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Resoconto dai Campi estivi 2010 della Famiglia Comboniana

E' finita un'estate super intensa, ricca di incontri, attività, scambio di esperienze; è stato bello "stanare" la SPERANZA che c'è abbondante e R-ESISTENTE in tutto il nostro Paese. Condividiamo alcune riflessioni e materiali fatti dai giovani che hanno partecipato al alcuni dei nostri campi di lavoro estivi:

- 30 LUGLIO - 10 AGOSTO: PIANA DEGLI ALBANESI (PA)

- 12-22 AGOSTO: CASTELVOLTURNO

- 24 AGOSTO 2 SETTEMBRE: ZUGLIANO (UD)


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Castelvolturno (CE), 12-22 agosto 2010
IO RESPINGO, TU RESPINGI, EGLI RESPINGE, NOI ACCOGLIAMO ..... E VOI?

12 agosto 2010 - E' iniziato il campo di incontro e condivisione con il territorio di Castelvolturno. Siamo 13 giovani e 4 animatori, veniamo da varie parti dell'Italia e della Spagna e con gioia condividiamo con voi quello che questi giorni ci trasmetteranno. Ringraziamo di cuore padre Antonio Bonato per la bella accoglienza e per gli spazi messi a nostra disposizione.

Per maggiori informazioni su Castelvolturno e il lavoro svolto dai missionari comboniani consulta il sito: www.neroebianco.org.

     Scarica il Libricino Castelvolturno 2010.pdf

 DIARIO DI BORDO

- 12 agosto 

- 13 agosto- 14 agosto- 15 agosto- 16 agosto

1° GIORNO - “Io respingo, tu respingi, egli respinge.. Noi accogliamo, e voi?”
Quest’anno Castelvolturno, noto ai mass media come luogo di conflitto e di difficoltà di integrazione tra italiani e immigrati, ci accoglie in questi giorni di campo per interrogarci e vivere quell’accoglienza e quella condivisione che spesso appaiono come realtà utopiche in questo territorio.
Proprio per assaporare ancora di più questo clima di fraternità, ci è stato donato di poter trascorrere queste giornate respirando la bellezza della diversità già tra di noi. Siamo infatti giovani tra i 18 e 33 anni provenienti non solo da diverse regioni italiane ma anche da alcune zone della Spagna. Ci siamo ritrovati qui accumunati dalla voglia di metterci in gioco nel servizio e nell’ascolto degli altri e nel riflettere sul come cercare di abbattere le barriere della paura e dei pregiudizi che spesso ci impediscono di aprirci al diverso.
Da oggi ci siamo impegnati in tre diverse realtà di servizio. Un gruppo di noi si reca presso una casa che accoglie bambini, figli di immigrati, con una situazione famigliare disagiata. Un altro gruppo va al Centro Fernandes della Caritas, che accoglie immigrati offrendo loro una sistemazione temporanea. Il terzo gruppo presta servizio a Villa delle Rose, un centro per disabili e anziani.
Sia attraverso il nostro stare con le persone di questo territorio, che con la riflessione pomeridiana su brani del Vangelo, cerchiamo di intravedere quei semi di speranza e di vita che segnano il cammino verso un’autentica condivisione tra i fratelli. In questo percorso saremo anche aiutati dalle parole e dall’esempio di testimoni che lottano quotidianamente in questa realtà. La vera luce che ci illumina e ci accompagna rimane sempre quella dell’amore di Gesù e del coraggio della fraternità.

2° giorno (13 agosto) - RIMBOCCHIAMOCI LE MANICHE …
Villa delle rose

Villa delle  rose è una struttura per disabili con circa 30 adulti, prevalentemente con disabilità motoria, abbastanza autosufficienti. Ciascuno di loro, in base alle proprie capacità, ha una mansione all’interno della casa. Per autofinanziarsi, alcuni di loro costruiscono cornici e raccolgono arredamento di antiquariato che rivendono, dato che non ricevono finanziamenti statali. Arrivati con tanta voglia di fare, abbiamo capito che l’importante era STARE! Stare con loro, ascoltarli, bere il caffè con loro. Davanti alla nostra volontà di sistemare il giardino, occuparci dei pasti e fare altre piccole cose ci è stato risposto di rimanere seduti con loro. Eravamo li per servire e siamo stati serviti!
Centro Fernadez
Il Centro Fernandes è un centro della Caritas di prima accoglienza per immigrati, che ha circa 60 posti letto, ma che all’occorrenza possono diventare molti di più mettendo dei materassi a terra! Il centro offre gratuitamente il servizio di mensa, un ambulatorio medico, uno dentistico e assistenza legale. Arrivati li ci siamo messi a disposizione, e la responsabile della struttura ci hai spedito a pulire i bagni e a togliere ragni. Alcuni bagni erano davvero sporchi, mal funzionanti, ma c’era anche un gruppo di scout di Bergamo e tante zanzare a farci compagnia!
Casa dei bambini
È una casa famiglia in cui una grande mamma di nome Cristina accoglie 10 bambini dai 6 mesi a 13 anni, le cui mamme sono in carcere o lontane per lavoro. I bambini dormono tutti insieme in una grande stanza.  Qui il lavoro non manca: cambiare pannolini, preparare da mangiare, giocare con loro, ma anche cercare di capire la loro storia e la loro situazione. Sono bambini molto bisognosi di affetto e attenzione. Per noi è un dono poterci relazionare con questi bambini, come sta a ricordarci il nome di 2 di loro, un maschio e una femmina: GIFT.

INCONTRANDO I TESTIMONI …
Venerdì sera abbiamo incontrato la giornalista del Mattino di Napoli Rosaria Capacchione, autrice del libro L’oro della camorra e attualmente sotto scorta. Ci ha descritto Castelvolturno come un paese che si dispiega per 27 km lungo la Domitiana, antica strada romana che un tempo portava ai luoghi di villeggiatura e ora invece è abitata dalla precarietà e dal degrado. 27 km senza piazze, senza cinema, senza parchi, senza luoghi d’incontro per creare comunità.. . l’unico elemento unificante sembra essere il potere della camorra. La presenza di questa organizzazione criminale su questo territorio è visibile nel disgregamento e nella devastazione di queste zone, nelle punte di ricchezza ingiustificata e nelle forte contraddizioni. La più eclatante è la rovina che i camorristi procurano danneggiando e inquinando le terre, l’acqua, l’aria, i frutti che loro stessi e i loro figli calpestano, bevono, respirano e mangiano: l’unica logica che conoscono è quella del potere e del profitto. Esemplare di tutto questo è lo scandalo dei rifiuti tossici riversati da anni in questi suoli e provenienti soprattutto dalle grandi industrie del nord Italia. Questo dimostra che la grave situazione che interessa Castelvolturno e i territori limitrofi non è responsabilità solo dei cittadini campani ma dell’Italia intera e conseguentemente anche l’impegno per il loro recupero e rinascita spetta a tutti noi. Castelvolturno potrebbe anche diventare un laboratorio culturale, d’incontro e integrazione, modello per l’intero Paese.


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Piana degli Albanesi (PA), 30 luglio - 10 agosto 2010
1,2,3,4,5,10,100 PASSI
DALLA TERRA STREMATA AL GIARDINO DELL'EDEN
Camminiamo insieme verso una terra di giustizia e di pace

Vogliamo condividere con voi qualcosa dell'esperienza stupenda che abbiamo vissuto al campo di lavoro nei dintorni di San Giuseppe Jato. 14 giovani da varie parti d'Italia uniti dal desiderio di immergere le mani dentro la terra e la storia di una terra stremata, la terra di Sicilia, che attraverso il lavoro delle cooperative di LIBERA e la passione di tante persone semplici e decise, ha intrapreso un cammino di Resurrezione.
Un grazie di cuor a tutte le persone che si sono date da fare per la realizzazione di questo campo, in particolare la Comunità dei Laici Missionari Comboniani di Palermo.

