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Solidarietà come stile di vita, Firenze 17-25 agosto 2013

Resoconto del gruppo giovanissimi di S. Zenone degli Ezzelini (TV)

 

Firenze, 17-25 agosto 2013

Solidarietà come stile di vita

 


Noi, gruppo giovanissimi, come per ogni campo che si rispetti siamo partiti da casa con un po’ di paura, timore di non sapere chi, cosa o come.

Il quarto campo e ancora una volta partiamo non convinti che sia stata la scelta giusta.

Dopo un viaggio in treno troppo breve per pensarci seriamente, meglio giocare a carte, arriviamo a Firenze e fatta la salita con annesse valigie (e vesciche!) eccoci davanti alla casa dei Comboniani.

C’è già gente al nostro arrivo. Neanche il tempo di mettere giù le valigie e si inizia con le presentazioni. “Guarda, non siamo i più piccoli! Almeno ci sono due o tre ragazze della nostra età!”

Ci sentiamo già più sicuri perché stare di fronte a persone con cinque, dieci anni più di noi non è facile, si ha sempre paura di dire qualcosa di stupido.

Quando arriva il momento della decisione dei luoghi dove fare servizio ci accorgiamo che il nostro gruppo è presente in tutti, bene così avremo sempre qualcuno che ci racconta di quello che non vediamo.

Tre di noi sono al San Paolino, la struttura per uomini, donne e anziani. All’inizio qui le cose non sono tanto facili, certo i responsabili sono sempre gentili e ci spiegano tutto ma le persone ci vedono come estranei e non c’è molta confidenza. Con il passare dei giorni le persone si fanno avanti, si conoscono storie di donne e bambini che arrivano da molti paesi, Egitto, Albania, Congo e qualcuno dalla stessa Firenze. C’è un bel clima in quella casa, certo tutti con le proprie difficoltà e con delle storie che noi nemmeno ci immaginiamo, ma poi al momento del pranzo vedi queste donne e bambini seduti a mangiare, a ridere e a parlare, condividere i momenti della mattinata oppure la domanda più gettonata del primo piano: “Valbona, che nome metti alla bambina??”

Anche San Michele è una struttura simile dove  siamo stati accolti molto bene e siamo riusciti a creare un bel legame sia con le mamme che con i bimbi. Abbiamo ricevuto molto da loro, sia in termini di affetto che di emozioni.

La mensa della Caritas sembra sia stato il servizio più duro. Anche se non eravamo molto a contatto con la gente ed il lavoro era faticoso, visto che passavano circa 500 persone al giorno, ci siamo sentiti molto soddisfatti nell’aiutare chi ne aveva bisogno e ci ha fatto un gran piacere vedere che la gente si ricordava di noi e ci salutava se ci incontrava in giro per Firenze.

Il campo Rom probabilmente era la realtà che faceva più “paura” però l'esperienza è stata molto significativa perchè ci ha permesso di abbattere molti pregiudizi che avevamo e portare sorrisi e gioia anche in un luogo difficile e molto diverso dalla nostra quotidianità.

Al Cottolengo inizialmente c'era timore perchè non sapevamo come affrontare la situazione ma abbiamo trovato molta ospitalità e conoscendo le persone le abbiamo apprezzate e abbiamo trascorso molti bei momenti con loro.

Ed infine nella struttura adibita per i rifugiati politici il primo giorno siamo arrivati in una casa fantasma in cui sia ospiti che operatori si sentivano abbandonati e soli. Poi con l'aiuto dei bambini abbiamo sviluppato un contatto con le persone che vivono lì. Inoltre abbiamo cercato di creare un dialogo tra i padri comboniani e la direttrice della struttura per avviare un progetto di collaborazione.

Dopo i vari servizi veniva il momento delle catechesi e del silenzio.

Per noi che non siamo abituati a questo tipo di attività, inizialmente è stato duro cercare un posto dove stare soli a riflettere, abbiamo avuto difficoltà in questo ma il momento della condivisione con i nostri compagni dei servizi ci ha aiutato a parlare di questa esperienza e anche ad avere punti di vista differenti su vari temi che si affrontavano discutendo. La catechesi sulle beatitudini ci ha permesso anche di dare un nuovo sguardo alla nostra vita come diciottenni, o quasi, e crearci dei nuovi obbiettivi per il futuro “diventare protagonisti della nostra esistenza”.

I momenti più divertenti sono state sicuramente le due serate in piazza Duomo.

All’inizio c’era timore perché dovevamo ballare, cantare e interagire con perfetti sconosciuti che ci passavano davanti, i quali potevano apprezzare ed unirsi a noi oppure risponderci in malo modo e andarsene. Si doveva accettare sia l’uno che l’altro.

Al suono di “tanto no me conose nesuni!” (tanto non mi conosce nessuno) abbiamo affrontato questa avventura, con i nostri bellissimi vestiti africani e le fascette rosse da hippie, ci siamo divertiti molto e siamo riusciti a coinvolgere anche dei ragazzi senza dovergli spiegare niente; probabilmente avevano già capito che noi stavamo facendo qualcosa di grande.

Il momento dei saluti è stato triste, quasi traumatico. In una settimana siamo riusciti a costruire dei legami molto forti che vanno aldilà dei chilometri che ci separano e salutare le persone con cui avevamo condiviso i momenti di gioie di questo campo ha lasciato in tutti noi un senso di vuoto.

Tornando a casa abbiamo riflettuto sul fatto che per il nostro gruppo questo probabilmente, oltre che l’ultimo campo è stato anche il migliore.

Un’esperienza che ha unito il nostro bisogno di aiutare gli altri, il divertimento nel conoscere persone nuove e ovviamente uno stretto contatto con Dio.


           GRUPPO GIOVANISSIMI SAN ZENONE DEGLI EZZELINI & ARIANNA


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