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Lc 10, 25-37: Il buon Samaritano

campo di Roma 2008

 

 

IL BUON SAMARITANO
Lc 10, 25-37


25Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai».
29Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30Gesù riprese:
 «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso».


Gesù racconta questa parabola per rispondere alla domanda postagli dal dottore della legge: Cosa fare per ereditare la vita eterna?

Sembra che il segreto stia nell’AMARE! Amare Dio e amare il prossimo….di amore infatti si muore, ma di essere amato si vive.

L’uomo spesso parte dall’amore del prossimo per arrivare a quello di Dio: solo da un amore dato e  ricevuto da un prossimo possiamo arrivare a sperimentare e riconoscere quello di Dio per noi; per questo ogni essere umano si presenta come un assetato di amore. Più questo bisogno di amore si fa grande e più l’essere umano appare poco attraente, vulnerabile, suscettibile di emarginazione. Pensiamo all’essere umano toccato dalla malattia, dalla povertà, abbruttito dalla violenza.
Questa parabola c’invita a celebrare l’incontro con il volto sofferente. Perché questo incontro si realizzi veramente abbiamo bisogno di…

Contemplare il volto
Difficoltà: che cosa suscita in noi l’incontro con un volto sofferente?
Attualmente, come atteggiamento di massa, ci muoviamo tra rimozione e spettacolarizzazione, tra rimozione della morte e epopea del macabro. O la morte in diretta oppure la sofferenza degli altri vista attraverso la mediazione protettiva dei mass media.  
Sappiamo sostenere la visione di un concreto volto sofferente? È ancora possibile la compassione? Oppure è ormai soffocata dall’indifferenza, la rimozione, l’abitudine, la paura?
Vedere è considerare il volto completo dell’uomo sofferente:

- un evento inatteso rende questo uomo sventurato, a un passo dalla morte
- davanti al sacerdote e al Levita questo uomo diviene l’uomo di cui non ci si prende cura, che patisce l’indifferenza omicida. Sperimenta di essere un nulla, uno da evitare
- davanti al samaritano diventa l’uomo aiutato, che fa esperienza di qualcuno che si prende cura di lui gratuitamente, colui che sperimenta la compassione dell’altro.

Un ulteriore esempio: quella donna anziana che mendicava ogni giorno sulle strade di Parigi… quel giorno che qualcuno le regalò una rosa, esclamò: "Mi ha vista!" Qualcuno ha saputo vedere nel volto della mendicante la sete profonda della persona. Non l’ha ridotta al suo puro bisogno materiale. E da quel giorno non fu più vista mendicare su quella via.

Ascoltare il volto sofferente
È un atteggiamento molto difficile da coltivare: pensiamo a quanto sia più facile fornire farmaci per la depressione che ascoltare il silenzio del depresso.
La maggior parte  degli orecchi si chiudono alle parole che cercano di dire una sofferenza. Costruiamo barriere per evitare che la sofferenza passi da chi la vive a chi l’ascolta. Ma senza l’ascolto del sofferente, noi lo rileghiamo all’isolamento… e precludiamo a noi stessi la possibilità di comunicare la nostra sofferenza.

Con-soffrire con il sofferente…compassione
Non basta vedere il sofferente, occorre fargli spazio in noi, provare compassione, solidarizzare con lui... La compassione è sottrarre il dolore alla sua solitudine. Ma per arrivare a vivere ciò dobbiamo riconoscere le opposizioni con le quali lottiamo dentro di noi. Dobbiamo imparare a vedere la nostra paura; spesso essa c’impedisce di scorgere la paura del sofferente. Forse ho paura dell’isolamento in cui giace il ferito.

"Il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro… Non è la molteplicità umana che crea la socialità, ma è questa relazione strana che inizia nel dolore in cui faccio appello all’altro, e nel suo dolore che mi turba, nel dolore dell’altro che non mi è indifferente. È la compassione… Soffrire non ha senso, ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza, è la mia più grande dignità… La compassione, cioè soffrire con l’altro è la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo". (Emmanuel Levinas)


Colui che ama il prossimo è forse il ferito che, nella sua assoluta impotenza, concede all’altro l’occasione di divenire pienamente se stesso, di farsi umano a immagine di Dio, di divenire compassionevole come Dio… Nel Crocifisso, l’uomo Gesù immerso nel dolore, contempliamo il vero uomo fatto a immagine di Dio, capace di dare la vita per l’umanità… In questo dono è racchiusa l’espressione più alta della dignità umana... soffrire per ridurre la sofferenza dell’altro è la mia più grande dignità.
Gesù ci dà un esempio di come vivere la compassione: Isaia 53, Il servo sofferente… Lui per primo non è ascoltato, non viene visto, è senza volto, senza dignità. Qui Gesù per primo ci lascia un grande insegnamento: non può esserci compassione senza passare dal sapere al fare, dalla conoscenza delle scritture alla conoscenza della sofferenza umana, tra corpo delle scritture e corpo dell’uomo ferito. Questo forse era ciò che mancava al dottore della legge per il quale Gesù racconta questa parabola.