*DIARIO DI BORDO:
- 31 LUGLIO
- 01 AGOSTO
- 02 AGOSTO
- 03 AGOSTO
- 04 AGOSTO
- 05 AGOSTO
- 06 AGOSTO
- 07 AGOSTO
- 08 AGOSTO

Scarica il libretto del campo di palermo.pdf

Scarica la MISSA DA TERRA SEM MALES.pdf)
*GUARDA LE FOTO DEL CAMPO!!!



Campo di Palermo

SABATO 31 LUGLIO - Risveglio curioso e, ad essere sinceri, tutto sommato blando rispetto alle levatacce che ci riserveranno i prossimi giorni. Sono ore di organizzazione: ancora alcuni mancano all’appello, la solita confusione mista a sorpresa che aleggia nei pressi di un cambiamento.
Nuove facce, nuovi panorami, nuovi profumi, nuovi pensieri. Il cambiamento che ci attendiamo sarà sicuramente forte, carico di significato. Un cambiamento a 360°. Basta poco, un manico di una zappa e qualche area verde in più rispetto al solito caos cittadino, per far spuntare le prime “papole”. Le vesciche (in italiano) sulle mani di giovani che, o per sentito dire, o per averlo letto e sfogliato, sono ormai inusuali sui palmi di chi ha lavorato e sudato su queste terre che sono state avare di legalità e giustizia.
La vigna era il primo appuntamento.
Un appuntamento con una pianta ricca di significato, che si è fatta abbracciare e legare da mani tanto inesperte quanto volenterose.
Come dicevano i due ragazzi che ci hanno seguiti nel lavoro “una coltivazione abbandonata” cui si doveva passione, su tutto, per poter splendere ancora.
I compiti sono stati svolti in un clima di serenità e anche i battenti del laboratorio del mosaicista presso il monastero della Skliza non erano più socchiuse. Persona soddisfatta, lui, e contento di poter svelare i trucchi di un mestiere ricco di storia.
E di trucchi si è parlato anche con Francesco, responsabile delle comunicazioni di Libera, presso le magnifiche colline intorno Corleone. Parole forti per alcuni mai udite di persona, mai contestualizzate per altri. Forse, per altri ancora, difficili da collocare nel tempo e nello spazio.
Parole che… scoppiano in un eco lungo le vallate bionde di spighe che ondeggiano alle nostre spalle. Un luogo che difficilmente potremmo scordare (!), con i territori confiscati alla mafia come sfondo che accompagna i pensieri di ognuno di noi: giovani, sorridenti, speranzosi.
Terre che di nuovo producono frutto. Terre frutto di ostinazione, speranza, amore, pazienza. Occhi curiosi di un pubblico che si illumina al pensiero della straordinaria opportunità che si sta spiegando nel cammino che volge ad un atteggiamento di ostinata speranza.
“Dopo tutti questi sforzi non potevamo ottenere prodotti mediocri. Quello che serviva, e che abbiamo ottenuto, sono bandiere che sventolano sotto aria nuova”.
 
DOMENICA 01 AGOSTO - Sapevamo fin dal risveglio che sarebbe stata una giornata diversa al programma quotidiano delle giornate del campo. Una domenica ricca di premesse, libera dal lavoro, ma carica di partecipazione corale e di celebrazione della memoria.
Per tenere fede al titolo e ai principi del campo, non potevamo non onorare uno dei teatri più drammatici della lotta a Cosa Nostra, patria delle maggiori famiglie mafiose e a lungo regno del terrore e della cultura mafiosa più bieca.
Naturalmente siamo partiti dal presupposto che qualcosa sia cambiato, e la visita ai luoghi salienti della giustizia e dell’antimafia ribadisce questo concetto, aprendo le porte ai cambiamenti futuri.
“A Palermo nel cuore del centro c’è una..” distesa infinita di fiori. Sono i vasi di una plastica stanca che, disposti sui tavoli e ad ogni curva del vicolo, accolgono chi si incammina verso l’ingresso del cimitero. Un lungo e largo viale alberato si apre  dopo il cancello, animato da uomini e donne che portano fiori a gente conosciuta personalmente, come uomini stimati, sulle cui tombe si muovono pensieri speciali, ricordi, ringraziamenti. Dopo un centinaio di metri svoltiamo a destra, imboccando un piccolo viale interno, fino a fermarci all’ultima cappella sulla sinistra, su cui troneggia, sopra dei fiori accompagnati da un biglietto lasciato in bianco, FALCONE.
Abbiamo visto Ballarò dall’alto, un quartiere difficile a detta di Lourdes e delle sorelle che si occupano di tenere accese le fiaccole della speranza, tra persone sedute sulle casse di birra, e la scritta “1, 10, 100 Raciti”.
Tutto ciò che di concreto, propositivo e tenace si può pensare per una città immobile e passiva rispetto allo sfacelo politico-amministrativo, si trova concentrato nella piccola-grande ed attiva comunità dei laici comboniani, la Zattera.
Sarà perché Toni, Dorotea, Rachele, Giovanni, Anna, Franco, Maria e Sara rappresentano già di loro un’esperienza più unica che rara di convivenza comunitaria cristiana e umana, o magari perché insieme agli altri laici hanno dato un senso al vivere in una città simile, con problematiche fuori dall’immaginario comune. O forse le due cose insieme.
Fatto sta che attraverso le impressioni che ci hanno trasmesso, la domenica pomeriggio è scivolata via come solo nei luoghi di cultura, di aggregazione e di comunità, può succedere.
Se poi fra le altre cose il soggetto del discorso è proprio quel Borsellino che abbiamo omaggiato in via d’Amelio, il momento è supremo. Non credevamo di poterlo sentire così vicino, ascoltando una datata intervista inedita sul caso Mangano.
Cose dette e presagite si sono addensate a sottolineare la complessità e la delicatezza di un impegno del genere. Mafia, Stato, Politica, uomini di legge e di giustizia, diventano controparti di un intreccio pericoloso che in realtà ha solo due volti conflittuali: oscurantismo e ricerca della verità.
Alla conclusione della giornata, abbiamo persino “scomodato” coloro riteniamo essere i veri santi di sempre, i martiri cristiani, costruttori di pace. Di fronte all’evidenza del loro coraggio e del loro sacrificio, il vento gelido di Portella della Ginestra era solo un pallido disturbo della splendida celebrazione eucaristica, benedetta da quelle pietre e da quello montagne.
Tutte le energie consumate per svegliarsi ad un orario sufficientemente anti-cittadino (per dover di cronaca le cinque) sono state immediatamente riassorbite: quanto è vero che se un’idea ci piace, sporcarci le mani per rendere il più tangibile possibile, accresce il valore portato in essa.
Il compito di “allacciare” le piante della vite ai tralicci stupisce per la sua estrema semplicità: è l’affermazione del lavoro nella sua forma più dignitosa ed antica. Mancano quelle sovrastrutture proprie della vita e delle relazioni complesse che contraddistinguono l’essere umano del terzo millennio.
Tutto è occasione di chiacchiere, canto, risate, come di nuove e genuine conoscenze. Così avviene quando si incontra gente come Salvatore, Francesco e Domenico. Già in partenza avremmo voluto spenderci per un progetto così vero, ma in realtà è solo dopo esserci trovati dinanzi a questi volti amici, e dopo aver ascoltato le loro storie, che capiamo perché stare al loro fianco.
Di dipendenti che non percepiscono da mesi lo stipendio ne conosciamo a bizzeffe; la particolarità dei soci ed operai di una cooperativa consiste nella consapevolezza del sacrificio democratico di tutti.
Aggiungiamo che il lavoro della terra, quello legale e rispettoso delle risorse, ha un ritorno umano oltre che economico. Ci sembra non poco.
La vigna è rigogliosa, la giornata un bacio in fronte, e le prospettiva di una resa futura, in fondo, rassicurano.
E siccome il cerchio si chiude, come non riconfermare il nostro “si” a Dio e alla cura della sua vigna presente nella Parola che grida giustizia e difesa del suolo e di tutti i suoi ospiti?
Soggetti deboli, di questo si parlava tra un deserto ed una condivisione, con la dolce conclusione di una preghiera serale. Antico, Nuovo (Contemporaneo) Testamento,  hanno parlato tutti di una storia fondamentale di soprusi operati dai potenti, di infedeltà al progetto giubilare: ma allora di chi è la terra? 

