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Estratti da un diario di viaggio: Etiopia, 6-25 agosto 2017

L’Africa rimane un desiderio nascosto in un angolo della mente per tanti anni, una musica lontana, e le cose che so di lei le conosco solo di riflesso, dalle parole di chi ci è stato.

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Africa è una parola evocativa, che racchiude in sé miriadi di immagini diverse. Africa richiama colori forti, una natura intensa e selvaggia, orizzonti senza limiti. Africa è la storia dell’umanità che ci riporta alle origini, la culla della vita. Africa parla anche di povertà, di fame, di bambini malnutriti, di guerre, di pulizia etnica.

Per me Africa, quando ero piccola, era un grande continente sul mappamondo, lontano e affascinante, pieno di sole, di animali e di Stati dai nomi strani e dai bordi netti. Tra tutti spiccava un grosso quadrato giallo dal nome che più di tutti mi attraeva: Ciad. L’Africa per me non poteva essere altro che quelle immagini che vedevo in un libro che mi avevano regalato, “I popoli primitivi”: uomini più o meno neri, donne con anelli che deformavano il collo e piatti inseriti nel labbro inferiore, capanne tonde con il tetto di paglia. E più erano neri quegli uomini, più erano strane e diverse dalle nostre le loro abitudini, più ne ero affascinata.

L’Africa rimane un desiderio nascosto in un angolo della mente per tanti anni, una musica lontana, e le cose che so di lei le conosco solo di riflesso, dalle parole di chi ci è stato. Finché, quasi per caso, non ci si imbatte in qualcosa che instilla lo spunto per concretizzarlo, questo desiderio. L’incontro con padre Davide, con suor Yamileth, con il GIM di Padova, e poi quella ruota che si avvia e porta un po’ a scegliere, un po’ ad andare verso ciò che si è deciso, seguendo un impulso, di mettere in moto.

È un gruppo di 14 giovani quello che, al seguito delle nostre guide Davide e Yamileth, si accinge a partire per l’Etiopia all’alba del 6 agosto. Nel corso degli incontri di preparazione al viaggio abbiamo confrontato le nostre motivazioni e le nostre aspettative: ciò che fa da filo conduttore è un desiderio comune di “vivere di più”, di amare di più, di metterci in gioco. Nelle nostre vite, che pure sono piene, intense, ricche, sentiamo che manca qualcosa: abbiamo la percezione che talvolta le riempiamo di sempre nuovi stimoli e impegni perché ciò che facciamo, il lavoro, i passatempi, gli affetti, non sono sufficienti. Ma allora, cos’è che cerchiamo? C’è chi vuole fare chiarezza dentro una situazione personale; chi ha deciso di lasciare il telefono a casa per evitare il consueto sovraccarico di informazioni a cui ormai siamo assuefatti; chi ha sete di conoscenza e vuole farsi un’idea con i propri occhi di un mondo che non è il nostro, ma col quale sempre più si sta compenetrando; chi desidera dare un senso più profondo alla propria esistenza. Chi con due valigie, chi con un minuscolo bagaglio a mano capolavoro di essenzialità (padre Davide), siamo tutti accomunati dal medesimo entusiasmo: si parte!

L’esperienza si articola in tre momenti principali: l’arrivo ad Addis Abeba, l’esperienza a Mandura e la visita a Lalibela.

7-9 agosto

I primi giorni nella capitale ci fanno entrare pian piano nell’universo africano, grazie all’accoglienza delle suore, che per noi cucinano cibo italiano ed etiope e ci introducono nella cultura locale. Addis Abeba è tutto un cantiere (rigorosamente privo di norme di sicurezza). Palazzi in costruzione ingabbiati in tortuose impalcature di legno sorgono accanto a baracche di lamiera, strade asfaltate si alternano a tratti fangosi. La città, 10 milioni di abitanti secondo le ultime stime, è piena di gente: gente che va, gente che trasporta merce sulle spalle, gente che siede per terra davanti alla verdura che cerca di vendere, gente che sta semplicemente seduta su uno sgabello, aspettando. Tantissimi lustrascarpe tirano a lucido calzature che dopo pochi passi nel fango saranno esattamente come prima. Incontriamo tante persone vestite di bianco: sono ortodossi che vanno in chiesa, e che in questi giorni si preparano col digiuno alla solenne festività dell’Assunzione. Suor Yamileth riapre il cassetto della lingua amarica e parla per noi con la gente: sono tutti incuriositi dalla nostra presenza lì e dallo scopo della nostra visita. Ma tutti ci sorridono con aria divertita e ci tendono la mano per il saluto: “Salam!”.

