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No al razzismo, no alla politica del grido e delle fake news

Carissime e carissimi,
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Mi fa male sentire che molto spesso uomini politici prendono potere sul popolo anche mostrando il Vangelo ed il rosario, ignorando completamente il messaggio di Gesù Cristo che ci ha detto di amare il nostro prossimo, di guardare al fratello perché povero, perché bisognoso.

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Carissime e carissimi,

in questi giorni prima di cominciare a scrivere ho letto diverse opinioni, ho cercato le fonti, ho cercato di approfondire la notizia, ma mi rimane dentro questo profondo stato di amarezza, di forte delusione per noi uomini di questo tempo, per noi cittadini italiani.

Mi fa male sentire che molto spesso uomini politici prendono potere sul popolo anche mostrando il Vangelo ed il rosario, ignorando completamente il messaggio di Gesù Cristo che ci ha detto di amare il nostro prossimo, di guardare al fratello perché povero, perché bisognoso.

Forse allora in questo mondo che si insulta in continuazione che vede l’altro come contrapposto e non come una persona con cui avere un dialogo per la crescita di entrambi, occorre ripartire dagli inizi, dalle origini della nostra fede e, guardando al significato delle parole, trovare un modo forse nuovo, forse vecchio, in ogni caso diverso, di vivere il nostro essere cristiani nel 2018.

 

Parrocchia

La parrocchia è per noi sinonimo di comunità cristiana, ma cosa vuol dire tale termine? Siamo definiti così nella prima lettera di Pietro dove compare il termine pàroikoi che letteralmente significa “colui che sta fuori di casa”. Vuoi vedere che siamo migranti?... In realtà il messaggio è rivolto a persone che nell’impero romano non avevano i pieni diritti (eccoli lì gli ultimi di allora!), ai quali la proposta evangelica degli apostoli è quella di costituire una nuova comunità, una casa spirituale che viva il messaggio di Cristo con uno stile nuovo e di praticare l’affetto fraterno (1 Pt 3,8), la carità (1 Pt 4,8) e l’ospitalità (1 Pt 4,9), tutto questo ovviamente andando contro le logiche del tempo. La domanda sorge spontanea: quale delle nostre parrocchie è così? Credo che sia doveroso l’invito come cristiani a prendere in mano quel Vangelo e quella Croce, che tanto proclamiamo come nostra identità culturale e sociale, e a viverlo come ci hanno insegnato gli stessi Padri della Chiesa.

 

Seguaci di Cristo (Cristiani)

I primi seguaci di Cristo sono stati gli apostoli, da cui poi le loro comunità, e alla fine anche noi abbiamo preso esempio. Ma cosa significa la parola apostolo? Significa “inviato”. L’apostolo, al contrario del discepolo che, come dice la parola, impara, si mette in gioco; l’apostolo deve testimoniare con la propria vita gli insegnamenti di Gesù, lui che, di Gesù, oltre che allievo è stato pure amico ( “Non vi chiamo servi, ma amici” Gv 15,15). E Gesù cosa chiede ai suoi amici? “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.” (Gv 15,17). Non dice amate i bianchi, amate quelli che hanno i documenti in regola, dice amatevi; in più ci dice: guardate che non è facile. Hanno odiato me pensate che voi sarete più fortunati?

Aggiungo anche, come dice Gustavo Gutierrez, che il bisognoso molto spesso è scontroso ed ingrato, e non ci sarà riconoscente; anzi, magari si approfitterà di noi, ma in fondo il messaggio di Gesù è un dare e un non preoccuparci di ciò che riceviamo: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10,42). Anche qui la domanda è: quando noi siamo Cristiani? Quando noi siamo discendenti degli Apostoli?

Credo che con umiltà dovremmo prendere in mano quel Vangelo, andare a leggere i brani che ci indicano come Gesù volle darci un modo nuovo in cui vivere, una logica diversa da quella umana; e se vogliamo mettere un Vangelo come simbolo della nostra identità, dobbiamo almeno tentare di avere uno stile di vita evangelico!

