giovaniemissione.it

Lc 24, 13-35: Rompere le catene del razzismo e della xenofobia

Gim Padova (febbraio 2002)

Rompere le catene del razzismo e della xenofobia

Catechesi del primo Gim di Padova
cerca nel sito
torna alla pagina delle Catechesi
scrivici

 

 

 

LA NOSTRA AMATA REALTAÂ’Â…

Sono troppe le violenze che esplodono periodicamente nei confronti dei ‘nuovi cittadini’ e degli zingari, scoprendo così un filone “razzistico” presente nella popolazione italiana, che finora qualcuno si illudeva non esistesse. Esso costringe tutti a prendere coscienza della presenza crescente di immigrati e ad interrogarsi seriamente sulle sue proporzioni e sulle cause dell’intolleranza che è più profonda dello scontro interrazziale.

Un esempio. Per quanto riguarda gli zingari le accuse più frequenti si concentrano sul fatto che sono sporchi e danno fastidio e che rubano, borseggiano, ecc. Non bisogna generalizzare, ma nel caso in cui il reato di furto fosse provato, i responsabili vanno arrestati, così come si fa – o si dovrebbe fare – con i ladri italiani. Quanto alla sporcizia, è superfluo ricordare che per lavarsi è necessaria l’acqua, e si può pretendere dagli zingari igiene e pulizia quando il Comune offre loro dei campi sosta “attrezzati” con acqua corrente, elettricità, servizi igienici. Diversamente, inadempiente e responsabile è il Comune, non gli zingari: questo, di fatto, avviene ancora nella maggioranza delle situazioni. Ma, probabilmente, verso gli zingari l’ostilità continuerebbe anche se fossero tutti puliti e onesti.

 

C’è una difficoltà culturale ad accettare i “diversi”, che ha le sue radici in una mentalità provincialistica, chiusa e ottusa, che va combattuta perché irrazionale e anacronistica… e parliamo di Europa Unita. L’occidente paga il prezzo altissimo di essersi totalmente identificato con il processo tecnico, dimenticando che la tecnica è una perfezione priva di scopo. Ha delegato e consegnato la sua memoria storica ai nastri magnetici. Ed è rimasto disorientato, vuoto: una brutta copia del Nordamerica, già sua creatura e ‘invenzione’. L’arrivo degli “altri” è un salutare richiamo, un apporto di valori dimenticati: la convivialità, la tenerezza, tutti gli atteggiamenti e comportamenti che sfuggono e non sono riducibili alla logica utilitaria del mercato, il volto umano della sofferenza, la fraternità…

 

A ciò si aggiungono i limiti della nostra legislazione di stato.

 

@ Il primo limite è di tipo culturale-politico. Gli amministratori locali non sono preparati ad una politica di accoglienza dello straniero. Molti sindaci non hanno capito che il problema “immigrati” è sostanzialmente sociale, di cui devono farsi carico direttamente e responsabilmente; lo considerano invece una variabile fastidiosa al loro dovere, che cercano di scaricare al più presto ad organismi di volontariato o alla Caritas.

@ Il secondo limite è di non aver previsto una soluzione al problema “casa” che oggi va considerato “il” problema, giacché il lavoro si trova senza troppe difficoltà. 

 @ Il terzo limite è la continua affluenza: sono gli europei del domani. “I nuovi cittadini” continuano ad entrare nonostante i limiti drastici posti alle frontiere e i visti obbligatori. Continuano ad entrare perché la situazione dei loro paesi non consente di vivere e di sperare. LÂ’accordo di Schengen è finalizzato precisamente a bloccare questo fenomeno. Però, così come è concepito, è miope e condannato allÂ’inefficacia, perché è concepito solo in funzione di difesa degli interessi europei e del benessere raggiunto, che verrebbe compromesso da un afflusso incontrollato di immigrati. LÂ’efficacia di una legge limitativa è legata allÂ’esistenza di leggi di cooperazione in grado di promuovere sviluppo nei paesi poveri. Siccome non abbiamo avuto lÂ’intelligenza di trasferire parte della nostra ricchezza verso le terre della povertà, i poveri penseranno a trasferirsi verso il benessere, per goderne anche le briciole.