2 agosto - La giornata continua lungo un filo conduttore, esplorando un atteggiamento che dovrebbe essere uso comune in una relazione di carità e di perdono, nei confronti dell’amico come del nemico, del familiare, del compagno, del, in una parola, fratello.
Durante la catechesi abbiamo affrontato il tema del perdono attraverso una lettura su giubileo e perdono dei peccati: quanto siamo disposti a perdonare? Quanto ci ricordiamo del giubileo chiesto dal Signore come strumento unico volto alla realizzazione del Suo regno?
I pensieri di oggi si muovono tra l’“io” ed il “noi” che, per diversi fattori, a volte non trovano una coincidenza e, troppo spesso, determinano un rapporto impari dove, coloro i quali si vedono sottrarre terre, diritti, vita, libertà, sono sempre i soliti.
La legalità e la giustizia sono denominatori comuni per attualizzare qualsiasi testimonianza e, dalle parole dell'antico testamento, emerge la contemporaneità del vissuto che si incontra.
I momenti di condivisione si animano di minuto in minuto ed un pensiero che probabilmente aleggia sulle nostre testoline è su come sia possibile unire le nostre forze per un cambiamento, o, per far piacere a Mauro, su come fare rete!
Quante news oggi! Una giornata davvero nuova.
Una settimana davvero nuova.
La sveglia, pensiero di tutti, è un argomento che non deve essere affrontato con superficialità: forse perché la sera si fa davvero fatica a dare la buonanotte ad un compagno di avventura appena incontrato; o forse perché la nostra levataccia fuori dall'ordinario, per la maggior parte delle persone che lavorano queste terre, è del tutto normale.
Le parole di Giuseppe risuonano nell’aria affrontando ciò di cui si parla tra un acino gustato all’ombra delle viti che curiamo e lo sguardo scambiato con un compagno di lavoro.
I frutti di un possibile cambiamento di questa terra, di una Sicilia che ha indossato una nuova maglia, si vedono, anzi, si assaggiano!
Il termine giubileo durante, questo pomeriggio, ha acquistato un significato nuovo e le riflessioni, come le successive condivisioni, si sono sviluppate sull'attualità: quanto il mondo dell'antico testamento è diverso dal mondo di oggi?
Quanto le ingiustizie raccontate dai profeti dell'Antico e del Nuovo testamento, non sono esperienze confinate ad una società che, sebbene non disponesse di voli low cost e di internet, si trovava ad affrontare i nostri medesimi problemi?
Le sfide quotidiane sono attuali.
La giustizia socio-politico-economica si deve perseguire imitando il lavorare faticoso e silenzioso di quei testimoni, esempi di resistenza ad un ciclo perverso e pericoloso, specialmente dopo una lettura ed un silenzio su ciò che giornalmente ci circonda e, spesso, ci mantiene ancorati ad uno stile di vita troppo poco radicale nell’affrontare determinate scelte.
Scegliere significa sacrificare il non scelto. Non scegliere significa condizionare anche le sorti di altri fratelli, e ciò non è esattamente nello spirito di condivisione e di sostegno incondizionato versò chi ha più bisogno.
In queste ore sono nati anche due gruppi di interesse, un modo interessante di fare comunità in cui tutti possono apportare qualcosa in vista di una tournée su scala mondiale…
Due gruppi, dicevo, uno per la preparazione di uno spettacolo che conoscerà il pubblico domenica prossima, ed uno per la realizzazione di una mostra fotografica.
Ora chiudiamo i quaderni.
La notte avanza, le stelle ci accompagnano e la sveglia di domani, ci costringe a coricarci…
 
3 agosto - Alba calma. Sole rosso. Nessuna nuvola intende avvicinarsi sulla collina della Sklizza da cui si domina tutta la valle che da Piana degli Albanesi scende fino al lago.
Le acque stamane sono turchesi; le montagne attorno lasciano intravedere un manato di erba bruciata. Gli sguardi di una ventina di persone si incrociano lungo il tragitto per arrivare alla colazione e qui, sorridendo davanti a pane, marmellata e qualche tazza di caffè, ci si prepara ad un’altra giornata nei campi.
Il lavoro di oggi è stato diverso. Ieri dovevamo occuparci di affrancare con un laccio le viti ai sostegni in bambù, oggi invece l'incarico era decisamente più interessante.
Il compito di oggi era quello di abbracciare la vigna per aiutare i rami a raggiungere e saldarsi alle guide che corrono interminabili sulle colline siciliane.
La canzoni non finiscono mai, il sonno non si fa sentire e la voglia di condividere e curiosare reciprocamente nella vita di nuovi amici, si alterna a momenti di riflessione personale.
Non si pensa a domani, a cosa fare tra qualche ora, a cosa ci riserverà la serata. Si pensa solo all’intensità delle parole che scambiamo con la persona che lavora faccia a faccia con noi, e con cui collaboriamo per qualcosa di più grande. Un lavoro insieme che acquista significato passo dopo passo, zolla dopo zolla, acino dopo acino.
Il lavoro nella vigna è una metafora della carità e della collaborazione reciproca.
Mi ha colpito il lavoro tra le viti: mi è piaciuto toccarle con mano, mi ha fatto riflettere aiutarle a sorreggersi. Avvicinare le piante ad una guida, facendo in modo che quelle più cresciute -quelle che hanno ingolosito tutti con i loro grappoli- si intreccino a quelle meno sviluppate, ancora infruttuose. Il lavoro nei campi è metafora della carità. Il più forte a servizio del più debole. Chi ha più a servizio di chi ha meno, collaborando per crescere lungo un unico filare rigoglioso.
Il pomeriggio è trascorso all'insegna delle attività del campo: pranzo, uno spazio per i gruppi di interesse, la catechesi, il deserto e la condivisione.   
Una riflessione sui modi di testimoniare resistenza ha permesso un deserto particolare, animato dagli spunti su quanto le piccole scelte quotidiane possano incidere sui rapporti umani.
Quanto siamo capaci, giovani di oggi, uomini e donne di domani, di contribuire ad un cambiamento che sia sostenibile? Un cambiamento non solo in nome di una parola oramai violentata: progresso.
Dopo aver affrontato la giornata mi viene in mente una famosa battuta di un film:"Progresso? Non chiamerai progresso i cannibali che usano le posate?".
Chi sono i profeti di oggi? Chi antepone la giustizia tra i popoli, pagando con la vita?
Come mi accorgo della presenza di Dio nelle abitudini quotidiane?
E proprio sulla parola "quotidiano", credo ci si possa fermare per un istante, per rammentare ciò che P. Daniele intende per quotidianità:<>
Israele si trova a dover affrontar un mondo diverso da quello che era riuscito a costruire: dall'economia di sussistenza propria dei figli di Abramo, a economie fondate sull'accumulo infinito di risorse e sulla schiavitù. Israele non aveva avuto, fino a quel momento, una struttura del potere simile a quelle del medio oriente. Ma la società aveva deciso di cambiare: voleva re o legislatori come vi erano in tutto il medio oriente, minando quel tessuto che si era venuto a creare fin che viveva un'economia differente, soggetta alla Parola.
Come possiamo reagire per un'ordine nuovo, diverso da quello fallimentare, i cui frutti sono agli occhi di tutti? Forse, imparando a delegare meno ed agendo di più
 