 

Eucaristia e comunione

Eucaristia deriva da eucharistô che significa rendo grazie, che ricorda quel momento dell’Ultima Cena in cui Gesù nello spezzare il pane rende grazie a Dio. Spezzare il pane è un richiamare alla comunione dei beni, tanto che nelle prime comunità era fortissimo il richiamo alla comunione e alla condivisione “spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore” (At 2,1). C’è un altro momento forte della Cena di cui Gesù ci invita a fare memoria, ed è quello della lavanda dei piedi, quello in cui il Maestro si mette al servizio a ricordarci che la Sua memoria può esserci si nello spezzare il pane ma solo se accompagnata da fraternità e servizio reciproco, che in taluni casi diviene condivisioni dei beni.

Quanto ci siamo allontanati da questo stile evangelico? La nostra Chiesa stessa si ricorda che la stola è un grembiule come diceva don Tonino Bello?

Credo sarebbe bello provare l’esperienza delle prime comunità di un pasto di fraternità prima o dopo la messa, un pasto in cui il povero era seduto a fianco al ricco, tutti allo stesso livello, perché tutti fratelli in Gesù Cristo o come dice San Paolo “il vostro non è più un mangiare la cena del Signore” (1 Cor 11,11).  

 

Vade retro

Nella tradizione questo termine ha preso il significato di “allontanati da me”, ma il termine latino è vieni dietro e il termine greco hýpaghe opíso mou, corrisponde alla traduzione “segui dietro a me”. L’invito di Gesù a Pietro, un Pietro che siamo sicuramente tutti noi a volte nella vita, non è quello di allontanarsi, ma davanti ad un uomo che con logica umana pensa di voler piegare il progetto di Dio senza fatica, gli dice in tono forte, no ragazzo mio, non hai capito, la logica divina non è quella umana, seguimi, vieni dietro di me devi ancora imparare. Quante volte pensiamo nel nostro privato ma anche in ambito religioso di dover raggiungere la gloria o meglio ancora di essere arrivati, solo per mostrarci agli altri? Umilmente invece dobbiamo metterci nella scia della croce e come ha fatto Pietro metterci dietro agli insegnamenti di Gesù e seguire il suo percorso.  

 

Fatte queste premesse su cosa vuol dire per me Vangelo, alla luce ovviamente di brani per l’appunto di Vangelo o comunque del Nuovo Testamento, da gimmino, voglio provare a dire la mia sulle questioni che agitano la nostra opinione pubblica in questo momento.  

 

Onestamente la prima cosa di cui soffro è la mancanza di dialogo: se tu hai un’idea diversa dalla mia, non mi metto a discutere ma si comincia subito con gli insulti, specie attraverso i social media che portano ad una spersonalizzazione della nostra società, perché se due persone hanno un confronto anche acceso, si ha comunque il rispetto dovuto all’altro che sta di fronte; invece, davanti alla tastiera abbiamo tanti leoni che sono pronti a dare battaglia, non si ha più dialogo ma semplicemente invettiva. Inoltre il sillogismo sta diventando se fai questo sei contro quest’altro, ad esempio: sostieni i migranti, allora non pensi ai poveri italiani! Esemplifico ancora di più: come è possibile pensare che persone come don Ciotti, che hanno speso una vita nella lotta contro la criminalità a favore delle persone più sfortunate presenti al Sud, perché hanno scelto di sostenere una campagna come le magliette rosse a sostegno degli sfortunati migranti morti nel Mar Mediterraneo, possano essere dimentichi dei poveri italiani o di chi muore in un incidente sul lavoro? Forse dovremmo ricordarci che gente come don Ciotti o padre Alex Zanotelli vivono in mezzo alla povertà italiana, da ben prima che per i politici italiani fossero importanti i poveri italiani rispetto ai bisognosi africani!

Lo stesso dicasi per migliaia di altri operatori sociali e cattolici sensibili a queste tematiche. Quello che dovrebbe essere chiaro per tutti è che lo stile evangelico impone a tutti coloro che si chiamano cristiani di essere attenti agli ultimi, agli impoveriti, agli emarginati, ai migranti, a tutti coloro che soffrono perché è la missione che ci ha dato il Cristo.  

