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Solidarietà come stile di vita, Firenze 17-25 agosto 2013

Impressioni sul campo

            Campo Firenze, Agosto 2013. Le mie impressioni

E’ l’alba del 28 Agosto


E’ straordinario essere qui a soffermarsi su quest’alba, che rischiara lì, proprio fuori dal finestrino del mio autobus: uno spettacolo, sui campi delle Murge tarentine.
E’ l’alba del 28 Agosto: quella immediatamente dopo questi otto giorni, a Firenze.
La aspetto da tempo: ché possa interrogarmi sul senso di questo viaggio e di questo campo.
Sul senso degli  incontri di questi otto giorni, di queste “toccate e fughe”, di queste risate, di questi strapazzi e  di queste lunghe riflessioni. Di questo concerto di volti, di questi “pezzi” di vita lieta. Insieme.
Impossibile: troppo forti sono le tinte di quest’entusiasmo. Sembra che non voglia rabbonirsi per niente, sembra essere diventato il necessario fattore anche di questa giornata: spera anche quest’oggi, implora, ansima di diventar motore della rocambolesca mia routine quotidiana. Si trasforma in buon proposito, in idea costruttiva e poi finalmente, in azione. Si concreta ingenuamente in un sorriso mattiniero, un po’ sgualcito, che regalo a tutti, questa mattina: al mio “vicino di sedile” che non mi ha dato pace durante l’arco dell’intera nottata, alla signora che adagia i suoi piedi sulla mia testa per meglio dormire, alla coppia di anziani che borbotta di continuo.
Ma in quest’alba, lo sento, non c’è tempo per tristezze o per fastidi. 
Ripenso, di fronte a questo nuovo giorno, ai miei compagni di campo. Che storie, le loro. Che forti le loro passioni, i loro talenti…le loro vite, che gioiosamente e controcorrente emergono dalle periferie gelide di un’Italia che si dice anziana e dimentica di sé, che si dice stanca ed annoiata, che si dice anonima e trascurata, che si dice “in frantumi”: emergono con forza, con l’insistenza di un fanciullino che si chiede il motivo d’ogni cosa; con il coraggio temerario del cercatore di tesori nascosti; con l’inquietudine benedetta nell’animo. E in quest’alba azzurrina voglio affondare finalmente tutti i loro volti, i loro nomi, i colori di tutti i loro cuori.
Anche loro, come me, saranno protagonisti di questo nuovo giorno. Saranno tornati alle loro vite, avranno azzeccato la loro coincidenza, avranno preso il loro affollato treno giornaliero: chissà, adesso, cosa staranno facendo. Staranno gustando la loro colazione, staranno inzuppando un biscotto nel caffe-latte, mettendo in moto la macchina per andare a lavoro?
E guardando indietro di più di 600 km, me li immagino ancora lì : svegli alle sei ed un quarto del mattino, seduti intorno al tavolinetto basso dell’ingresso di casa Comboni di Via Aldini, a Firenze.
Me li immagino, alle sette, che si avviano ai loro servizi, con il canticchio di qualche melodia che gli frulla nella testa dalla sera prima: “Unidos, unidos podemos caminar…” .
Mi immagino qualcuno con la chitarra in spalla, alcuni altri indaffarati a rassettare la cucina.
Mi immagino qualche sbadiglio e le mani, tante, che si allungano alla macchinetta elettrica del caffé.
Li immagino ridere di una battuta semplice, per tutto il giorno.
Me li immagino timorosi ma lieti, che organizzano, concionano, improvvisano consapevolmente, sotto le stelle di Piazza Duomo: vogliono testimoniare…vogliono semplicemente dire forte: io ci sto, io ci sono. Coscienti dei propri limiti: non sono dei perfezionisti, sono solo giovani che non si lasciano guastare se tira vento o piove. 
Mi immagino di trovarli ancora lì: e vorrei tornare a loro, di nuovo. Ma i seicento km ormai fatti, mi impongono di tornare alle mie cose d’ogni giorno: alla mia casa, ai miei familiari che già sono pronti a riabbracciarmi, ai miei studi, alla mia vita.
In quest’alba, voglio ancora una volta ricordare il volto delle “suore bianche” del Cottolengo...e soprattutto di Suor Adele. Una donna minuta, con un bel paio di occhiali sul nasino. Temperamento forte, cuore grande.
Lei e gli anziani che ho incontrato in questi otto giorni alla Piccola casa della Divina Provvidenza fiorentina, dove prestavo servizio con 5 compagni: Laura, Devis, Marco, Giusy e Alessia.
Ricordo del fatidico orario del convito: un quarto a mezzodì. Tutti riuniti nel refettorio, orologio alla mano; Massimiliano e Cristina, i due cuochi tanto sospirati…con essi il suono del piccolo carrellino del pranzo, che strisciava le ruotine lungo il corridoio. 
