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Kenya

Lavoro a Kamiti quartiere carcerario del Kenya

A un mese esatto di distanza dal mio arrivo vi voglio raccontare un po’ le mie peripezie, la bellezza di questo paese magnifico, anche se un po’ caotico e a volte incomprensibile, ma soprattutto, voglio condividere il mio lavoro qui a Kamiti quartiere carcerario del Kenya

kenya Matatu
Kenya YCTC

Ciao a tutti! E’ bello potervi scrivere finalmente, a un mese esatto di distanza dal mio arrivo in Kenya, per raccontarvi un po’ le mie peripezie, la bellezza di questo paese magnifico anche se un po’ caotico e a volte incomprensibile, ma soprattutto il mio lavoro qui a Kamiti, il quartiere carcerario.

Ma partiamo dall’inizio.

Come già qualcuno di voi sa mi trovo a Nairobi, in Kenya, e precisamente a Kahawa West, uno dei quartieri più periferici della città. Da qui al centro infatti, con i Matatu, i mini bus locali, il tempo di percorrenza è di circa un’ora e mezza. Africana! Il che significa che non bisogna spazientirsi o allarmarsi se il traffico intenso (sì, qui è molto peggio di Milano!), un incidente sulla Thika Road, la benzina finita all’improvviso, un litigio tra autisti o qualsiasi altro imprevisto fanno sembrare raddoppiato il tragitto.

Sui Matatu comunque non c’è modo di annoiarsi: ci sono sempre musica reggae o pop sparate al massimo del volume, gente che sale e scende ogni pochi metri (quindi tendenzialmente tu, che difficilmente sarai riuscito ad accaparrarti il posto migliore, ti troverai a fare ginnastica su e giù dal bus molto spesso per far scendere gli altri passeggeri), il “buttadentro” che ti affascina con quel suo linguaggio non verbale fatto di smorfie, ammiccamenti, urla, manate o monete picchiate sulla carrozzeria per comunicare quando fermarsi e quando ripartire all’autista con quel codice segreto che solo loro sembrano capire. E poi quei mille negozietti e bancarelle sulla strada. Frutta, verdura, carne alla brace, vestiti, stoffe, caramelle, bibite in bottiglia (tutte rigorosamente della catena Coca Cola), piccoli localini, falegnami, meccanici, tuttofare sempre all’opera. E scuole. Tante scuole. Tutto scorre lento, perché sulla strada che porta in città il traffico è sempre parecchio, e quando si riesce a dimenticare la fretta di arrivare in orario ci si può finalmente abbandonare ai sogni e alle fantasie mentre si osserva dal finestrino tutto quel brulicare di vita che ci circonda.

Ma io e Giacomo, il mio compagno di avventura, per fortuna abbiamo a che fare con i Matatu solo nei nostri giorni di riposo. Per tutto il resto della settimana infatti riusciamo a muoverci a piedi per raggiungere, con una passeggiata di una trentina di minuti , la ‘Cafasso Consolation Home’, il nostro luogo di lavoro.

Si tratta di una casa di accoglienza per i ragazzi ex detenuti dedicata a San Giuseppe Cafasso, che nella sua vita ha sempre accompagnato le persone condannate a morte stando loro vicino, ascoltandole, pregando con loro, preparandole ad affrontare la morte e dando loro consolazione. Questo centro vuole che i giovani diventino parte attiva e responsabile della società. Qui ogni ragazzo ha la possibilità di seguire un percorso spirituale, di frequentare la scuola e di imparare i diversi lavori agricoli che nella comunità vengono svolti ogni giorno. Sono infatti attivi, con il duplice obiettivo di insegnare un lavoro professionalizzante ai ragazzi e di favorire la sostenibilità del progetto diverse attività agricole tra cui: allevamento di conigli e polli per la vendita, allevamento di mucche da latte, coltivazione dei campi.

A queste attività si è inoltre aggiunta la produzione e vendita del pane.

Durante queste mie prime giornate a Cafasso ho trascorso il mio tempo principalmente affiancando i ragazzi nelle loro attività quotidiane che, in questo mese di sospensione delle lezioni, sono tutte concentrate nel lavoro agricolo e domestico.

