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Gn (2, 4-20): Verso la nuova creazione (giustizia ambientale)

Gim Padova (marzo 2002)

Verso la nuova creazione

Catechesi del primo Gim di Padova
marzo 2002
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LA GIUSTIZIA E' ANCHE AMBIENTALE

Parlami dellÂ’albero!

 

L’uomo occidentale chiese che gli portassero un ramo in laboratorio. Ne staccò la corteccia e me la mostrò al microscopio. Sminuzzò una foglia e mi parlò della clorofilla, della fotosintesi e dei virus che l’avevano intaccata.

 

L’indigeno Yanomami mi portò con sé nella foresta, ci stendemmo ai piedi di uno delle piante più alte ed intricate e ne ascoltammo la vita: il vento tra le foglie, il concerto degli uccelli, gli sprazzi di luce e le gocce che ci cadevano in fronte.

 

Una donna mi chiese dei semi, li piantò e se ne prese cura.

 

 

La nostra cultura ormai ha perso la visione di “Madre Natura”. La consideriamo sì al femminile, ma perché ne sfruttiamo la fragilità, vinta da un aggressivo potere maschile.

Un tempo forse Natura era un essere vivente, una madre che nutre. Ma una madre non può essere tranquillamente uccisa, sventrata e fatta a pezzi. Siccome questo è oggi l’imperativo, sfruttamento tipico della crescita capitalistica, è diventato “naturale” pensare la creazione come un insieme di particelle morte, inerti, mossa da forze esterne anziché interne.

 

1. Ascoltiamo la terra

 

I popoli indigeni del Brasile conservano una relazione molto speciale con la terra. Per occuparla, non la dividono in lotti o titoli di proprietà, ma la gestiscono collettivamente. La terra è proprietà di tutto il popolo (un capitolo particolare della Costituzione Brasiliana per gli índios lo garantisce)

La terra per l’índio è un “suolo culturale”, è abitata dalle sue tradizioni, punto di riferimento essenziale per i suoi valori vitali, impregnata di miti e di storia. E’ come per il popolo di Israele la Terra Promessa: fuori di essa era inconcepibile celebrare una liturgia, una festa, anche solo un cantico di Sion! (2Re 5,17)

Allo stesso modo, i popoli indigeni hanno i loro luoghi sacri, spazi rituali, dove si concentrano la fede e la forza degli antenati. La terra è storia, cultura, coesione, sopravvivenza.

 

“Come si può comprare il cielo, il calore della terra?

Un’idea che ci è estranea: noi non siamo i padroni della purezza dell’aria, né dello splendore dell’acqua. Come potete comprarli da noi? Tutta la terra è sacra per il mio popolo.

Ogni foglia che brilla, tutte le spiagge arenose, ogni velo di nebbia nelle scure foreste, ogni chiarore e tutti gli insetti che ronzano sono sacri nelle tradizioni e nella coscienza del mio popolo.

Sappiamo che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di vivere. Per lui un pezzetto di terra è uguale ad un altro, poiché lui è un estraneo che arriva di notte e ruba dalla terra tutto ciò di cui ha bisogno. La terra non è sua sorella, ma sua nemica e, dopo essersela succhiata tutta, se ne va via…

La sua avidità impoverirà la terra, si lascerà dietro i deserti.

Una cosa sappiamo che forse un giorno l’uomo bianco arriverà a scoprire: il nostro Dio è lo stesso Dio.

Forse ritieni che lo puoi possedere allo stesso modo con cui possiedi la nostra terra. Ma non puoi. Lui è Dio dell’umanità intera. E vuole bene ugualmente all’indio e al bianco. La terra è amata da lui. Causar danno alla terra è dimostrar disprezzo per il suo Creatore…

Noi amiamo la terra come un neonato ama il battito del cuore di sua mamma… Il nostro Dio è lo stesso Dio e questa terra è amata da Lui”.

 

(dalla lettera scritta nel 1855 dal Cacique Seathe, del popolo Duwamish, al presidente USA)

 

 

“Arriverò fino ad essere concime per la mia terra, ma da essa io non me ne vado”

(Samado, líder Pataxó Hã-Hã-Hãe, +09.09.1998)

 

 

EÂ’ il canto di dolore della terra e dei suoi popoli, ci giunge dal basso.