Quante volte sperimentiamo che l’amore non può ridursi soltanto ad un’opera delle mani dell’uomo, a qualcosa da fare, all’efficacità, a una buona organizzazione di strutture caritative. In questo modo ci offrirebbe un’ottima occasione di protagonismo.
Il giusto punto di partenza è considerare sempre che Dio solo è amore, noi abbiamo amore… lo abbiamo solo ricevendolo da una fonte più grande di noi. La chiesa che fa carità non è essa un soggetto di Carità, ma partecipazione della carità che è di Dio Padre.
L’incontro e la solidarietà con i sofferenti, divenire dei buon samaritani per i nostri fratelli ci richiede necessariamente un cammino di conversione personale e continuo.
È importante riuscire a scorgere in quel malcapitato me stesso: sono io che scendo da Gerusalemme a Gerico e mi nascondo lontano da Dio (Gesù si è fatto tutto quello che noi siamo e non vogliamo essere).
È il cammino di Adamo che va lontano e si nasconde da Dio. L’uomo è fuggiasco, il Figlio dell’uomo è pellegrino. Egli percorre la stessa strada di noi malcapitati, ma in senso contrario.

Incappò nei briganti: questi briganti potrebbero essere i doni che Dio ci ha fato e dei quali facciamo cattivo uso: il cuore, la nostra vita, la nostra intelligenza… quando non sono investiti di amore ma di egoismo.

Spogliatolo: quando abbiamo una cattiva opinione di Dio, non ci accettiamo più come una sua creatura, ci sentiamo fragili, indifesi. Avvertiamo il nostro limite non più avvolto dalla sua tenerezza, ma aggrediti e giudicati da Lui. Allora il nostro bisogno dell’altro diventa come un’insidia, una vergogna, un’umiliazione. Il nostro bisogno potrebbe essere il luogo d’incontro tra me  e il Creatore, tra me e i miei fratelli, invece diventa una minaccia, un vuoto da coprire e non più da riempire. Il nostro limite diventa mancanza di vita che ci colpisce continuamente.

Lo vide, si avvicinò: Gesù viene a noi perché noi non possiamo andare a Lui. Solo coloro dei quali il Buon Samaritano si prende cura sono abilitati a percorrere ormai il suo stesso cammino. Solo se siamo capaci di cogliere l’amore di Dio per noi saremo capaci di amare gli altri… Sono beati gli occhi di coloro che vedono il Samaritano Gesù curvarsi sulla propria esistenza.
Il malcapitato guarisce grazie all’intervento di uno che accoglie tutti. Il nuovo guarito a sua volta potrà anche lui accogliere e prendersi cura di tutti i mezzi morti che incontrerà… diventerà anche lui qualcuno che accoglie tutti.

Don Tonino Bello nel Buon Samaritano vede l’immagine dell’uomo politico capace di misericordia, che non ha paura di sporcarsi le mani, che non si chiude nei propri affari privati, che non tira dritto per raggiungere il focolare domestico lasciando fuori il mondo con i suoi problemi.. Il buon samaritano gioca il ruolo essenziale dell’uomo che esprime l’impegno politico-sociale sulla Gerusalemme-Gerico della vita. Un politico che disdegni la prossimità non è degno di questo nome.

Il samaritano dell’ora giusta: pratica un intervento dell’ora giusta. È  il gesto del pronto soccorso, dell’assistenza immediata. Una dimensione da non trascurare nascondendoci dietro il pretesto che noi non siamo per l’assistenzialismo. A volte con questa scusa si permette che i miserabili dormano alla stazione, i poveri marciscano in catapecchie malsane.
Il samaritano dell’ora dopo: questa è la vera carità politica che ricerca dei progetti globali di risanamento che cerca di togliere definitivamente quello uomo dalla strada.
Il samaritano dell’ora prima: se il samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada forse l’aggressione non sarebbe stata consumata. la compassione del cuore nell’uomo politico deve diventare anche compassione del cervello. È necessario che egli ami prevedendo i bisogni del futuro, intravedendo le urgenze di domani, trovare il sistema per prevenire i danni.
Noi tutti impegnati nella politica come nel sociale dobbiamo essere muniti di una grande capacità di discernimento e di conversione: discernimento dei segni dei tempi, intuizione di quelle grandi utopie che irrompono nell’oggi e diventano già carne e sangue, percezione della pace e frutto della giustizia.

La chiesa come ognuno di noi è una fragile casa, sospesa tra Gerico e Gerusalemme che nasce lì dove uno è disposto ad accogliere tutti, come il Regno del Padre che alla fine accoglierà tutti coloro che hanno accolto. È il cammino di chi si prende cura del male del mondo fino alla fine della storia.
Il comandamento di Dio e dell’amore è ormai una legge possibile: "va', e anche tu fa' lo stesso".


DOMANDE


Sappiamo dare tempo, energie all’ascolto di chi soffre?
Che cosa c’impedisce di restare a contemplare il volto di un fratello sofferente?
Quali sono le cause della spettacolarizzazione o della rimozione della sofferenza?

Posso dire che anche i miei occhi sono beati perché vedono
Gesù Buon Samaritano curvarsi si di me?
Quali sono quelle fragilità, quel bisogno che m’insidia,
che cerco di coprire invece di farne luogo d’incontro con Dio e con i fratelli?


Quali sono quei segni che riesco a intravedere già nel mio oggi
e che promettono pace, giustizia, accoglienza,
integrazione tra le persone diverse per razza, situazioni?


Cosa sei disposto a vivere perché la Chiesa continui a essere
immagine del Buon Samaritano
per l’umanità ferita di tutti i tempi e di tutti i luoghi?

 

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