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“Nei tre anni che sono stato in Libia, sfruttato e maltrattato, sono sempre stato infelice, non ho sorriso neanche una volta. In questi giorni trascorsi con voi, invece, ho re-imparato a sorridere”.
 
Questa parole di Henry, giovane profugo dal Gambia, riassumono bene il senso del campo GIM che la Famiglia Comboniana ha organizzato ad Este (PD), nella comunità “Percorso Vita” che ospita 35 richiedenti asilo africani. Tredici giovani italiani

Un'umanità in cammino alla ricerca di un nuovo approdo

Risonanze dal Campo GIM di Este (Padova) in una comunità di richiedenti asilo

“Nei tre anni che sono stato in Libia, sfruttato e maltrattato, sono sempre stato infelice, non ho sorriso neanche una volta. In questi giorni trascorsi con voi, invece, ho re-imparato a sorridere”.

 

Questa parole di Henry, giovane profugo dal Gambia, riassumono bene il senso del campo GIM che la Famiglia Comboniana ha organizzato ad Este (PD), nella comunità “Percorso Vita” che ospita 35 richiedenti asilo africani. Tredici giovani italiani hanno condiviso la vita con questi profughi, istaurando con loro relazioni di amicizia, e preparando insieme uno spettacolo – intitolato “Un’umanità in cammino alla ricerca di un nuovo approdo” – in cui hanno lanciato un messaggio di fraternità e la proposta di un nuovo mondo possibile. Ecco la testimonianza di tre giovani campisti:

"A volte la società spinge a ragionare per schemi e numeri, per trattenere le menti in una spietata e frenetica routine che vorrebbe bendare gli occhi e chiudere le valvole del cuore, passando sopra tutto e tutti, ma è fondamentale non perdere l’indignazione di fronte ad una situazione tragica: il terrore di chi ha vissuto la guerra, la sofferenza di famiglie spezzate, il dramma di chi ha visto svanire ogni speranza, la solitudine di chi si ritrova completamente sperduto in una Terra apparentemente ostile.

È importante cercare spazi condivisi e linee d’azione che possano influenzare le scelte politiche, ma come cristiani e soprattutto come umani, non dobbiamo dimenticare che chi bussa alla nostra porta è soprattutto un volto, un nome, un animo. Ogni persona ci interroga sul vero senso di abitare la Terra, invitandoci a scoprire anche noi stessi da prospettive sempre nuove. Scoprire come svelare ma anche lasciarsi sorprendere.

È bastato mettersi un po’ in gioco, ed ecco che tutte le nostre paure, le nostre esperienze, i nostri sogni, hanno acquistato un significato piú pieno, per qualcosa di veramente bello, da costruire insieme.

È stata un’esperienza breve ma intensa e ricchissima. C’è ancora tantissimo da fare e serviranno molti sforzi per risvegliare le coscienze degli Europei, ma mi auguro che resti nel cuore di questi ragazzi la speranza del riscatto, la voglia di vivere, l’entusiasmo di affrontare una sfida grande, ma non impossibile. Nonostante tutte le difficoltà, sogno che questi giovani possano ritrovare la fiducia e portare sempre il sole dentro, che è poi quello che davvero conta in quella bellissima avventura che è la vita… e alla fine ci siamo scoperti, un po’ tutti, in cammino” (Alberto).

“Non conosco bene le loro storie, non so se le motivazioni che li hanno spinti ad arrivare in Italia siano abbastanza valide da giustificare la richiesta d’asilo, come non posso dire se quello italiano sia il modo migliore per affrontare questa situazione. Quello che però so è che ora, per me, il termine “rifugiato” ha un altro significato. Il Rifugiato è una Persona. Nella parola Rifugiato si nascondono volti, sguardi, nomi. Rifugiato è Omar, che in Libia è stato sfruttato dal datore di lavoro e ora si domanda perché gli italiani per strada non rispondono al suo saluto; rifugiato è Dominick che voleva fare il professore all’università ed ora cucina per la comunità di Este; rifugiato è Sita che è dovuto scappare perché all’università era iscritto al partito opposto del dittatore salito al potere; rifugiato è Abubakar che ha deciso di parlare solo italiano perchè ora è nel Bel Paese e non in Mali; rifugiato è Saiku che in Italia vorrebbe fare il contadino perché è quello che sa fare da sempre; rifugiato è Lamin che ha trovato da lavorare come muratore e tornando dal lavoro ti saluta sempre con una calda risata. E poi c’è Samuel, che sul capo porta segni di ferite profonde, George che in Italia ha imparato a intagliare il legno, Mohamed che non parla italiano, poco francese, ma comunque c’è sempre. In ognuno di loro posso rivedere una parte di me: il bisogno di sentirsi considerato, rispettato, amato; il desiderio di farsi degli amici, l’avvilimento quando ti senti rifiutato, la nostalgia della famiglia quando si è lontani; volersi realizzare nel lavoro, divertirsi, ridere con leggerezza. Sono partita alla volta di Este per capire la realtà dei rifugiati, dei rifugiati ho capito ben poco, ma ho conosciuto persone” (Rita).

 

“Io sono sempre colpita dagli occhi delle persone. Gli occhi di questi giovani africani ti raccontano di viaggi infiniti, di deserti attraversati, di torture subite, di un mare che quasi ti mangia, di fame e di sete. Sono occhi in cui vedi la nostalgia di casa, occhi che parlano di una mamma che manca, occhi in cui intravedi la speranza. Sono occhi che fanno lacrimare i tuoi da quanto esprimono nella loro intensità. Sono occhi che sanno darti occhi nuovi per farti vedere il mondo in modo più umano. Sono occhi che ti avvicinano alla sofferenza umana, che hanno voglia di vivere e chiedono amore, che hanno un infinito bisogno d’amore.

I ragazzi che abbiamo incontrato ci hanno aperto delle porte nelle loro vite, raccontandoci delle loro famiglie, di nonni che insegnavano i valori del rispetto e della pace dell’altro, della cura per la terra, delle loro vite da contadini, degli scontri nei loro paesi, di mogli e figli che un giorno sperano di poter portare qui, del fatto di essere costretti a scappare perché membri di partiti democratici, dei loro viaggi assurdi, dei loro sogni e delle loro speranze e così abbiamo fatto anche noi, in punta di piedi siamo entrati nelle loro vite e allo stesso modo hanno saputo farlo questi ragazzi. Parlando con loro mi tornava in mente una frase di Yeats: «E invece io essendo povero ho soltanto i miei sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi. Cammina leggera perché cammini sopra i miei sogni». E così, a passo leggero ci siamo regalati a vicenda occhi nuovi, occhi diversi. Omar, Lamin, Alasana, , Henry, Yaya, Yancouba, George, Jassey, Domonick, Osas, Baldeh, Abubakar, Amadou, Mohamed (…) ci hanno fatto capire quanto le nostre vite, pur così diverse e distanti sotto certi aspetti, in altri sono davvero simili, capaci di intrecciarsi, vite alla ricerca di bellezza.

E noi, forse, siamo riusciti a dar loro la speranza che un’Italia diversa esiste, un’Italia che ha voglia di camminare insieme, che crede nella bellezza della diversità, che, nonostante le difficoltà che implica questo percorso, crede nel valore della vita che è lo stesso per ogni uomo” (Lisa T.).

Tutti i giovani campisti sono decisi a mantenere l’amicizia con questi richiedenti asilo africani, convinti che un nuovo mondo più fraterno nasce proprio dalle piccole cose, dall’accogliersi e abbracciarci come fratelli e sorelle.

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