Sollevando lo sguardo, ecco i Summit mondiali sullÂ’ambienteÂ…

-          Rio Â’92 si è fondato sullÂ’analisi dei “Limiti dello sviluppo” (un libro con questo titolo ha venduto 9 milioni di copie ed è stato tradotto in 29 lingue. Si è diffusa da lì in poi una consapevolezza crescente sul tema ecologico). EÂ’ nota la teoria dello “Sviluppo Sostenibile”.

-          Già New York Â’97, però, ha ricentrato lÂ’attenzione su problemi più contingenti, concentrandosi nuovamente sulla crescita, sullÂ’economia e sulla disoccupazione.

-          La difesa dellÂ’ambiente si indebolisce ancor di più con lÂ’abbandono dei Trattati di Kyoto da parte degli USA, che pur avevano firmato con Clinton questa convenzione internazionale.

 

Negli ultimi decenni ci rendiamo conto che NON C’È TEMPO DA PERDERE.

Ogni anno estinguiamo circa 10mila specie animali e vegetali. Tutto ciò è irreversibile, è “l’azione più assoluta che noi umani posiamo compiere”. E’ vicino il punto di non ritorno!

Per esempio, se i progetti governativi brasiliani continuano come stabilito, tra 20 anni sarà stato distrutto il 42% della foresta amazzonica. L’area di foresta che resterà intatta sarà meno del 5% del totale.

Dobbiamo frenare questa corsa!

 

Sappiamo che C’È UNA STRADA POSSIBILE. La chiamano “Rivoluzione dell’efficienza”, perché si tratta di bloccare lo sperpero di energia consumata a basso costo; guardiamo la lampadina a incandescenza, simbolo della nostra società: della quantità di energia elettrica richiesta a una centrale elettrica per mantenere accesa una lampadina, il 70% va perso prima di raggiungere la lampada, e questa trasforma in luce solo il 10% della restante energia, cioè il 3% dell’energia primaria. Lo stesso è per la benzina: l’80% dell’energia prodotta si perde nel motore e nelle parti meccaniche prima di giungere alle ruote.

In alternativa allo spreco, esiste uno studio riconosciuto dall’ONU per lo Sviluppo Sostenibile e ormai diffuso in vari paesi sovrasviluppati; si chiama “Fattore 4” , perché mostra con esempi e cambiamenti concreti come quadruplicare l’eco-efficienza, raddoppiando il benessere e dimezzando i prelievi di risorse naturali.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione, complessa perché smonta tutto il sistema produttivo impostato (ma in tanti si rendono conto che cambiare così conviene ormai anche economicamente, a lungo termine!).

E allora cambiamo! Da un sistema centrato sullÂ’eco-nomia (imporre leggi alla terra) a una vita di eco-logia (entrare in dialogo con la creazione).

Per questo cambio, è necessario abbandonare punti di vista vecchi e pesanti:

·    Stiamo guardando con gli occhi di un sistema coloniale. Dal punto di vista di secoli di resistenza indigena, nera e popolare, invece, tutti i popoli del sud passano da debitori a creditori: abbiamo con loro un debito etico-storico e un debito ecologico.

·    Il nostro paradigma è antropocentrico (lÂ’essere umano misura di tutte le cose). Da un punto di vista eco-logico, scopriamo che la natura non è completamente fuori, ma dentro gli esseri umani. Se lasciamo spazio a Dio, lÂ’integrità e la dignità di ogni essere non dipendono più dal riferimento allÂ’uomo, ma dallÂ’amore del Padre per ciascuna creatura.

·    Nel nostro impegno manteniamo unÂ’opzione preferenziale per i poveri. A questa dobbiamo aggiungere lÂ’opzione urgente per le generazioni future.

 

Tutto questo ci rimbomba dentro quando ci poniamo in ascolto della Terra. Come rispondere a questa urgenza?

 

2. Ascoltiamo la Bibbia

 

“In principio…”. Torniamo al principio, per scoprire i passi falsi!

Cantano i sem-terra del Brasile: “Se não houver o amanhã brindaremos do ontem, e saberemos então onde està o horizonte!” (Se non c’è un domani, brinderemo a ieri, e sapremo allora dove si trova l’orizzonte: il futuro è stato abbozzato nel vissuto che abbiamo condiviso).