Ho imparato quanto siano delicati i conigli e quanta cura bisogna avere nel tenere pulite le ciotole dell’acqua e del mangime affinché non si ammalino, sono uscita nei campi a raccogliere l’erba per le mucche, ho strappato le erbacce dall’orto, ho imparato a legare le piante di peperoni e pomodori perché i frutti abbiano più spazio per crescere senza cadere per terra. Ho imparato a cucinare il chapati, ho scoperto i vantaggi della coltivazione idroponica e in quale periodo dell’anno invece è più conveniente sfruttare l’erba dei campi qui intorno...e ho persino provato a mungere una mucca! Con buoni risultati anche...peccato che poi quando mi sono alzata ho fatto spaventare la mucca che ha infilato la zampa nel secchio pieno di latte e lo abbiamo dovuto buttare tutto!

Queste attività sono un ottimo modo per stare insieme ai ragazzi, iniziare a conoscerli e a farmi conoscere, scambiarsi punti di vista, racconti, aneddoti e gettare così le basi della nostra relazione.

I ragazzi sono ottimi maestri in tutto, tranne che nell’igiene purtroppo. Come ogni buon adolescente maschio che si rispetti, si dileguano rapidamente ogni volta che si pronuncia la parola “pulizie” e le loro camere da letto sembrano scenari apocalittici. Ma sono ragazzi. E dopo un po’ di insistenza e qualche sbuffata, nel fine settimana si trova sempre tempo per lavare i vestiti, fare le pulizie di casa e rimettere tutto a posto...meglio ancora se in compagnia!

A Gennaio, con la fine delle vacanze di Natale, i ragazzi torneranno tutti a scuola. Chi di loro ha già terminato la scuola primaria andrà in una Boarding school: una scuola residenziale in cui lo studente alloggia nel convitto della scuola e torna a casa solo per i periodi di chiusura a fine trimestre. Per chi ha avuto percorsi più faticosi, e ancora deve terminare il primo ciclo di studi invece le lezioni si svolgeranno direttamente a Cafasso con alcuni insegnanti privati che permetteranno poi di accedere agli esami finali nelle sedi delle scuole.

Lo studio e la formazione sono le chiavi principali che muovono i progetti dei ragazzi della comunità. Quest’anno abbiamo festeggiato, con immensa gioia, i primi quattro ragazzi che, dall’apertura della casa, hanno terminato il ciclo di studi della scuola secondaria e ora si affacciano alla vita adulta scegliendo di continuare gli studi universitari o cercando un allorggio indipendente e un lavoro.

Sembra incredibile a molti che quattro ragazzi usciti dal carcere, che avevano abbandonato gli studi e che a scuola si erano sempre fatti riconoscere per cattiva condotta, ora ce l’abbiano fatta. Eppure è proprio così.

Forse è merito di quelle parole chiave che Joseph, educatore, ripete continuamente ai ragazzi sia a Cafasso che, ancora prima, alla YCTC: progettare il proprio futuro, pulire il proprio passato, mantenere gli impegni presi con costanza, insegnare agli altri ed essere per loro un modello positivo.

E quest’anno davvero John, James, Patrick e Peter sono stati per tutti noi un modello di determinazione, coraggio, impegno e possibilità di cambiamento. La prova che Cafasso, con le sue difficoltà e i suoi limiti, sta lavorando bene, e continuerà a farlo per ogni ragazzo che, dalla YCTC, desidererà costruirsi un futuro migliore e realizzare i propri sogni.

A proposito. Ho parlato di YCTC senza spiegare cosa sia. La sigla sta per Youth Corrective Training Center. Più in semplicemente, si tratta del carcere minorile maschile di Nairobi.

Per quanto siamo riusciti a ricostruire, qui in Kenya quando un minorenne viene condannato per la prima volta, indipendentemente dall’entità del reato, viene portato al carcere minorile. In caso di reiterazione del reato però, non sempre la giovane età è garanzia di entrare nel carcere minorile. Per le ragazze, imputabili dai 15 anni in su, la pena è di 3 anni ma con la possibilità di uscita dopo il primo anno di detenzione per buona condotta.

Per i maschi invece l’età si abbassa ai 14 anni, e la pena è più ridotta nel tempo (solo quattro mesi) ma di cosiddetto “carcere duro”. L’idea di fondo è quella che, legando il reato ad un’esperienza traumatizzante, il ragazzo dovrebbe in futuro cercare di evitarlo il più possibile.