  

In questo contesto mediatico fortemente urlato, le fake news fanno danni colossali, nel senso che in pochi secondi vengono rilanciate notizie dai social media che creano grandi agitazioni di gruppo, ma che nascono da notizie false, come magari anche preoccupazioni da parte dei familiari delle vittime. Mi permetto di fare due esempi:

  • Qualche mese fa è stata pubblicato su Facebook la foto di un ragazzo di colore, presumo africano, che stando alla notizia riportata si era rifiutato di pagare il biglietto del treno. La notizia è stata ripresa anche dai giornali, con grande arrabbiatura da parte dell’opinione pubblica. Ha dovuto intervenire Trenitalia con un comunicato ufficiale per spiegare che il ragazzo non aveva capito la richiesta del controllore e che dopo successiva richiesta in altra lingua, avevo mostrato un corretto titolo di viaggio.
  • In questi giorni si è parlato invece dell’aggressione da parte di un tunisino di una ragazza tedesca. Qui purtroppo la violenza c’è stata e le indagini hanno portato al fermo di questa persona, tuttavia in maniera incontrollata sono usciti dei post su facebook che parlavano di morte della ragazza con i familiari preoccupati che chiedevano informazioni in ospedale.

In entrambi i casi l’invito per noi deve essere quello di approfondire le notizie con un confronto su più mezzi, magari di idee politiche e sociali differenti, e non semplicemente scatenare isteria di massa con post sempre più cattivi, semplicemente perché le persone coinvolte nella notizia in questione sono ideologicamente schierate da parti opposte alla nostra.  

 

Mi sento di concludere questo mio pensiero invitandomi ed invitandovi ad una vita fatta di condivisioni, ad una realtà in cui i dialoghi siano tra persone e non contrasti/contrapposizioni a mezzo di post belligeranti sui social media, a lottare per avere sempre un proprio pensiero e a non essere schiavi di un unico pensiero politico e sociale perché figlio dell’ideologia di quello schieramento per cui votiamo. Vi invito a non generalizzare perché sicuramente esistono ladri, imbroglioni, malvagi, assassini in tutti i popoli e le nazioni, come altrettanto esistono persone di buon cuore, generose, corrette e attente al prossimo. Chiamate per nome Antonio, Anna, John, Fatima, Ismail, Igor o ogni altra persona e dite a lui o a lei dove non vi trovate d’accordo o se ciò che fa per voi è sbagliato o scorretto, perché non esiste un popolo i cui componenti sono tutti uguali.  

 

San Daniele Comboni nel 1867 questa cosa la spiegò anche a PIO IX:

“Santo Padre, disse, siamo tutti uomini. Non è il solo nero che ha difetti: il bianco sarebbe ingrato, ladro, menzognero e malvagio anche più del nero se si vedesse nella triste condizione di schiavo, come quest’ultimo, che pare esistere solo per servire mille pretese e spesso ai capricci crudeli e bizzarri dei suoi malvagi padroni bianchi.”  

 

Voglio concludere questo mio scritto con un messaggio di speranza contro ogni forma di razzismo e di esclusione che vuole essere preghiera e nello stesso tempo dico a tutti quelli che non sono d’accordo con quanto scritto che nel mio mondo, nel mondo utopico di questa preghiera posta qui sotto, c’è spazio anche per loro, non conta infatti essere diversi, basta rispettarsi.  

 

Salmo 133

Qui nessuno è straniero

Ecco com’è bello che siamo finalmente fratelli.

Non più cittadini da una parte e stranieri,

extracomunitari, clandestini, dall’altra.

Qui nessuno è più straniero.

Ecco qui migranti e residenti che si abbracciano felici:

“Ce l’avete fatta, evviva!”

Ecco com’è bello che siamo finalmente fratelli!

Panini caldi e un banco di bibite pronte.

E su un altro banchetto vestiti puliti

e perfino profumo per rinfrescarsi finalmente,

e scendere fresco sul volto seccato dal vento.

E l’acqua per lavarsi che come fresca rugiada del mattino,

pulisce i capelli e le barbe dopo il lungo viaggio.

Eccola qui la benedizione del Signore

che ci dona per mano dei fratelli.

Ecco la vita, finalmente e per sempre.

 

Federico Sartori (GIM di Verona)

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