Il Sogno di Dio ha la sua radice nell’infinito, ma è così intenso che non si è ancora consumato:

Leggiamo Gn 2,4-20.

 

Il Signore ha fatto fiorire il deserto per l’umanità; il racconto della creazione è il passaggio dal deserto (sadeh) alla terra da coltivare (’adamah). E noi siamo ’adam min ’adamah, “uomini dalla terra”, persone a cui è stato affidato il mondo perché lo mantenessimo tale: puro, vivente, fiorito (mondo è il contrario di immondo).

Tre verbi per capire cosa ci chiede Dio: il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo COLTIVASSE e lo CUSTODISSE; Dio condusse ogni vivente all’uomo per vedere come li avrebbe CHIAMATI.

Coltivare è prendersi cura, trasformare, far vivere.

Custodire è proteggere, conoscerne la debolezza, consegnarlo a chi viene dopo.

Dare il nome è stringere un’alleanza nuova (come Dio ha fatto con tante persone a cui ha cambiato nome: Abramo, Giacobbe, Pietro, Paolo…), appartenersi l’un l’altro. Dare il nome è molto più che dominare (Gn 1,28). Dare il nome è eco-logia, dialogo costante con il creato; dominare è eco-nomia, amministrare e imporre norme.

Il Sogno di Dio è la piena comunione degli esseri umani con la natura (“non è bene che l’uomo sia solo”). Se questa comunione si mantiene, allora realmente le risorse naturali potranno risorgere, cioè rigenerarsi, senza intaccare il ciclo della vita. La resurrezione si avvicinerebbe un po’ di più a noi e scopriremmo che il giardino di cui ci parla la Bibbia non è in cielo, ma “a oriente” (2,3), cioè soltanto un po’ più vicino al sole.

 

Ma l’umanità questo non l’ha capito, sembra preferire i deserti ai giardini. La Bibbia ha parole pesanti per tutti i deserti che il popolo di Dio ha attraversato o generato: il deserto è un luogo non umanizzato, vi regna il “disordine urlante della solitudine”, “landa di ululati solitari” (Dt 32,10), è “terra assetata, luogo di serpenti e scorpioni”.

Non è questo il Sogno di Dio per gli esseri umani: “Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; farò cambiare il deserto in un lago d’acqua, la terra arida in sorgenti. Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi, olmi insieme con abeti” (Is 41,19)

 

Dobbiamo aspettare fino alla resurrezione di Gesù per capire che Dio lo crede ancora possibile: Gesù risorge in un giardino! Maria di Magdala si era fermata al sepolcro, nel giardino, quasi trattenuta oltre la morte dalla bellezza di una tomba vuota e della natura lì attorno. Ma Gesù non c’era. O meglio, era lì, e lei lo scambia per il custode del giardino.

Il custode del giardino: c’è ancora un giardino da custodire, una resurrezione da garantire, da testimoniare non solo agli esseri umani, ma alla creazione intera! C’è ancora un albero della vita al centro, non si è mai seccato… il Vangelo di Giovanni si chiude proprio così: “Questi segni sono stati scritti perché credendo abbiate la vita”.

Da un estremo all’altro della Bibbia, la vita del mondo ci è posta tra le mani. Sopravviverà?

 

3. Trasformiamo la vita

 

“Gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”

 

Quali spunti concreti è necessario rilanciare? La responsabilità e la coerenza di ciascuno risponderanno; noi accenniamo solo ad alcuni ambiti.

 

·          stile di vita personale:

Lasciamoci ispirare dallo sport: “più veloce, più in alto, più forte” è lo slogan delle competizioni atletiche. Noi dobbiamo cercare esattamente il contrario: “Più lento. Più profondo. Più delicato”. Il nostro stile di vita deve saper vincere la frenesia dei ritmi anti-umani e anti-ecologici, recuperare il quotidiano come occasione di incontro in profondità, riscoprire la bellezza e la semplicità al di là della produzione e del consumo.

Invece degli sport competitivi individuali, poi, giochiamo sport di squadra: se non rifondiamo la nostra vita sulla condivisione dei beni, gli artigli della proprietà privata a tutti i costi faranno sanguinare la terra.