Nella pratica funziona poco, poiché la maggior parte dei ragazzini detenuti alla YCTC ha commesso reati minori, per lo più piccoli furti dati dalla necessità (situazione economica e familiare disagiata o vita di strada) e anche una volta usciti dalla prigione, non cambiando il contesto di vita, il reato si ripete.

Il progetto delle suore della Consolata è rivolto proprio a questi ragazzi e ha l’obiettivo di offrire loro la possibilità di interrompere questo circolo vizioso e di intraprendere un percorso di crescita personale attraverso l’acquisizione di competenze che permettano poi di affrontare con più consapevolezza e determinazione il percorso formativo scolastico e le scelte di vita per il futuro.

Grande importanza è data al tentativo di riconciliazione con la famiglia e con la comunità di provenienza che spesso sono concausa dei reati commessi e a cui spesso i ragazzi sono legati da un rapporto di rifiuto reciproco difficile da affrontare ma che rappresenta un nodo cruciale per il successo del reinserimento sociale dei giovani alla fine del loro percorso.

A seguito di questo primo mese di osservazione a me e a Giacomo è stato richiesto di rientrare in Italia per definire insieme ai nostri responsabili di Caritas Ambrosiana (l’ente inviante per il nostro Servizio Civile) i nostri rispettivi ruoli nel progetto.

Giacomo ha pensato di sfruttare le sue competenze informatiche per creare un programma che possa aiutare a tenere la contabilità della comunità, che con il negozio dei tanti prodotti agricoli spesso è difficile da gestire. Inoltre, andando incontro al desiderio dei ragazzi di fare attività fisica e sportiva, sta iniziando ad allenare una squadra di calcio di Cafasso per poter poi organizzare dei tornei nei quartieri vicini e favorire la socializzazione.

Proporrà inoltre, per i ragazzi che hanno terminato la scuola secondaria e si avviano all’università, un corso di progettazione informatica per dare loro competenze aggiuntive spendibili sul lavoro. Questo corso verrà proposto anche all’interno della YCTC per i giovani detenuti.

Io invece, con alle spalle una formazione più pedagogica, cercherò di affiancare Sister Gertude nel lavoro educativo della comunità. In particolare ci piacerebbe implementare l’aspetto del lavoro con le famiglie dei ragazzi, aumentando le visite domiciliari in presenza di un educatore che faccia da mediatore con la famiglia e la comunità locale e favorisca il processo di riconciliazione. L’obiettivo è quello di ricreare per i ragazzi un ambiente familiare sereno, stabile e accogliente e adatto al loro ritorno a casa al termine del percorso di studi. E’ importante che le famiglie riconoscano gli sforzi e i progressi fatti dai ragazzi e ne valorizzino le potenzialità.

Per quanto riguarda le carceri, sto preparando un progetto di potenziamento delle life skills da proporre nel carcere minorile femminile. L’obiettivo è quello di rafforzare l’autostima delle ragazze, la loro capacità di relazionarsi con gli altri, di esprimere le proprie emozioni, di affrontare le situazioni di stress, di gestire i conflitti in modo pacifico, di mantenere la propria identità all’interno di un gruppo di pari, di valorizzare le loro competenze, di offrire loro supporto e accompagnamento nella progettazione del proprio futuro. L’idea è quella di affrontare questi temi non con lezioni frontali ma con dinamiche di gruppo, role playing, attività artistiche legate alla musica, al disegno, al circo sociale.

Sembra esserci inoltre la possibilità di entrare nel carcere di Medium Security per adulti, in particolar modo per affiancare il catechista nei suoi incontri con i detenuti o per avviare in collaborazione con alcuni professionisti un programma di recupero destinato ai sex offenders.

Tanto lavoro insomma, tantissimo. Ma tutto bello, bellissimo!

Le paure certo sono tante: ce la farò a fare tutto? Sarò all’altezza delle attività che mi sono prefissata? Funzioneranno nel contesto che troverò? Riuscirò a cavarmela con la lingua?

Ma infondo, la curiosità e la netta convinzione dell’utilità di questo progetto superano di gran lunga tutti questi dubbi.

La voglia di iniziare è tanta, e non vedo l’ora di poterci provare!

Per il momento auguri di Buon Natale e buone feste a tutti voi che mi accompagnate, ciascuno a modo suo, in questa bella avventura.

Vi abbraccio, a prestissimo

Alice Viganò

(GIM - Venegono)

Kenya

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