 

Gli esclusi, gli emarginati, i “dannati della storia”, stanno uscendo dai meandri della storia, non si contentano più di fungere da combustibile passivo per la fiamma che viene dall’alto, reclamano il loro posto come individui, vogliono partecipare in prima persona. E’ lo stesso valore europeo della soggettività che li ha chiamati, li ha fatti crescere, che oggi non li può rifiutare senza rifiutare e rinnegare se stesso. A grappoli, a torme slabbrate, in gruppi occasionali o compatti nei loro antichi vincoli tribali, tenuti duramente insieme, e nello stesso tempo, isolati, dalla lingua, dai gesti, dagli occhi vividi e avidi, dal colore e dall’odore dei sudori, si muovono verso le cittadelle della società opulenta. Come i commando di una lucida e disperata determinazione, dal sud e dall’est verso l’ovest e il nord, essi avanzano, giorno dopo giorno, oscuramente convinti di quello che sono: le avanguardie di una nuova società, storicamente inedita – la società multirazziale, post-nazionale e multiculturale. L’orrore della vecchia Europa, che ha dimenticato i suoi valori e i suoi istinti migliori, è intuibile. Questo orrore non bloccherà nulla. E’ parte del dramma che viene compiendosi. C’è da augurarsi che gli europei meno legati al passato comprendano in tempo e fino in fondo ciò che sta accadendo. Siamo sempre più stupidi che malvagi. E’ inutile erigere barriere a difesa dell’opulenza dei pochi contro i quattro quinti dell’umanità affamata. Bisogna entrare nell’ordine di idee che la sfida si va allargando e che solo una mobilitazione generale bloccherà sul nascere possibili forme di razzismo.

 

A monte manca un senso di solidarietà vera e la convinzione che siamo tutti una sola famiglia. C’è una radicale difficoltà ad accettare ciò che scomoda, che costa sacrificio, che costringe ad uscire dal proprio guscio e ad abbandonare tranquillità e benessere.

 

Quali sono le cortecce di non accoglienza che dobbiamo rompere?



LA SFIDA di GESUÂ’
, lo “straniero-estraneo”:

liberati dalla paura di speranza ancora (Lc 34,13-35)

Solo se si è disposti a iniziare, per primi, un cammino alla ricerca dellÂ’altro, possiamo scoprire il significato dellÂ’essere stranieri. Gesù stesso lo ha vissuto. EÂ’ stato spesso visto come “estraneo” da coloro che lo incontravano. A volte non viene riconosciuto, la samaritana lo ritiene una persona a lei ostile, nasce ‘clandestino, Pietro nega di averlo conosciuto, è condannato  a morte con un supplizio datogli dagli stranieri, con una pena che non apparteneva alla legislazione mosaica, muore al di fuori delle mura della città. Eppure tutto ciò non impedisce a Gesù di relazionarsi, di cercare il dialogo, di suscitare la fiducia per portare tutti al Padre.

            La dinamica di questo desiderio di comunione e di incontro la possiamo trovare nel cammino che Gesù fa con i due discepoli diretti ad Emmaus dopo aver lasciato Gerusalemme (Lc 24, 13-35).

 

@ I  due  (vs 13) non hanno nome. Una realtà apparentemente anonima e scarsamente rilevante. Eppure è una realtà che si perde, che abbandona lÂ’amicizia che li teneva legati agli altri. Mentre i due discutono animatamente sui fatti avvenuti a Gesù, lo sconosciuto entra in dialogo con loro. I due discepoli allora gli aprono i loro cuoriÂ… e durante il racconto delle vicende di Gesù, rivelano allo sconosciuto compagno di viaggio i motivi della fuga da Gerusalemme. I due si sentono estranei allÂ’annuncio delle donne, estranei agli altri discepoli che hanno deciso di restare, e soprattutto, estranei alla speranza (“speravamo che fosse lui…” – vs 21). Il Messia che avevano sperato è mortoÂ… non vogliono più sperare, temono la speranza e per questo fuggono. La speranza li ha sconvolti più della disperazione perché la disperazione non chiede nulla, si nutre di se stessa, la speranza invece chiede sempre altra speranza, chiede di sperare contro ogni speranza. Parlando con lo sconosciuto pellegrino i discepoli hanno svelato la paura che li ha spinti a fuggire e lÂ’estraneo ha ora la possibilità di dialogare con loro perché i due hanno lasciato trapelare la verità dei loro cuori. Da questo spiraglio di verità può ora passare la Verità: sciocchi e tardi di cuoreÂ… (vs 25).

