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Solidarietà come stile di vita, Firenze 17-25 agosto 2013

Beati i poveri in spirito...

 

“Beati i poveri in spirito,


perché di essi è il regno dei cieli.


Beati gli afflitti,


perché saranno consolati.


Beati i miti,


perché erediteranno la terra…”

 

Quante volte nella nostra vita abbiamo ascoltato distrattamente queste parole senza tempo, lasciando che il loro messaggio rivoluzionario ci scivolasse addosso senza lasciare traccia, mentre i nostri occhi andavano inconsciamente all’orologio per verificare quanto mancasse alla fine dell’omelia e la nostra mente archiviava il tutto come vecchio e già sentito? Per comprendere in pieno la portata di questo messaggio, quanto di più lontano ci possa essere dall’interpretazione purtroppo diffusa di una passiva sopportazione delle ingiustizie del mondo in vista di una consolazione futura, è davvero necessario sentirlo proclamare a fianco delle persone a cui è primariamente rivolto, a fianco di quella moltitudine silenziosa che per motivi più diversi è stata lasciata indietro e dimenticata dalla nostra società. 


Il campo di Firenze è stato un’occasione per metterci a tu per tu con questo Dio che bussa incessantemente alla nostra porta e ci propone un programma di vita concreto ed utopistico allo stesso tempo, con l’indignazione serena di chi conosce da vicino l’ingiustizia e l’indifferenza di cui è capace l’uomo, avendole provate sulla sua pelle, ma che non si rassegna all’idea che il male abbia l’ultima parola. Durante la settimana di servizio presso sette diverse strutture di accoglienza gestite prevalentemente dalla Caritas abbiamo incontrato volti e storie che hanno saputo smuovere la coscienza di ognuno di noi, pur nella diversità delle attività svolte, che spaziavano dal servizio mensa, all’animazione dei ragazzi, all’accompagnamento di anziani disabili e altro ancora.


Abbiamo servito un pasto ai poveri in spirito che alla fine del pranzo si preoccupavano di ringraziare personalmente ognuno di noi con un sorriso che annullava ogni distanza, e agli afflitti che si fermavano ad urlarci con violenza la loro disperazione, considerando quel pasto unicamente come un modo per trascinare avanti un giorno in più il peso di una vita senza speranza. 


Abbiamo suonato e danzato con i puri di cuore che ci raccontavano con l’entusiasmo dei loro vent’anni il loro viaggio e il loro sogno di una vita migliore in un paese lontano, in Germania forse, o in qualche città del nord; che tiravano avanti vendendo accendini per strada ma avevano negli occhi la luce della gratitudine più sincera per chi li accoglieva e condivideva con loro l’allegria sfrenata e liberatoria della musica.


Abbiamo ascoltato le storie dei perseguitati che sfuggono da guerre di cui ci giunge voce solo quando entrano in gioco i nostri interessi, da mentalità ristrette che rifiutano le loro idee o la loro sessualità, e che si ritrovano parcheggiati in strutture provvisorie di nome ma non di fatto, abbandonati al loro destino da istituzioni che li considerano come problemi e non come persone.


Abbiamo condiviso la fame e la sete di giustizia di chi ha accettato la sfida di coordinare queste attività di accoglienza, rinunciando a carriere ben più remunerative, e non accetta di limitarsi all’assistenza ma coglie ogni occasione per mettere i potenti davanti alle loro responsabilità, per denunciare l’indifferenza di una politica che troppo spesso si affida alla generosità del volontariato per mettere una toppa sulle proprie carenze e per suscitare nei giovani la passione per la buona politica.


Davanti a tutte queste povertà, la Parola ci ha interpellato. Singolarmente e come comunità.


Io non mi posso tirare indietro, il Signore mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi. Ha mandato proprio me, e questa settimana ne è stato un segno. Cosa posso fare io, oggi, per costruire un mondo più giusto? In cosa posso cambiare il mio stile di vita? Di quali certezze materiali posso fare a meno? Cosa posso fare di concreto per eliminare alla radice le cause delle tante povertà che opprimono l’uomo? Sento di riuscire a testimoniare l’Amore nel mio lavoro, nella mia città, oppure sono chiamato ad una scelta più radicale? 