4 agosto - Sembra che quello che sto per riportare non sia solo una mia impressione.
È straordinario quello che si prova nello stare qualche ora accanto ad una persona che, con buona probabilità, non hai mai incontrato prima.
La cosa che ci ha colpiti, parlandone oggi sdraiati tra i filari, sentendo la terra bollente sulla schiena nuda, è la fantastica sensazione di vivere intensamente un istante.
Le giornate, con le attività, le catechesi, il lavoro, gli spostamenti in auto, permettono di pensare al momento che ci tira per mano.
Per vivere appieno un attimo -che difficilmente si riproporrà uguale- serve esercizio, pensavo.
In realtà mi sono accorto che dopo qualche ora lontano dalle "solite" cose, non mi assaliva il pensiero del poi.
Ogni singolo istante, ogni singola azione, diventano piacevolmente pesantissimi: e così ti trovi, a fine giornata, a pensare a quanto tempo, nelle routine degli altri trecentocinquantacinque giorni si sprechi nel programmare…
Non passa attimo che non frulli per la testa quello che ci aspetterà uscendo di casa, andando a prendere il treno, recandoci all'università o al lavoro.
Pensare troppo a quello che ci accadrà, rischia di non essere un buona politica per vivere ciò che stiamo facendo.
Si pensa all’intensità delle parole che scambiamo con la persona che lavora faccia a faccia con noi, mentre tra un sorriso ed un sorso d'acqua ci si sposta da una vigna all'altra.
E dalla catechesi esce un monito, già utilizzato anche per famosi spot pubblicitari: niente è impossibile (impossibile is nothing).
Il percorso di cammino comunitario si concentra su passi delle sacre scritture che trattano ambienti e piante diventate familiari in questi pochi giorni: le viti.
Che un percorso sulla violenza fatta alla terra, sui soprusi subiti da chi questa terra la bagna ogni giorno con il sudore della propria fronte, trovi continuo richiamo in passi significativi della Bibbia tra potenti-deboli-terra, è semplicemente indescrivibile.
L'attualità delle denunce sociali che si incontrano nelle scritture, possono essere riscritte.
Si potrebbe parlare non di Medio Oriente e di schiavitù, di impero romano o di Babilonie, ma di terre che tutti conosciamo. Non si affronta la storia di chi ha perso la libertà ai tempi del faraone, ma di chi si trova con un cappio al collo oggi, nel 2010.
Si parla di chi soffre mentre stiamo leggendo queste righe e chiede aiuto per far sentire il proprio debole lamento.
Senza volare lontano nel tempo e nello spazio, parliamo della vigna di Nabot tutte le volte che sentiamo di un tal "Turiddu", stanco contadino siciliano; "Raffaè", sfinito commerciante di Palermo; "Nella", vittima delle scelte di un'istruzione che magheggia con la vita e gli stipendi degli insegnanti.
Come sentirsi Nabot accanto ai Sem Terra?
Come sentirsi Nabot accanto al commerciante siciliano vittima del pizzo?
Come sentirsi Nabot tra la finanza "creativa" di Milano?
Quali scelte, quali comportamenti, quali rinunce, per perseguire giustizia nel senso più ampio ed inclusivo possibile?
Quest'oggi abbiamo partecipato ad un incontro presso la sede di Libera, sui prati che un tempo appartenevano alla famiglia Riina, con Placido Rizzotto, nipote di quel Placido Rizzotto, prima lupara bianca del secondo dopoguerra.
Un incontro davvero interessante: le parole di un sindacalista, per spiegare un sindacalista, oltre che suo zio, bandiera di una legalità che vorrebbe sventolare da oltre sessant'anni.
Parole per spiegare un uomo che, davanti a minacce e morte, non ha saputo restare impassibile in terre, già allora, dimenticate dal nascente stato italiano.
Una chiacchierata con il sole in faccia ed i campi biondi alle spalle, che non può essere riassunta interamente qui.
Mi limito ad un paio di note che, anche con il passare del tempo, facciano riflettere sull'atmosfera.
Una lotta politica alle spalle: mafiosi, fascisti e americani contro i comunisti. In mezzo, come sempre, un popolo.
Poveri italiani!

05 AGOSTO - Silvana Saguto guardava fisso negli occhi mentre sparava in un fiato il concentrato del tutto in materia di lotta alla criminalità organizzata. Circa il 50% dei contenuti tecnici (il massimo, per i più concentrati o già informati) è andato perduto nella frenesia di trasmettere quanto incamerato nei suoi anni al “fronte”.
Sembrava di possedere un microscopio in grado di entrare nei dettagli reconditi delle più disparate vicende giudiziarie e dei fatti di cronaca nerissima.
Al di sopra delle nefandezze legate alla cattiva gestione di indagini, confisca dei beni, controllo dello status di cose da parte del “potere altro“, nel suo intervento si leggevano con estrema trasparenza i nodi di una piaga dilagante e capillarmente radicata nel territorio.
Avevamo definito una cosiddetta linea della resistenza, incarnata nelle donne di tutti i tempi, e ammettiamo di aver assimilato perfettamente questo concetto  solo a partire dal ben preciso messaggio trasmesso da Silvana: più che l’angoscia  dovuta al cappio che grava sulla Sicilia e alla trama oscura che da questa terra si dipana ai livelli sovranazionali delle logge e dei potentati economici, ha prevalso la sotterranea speranza, la consapevolezza di un  principio antico. “Il mio fine è fare il meglio possibile”.
All’incontro con il magistrato hanno partecipato un gruppo di scout da Modena. L’idea era quella che condividessero con noi tutto il pomeriggio e la sera, partecipando alle nostre attività.
All’interno di uno stesso schema (testimonianza, catechesi, deserto, condivisione)  non si sarebbero ottenuti risultati più differenti. È venuto fuori un confronto con ragazzi estranei alle dinamiche che sperimentiamo ogni giorno, e all’interpretazione spirituale piuttosto che politica della Parola. È facile crescere nelle affinità, con gente della tua stessa età e con il tuo stesso background. Più difficile parlare con gente che “viaggia” su altri livelli, o come in quel caso, attraversa un’altra fase di crescita.
E lì sta la ricchezza.
In linea di massima noi pensavamo che tutti i ragazzi impegnati in campi del genere avessero la nostra stessa sensibilità o capacità di rielaborazione delle grandiose testimonianze e delle tematiche dure che tanto ci catturano. Così non è, non lo è stato infatti in molte condivisioni a piccoli gruppi. Ma l’adolescenza è un terreno ricco di promesse e potenzialità e già alcuni di loro ne davano prova.
Ad ogni modo l’intersezione tra campi ha avuto breve durata, e gli scout se ne sono andati in serata  per la loro route, lasciandoci al nostro lavoro  e ai nostri pensieri.