 

@ L’estraneo rivela ai due discepoli che la radice del loro problema non è rimasta a Gerusalemme ma è lì con loro, nel loro cuore lento a credere e nella difficoltà a fidarsi della Parola. Lo straniero diventa pian piano il protagonista del cammino dei due discepoli. E’ lui che li istruisce sulla realtà intima dei loro cuori. Il viandante estraneo si rivela durante il cammino: egli è un uomo che sa far ardere i cuori quando spiega le scritture (vs 32).

 

@ Giunti ad Emmaus, lo straniero tenta di proseguire il cammino, ma i discepoli lo trattengono es insistono nell’ospitarlo e farlo partecipare della loro mensa. I due non vogliono più perderlo. Questo straniero è divenuto per loro un amico. Durante la cena, al momento della benedizione, i discepoli riescono finalmente a riconoscere questo sconosciuto. I loro occhi si aprono e vedono che è Gesù. Avevano abbandonato Gerusalemme per non sperare più, ma questo straniero ha bussato alle porte del loro cuore (Ap 3,20), non le ha sfondate, ha atteso che l’uomo aprisse uno spiraglio di verità. I discepoli comprendono che la speranza dalla quale fuggivano li ha seguiti e si è affiancata a loro percorrendo il cammino che li ha condotti dalla disperazione alla fiducia.

 

@ L’incontro con questo straniero ha permesso ai discepoli di conoscere la verità del loro cuore, di nutrirsi della fedeltà della Parola. L’incontro con Gesù ha soprattutto creato comunione tra i discepoli e Gesù stesso ed ha fatto nascere in loro una profonda esigenza di comunione con tutti i fratelli. Per questo i due discepoli possono ora ripartire e fare ritorno a Gerusalemme per udire ed annunciare che davvero il Signore è risorto (vs 34).

 

@ L’estraneo non è un pericolo e non è un nemico, egli è piuttosto il volto nascosto di Dio che percorre le strade degli uomini e delle donne perché imparino a riconoscere in ogni persona che cammina nella storia un fratello e una sorella, un figli@ dello stesso Dio. Solo così, insieme, gli uomini potranno innalzare a Dio la lode più bella: Abba Padremadre.

 


E  A ME CHEÂ…?
Quali atteggiamenti nuovi?

DALLA COMPLICITAÂ’ ALLA SOLIDARIETAÂ’

Sul piano pratico immediato, che fare? Di fronte allÂ’estraneo-straniero-altro dÂ’oggi, sono possibili quattro atteggiamenti:

- l’accettazione apatica che ama presentarsi come espressione di suprema tolleranza mentre non è altro il più delle volte, che indifferenza;

- la totale chiusura, delle anime e delle frontiere, soddisfatta del proprio benessere e della propria tranquillità, che però non sembra rendersi conto che nessun uomo, come nessuna cultura, è un’isola e che la pace e il benessere, nelle condizioni odierne del mondo, sono una realtà una e indivisibile;

- il controllo burocratico di tipo poliziesco, caratteristico di quei paesi economicamente dinamici, che hanno bisogno di ‘braccia’, ma che non vogliono persone;

- infine l’accoglienza guidata, che scorge nell’immigrato un uomo in difficoltà, spesso in bilico fra due culture: la sua, che sente oscuramente di aver tradito, e quella nuova del paese-ospite, che sente spesso ostile ed estranea.

La solidarietà non è più soltanto complicità quando diventa UNIVERSALE.