Ed eccoli tutti lì, con le braccia conserte, con il loro ampio sorriso, senza denti. Li ricordo, li rivedo tutti: come se li avessi di fronte agli occhi.
Grazia, chiede: “Comincio?: allora…nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Silvana angustiata si alza e si muove senza pace; se ne sta come una dannata: è proprio un male l’aver preso la pastiglietta con un sorso di vino?
Annarosa sbircia se le sue compagne hanno finito tutto quello che le era stato messo nei piatti: ritira le tovagliette plastificate, ci passa sopra lo spruzzino, le lucida con cura, le ripone e siede nella stanzetta di fronte, a chiacchierare del più e del meno.
Pierina intanto fa segno dal suo  posto: il pollice rivolto verso la bocca, significa che ha mangiato a sufficienza; la mano che va orizzontalmente a destra e sinistra significa che è decisamente sazia.
Caterina seria seria intanto, chissà a cosa pensa, appollaiata lì, sulla sedia a rotelle: i suoi pensieri rimangono imperscrutabili. Con essi, anche il suo dolore. 
Milena gira gli occhi vispi a destra e sinistra; aspetta come ogni giorno la sua cara amica, Quintina: che arrivi a farle un po’ di compagnia, mentre tira giù un boccone.  
Maria non si mette mai a tacere: commenta e borbotta, borbotta e indugia su ogni particolare. E’ schietta e sincera, istintiva, a volte “scomoda”.
Gaetana guarda il suo piatto. Dentro la solita minestra riscaldata, il solito menù del Venerdì: pesce tritato e tortellini con salvia e pomodoro. Guarda stupita intorno a sé, se ci fosse qualcuno che accorresse al suo banco: e le si riempiono di lacrime gli occhi. Sgorgano e si lasciano accompagnare da un motivo lamentoso e intermittente. Sembra inutile consolarla. Se ti accosti, ti prende la mano, ti stringe le dita con cura maniacale e ti canta una canzoncina che ricorda a memoria dai tempi di Noè: “nove dieci e ventiquattro: la camicia, i pantaloni...”. Fa un sorriso e ti tira accanto a sé: desidera darti un bacio, per ringraziarti.
E nel giro di mezz’ora, con salutare ripetitività, il refettorio si svuota. Tutte loro, assopite, si ritirano nelle proprie stanze, per la pennichella quotidiana.
Ricordo anche delle mille cose che io e i miei compagni ci confidavamo, a pranzo. Ci si chiedeva di questo e di quell’altro, di Emilio con le sue carezze, di Valeria con le sue trepidazioni, di quanto ci avesse fatto piacere quel sorriso di Antonio. Ogni giorno la nostra tavola si riempiva del sapore agrodolci di quegli incontri: quello  amaro del confronto e dello sconforto suggellato dall’incomprensibile malattia di tanti, lì al Cottolengo; quello dolci del servizio, dell’appagamento pieno, dei sorrisi: doni grandi, incomparabili, gratuiti, di cui quegli anziani non erano mai, proprio mai, avari. 
Un “Deo gratias!” ancora, quando la madre superiora passava indaffarata con qualche secchio o coperta in mano; una tazzina di caffé con la compagnia di Sr. Adele e… 14:07, il nostro servizio era terminato.
Stazione pensilina, linea 17 direzione S. Gervasio: finalmente casa, a riposare.
Come era bello incrociare su quella circolare, i compagni che tornavano dalla Mensa Caritas di via Baracca, distrutti… ma felici.
Come era bello quando i compagni che prestavano servizio a Settignano, dai rifugiati politici, mi raccontavano a cena di un sorriso conquistato, di una piccola “passata di colore” nelle vite di quei poveri.
Come era bello, ascoltare dei giochi d’acqua con i bambini del Campo Rom, come era bello ascoltare una tua compagna che ti parlava di una mamma del S. Paolino o del S. Michele, che finalmente si era aperta a lei, confidandosi.
Come era bello quell’entusiasmo.
Come era bella quella piccola semina…alla fine, ce ne siamo pure convinti tutti: che sono le piccole semine, le piccole “resistenze”, le piccole nostre vite minute ed inquiete, che fanno la differenza e che fanno la storia del mondo.
Vorrei tornare a loro, di nuovo: vorrei tornare al loro entusiasmo, vorrei tornare più appassionata, più consapevole, più “folle” ancora.
E prego il Signore che non ci stanchiamo mai, di incontrarci, di conviverci e condividerci le gioie e i nostri sogni: di rivedere una nuova alba come questa, ancora. Un’altra ed un’altra ancora. E ancora.  

 

           Lorenza

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