 

·          Vocazione e futuro professionale:

Ormai anche l’ecologia è un discorso da salotto. Ma la vita ce la giochiamo sì o no? E per chi sceglie di scendere in campo nel nostro contesto sociale, ecco il passaggio che lo sfida: da ingegnere, industriale, imprenditore (modello eco-nomico) a ingegnoso, industrioso, intraprendente (modello eco-logico).

 

·          Itinerari politici e economici:

Come sempre, se non ci organizziamo, non cambiamo nulla. Alcuni esempi, fin dal livello locale: ecotasse, agevolazioni fiscali mirate, gestione del traffico urbano, piani regolatori locali, politiche energetiche, scambio di informazioni ed esperienzeÂ…

E sul piano internazionale: pressione sulle istituzioni, boicottaggi e campagne, rafforzamento del binomio giustizia sociale-giustizia ambientale, insistenza sul trattato di KyotoÂ…

 

Â… e ora tocca a noi!

 

Fermatevi e ascoltate il canto della creazione

 

Noi, i popoli rossi, abbiamo imparato molte cose.

A volte per scelta, a volte per dolore.

Miei fratelli bianchi, noi siamo uguali, in tanti modi:

EÂ’ stato un solo Creatore a renderci tutti umani;

condividiamo gli stessi quattro venti

e tutti guardiamo lo stesso cielo, lo stesso sole, la stessa luna.

Beviamo le stesse acque, corpo e spirito degli stessi oceani.

 

Sì, in più di una maniera siamo uguali.

Ma come il Creatore ci ha fatti uguali,

in vari modi ci ha anche resi diversi:

come gli uccelli, diversi nei colori, nei canti e ne modi,

così sono distinti i popoli,

ognuno con colori, lingue, canti e comprensioni differenti.

 

Noi abbiamo sempre preservato per i nostri figli l’eredità della creazione.

Abbiamo occupato la terra-madre e, ciclo dopo ciclo, ce ne siamo presi cura.

Ma, in un batter dÂ’occhio, solo cinquecento anni,

i vostri popoli hanno causato molta sofferenza,

distruzione e morte per noi e la nostra terra-madre.

Per questo, chiediamo che voi vi fermiate ed ascoltiate

il canto della creazione, con la mente e col cuore.

Rispettate profondamente e sentite il profumo dellÂ’aria pura che ancora avanza e pensate!

Assaporate il cibo e il sapore della creazione e siate contenti.

Toccate la nostra terra-madre e pensate ai suoi figli, i popoli diversi,

e pensate a quanti già sono scomparsi per sempre.

Guardate la bellezza del Creatore nelle diverse grandezze,

colori, forme, disegni, energie e varietà offerte a tutti noi.

Aiutate voi stessi, i vostri figli e quelli che ancora dovranno nascere,

a sopravvivere nella nostra terra-dimora.

 

Pensate a loro e diventate di nuovo un Popolo!

 

(testo di Juan Reyna, Campanha Fraternidade e Povos Indígenas  “Por uma terra sem males”)

 

La terra è proprietà di tutto il popolo.
Approfondisci con il Documento della commissione Giustizia e Pace:

Per una migliore distribuzione della terra

Fattore 4

L'attuale modello di benessere e di sviluppo non ha futuro. Una società sostenibile, sia dal punto di vista tecnico che economico, è ancora possibile attraverso due cambiamenti:

- la revisione complessiva delle politiche che perpetuano la crescita dei consumi materiali, e
- una maggiore efficienza nell'uso di energia e risorse naturali, comgiunta ad una loro equa distribuzione tra i popoli della terra.

Fattore 4 illustra come quadruplicare la produttività delle risorse, ovvero come raddoppiare il benessere dimezzando il prelievo di risorse naturali.

Lo studio presenta 20 casi di produttività energetica quadruplicata, 20 casi di produttività di materiali quadruplicata e 10 casi di quadruplicata produttività nel trasporto.

Il benessere di cui si parla in Fattore 4, come nel precedente studio dell'Istituto di Wuppertal, Futuro sostenibile, riguarda la qualità della vita di tutti e non soltanto la crescita economica. La transizione verso una società sostenibile richiede - più che produttività o tecnologia - maturità, umana partecipazione e saggezza.

 
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