Una delle grandi ricchezze di questo campo è stata vedere la serietà con cui ogni singola persona intorno a me si è messa in ascolto per trovare la propria personale risposta a questo invito di Dio a prendersi cura dell’umanità. Nonostante fossimo in tanti, di età molto diverse, provenienti da percorsi differenti, nessuno ha remato contro o si è seduto a guardare. Nemmeno chi non era abituato, dopo una mattinata di lavoro, a dedicare l’altra metà della giornata all’ascolto della Buona Notizia, alla preghiera personale e alla condivisione, per interiorizzare l’esperienza vissuta. Ho osservato con meraviglia, i primi giorni addirittura con stupore, come questo atteggiamento di ascolto portasse frutti inaspettati. Mi sono sentito parte di una foresta che cresce nel silenzio, con pazienza ma con tenacia: ognuno con la sua chiamata, e non tutte uguali. Chi la consolidava e chi la sentiva spuntare timidamente, avendone quasi paura ma trovando un sostegno sicuro nei volti dei fratelli.


Ma una foresta non è solo un insieme di singoli alberi. E la testimonianza cristiana non si trasmette tanto con le parole o gli slogan, quanti ne sentiamo ogni giorno senza ascoltarli veramente, ma con l’esempio di una comunità in grado di irradiare una gioia tanto contagiosa da spingere chi la vede dall’esterno a desiderare di prenderne parte.


Da queste semplici ma fondamentali considerazioni è nata l’intuizione di dedicare due serate della settimana ad annunciare nelle piazze la gioia del Vangelo. E non in una piazza qualunque, ma in una delle piazze più belle e magiche del mondo, Piazza del Duomo, dove gli affreschi avevano mostrato a noi e a generazioni la tenerezza di un Dio che rifiuta la spada a doppio taglio per giudicare la Storia con misericordia. E dove la presenza di visitatori da tutto il mondo, “da ogni nazione che è sotto il cielo” ci riproponeva in fondo l’esperienza dei primi discepoli: scendere per la strade parlando in lingue diverse.  

 

 
L’esperimento era senza dubbio rischioso, e quando ci siamo ritrovati davanti agli occhi e agli obiettivi curiosi di una discreta folla, abbigliati con pittoreschi costumi africani, in molti abbiamo pensato per qualche istante che l’idea era stata un po’ troppo azzardata. Ma dove il singolo non potrebbe arrivare, la comunità è spesso in grado di fare il miracolo. 


Mano a mano che ci liberavamo dalle nostre rigidità, dalle nostre paure, dalla nostra ansia di non essere all’altezza, che ci lasciavamo trascinare senza troppe domande dalla gioia scatenata e liberatoria della musica, scoprivamo che la gente, invece di deriderci come avremmo potuto aspettare, ci ammirava e ci seguiva. Poi ognuno secondo i propri talenti provava a coinvolgere le persone che aveva davanti, chi intrattenendole con bolle di sapone e giochi di prestigio e chi ascoltandole, spiegando chi eravamo, lasciando un messaggio, il tutto senza mai comportarsi da piazzisti del Vangelo ma solo rispondendo a chi per primo si avvicinava. E in tanti si sono avvicinati, spesso lasciando pensieri commoventi sul diario messo a loro disposizione. 


Alcune delle persone che avevamo incontrato nelle strutture del mattino si sono unite a noi, una sera per di più incantando i presenti con la loro maestria nelle percussioni, e mostrandoci che il fare insieme è indubbiamente un gradino più in su dell’aiutare.


In chiusura, merita una nota l’osservazione di un vigile: durante questa colorato e rumoroso spettacolo, manifestava la sua perplessità sul fatto che si trattasse di una “manifestazione religiosa” come era scritto sulla lettera preventivamente inviata al comune.  


Davvero oggi è così difficile pensare che un gruppo di quaranta giovani che in una piazza inneggiano alla pace e alla liberazione degli oppressi, ballando e suonando anche insieme a chi normalmente si sente tagliato fuori dalla società, stiano parlando di Dio? Questo ci porta a interrogarci su quale immagine della nostra fede stiamo dando, sulla necessità di quella nuova primavera della Chiesa che traspira da tanti interventi di papa Francesco e sul nostro ruolo nel costruirla.  


Nella pagina immediatamente successiva alla beatitudini, in quello stesso discorso della montagna, il Vangelo di Matteo ci propone l’invito ad essere luce del mondo e sale della terra: solo trasformando la nostra vita all’insegna della solidarietà potremmo essere dei veri collaboratori di un Dio che percorre instancabile i deserti dell’umanità in cerca di ossa aride da rianimare. 

 

          Stefano



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