea, in particolare, si è affermato i principio della guerra giusta. Io non condivido la guerra”.

Allora, durante la Seconda Guerra Mondiale, non ci si sarebbe dovuti opporre al nazismo?

Il Vangelo dice: porgi l’altra guancia. Contro il nazismo, però, non si è trattato di una guerra offensiva, ma di una resistenza. Lo spiega bene pure il teologo protestante Bonhoeffer: la resistenza civile non sarebbe riuscita ad avere ragione di Hitler e dei nazisti. È stata necessaria la guerra.

Gli Usa, allora, come avrebbero dovuto contrastare il terrorismo?

Gli attentati contro gli Stati Uniti sono stati un momento drammatico e per questo la nazione americana ha ottenuto la solidarietà di quasi tutto il mondo. Però avrebbe dovuto mettere insieme tutte queste nazioni e ridare nuova veste all’Onu per combattere il terrorismo. Sarebbe stato possibile individuare il mandante e colpirlo, eliminando l’organizzazione. I terroristi hanno dimostrato di possedere mezzi e risorse, la guerra contro di loro sarà senza fine e rischia di vederli trionfare. La Russia, dopo dieci anni di guerra, dovette capitolare. Gli arabi sono abituati a non cedere mai”.

Eppure i parlamentari cattolici hanno votato a favore dell’iniziativa militare.

“I cattolici non dovrebbero mai votare per la guerra, ma solo per la pace. Hanno votato contro coscienza, contro se stessi e gli altri. È una guerra cattiva e sciocca: si uccidono centinaia di innocenti, avremmo fatto meglio a rimanerne fuori”.

Perché abbiamo scelto di partecipare?

“L’obiettivo del Duce, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, era quello di partecipare alla spartizione dei proventi della vittoria. Noi abbiamo deciso di sederci al tavolo dei potenti, invece di lavorare per la pace”.

 

 

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