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Mt 5, 3: Beati i Poveri (Campo a Porretta)

Campo estivo 2002

Beati i Poveri
La pace nelle nostre mani
Porretta (BO), agosto 2002

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BREVE PREMESSA

Durante questo pomeriggio rimaniamo con la “spina inserita”. Non possiamo permetterci il lusso di desiderare incontrare il Signore della Vita mettendo in secondo piano noi stessi e l’intera umanità. Proprio pregando questa beatitudine, prenderemo coscienza di quanto sia intenso incarnare la Parola di Dio nella nostra storia quotidiana; da qui la forte necessità di pregare senza abbassare mai “l’interruttore generale” della nostra realtà umana. Non dimentichiamoci che la comunità di Giovanni affermò che Gesù stesso era la Parola incarnata: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; …” (Gv 1,14b).

 

LEGGIAMO ATTENTAMENTE IL BREVE BRANO BIBLICO

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. (Mt 5,3)

 

ADDENTRIAMOCI CON GRADUALITÀ NEL TESTO

Gesù vede le folle ed incomincia ad insegnare. Inizia quel percorso in cui le folle da errabonde sono convocate ad essere popolo, il nuovo popolo di Dio. Gesù osserva la gente, le persone, si commuove per loro, ha fiducia in loro, sa che se le diamo la possibilità possono crescere personalmente e comunitariamente.

Per prima cosa dobbiamo chiederci e comprendere: chi saranno mai questi poveri definiti beati da Gesù di Nazareth?

Scartiamo immediatamente le posizioni di chi sostiene che Gesù con questa beatitudine volle esaltare la miseria. Esattamente al contrario. Gesù - è scritto a più riprese nei Vangeli - venne a portare  la vita in abbondanza, la vita eterna.

Probabilmente un piccolo contributo ci può provenire anche da Don Primo Mazzolari (sacerdote mantovano ed autentico profeta della pace, nella prima metà del secolo scorso) il quale affermò: “Chi chiede, unicamente chiede, anche se è un povero non cambierà il mondo”.

La povertà “spirituale” non riguarda esclusivamente la privazione di beni. Include chi ha effettuato un’opzione ed uno stile di vita che ha assunto la povertà nel suo essere.

L’incarnazione è la principale povertà di Gesù; tutto il resto della sua vita -fino alla stessa morte in croce- sono conseguenze di quell’opzione, che si è concretizzata realmente nella sua offerta completa, senza risparmi di nessun genere: non tenne nulla e nessuna persona per se. Per questa ragione la condivisione e l’offerta della propria vita sono tra le caratteristiche principali del cammino d’ogni cristiano; da qui s’incomincia ad intuire dove appunta la beatitudine “dei poveri in spirito” oggi presa in considerazione.

Percorriamo carichi di speranza un autentico cammino di purificazione e di liberazione per non essere idropici (Lc 14,1-6), ovvero, pieni e “grassi di se stessi”, per accogliere quell’agilità spirituale - chiamata normalmente povertà - indispensabile per poter passare per la porta stretta (Lc 13,22-30). Una povertà che non è fine a se stessa, che rievoca con veemenza l’invio in missione dei settantadue discepoli (Lc 10,1-12), che comprendeva: enorme disinteresse davanti alle varie opportunità di possessione dei beni, spogliamento interiore dai propri progetti-programmi strettamente individuali ed abbandono pienamente fiducioso - non ingenuo o sempliciotto - tra le braccia di Dio che è Padre-Madre.

Si comprende come la povertà cristiana sia una povertà che arricchisce e che porta un certo tipo di benefici; una povertà che permette crescere, una crescita che avvicina notevolmente a Cristo, che lo rende così profondamente umano e quindi modello di umanizzazione. Rinnoviamo la nostra adesione a Gesù Cristo, viviamo la nostra fede con rinnovato slancio, attraverso la preghiera - personale e comunitaria - ed il servizio gratuito al fratello e alla sorella in difficoltà. Non possiamo vivere di sola preghiera o di solo apostolato, entrambe queste dimensioni devono alimentarsi con continuità, per non rischiare un forte indebolimento.

Risulta importante rompere ed uscire da quella logica dei sacrifici, che molte volte si riassume in una specie di autolimitazione. La povertà che propone Gesù di Nazareth è liberante, permette andare in profondità, non si accontenta del sistema dottrinale minimalista “non ho fatto nulla di male” ma di intuire e giocarsi generosamente per quanto “bene posso compiere e ricevere”. In definitiva si tratta di optare: mantenersi ancorati ed imprigionati ai beni di consumo o di investimento e rimanere assai tristi (Mt 19,16-22), oppure rompere - a volte con difficoltà - i vari gioghi ed essere più autentici e liberi per condividere con i fratelli e le sorelle che il Signore della Vita ci colloca a nostro fianco.

Il libro degli Atti degli Apostoli descrive come le primitive comunità cristiane compresero questo tipo di opzioni ed in quale modo incominciarono con le loro scelte concrete e testimonianze a scontrarsi con le più alte gerarchie della religione giudaica di quell’epoca e successivamente con l’immensa struttura dell’impero romano. Iniziarono ad esservi i primi apostati (persone che rinnegavano la propria fede) ma ci furono anche le prime persone che offrirono la loro vita come martiri della fede nel Cristo Risorto.

POTENZIALI CONTRIBUTI PER LA CONDIVISIONE

- Ti accorgi della pericolosità nel voler rigidamente distinguere la realtà della povertà “materiale” da quella “spirituale”?

- Quali zavorre mi appesantiscono e mi impediscono di mettermi alla sequela di Gesù con maggior intensità e decisione?

- Quali benefici posso trarre dalla povertà cristiana?

- Quali piste operative posso trovare per poter vivere più in profondità la liberante beatitudine “dei poveri in spirito”?

- Mi sento figlio/a amato/a da Dio?

- La realtà di essere fratello o sorella di ogni essere umano, rivoluziona e trasforma le mie relazioni interpersonali?

 

 

LA GUERRA PROMOSSA DAI “RICCHI IN SPIRITO”: LO SCONTRO PADRI-FIGLI È L’ANTIRREGNO DI DIO

 

LA PARABOLA DEL VECCHIO E DEL GIOVANE

 

Dunque Abramo si levò, spaccò la legna e partì,

portando con sé il fuoco e un coltello.

E mentre soggiornavano insieme,

Isacco, il primogenito, domandò: “Padre mio,

guarda i preparativi, il ferro, il fuoco,

ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”

Allora Abramo legò il giovane con cinghie e pulegge

ed eresse in quel punto parapetti e trincee,

e brandì il coltello per scannare suo figlio.

Quand’ecco, dal cielo, un angelo lo chiamò:

“Non stendere la mano contro il fanciullo,

non fargli alcun male. Guarda,

c’è un capro. Impigliato nella macchia per le corna;

offri il Capro dell’Orgoglio in vece sua”.

 

Ma il vecchio non volle saperne e trucidò il figlio.

 

 

WILFRED OWEN

 

  

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