06 agosto - Lo spettacolo che metteremo in scena domenica sera è molto vicino. Troppo vicino.
Le idee, molte e belle, prendono forma e si concretizzano in canti, danze, poesie e letture.
Il tempo per prepararlo non è molto, e così cerchiamo di farlo fruttare, approfittando di ogni manciata di minuti.
Anche i più fedeli all'oretta di siesta dopo il pranzo (sempre abbondante e gustoso!) si vedono costretti a sfogliare libri, cercare frasi, provare passi e balli, per una piece che ripercorrerà il senso di questo campo.
I giorni passano ed il momento della partenza, purtroppo, inizia ad intravvedersi e sembra aspettarci dietro l'angolo, subito dopo la domenica.
Ancora pochi giorni a martedì. E poi?
Il "dopo campo" è pensiero ricorrente. Ci si pensa individualmente. Se ne parla lungo il tragitto in auto per raggiungere le vigne, lo si condivide a gruppi. Se ne parla tra innamorati e lo si sussurra al termine della giornata al tira tardi di turno, guardando le stelle dal cortile della Sklizza.
In questi giorni le nostre abitudini sono, per fortuna, continuamente scosse. Gli esempi di chi ha saputo dire no ad un sistema perverso di illegalità li abbiamo davanti agli occhi, umidi dopo la testimonianza di oggi.
Una forte testimonianza di un’amica che ha saputo raccontare le scelte impegnative della sua vita e della sua famiglia.
Straordinario momento di comunità. Momento di deserto indescrivibile, come se il pensiero si fosse fermato alla pesantezza di alcune frasi pronunciate in un caldo pomeriggio di agosto.
Per il deserto ognuno sceglie un posto in cui fermarsi e riflettere. C’è chi puntualmente si reca sotto il suo ulivo vista lago ed erba bruciata intorno. C’è chi ha scelto l’ombra delle piante vicine alle stanze.
Alcuni sono sparsi per il cortile assolato, altri accarezzati dal vento nelle zone d’ombra.
Il posto non importa, i pensieri si muovono andando a toccare tutti i luoghi occupati da amici, portati da un soffio caldo insieme ai profumi bollenti di uno splendido panorama.
La giornata di oggi è davvero particolare e non mi sento di affrontarla in questo modo, attraverso una fredda tastiera e uno schermo insensibile. Mi sento solo di dire che se il cuore ti si gonfia nel petto, le lacrime sgorgano con facilità e rifletti sempre più su quanto ti senta fortunate nel poter scegliere (sempre) hai un dovere: non lasciare chi è solo! Non si combatte soli.
Anche ieri la dott.ssa Saguto ha ribadito il concetto: i giudici Falcone e Borsellino sono morti perché rimasti soli.
"Hey Jude, don't carry the world above your shoulders!”, suggerivano a loro tempo i Beatles.
Politicamente non contiamo più. Dal cogito ergo sum, al pago ergo sum. La parola etica, troppo spesso, viene utilizzata come aggettivo, come se la si potesse separare da un contesto o, peggio, dall’essere umano.
Etica deve essere solo un sostantivo e, unitamente ai piccoli sforzi e a costanza, qualcosa di meglio sarà possibile.
La ricerca di qualcosa di nuovo deve essere perseguita e l’unico strumento è quello di unirsi a chi ha iniziato una battaglia, secondo il proverbiale fare rete di Mauro…
Anche i più lunghi cammini iniziano dal primo passo e, accanto a chi ha già avuto il coraggio di farlo, dobbiamo far sentire la nostra presenza, ancora una volta, in tutte le scelte quotidiane.
Grazie per la splendida testimonianza.

07 agosto - Stamattina il gallo ha cantato all’alba, ma non per noi.
Ci è stato concesso di ritardare di un pò la colazione, svegliandoci con un’aria più tiepida e il sole più alto sugli ulivi. La sveglia è andata a braccetto con la divertente serata trascorsa dagli amici di Libera tra musica, griglia rovente, carne a puntino e vino fatto in casa.
Sapere di poter contare su un paio d’ore in più per riposare ha permesso di chiacchierare, di suonare, di addormentarsi naso all’aria in cortile e riflettere ancora sullo spettacolo di domani sera.
La giornata di oggi non ci ha visti impegnati in vigna: la mattinata e qualche ora del pomeriggio sono servite per gli ultimi accorgimenti artistici…
Oggi sono le mancate conversazioni tra amici lungo i filari. Poi, come uso, pranzo, spazi per i gruppi di interesse, catechesi, deserto, gruppi di condivisione e cena presso gli amici del centro di accoglienza a Piana.
I continui spunti di riflessione e momenti vissuti durante questo campo, sono un esercizio meraviglioso per capire come basti poco per essere felici, carichi, motivati, speranzosi.
Tutti, certamente, dopo il campo torneremo a casa con tanti pensieri, con entusiasmo da vendere che trasparirà quando i visi di amici chiederanno come sia stata l’esperienza in vigna.
Altro punto su cui i pensieri si susseguono è proprio su come mantenere acceso questo entusiasmo, evitando che tutto si trasformi in una parentesi che vada chiudendosi con il tempo, confinando questi momenti di comunità e condivisione ad una bellissima esperienza estiva.
Quello che si deve cercare di fare è semplice: se il modo di affrontare la giornata al campo è piaciuto, si deve ripeterlo ogni giorno.
Se ci sono alcune cose che fanno stare bene, che fanno sorridere, che danno gioia, perché non dovremmo farle quotidianamente, ritornando alla “normalità”?
Pigrizia, mancanza di tempo, difficoltà ed impedimenti di vario genere sono dietro all'angolo: serve costanza, speranza ed ostinazione in ciò che facciamo.
Serve un radicale cambiamento. Pensando alla catechesi di oggi, alla parabola del seminatore, serve un terreno nuovo per far germogliare buoni frutti.
Ci sono terreni aridi come ci sono terreni fertili. Ci sono terreni coltivati che un giorno daranno frutto, e ci sono terreni che fanno crescere ortiche impedendo ad altre piante di gettare radici.
Ci sono tanti terreni quanti sono i cuori di coloro che ascoltano il messaggio di conversione.
Il Signore non guarda la qualità del terreno, semina e basta.
E come la stupenda immagine di un terreno arido, di un terreno che può far nascere qualcosa, serve alimentare quella zolla per renderlo fertile e fruttuoso...
L'entusiasmo è importante, ma si deve riflettere ed impegnarsi per una cosa ben più difficile: la quotidianità.

08 agosto - Il deserto ci ha colti di sorpresa, vagamente spiazzati e perplessi su come gestire a quattro mani quelle sei ore a disposizione; la dolcezza delle parole di Silvia, lasciavano presagire l’intensità dei nostri deserti pomeridiani, ma elevata a potenza, fra la marcia, il silenzio, il racconto di noi, la riflessione profonda fra noi e il compagno di viaggio.
La situazione si è evoluta nelle maniere più disparate, ma punto d’inizio e di arrivo erano chiari per tutti, dalla Portella della Ginestra fino alla Sklizza, nostra “casa base”; e soprattutto la costante di fondo rimaneva l’accogliente Madre Terra, più o meno antropizzata, nelle sue innumerevoli varianti.
Il suo richiamo ha spinto alcuni di noi verso il lago, altri verso le vette del monte la Pizzuta. Alcune coppie si sono scontrati-incontrati lungo il percorso ramingo, all’ombra della prima chiesa fondata dagli albanesi al loro arrivo, letture e riflessioni di gruppo hanno stimolato la coscienza di ciascuno.
Che livelli di conoscenza abbiamo acquisito l’uno dell’altro?  Le donne e gli uomini del popolo nuovo, che si ritrovano in comunità, attraversano il deserto, e in solitudine o in compagnia rileggono la loro storia e la loro fede per non smettere mai di credere e di costruire.
Dal deserto all’attività del popolo della Sklizza c’era la distanza di un cannolo collettivo. Lo spirito e la spiritosaggine di un appuntamento ufficioso al Bar dello Sport prima del rientro effettivo, si sono mescolati con le nostre facce arrossate e i muscoli tirati da una fatica fisica fortificante.
Il punto della situazione è arrivato con la messa pomeridiana, con il riposo delle gambe e la massima tensione della mente. Silvana Saguto ha condiviso con noi il Pane, le riflessioni, e la provocazione di Daniele: “Continuerai a farti scegliere?….. O finalmente sceglierai?” Il De Andrè che tanto aveva accompagnato le nostre schitarrate in pullmino non ci ha lasciato proprio quando dovevamo fare i conti con le nostre scelte di vita. Grazie Daniele.
L’ora che ha preceduto lo spettacolo della sera è stata una scommessa in tutti i sensi, dovendo noi ricavare un unicum da spezzoni  provati singolarmente. Ma seppur dilettanti, non ci sentivamo certo sprovveduti, e fin dall’inizio abbiamo stabilito una regia che pensasse un filo conduttore soddisfacente e rappresentativo. Partire dal titolo si è rivelata una scelta vincente, solo apparentemente banale, che ci ha consentito di dare un incipit e una conclusione forti, a quel contenitore di idee e contaminazioni, elaborati attraverso le nostre capacità e conoscenze in materia di danza, fotografia, recitazione, ricerca, canto e musica. La terra stremata compie allora una simbolica rinascita. Ma sarà solo simbolica o..?
La serata è stata la punta massima della soddisfazione. Nessuna grande aspirazione mentre allestivamo questo micro resoconto delle nostre attività; abbiamo fondamentalmente puntato su una scena semplice, la più semplice possibile. Unico fine: sentire dentro di noi il contenuto che volevamo trasmettere. Ma mettendo da parte l’obbiettivo finale, possiamo a buon titolo riconoscere l’importanza primaria dell’impegno per raggiungere tale obbiettivo, il lavoro di squadra di cui tanto si parla, ma che difficilmente si raggiunge così bene e così in fretta come l’abbiamo raggiunto in quei due giorni convulsi.
L’arrivo la sera stessa del campo ACR di piana, pubblico perplesso della nostra performance, può essere rappresentato con buona approssimazione attraverso l’immagine di due mondi paralleli che si ritrovano nello stesso spazio. E vi stanno stretti. Con un’osservazione efficace, Angelo ci ha fatto notare che gradualmente stavamo vivendo il ritorno alla realtà quotidiana. Abbiamo cominciato a renderci conto che la nostra è stata un’isola felice e che dovevamo fare i conti con una realtà che ha tutt’altra consistenza.

