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Vito ci racconta l'impegno dell'Associazione Micaela a sostegno delle ragazze che vogliono uscire dalla tratta. Solo il lavoro congiunto di più attori può contrastare in maniera efficace questo fenomeno perché, come dice Don Ciotti: “Nessuno può essere navigatore solitario”.

Giubileo GIM: impegnati contro la tratta

Adoratrici Ancelle del Santissimo Sacramento e della Carità pronte ad accogliere

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Durante il Giubileo Gim abbiamo avuto l’opportunità di dividerci in gruppi per approfondire un tema di attualità mediante la visita di una realtà locale e l’incontro con testimoni che lavorano nell’ambito.

Il mio gruppo ha visitato una comunità di Adelfia, in provincia di Bari, dove le suore Adoratrici Ancelle del Santissimo Sacramento e della Carità ospitano, 24 ore su 24, ragazze vittime della tratta condividendo con loro la quotidianità delle giornate. Le suore che ci accolgono, ci raccontano che quest’ordine è nato a metà dell’800, epoca in cui la donna non aveva molto valore, grazie all’intuizione di una nobile spagnola, Micaela, che, in visita all’ospedale di Madrid, conoscendo una ragazza costretta a vendere il proprio corpo, scopre per la prima volta l’esistenza della prostituzione e sente il desiderio di riscattare queste ragazze che la società considerava delle condannate.

Braccio operativo della congregazione religiosa è l’associazione Micaela, nata nel 1999 di cui Vito, il nostro testimone, è educatore dal 2007.

Le ragazze sfruttate presenti sulla strada sono soprattutto nigeriane e rumene. Spesso presentano un livello di istruzione molto basso; provengono da paesi caratterizzati da una forte diseguaglianza socio-economica a sfavore delle donne, convinte ad arrivare in Italia col miraggio di una vita migliore.

Le ragazze rumene spesso arrivano sulle nostre strade attirate da un finto fidanzato che gli fa soltanto belle promesse. Le donne nigeriane, prima di partire dal loro Paese, vengono sottoposte ad un rito vodoo che lega la loro sorte e quella dei familiari alla Madame. Un rito di magia con cui vengono ricattate le ragazze e che spesso è alla base della paura di denunciare la loro situazione. Il riscatto per la libertà è molto più difficile per il debito precedentemente contratto con la Madame che si trovano a doverle restituire.

Il primo aggancio delle ragazze con gli operatori dell’associazione avviene grazie ad un'unità di strada che interviene innanzitutto con una ricognizione conoscitiva del fenomeno della prostituzione sulle strade principali che collegano Bari a Taranto. L'educatore che le avvicina si trova ad operare in un ambiente non facile, in cui possono essere presenti più elementi di disturbo, quali: una pattuglia di passaggio; un cliente che si avvicina; un’altra ragazza che controlla; la Madame che chiama. In questo primo approccio, veloce e spontaneo, l’operatore chiede alla ragazza se ha bisogno di cure, di visite in ospedale e, prima di andare via, le lascia il numero di cellulare, dicendole di chiamare se ha bisogno.

Laddove non fosse possibile togliere le ragazze dalla strada, l’obiettivo dell’associazione è di fare prevenzione e riduzione del danno, promuovendo la tutela della loro salute: accompagnandole presso i servizi sanitari presenti sul territorio (consultori, medici di base); informandole sulle malattie sessualmente trasmissibili ed aiutandole nell’ottenimento della tessera sanitaria.

Per le ragazze che trovano il coraggio di farsi aiutare ad uscire dalla tratta è prevista la loro collocazione in una struttura lontano dal luogo di sfruttamento dove poter riuscire a costruire con lei un percorso educativo personalizzato dandole la possibilità di imparare la lingua italiana, l’uso del computer ed anche un mestiere. Nella struttura sarà seguita da una psicologa per imparare a gestire la sfera emotiva e recuperare l’autostima. Intraprendere un percorso psicologico per loro non è facile, basti pensare che nel Pidgin English, lingua parlata in Nigeria, le parole (e quindi i concetti) “psicologia” e “psicologo” non esistono neppure. Gli ostacoli a livello culturale sono molti. Innanzitutto l’assoggettamento psicologico dei riti vodoo a cui sono sottoposte le donne nigeriane prima di arrivare in Italia che ha molta presa sulle ragazze; in secondo luogo le minacce che vengono fatte ai parenti lasciati a casa, nel caso in cui le donne lascino la strada. Per paura di ritorsioni, poche donne sono disposte a denunciare i loro sfruttatori ma senza denuncia non ci sono indagini ed i trafficanti rimangono a piede libero.

Vito sottolinea che per combattere il fenomeno è necessaria la collaborazione e il coordinamento tra le associazioni, le forze dell’ordine, la Prefettura e la società civile che deve denunciare e pungulare le istituzioni. Di primaria importanza è il lavorare da svolgere sulla prevenzione nei paesi di origine.

Solo il lavoro congiunto di tutti questi soggetti può contrastare in maniera efficace questo fenomeno perché, come dice Don Ciotti: “Nessuno può essere navigatore solitario”.

Il lavoro ancora da fare è tanto e bisogna imparare a convivere col senso di impotenza ma, come diceva suor Micaela, “basta salvare anche solo una persona” e già è stato fatto molto.

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