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sr. Irene Bersani: Missione e non violenza

tratto da RAGGIO


MISSIONE E NONVIOLENZA

Perché si accenda il giorno
sr Irene Bersani

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Di seguito riportiamo un articolo tratto dal numero di giugno di Raggio, il mensile delle Missionarie Comboniane.
Introduzione
Genesi dell'evento
Cosa è stato per noi
Abbiamo centrato l'obiettivo?

Un “evento dello Spirito” nella storia della comunicazione missionaria: il Convegno FeSMI sulla nonviolenza, Verona, CUM, 7-9 maggio 2002.

Il tema non riguarda solo la stampa missionaria, ma molto può dipendere da questa se si diffonderà e radicherà la nuova cultura della nonviolenza: un valore personale e sociale capace di trasformare positivamente il mondo.

Proponendoci di condividere, in seguito, contenuti e testimonianze offerte dai relatori al Convegno, diamo ora uno sguardo a cosa è emerso nella tre giorni di Verona.

 

- Qual è il momento preciso in cui finisce la notte e comincia il giorno?-, domandò un vecchio rabbino ai suoi allievi.

- Forse da quando si può distinguere facilmente un cane da una pecora? -, azzardò qualcuno.

- No! -, rispose il rabbino.

- Quando si distingue un albero da datteri da uno di fichi? - insinuò chi si riteneva più acuto.

- No! -, ripetè il rabbino.

- Ma quando è allora? - esclamarono, arrendendosi, gli allievi.

Il rabbino li avvolse con il suo sguardo profondo, come consegnasse ad ognuno il suo tesoro, poi scandì gravemente: - È quando, guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore -.

 

La “parabola” midrashica[1] ha un seguito.

Confrontata con la sapienza del maestro, la nostra epoca, quale appare disegnata dai mass media, è proprio notte fonda e il giorno è molto al di là da venire.

C’è però ancora chi crede che il bagliore dilagante dell’aurora possa venir anticipato da molte piccole luci che rendono possibile camminare insieme anche nella notte, incontro al giorno, che, dopotutto, non dipende da noi, perché è dono dall’alto.

Potrebbe essere questa la parabola che descrive il cammino di tanti operatori di pace e, nel nostro caso, di un gruppo di comunicatori/trici missionari/ie.

L’evento che segna la loro presa di coscienza “comunitaria” della situazione attuale e delle varie responsabilità passate e presenti, inducendoli a un attento ascolto dell’appello ineludibile - che viene dal Vangelo e dal grido dell’umanità -, alla nonviolenza e all’amore universale, si è realizzato nei tre giorni (7 – 8 – 9 maggio) del Convegno FeSMI (Federazione della Stampa Missionaria Italiana), a Verona , sul tema: “La nonviolenza possibile: una sfida per la missione”. (Provocati dal presente, riflettiamo sull’aspetto teologico, educativo, operativo della nonviolenza come alternativa alla guerra, annunciava la locandina).

 

 

Genesi dell’evento

 

      Ci eravamo trovati tutti d’accordo sulla scelta del tema, incontrandoci a Bologna il 9 novembre scorso, per la periodica assemblea dei responsabili delle nostre riviste. Ed è significativo!

Forse troppo convinti d’essere assertori qualificati del valore evangelico della pace, abbiamo avvertito come, dopo tanti conflitti, causa di un numero sterminato di morti (marginali al nostro mondo occidentale e perciò lontani dalla coscienza comune), il bubbone scoppiato a New York quell’11 settembre e le controrisposte al terrorismo, non meno violente, ci costringevano ad affrontare radicalmente la “notte” della coscienza che ottenebra, in certi momenti, i princìpi evangelici e ci spinge come naufraghi ad appigliarci a presunte tavole di salvezza: “la guerra giusta”, ad esempio, per debellare il terrorismo.

 «La guerra, strumento di difesa, quando vi siano le ragioni sufficienti per farla». Questo il criterio infiltratosi anche in mezzo alle più sante convinzioni del mondo cristiano. «Convinti che non eravamo spinti né da odio, né da paura, ma solo da un infinito senso di giustizia, attraverso i nostri rappresentanti politici abbiamo detto sì alla guerra e siamo diventati  ancora una volta una nazione in guerra». Così Teresina Caffi, missionaria saveriana, presenta ai convegnisti della FeSMI l’atmosfera in cui si è rivelato necessario uno “stacco” dello spirito in mezzo all’incalzare cieco degli eventi cui ci si adeguava più o meno supinamente. «Ciò che ci lasciava più pensosi era il fatto di una pluralità di posizioni nella Chiesa nei confronti di questi eventi. Pluralità  che si realizzava nei responsabili a vari livelli e nei semplici fedeli. Si andava da chi la difendeva come legittima autodifesa, a chi cercava di dire “sì e no” insieme, a chi diceva decisamente, e in ogni caso, “no”. In particolare lasciava pensosi il fatto che anche i cristiani discutessero della cosa in termini di “convenienza” o “non convenienza”, facendone dei ragionamenti politici e accettando il principio machiavellico circa il fine e i mezzi. Molti di noi non si sono resi conto che l’unica domanda seria da farsi è: “Che cosa ne dice il Vangelo? Che farebbe Gesù Cristo in questo momento?” A costo di smarcarci».

      Guardandoci “dentro” e fra noi, ci siamo resi conto allora che di fronte a una scelta come quella della guerra, che non ammette “sì e no” insieme, o pavidi “ni”, mentre il mondo missionario in genere, attraverso la Misna[2], esprimeva il “no” alla guerra, per il cumulo di sofferenze che infligge alle popolazioni inermi, le riviste missionarie assumevano posizioni con sfumature diverse.

      Era arrivato il momento di chiarirci. Partendo dalla situazione presente, avremmo studiato la nonviolenza nei suoi aspetti teologici e di metodo,

- come via alternativa alla guerra,

- come sfida per la missione e

- proposta da condividere (attaverso la stampa) con i nostri lettori.

      Partendo dal presupposto-sfida: no all’azione bellica, con l’aiuto di esperti e attraverso momenti di dibattito e di laboratorio, avremmo cercato di approfondire motivazioni, indicare piste d’azione e creare mentalità.

 

Cosa è stato per noi

 

      Un’esperienza shockante. Per la trentina di convegnisti presenti è stata un’immersione profonda nella grande marea della violenza che da secoli insanguina il mondo (con il consenso e le giustificazioni più assurde offerte dai partners più incredibili) e, al tempo stesso, è stata un incontro chiaro e ragionato con l’ideale perseguibile e le piste della nonviolenza, riscattata dal rango di favoletta per sognatori in cui viene relegata dai dominatori dell’opinione pubblica.

      È stato soprattutto il Convegno degli interrogativi inquietanti da cui dovrebbe partire il risveglio della coscienza per troppo tempo succube delle “ragioni belliche” o ciecamente consenziente, e la “conversione” alla nonviolenza attiva da vivere e comunicare.

      Il crescendo di interrogativi va dai perché di certi silenzi giornalistici, certe difficoltà redazionali e di impatto sul pubblico, ad altri, ben più tormentosi, sulle radici e le motivazioni della violenza nella nostra storia cristiana e missionaria.

      La relazione :“La guerra vista da un giornalista”,‘di Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera, apre un panorama di “guerre dimenticate”, o piuttosto”volutamente ignorate” e “messe a tacere” perché non facciano opinione e non urtino gli sporchi interessi economico-politici che governano il mondo.

 Segue una raffica di interrogativi “perforanti”, scaturita provocatoriamente dalla ricerca teologica delle radici della violenza e della nonviolenza, avviata dal teologo cingalese p. Tissa Balasuryia, (OMI). «Perché riflettere su una teologia della nonviolenza quando la teologia si occupa di un Dio che è amore e che in Gesù ci ha mostrato la strada della nonviolenza?».

      Necessaria e stimolante la sua “riabilitazione” dei valori evangelici della nonviolenza e dell’amore universale, così tristemente e ampiamente traditi nei secoli, proprio da chi avrebbe dovuto esserne assertore e testimone. La vastità del panorama storico affrontato in breve tempo, e la posizione teologica assunta dal relatore (con alcune affermazioni che non riusciamo a condividere), ci sembra abbia reso la sua analisi un po’ unilaterale e riduttiva.

      Al di là di questo, resta la pressante istanza a un’attenzione più rispettosa dell’ “altro” e degli “altri”, per un dialogo umano, cristiano ed ecumenico, e soprattutto l’invito al coraggio di amare tutti a costo della propria vita.

      Un intenso richiamo a far ritorno alla purezza nonviolenta delle origini cristiane (i primi tre secoli) ci viene dalla relazione serena, obiettiva e documentata dello storico Prof. Emilio Butturini, ordinario di Scienze della Formazione (Pedagogia) all’università di Verona, e dalla proposta, chiara e “programmata” dell’”antimilitarista” dehoniano, p. Angelo Cavagna, del Movimento Obiettori di coscienza, circa le ragioni di fede dell’impegno pacifista. Suo il motto: “Le idee guidano la storia, i movimenti la costruiscono”.

Ci interpellano profondamente le testimonianze coraggiose, luminose, serene, offerte

dall’esperienza di Nevè Shalom Wahat as+Salam, scuola di convivenza israelo+palestinese; quella di mons. Antonio Riboldi, vescovo emerito di Acerra, esperto “di persona” di cosa significhi essere cristiano e vescovo in terra di camorra e n’drangheta; quella di p. Alex Zanotelli, comboniano, reduce da dodici anni di baraccopoli a Korogocho, Kenya, che prospetta strategie di resistenza nonviolenta che coinvolgano in prima persona la popolazione locale. Molto illuminante la chiarezza di indicazioni emerse dal laboratorio e dalla conversazione, su nonviolenza e  pacifismo, animata da  Mao Valpiana, direttore della rivista “Azione nonviolenta”  (del movimento fondato in Italia da Aldo Capitini nel 1961); simpaticamente utili le strategie apprese da Daniele Novara del Centro Psicopedagogico per la Pace, per gestire in maniera positiva i conflitti, senza volerli soffocare o reprimere.

       

Abbiamo centrato l’obiettivo?

 

      La risposta verrà, nel tempo, da quello che fiorirà nei solchi aperti, non senza fatica e sofferenza, nelle nostre coscienze e da ciò che saremo capaci di seminare attorno a noi, senza temere “il nemico” che “nella notte invade il campo e vi sparge zizzania” con apparente successo.

Individuate le ragioni e le piste della nonviolenza, si tratta ora di calare nel nostro quotidiano personale (innanzitutto!) e professionale, di comunicatori/trici missionari/ie, la convinzione raggiunta, e approfondirla, liberandola da residui consci o inconsci di mentalità “violenta”.

Confrontare costantemente la nostra lettura della realtà non con i princi pi “di comodo”, ma con l’inequivocabile “scomodità” luminosa della Parola e della testimonianza di Gesù, con la Sua Persona (per non ridurre il messaggio a ideologia). A partire di lì, purificare il nostro linguaggio! La parola può essere arma che ferisce più delle pallottole. Denunciare le colpe commesse da qualunque parte e confessare un sincero “mea culpa”, non trascurando di riconoscere e valorizzare il cammino compiuto e la ricchezza di indicazioni e testimonianze che, sia la Chiesa, sia la società civile, ci offrono. Non rischiare anche noi, nell’ardore di sincerità e autocritica, di valorizzare solo la “cronaca nera” lasciando “nel cassetto” le notizie positive perché “quelle buone non tirano”.

Il cammino è aperto e nessuno di noi, tornando dal Convegno, sente di essere semplicemente “come prima” d’incontrarci. 

Cominciando da noi stessi, secondo la parabola rabbinica, accendiamo le nostre piccole luci andando incontro al dilagare dell’aurora e quando, guardando il volto di una persona o di un popolo qualunque, vi riconosceremo - e aiuteremo a riconoscervi -, fratelli e sorelle, scopriremo che, anche a nostra insaputa, la notte si è fatta più corta e «il giorno è già avanzato».



[1] Dell’interpretazione biblica (midra’sh) dei dottori ebrei.

[2] Agenzia elettronica di informazione missionaria: www.misna.org

 

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