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Zugliano (UD): I giovani si raccontano!!!!!
“SEDERSI DOVE IL POPOLO SI SIEDE E ATTENDERE CHE DIO AVVENGA”


È stato bello vivere in questi giorni quí al centro Balducci, alloggiati al suo interno come se fossimo anche noi giunti quí dai nostri percorsi di vita, con le nostre difficoltá e debolezze, per essere accolti dal centro, dalle persone che ci vivono dentro e ne sono il soggetto attivo. Mi sono realmente sentita accolta e partecipe della vita quotidiana.
Ricordo con molta tenerezza e forza nel cuore gli incontri fatti con le persone. E mi rendo conto sempre piú di quanto l’INCONTRO con l’altro LIBERA. Libera dai pregiudizi, libera dalle diversitá viste negativamente come un limite per arrivare a una convivialitá e a un arricchimento dato dalle diversitá, libera dalle nostre paure e ci costringe a metterci in gioco ogni giorno per portare il Regno di Dio nella nostra vita, libera la voglia di stare, di sedersi con il popolo, di condividere la quotidianitá in maniera semplice e spontanea, permette di dare un nome alle persone considerandoli fratelli di vita.
Ripensando a questi giorni mi viene in mente una scena di tenerezza che ho assistito a questo campo. Una scena che mi ha riempito il cuore di calore, di tenerezza e di speranza… di ostinata speranza che il Regno di Dio esiste e che è possibile, che il sogno di Dio si sta realizzando nelle persone semplici. Achnad, un bambino curdo proveniente dall’Iran e Amanda una bimba nigeriana che vive quí al centro. Tre anni entrambi. Amici, amici speciali. Nel ritrovarsi quí nel giardino un pomeriggio hanno sorriso l’un l’altro con un sorriso vero e sincero e hanno alzato il pollice verso l’alto in segno di saluto e di affetto reciproco. Le diverse storie, le diverse origini non esistevano piú, non creavano distanza. Una tenerezza fraterna, amica, semplice e pura che viene dal cuore. Il sogno di Dio si manifesta in questi piccoli gesti che per me sono forti segni di speranza.
La stessa esperienza alla casa farfalla mi ha dato molto. Mi porto dentro la domanda di Naomi di questa mattina: “Come mai siete venute quí? Cosa siete venute a fare?” È stata una forte provocazione che mi ha stimolato nel darle una risposta sincera. Siamo venuti semplicemente a sederci accanto a loro, umilmente e con semplicitá. Per incontrare e per farci incontrare. Portando noi stessi e quello che siamo permettendo anche all’altro di esserlo. Ascoltando ma anche permettendo di farmi ascoltare. Con semplicitá e grazia. In questo modo Dio avviene e manifesta il suo sogno.
Personalmente non so se ci sono riuscita del tutto e con pienezza, ma ho compiuto un altro passo per capire sempre di piú e interiorizzare il sogno di Dio. Il mio cammino continua, passo dopo passo, ma questa esperienza ne ha segnato un passo importante.

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Mentre scrivo queste parole sono ancora al Balducci. Davanti a me vedo il campo di calcio che abbiamo allestito nei giorni scorsi per consentire la partita fra gli ospiti e i ragazzi del Centro dell’Immacolata di Udine.

È stato un bel momento e penso che in sé possa riassumere un pó il tempo passato quí. Se nei primi giorni è stato difficile ambientarmi, col passare del tempo le barriere si sono via via disciolte ed è stato possibile conoscere meglio le due realtá che abbiamo visitato, quella del Balducci e quella del Centro dell’Immacolata. Due realtá che si fondono con la partita che abbiamo giocato quí l’altra mattina. Ognuno con la sua storia, in molti casi terribile, che sul campo di gioco peró non traspare. Tutti sono uguali col pallone fra i piedi e tra ogni giocatore nasce una sorta di solidarietá sportiva. È quello che praticamente mi è successo incontrando queste persone.
Mi aspettavo un muro e mi chiedevo il perché uno chiunque di loro avrebbe dovuto parlarmi, salutarmi. Abbiamo realtá e vite cosí differenti e molti pregiudizi. Eppure sono quasi tutti sorridenti e parlano. Certo, si discute del piú e del meno, poi qualcuno si apre, mi descrive il suo viaggio per arrivare quí, mesi in prigione, in alcuni casi fortuna nel superare i confini ed infine l’arrivo in Italia e la sistemazione quí al Balducci.
Oltre il campo di gioco le case delimitano il cielo e sotto di esse la vita corre frenetica sulla strada. Le auto si muovono. Mi interrogo su come ero prima di arrivare quí, dubbioso sull’interrompere le vacanze, scommettere su di me e sugli altri. Beh ne è valsa la pena. Come correvo anche io su quella strada: i miei problemi, le mie “beghe” da sistemare, la mia vita da inseguire… Ora mi chiedo: mi stavo realmente muovendo o forse ero fermo da troppo tempo? Realtá come l’immigrazione non mi toccavano e quando il politico di turno ne parlava in TV mi arrabbiavo per come affrontava la questione, se da un lato in modo quasi xenofobo, dall’altro con atteggiamento fin troppo retorico e moralista.
Quí si vive, non si parla. Non di deve dire, parlare, predicare, tutto è gia scritto nel Vangelo. Non resta che viverlo. È questo che quí si fa. Lo si vive. Certo, il Balducci non è il giardino dell’Eden, come ogni struttura avrá i suoi limiti. Tuttavia è una risposta, una prima soluzione al problema.
Forse è una realtá affetta da un idealismo, ma senza idealismo io mi stavo riducendo al cinismo. Dentro di me nasceva il vuoto e piú continuavo piú il vuoto si allargava.
Ho letto di uno scrittore, non ricordo chi fosse, che diceva di avere dentro sé un buco a forma di Dio. Ebbene questo buco credo di averlo sempre avuto anche io, a volte piccolo, a volte enorme. Oggi sento questo buco abbastanza piccolo e quasi completamente riempito.
Finalmente ho visto il punto di vista dell’immigrato e credo sia il piú difficile per lui accettare un rifiuto che per noi accettare lui. Che senso avrebbe percorrere un Calvario fatto di deserti, muri, cittá, carcere, fame, sete, sonno per infine giungere, e venire allontanato ancora, di nuovo al punto di inizio?
Bisogna ora sintetizzare tutte queste riflessioni rendendole azioni concrete, vita quotidiana. Solo cosí edificheremo il ponte che collega il Balducci al mondo. Senza, non rimane che un’isola di speranza. Proprio il Balducci mi ha insegnato come per farlo non bisogna scalare le piú alte montagne o navigare i mari piú tempestosi. Basta sconfiggere i pregiudizi piú comuni ed accogliere nei gesti quotidiani tutti, non importa la raltá in cui si vive, il contesto quotidiano.
Colleghi, figli, fratelli, genitori, amici, poveri, immigrati, prostitute, barboni: accoglierli diventa a questo punto d’obbligo, ma la vera accoglienza, quella piú profonda, che a volte non è fatta di sacrifici e impegni mostruosi, ma solo del piú piccolo gesto d’amore.