 

La solidarietà ristretta, all’interno del proprio sesso, della propria generazione, della propria famiglia, del proprio gruppo etnico, della propria regione o nazione, è complicità, mentre quella allargata diventa un solo atto politico, ma anche espressione della tenerezza di Dio, diventa civiltà della tenerezza.

 

- la solidarietà familiare, allora, è ristretta ed è semplice complicità quando la famiglia è chiusa e arroccata intorno al proprio buon nome e al proprio onore. E’ solidarietà allargata quando diventa famiglia aperta: all’affido, alle adozioni, alle case famiglie…, fondandosi sulla cura dei più deboli;

- la solidarietà vicinale, di condominio, di quartiere o di paese, è ristretta quando è fondata su ciò che dice la gente, sul salvare le forme, mentre è allargata quando è aperta alle esperienze comunitarie, fondate sulla condivisione di vita;

- la solidarietà di gruppo (etnico, razziale, regionale, nazionale) è ristretta quando è corporativa oppure difende i propri interessi economici o i propri confini. E’ invece allargata quando è fondata sulla gratuità, difende gli interessi dei più deboli e considera ogni uomo un fratello;

- la solidarietà sessuale che mira a escludere e a considerare inferiore l’altro sesso, a tutto beneficio del proprio, è una solidarietà ristretta, è complicità, mentre è allargata la solidarietà che si fonda sulla complementarietà delle differenze;

- la solidarietà partitica fa danni enormi e diventa potere, invece di servizio, quando si fonda sulla cultura dell’appartenenza e del clientelismo, mentre è solidarietà allargata quando è condivisione di valori e di progetti per il bene comune;

- infine è solidarietà ristretta quella soltanto interumana, cioè che è solo fra gli uomini e ignora gli altri esseri viventi della natura. E’ allargata quando è cosmica.

 

In questo passaggio da ristretta ad allargata, la solidarietà diventa forma di governo, atto politico cioè “si china perché un altro, cingendogli il collo, possa rialzarsi” (L. Pintor), cioè fa comune-unione e comune-unità con quanti sono schiacciati e annientati dai violenti e dai negatori di futuro.

 

Rompere le catene significa, infine, rischiare giocarsi, scendere nelle vene aperte di ogni storia straniera, diversa… alla fine ciascuno di noi è un pellegrino su questa terra.

 

Buon cammino, hermanoÂ…

 


Per la riflessione personaleÂ…
.

Quale volto di Gesù vuoi essere per rompere le catene del razzismo e della xenofobia?

torna all'inizio della pagina

Nessuno è straniero

Il tuo Cristo era un ebreo,

la tua automobile è giapponese,

la tua pizza napoletana,

il tuo profumo è francese,

il tuo riso è cinese,

la tua democrazia è greca,

il tuo caffè è brasiliano,

il tuo orologio è svizzero,

la tua cravatta è di seta indiana,

la tua radio è coreana,

le tue vacanze sono turche,

tunisine o marocchine,

i tuoi numeri sono arabi,

le tue lettere sono latineÂ…

eÂ… tu rinfacci al tuo vicino

di essere “uno straniero”?

 

Bruxelles – Aumenta il razzismo in Europa. E’ quanto emerge dalla lettura dei dati pubblicati dall’Osservatorio Europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia di Vienna, dalla lettura dei quali emerge una escalation, nell’anno 2000 degli episodi di violenza razziale ed antisemita in molti paesi Ue. In Germania, ad es., gli episodi razzisti sono aumentati del 35%; in Inghilterra sono addirittura raddoppiati, mentre aumentano anche i crimini di matrice neonazista un po’ dappertutto ma specie in Finlandia, Spagna, Svezia e ancora in Germania. Le maggiori discriminazioni avvengono nell’ambito lavorativo e riguardano l’esclusione, le differenze salariali, i maggiori rischi di essere licenziati. I motivi delle discriminazioni sono legati, oltre che alla razza, alla religione, alla nazionalità ed all’etnia.

“Se vuoi aiutare un uomo sprofondato nel fango,
non pensare che basti tendergli la mano.
Bisogna che tu scenda completamente nel fango.
Quando sarai lì, afferralo con forza e
innalzalo con te verso la luce”

       (Shlomo di Karlin)

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter