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Leonardo Boff: La fine del mondo e la sua vera genesi

tratto da ADISTA

La fine del mondo e la sua vera genesi

di Leonardo Boff

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Tratto da "ADISTA"

La fine del mondo e la sua vera genesi

Normalmente i fedeli interpretano i testi apocalittici alla lettera, come reportage anticipati della fine del mondo. Ogni generazione pretende di vedere nelle guerre e nelle catastrofi naturali i segni precursori della fine.

Per esempio, San Girolamo vedeva nella caduta dell'Impero Romano il segnale della fine ormai vicina. San Gregorio, il Grande, leggeva nei cataclismi naturali della sua epoca il segnale della fine imminente.

Oggi, specialmente a causa delle crisi mondiali, degli atti terroristici e del degrado ecologico, proliferano i profeti di malaugurio e tornano i miti sulla fine della specie. Nonostante ciò, la storia continua, facendosi gioco delle fantasie umane, nonostante siano scaturite da persone religiose e sante.

Né per questo dobbiamo mettere da parte i severi testi come questo del vangelo di San Marco. Ma dobbiamo fare giustizia nei confronti dell'intenzione degli autori sacri. Essi non ci vogliono spaventare, né anticipare scenari che spetta solo al Padre conoscere e comunicare (Mc 13,32). Essi vogliono consolare le comunità cristiane.

Per questo dobbiamo superare la lettura meramente letterale dei passi apocalittici perché questa sembra dire il contrario. Dobbiamo distinguere il messaggio e il linguaggio con il quale esso ci viene comunicato. Il messaggio è che la fine sarà buona, Dio sarà vincitore e il mondo cammina non verso la catastrofe ma verso la piena trasfigurazione. Questo messaggio è racchiuso all'interno del genere letterario apocalittico. È proprio di questo genere letterario descrivere la fine del mondo in termini di catastrofi cosmiche, di guerre, fame, lotte tenacissime tra mostri. È un genere simile ai nostri romanzi futuristi o di fantascienza.

Gli studiosi seri, cattolici ed ecumenici, ci insegnano che questi testi apocalittici circa la fine del mondo furono riuniti ed elaborati letterariamente quando la Chiesa delle origini passava attraverso la terribile persecuzione di Nerone (54-68 per i Sinottici) e, più tardi, la persecuzione di Domiziano (69-79 per l'Apocalisse). L'obiettivo era rinforzare la comunità: "alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina" (Lc 21,28).

Concretamente l'interpretazione esegetica di Mc 13,24-25 "in quei giorni... il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte" è la seguente: non si pensa qui all'annientamento del mondo, ma, quando apparirà Cristo, finanche quello che pare stabile (le potenze del cielo) sarà sconvolto. La luce della gloria del Figlio dell'Uomo è tale che le luci del sole e della luna perdono il proprio splendore. Inoltre, la venuta di Cristo comporterà un giudizio con (annessa) la separazione tra il bene e il male.

Già nell'AT il giudizio divino era rappresentato come una convulsione degli astri. Così il giudizio su Babilonia (Is 13,9-10), su Israele (Am 7,9) o su Edom (Is 34,4). Il senso è metaforico: quando il più forte viene (Cristo), il forte non ha più resistenza e consistenza. San Pietro, coerentemente al genere apocalittico, dice nella sua epistola: "ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi… gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta… E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2Pt 3,7.10.12.13). Come dice lo stesso Cristo, alla fine si avrà una palingenesi, che vuol dire una nuova nascita di tutte le cose (Mt 19,23), cioè: la fine del mondo è la sua vera genesi, il suo completo terminare di nascere.

Se è così, perché temere? Non andiamo incontro alla catastrofe o all'abisso, ma ad un finale buono e alla piena trasfigurazione del mondo e della condizione umana.

 

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