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“Zugliano è un piccolo paese alle porte di Udine, ma si respira aria di mondo”. Queste sono state le prime parole di p. Daniele al nostro arrivo al centro Balducci e ci è voluto davvero poco per capire che era veramente cosí.

Il centro ospita una cinquantina di immigrati, richiedenti asilo politico, che arrivano da ogni parte del mondo, a loro viene offerta una casa, la possibilitá di imparare la lingua e ogni tipo di aiuto umano di cui una persona puó avere bisogno; il tutto è coordinato da don Pierluigi, parroco di Zugliano e direttore del centro, che negli ultimi anni, in occasione dell’ampliamento si é avvalso dell’aiuto di tre suore missionarie della Sacra Famiglia.
Con le tende ci siamo accampati nel cortile del centro, proprio per sperimentare un diretto contatto con tutti gli ospiti, per sentirci un pó parte della loro comunitá.
Prima di partire per il campo pensavo a cosa avrei fatto una volta lá, ora che questa esperienza sta per finire penso invece a quanto ho ascoltato e potuto vivere semplicemente non facendo nulla.
Una delle cose che colpisce di piú è la pacifica convivenza di gente di razza, cultura e tradizione diversa, al Balducci si vede e si respira una totale integrazione di popoli.
Durante la nostra permanenza abbiamo conosciuto don Pierluigi, colui che ha voluto e reso possibile la realtá del Balducci, uomo che con la sua vita e le sue scelte ha reso concrete le parole del Vangelo e ha reso reale la parola di quel Gesú che accoglie gli stranieri, i poveri e gli ultimi.
Ci sono state diverse testimonianze, tutte molto preziose, alcuni ospiti si sono spontaneamente raccontati, hanno condiviso con noi le loro storie, le loro fatiche e sofferenze; altre persone ci hanno invece testimoniato che con le loro opere e la loro vita sono segno tangibile del Vangelo di Gesú sulla terra.
Io credo che il Centro Balducci sia l’esempio concreto della speranza ancora viva in Italia, della speranza che un altro mondo è possibile.

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Durante questo campo ho sperimentato d’avvero l’importanza della condivisione: sia nella vita al Centro Balducci che negli incontri con alcune delle altre realtá presenti sul territorio.

Al costo di apparire scontata, vorrei sottolineare che quando mi sono state elencate le due possibili realtá nelle quali avrei trascorso le mie giornate ho faticato a scegliere: da un lato mi attraevano entrambe e dall’altro ero “spaventata“ dal mio essere inadeguata a stare con le ospiti.
Devo ringraziare davvero il Signore perché ho trovato delle persone belle, sorridenti, a parte alla vita; devo farlo perché sono riuscite ad abbattere le mie barriere, le mie paure con la semplicitá dello stare insieme. Spesso, nella nostra societá, si crea un clima di diffidenza, di rancore, di paura del diverso, ma anche di chi è semplicemente altro da noi. È un’atmosfera che fa comodo: finché le persone sono divise e non si confrontano è facile ottenere potere e sfruttare le guerre per i propri interessi.
Una delle frasi piú belle che ho sentito in questo campo è questa: “Il colore della pelle puó cambiare, ma il nostro sangue è lo stesso”. È con questa consapevolezza, da questa consapevolezza che voglio RIPARTIRE una volta tornata a casa. Con me porto volti, storie, sorrisi, gesti e momenti importanti che peró rischiano dopo un certo periodo di attenuarsi, di sfumare, di svanire. Ció che rimane è, e deve essere il mio senso critico, il non accontentarsi, il non fermarsi alla prima impressione, ed è anche l’importanza di dialogare, di non costruire muri o alimentare violenze.
Il confronto è un mezzo potente per aprire nuove strade, per rinforzare quelle che giá ci sono, ma puó avvenire solo in maniera pacifica; altrimenti diviene conflitto, odio, distruzione, fonte di sospetto e disaccordo.
Ho avvertito l’importanza del dialogo in maniera forte, durante queste giornate, come strumento per cercare un punto di contatto e creare qualcosa con le ospiti del centro, anche solo un ballo fatto insieme.
Mi auguro perció davvero che non mi venga mai a mancare il desiderio di aprirmi agli altri, di mettermi in ascolto ma anche in servizio e di non perdere la curiositá, che mantiene vivo tutto ció che mi circonda e non lo rende mai scontato né banale.

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Un campo di lavoro a fine estate, proprio quando ho bisogno di tempo per riposarmi e per studiare?! Questi sono i miei pensieri la sera prima di partire, ma sapevo che era la cosa giusta da fare, che mi avrebbe arricchito e mi avrebbe dato un “segno” per le scelte da fare nel futuro prossimo.

Sembra banale, ma è stato cosí: è un’esperienza illuminante e dopo aver sperimentato questa realtá non puoi tornare indietro nella quotidianitá senza essere cambiata, almeno un poco. Mi ha aiutata ad aprire gli occhi sull’argomento immigrazione, ci ho parlato spesso con coloro che conosco, ma con cui non avevo avuto ancora a che fare realmente; ho incontrato due realtá principali: il Centro Balducci di Zugliano e la Casa dell’Immacolata a Udine. Entrambe mi hanno lasciato un segno, anche se a loro modo diverso, e so che capiró completamente quando torneró a casa.
Nel Centro Balducci ho trovato la quotidianitá con alcuni ospiti (Diego, Camilla, Carla, ecc.) e anche momenti di svago e divertimento che hanno permesso un’interazione, sebbene leggera. Le testimonianze di don Pierluigi e delle suore che prestano il loro servizio al centro mi hanno dato molti spunti di riflessione, ma anche i racconti di vita degli ospiti, non organizzati specificamente, ma liberamente donati, sono stati un’occasione per amicarmi e condividere le loro sofferenze e le loro esperienze.
Ho incontrato un’altra parte della realtá dell’immigrazione nei ragazzi della Casa dell’Immacolata, centro di accoglienza per minori non accompagnati. Quello che mi ha colpito di piú, sin dal primo giorno, è stata la disponibilitá di questi ragazzi ad accoglierci, a raccontarci la loro storia, a darci la loro fiducia, anche se non ci avevano mai visto. Soprattutto mi ha fatto riflettere la loro naturalezza nel raccontarsi, la loro tranquillitá nell’incontro con noi, la loro voglia di divertirsi e di evadere un pó dalla loro situazione. Mi è capitato durante una condivisione di rendermi conto pienamente di quanto mi sia affezionata a loro e credo che questo sia un segno di Dio. Mi aiuta a capire che questa strada è giusta, che è importante questa sensazione nel pensare a questi ragazzi.
Questi giorni li ho vissuti in modo sereno, per quanto sia stata toccata dalle storie di ciascuno, e con una naturalezza che spesso perdo nella mia quotidianitá, a scapito della sensibilitá verso le vite degli altri. Mi danno e penso che continueranno a darmi molti spunti di riflessione e un pó le “dritte” per costruire il mio “essere” nella realtá. Questo campo mi dá la possibilitá di un’altra visione del mondo che contribuisce a completare quella che giá ho, rendendomi piú sensibile e attenta agli “ultimi”.
Non pensavo cosí tanto, ma l’esperienza a Zugliano e a Udine mi provoca e molto, sia per quello che la realtá dell’immigrazione provoca nella societá e nella Chiesa, sia per il significato della missione che sto (ri)scoprendo poco a poco, sia per il mio desiderio che ci sia piú giustizia e piú attenzione verso gli altri. Ad esempio, adesso capisco che non posso piú essere indifferente senza disconoscere un mio pilastro di vita, che non è giusto dare importanza a cose futili quando e possibile l’umiltá e quando vedi queste realtá. Zugliano mi suscita tanti sentimenti e tanti pensieri, e penso che questo sia bello e costruttivo e che debba essere accompagnato da un cambiamento, sia psicologico sia proprio a livello pratico con delle proposte nella mia comunitá di origine.
Vorrei fare capire l’importanza di condividere queste esperienze per approfondire la realtá e per attuare la missionarietá di ciascuno di noi, perché è importante diventare segni di speranza nella nostra quotidianitá e nelle situazioni che incontriamo e viviamo.
Bisogna lasciarsi “sconvolgere” da Dio e dalle raltá che esistono nel nostro territorio e nel mondo, distruggendo la tentazione dell’indifferenza e della mancanza di opinioni e giudizi. Dobbiamo attuare il “sogno di Dio”, lasciando da parte le nostre insicurezze e paure, perché ognuno di noi è chiamato ad un servizio e ad un compito, resta solo da scoprirlo.

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Raccontare l’esperienza di questo campo vissuto al Centro Balducci di Zugliano… Sono davanti all’ingresso per cercare di cogliere, con uno sguardo d’insieme, quello che ho vissuto. Mi vengono in mente alcune parole. Innanzitutto INCONTRO. Incontro con una realtá, quella di una comunitá di accoglienza per persone migranti, famiglie, ragazzi, donne con figli che lasciano la loro terra di origine, ferita dal dolore, per cercare vita e speranza altrove. Incontro con ragazzi minorenni stranieri, anch’essi mossi da un profondo desiderio di vita e segnati allo stesso tempo da storie di sofferenza che paiono troppo grandi per la loro etá. Incontro con testimoni d’eccezione, che hanno deciso di aprire le porte del cuore e della loro casa a coloro che bussano. Incontro con Dio che si manifesta nella carne delle persone con cui entri in relazione.

Poi ACCOGLIENZA. A volte ho come l’impressione che, specie negli ambienti ecclesiali, si ponga troppo l’accento su quanto noi dovremmo aprirci all’accoglienza, quasi che si possa sempre distinguere nettamente chi accoglie e chi viene accolto. In questi giorni ho fatto esperienza di accoglienza innanzitutto perché mi sono sentita accolta da coloro che vivono quotidianamente il Centro Balducci o la Casa dell’Immacolata (struttura per minori stranieri non accompagnati, nella quale abbiamo incontrato i minori nelle mattine di questo campo). E poi ho visto concretamente qual’è lo stile di accoglienza che le persone che vivono al Balducci incontrano in don Pierluigi e nelle tre suore. Un’accoglienza che si basa sul rispetto, sulla fiducia, sulla libertá, sulla condivisione e l’ascolto. Un’accoglienza come stile di vita che si fá apertura del cuore e della porta all’altro.
Infine STRANIERO. Nell’incontro con persone provenienti da altre culture, nell’ascolto delle loro storie, nello scambio di sguardi, saluti, sorrisi mi sono chiesta piú volte chi sia lo “straniero”. Non è forse vero che anche in noi, anche in me ci sono parti che non conosco, che la vita si presenta con sempre qualcosa di nuovo che ti interpella?
Le persone straniere incontrate hanno fatto esperienza della guerra, del viaggio lungo e doloroso, della prigionia, della sofferenza fisica e psicologica inflitta da altri uomini; si sono messi in cammino con un sogno nel cuore e una speranza, senza sapere bene dove si sarebbe concluso il loro viaggio… cosa incontrano quí in Italia? Quali atteggiamenti, quale capacitá di ascolto? Quali politiche, quali leggi? Quali attenzioni da parte delle comunitá umane, e a maggior ragione delle comunitá cristiane? La riflessione sul senso di alcune scelte, a livello di Stato, Chiesa, persone è solo all’inizio… E sono contenta di aver trovato al Balducci persone che nelle scelte coraggiose e quotidiane della vita offrono un luogo in cui i sogni e le sofferenze di chi arriva possano essere accolti. Persone che riconoscono che siamo tutti stranieri nei confronti dell’altro e della vita. Persone che credono che la paura delle differenze si riduce tramite l’incontro, concreto, con l’altro.
E concludo con un grande GRAZIE alle persone incontrate, a chi ha reso possibile questa esperienza, a chi l’ha condivisa con me, a chi mi ha mostrato l’APERTURA come modo di essere che permette l’incontro e l’accoglienza dello straniero.

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Politiche di coraggiosa speranza. Mi viene da chiamarle cosí quelle che ho conosciuto questi giorni. Il centro Balducci, e soprattutto i piccoli segni e gesti quotidiani che si respirano in questa piccola-grande utopia che si è realizzata.

Sommersi dal rimbombo delle notizie dei mass-media che dipingono l’Italia, il nord-est come un posto invivibile e privo di spazi di speranza, ció che parte quí da Zugliano sembra dire tutt’altro.
Il sensazionalismo delle cronache contrapposto alla semplicitá dei gesti quotidiani che sperimentano integrazione, che provono un nuovo modo di convivere.
Istantanee fisse nella mia testa. Le mani di due bambini che si intrecciano, uno curdo e l’altra dell’ Honduras. Una partita a calcio Kosovo – Albania – Gambia - Ghana. Una grande cucina condivisa ad intrecciare profumi e sapori di terre lontane fra loro, due chiacchiere seduti ad una panchina. Storie di vite vissute, di chilometri macinati in giro per il mondo fino all’Europa, semplicemente in fuga verso un sogno, la speranza.
Piccole esperienze, piccoli frammenti di quotidianitá che per i piú possono sembrare insignificanti… troppo poco, forse bello ma inutile se paragonato ai perversi movimenti che fanno girare questo mondo.
Per me non è cosí. Non lo è quando il bello che una persona puó generare si trasforma in gesti, in sguardi, in esperienze di condivisione.
Un laboratorio di giustizia, questo per me è il Centro Balducci. Un’officina in cui la speranza, pur fra mille difficoltá, si fá sentire ed è nell’aria.
Un luogo dove fare apprendistato, partendo dalle cose semplici per essere contagiati e contagiare i luoghi della quotidianitá in cui tutti noi siamo immersi.
Un’idea, un sogno da portare avanti, e la voglia di giustizia. Proporrei a tutti di passare di quí. Parroci, politici, amministratori, tutte le persone schiacciate da pregiudizi e ignoranza. Respirare questi profumi, ascoltare storie, conoscere nomi e volti, contemplare i volti ricchi di speranze e di fatiche, incontrare nuovamente quelle piccole mani che si incrociano.
Non numeri, non freddi reportage, non propaganda di partito, solamente vite, vite che aspettano di essere incontrate. Sí, incontrare le vite degli altri, ecco ció che potrebbe dare una svolta a molti, e lasciarci provocare da tutti coloro che il mondo mette ai margini.
Sará cosí impossibile tacere, far finta, girare la testa. Sará necessario cambiare, e magari seminare altre realtá come questa, unica via verso un futuro piú umano.

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