10-20 agosto

Partiamo all’alba, sotto una pioggia scrosciante, a bordo di un pulmino, le valigie accatastate sul tetto e coperte alla bell’e meglio da un telo di plastica, per il cuore della nostra esperienza. Mandura, un piccolo villaggio 540 km a nord-ovest e 1000 metri di altitudine più in basso rispetto ad Addis Abeba. È la stagione delle piogge, e la campagna che si apre fuori dalla città assomiglia piuttosto alla brughiera inglese che all’Africa. Eppure, kilometro dopo kilometro, seguendo la strada che attraverso l’altopiano ci porta a nord, inizia ad aprirsi davanti ai nostri occhi l’Africa che ho sempre immaginato. La terra è scura, e sotto la luce del sole che fa capolino tra le nubi si aprono distese delle più varie gradazioni di verde. Si viaggia lentamente, e non solo per le buche nell’asfalto: la strada qui è delle mucche, delle capre, degli asini che scelgono di sdraiarsi proprio nel mezzo, e non c’è clacson che tenga per farli spostare. Bisogna passare loro intorno. La strada è anche delle tante persone che procedono a piedi, e che aumentano di numero a mano a mano che ci avviciniamo a Debre Libanos, dove ci fermiamo per visitare un importante santuario ortodosso. Questa è proprio Africa: gli anziani col capo coperto dal turbante e col bastone in mano, le donne avvolte in stoffe colorate dalle pieghe abbondanti, i bambini che si avvicinano sorridendo, curiosi di parlare con noi. Nel santuario la gente prega in silenzio, immobile, con il libro delle preghiere in mano, a capo chino, scalza. Percepiamo una religiosità solenne, seria, non ostentata, ma personale: qui la gente ha una fede profonda, ci spiegano, perché sa che le proprie sole forze non sono sufficienti. Diverse ore e molte canzoni dopo (secondo la migliore tradizione delle gite scolastiche in corriera) approdiamo finalmente a Mandura. Qui il nostro gruppo si divide: otto di noi staranno qui, ospiti delle suore, mentre gli altri sei andranno nella comunità dei Padri a Gilgel Beles, dieci kilometri più a nord. Pioggia, zanzare malariche, Autan, zanzariera da montare sul letto, fango, buio, possibili incontri con serpenti… la nostra esperienza di missione sembra travolgerci così, appena scesi dall’involucro protettivo del pulmino. Adesso siamo veramente in Africa. Ma le suore sono accoglienti e ci fanno subito sentire parte della loro famiglia. E così, l’indomani… si inizia! Ha avvio la nostra esperienza missionaria con la comunità dei Gumuz, un popolo di origine Sudanese, minoranza per secoli discriminata e trattata alla stregua di schiavi dagli stessi etiopi. Neri neri, inizialmente di poche parole, molto discreti, questa tribù abita i villaggi circostanti la missione e vi fa riferimento, come farebbe la gente di un nostro quartiere con la propria parrocchia. All’interno della missione le suore gestiscono una scuola, un asilo, una piccola clinica: la popolazione ha in questo modo la possibilità di accedere a un percorso scolastico e a cure mediche con una spesa molto contenuta. Le suore effettuano, poi, un percorso di formazione con dei giovani che intendono diventare catechisti, e insieme a loro tengono le catechesi all’interno dei villaggi. Il nostro ruolo qui è variegato: da un lato diamo una mano alle suore nell’esecuzione di piccoli lavori di manutenzione, dall’altro svolgiamo alcune attività con i bambini e i ragazzi. Quattro di noi ogni pomeriggio fanno giochi di animazione e attività ricreative (disegni, lavoretti…) con i bambini più piccoli; altri quattro tengono un corso di inglese a due classi di ragazzi più grandi. Ci improvvisiamo così insegnanti e animatori, con un po’ di paura di non esserne all’altezza. E invece tutto diventa rapidamente semplice e naturale! I ragazzi grandi che seguono il corso di inglese non perdono una lezione! Ascoltano, prendono appunti, e anche se i loro volti non lasciano trasparire particolari reazioni di apprezzamento (sono sempre molto cortesi, ma poco espansivi), Yamileth ci rassicura che la loro stessa presenza quotidiana è la prova più importante del fatto che stiamo facendo un buon lavoro. Se non trovassero utile il corso, smetterebbero semplicemente di venire. Non conoscono atteggiamenti opportunistici, il loro modo di fare è improntato alla schiettezza e alla semplicità. Giorno dopo giorno impariamo i loro nomi e intuiamo qualche tratto del loro carattere: Yamileth dice che i Gumuz sono “gli inglesi dell’Africa”: non invadenti, non rumorosi, si lasciano conoscere a poco a poco. I bambini sono una meraviglia: magri e il più delle volte scalzi, le magliette piene di buchi, arrivano a gruppi, alcune con il fratellino caricato sulle spalle. Superata la timidezza iniziale, ci riempiono di sorrisi ampi e luminosi e ci stupiscono con la spontanea meraviglia con cui accolgono il nostro “lavoro” di animatori. È incredibile rendersi conto che bastano delle bolle di sapone per avere tutta la loro attenzione e il loro divertimento. Le nostre preoccupazioni circa l’essere inadeguati o impreparati svaniscono nel vedere quanto poco basta per entrare in sintonia con loro, senza saper parlare la loro lingua, senza essere animati da altro se non dalla gioia di fare e dal desiderio di incontrare. Fin dal primo giorno inseriamo, prima e dopo la nostra lezione, un piccolo rituale che prevede l’insegnamento di una canzone in inglese. Diventa, questo, un appuntamento fisso al quale non vogliono rinunciare, e se un pomeriggio finiamo più tardi e pensiamo di lasciar perdere, sono loro stessi a ricordarcelo e a chiederlo. Provo a osare sempre un po’ di più con brani a canone e canzoni a 2 e 4 voci, e il risultato c’è! Questi ragazzi, che crescono al suono della musica e dei tamburi, hanno un profondo senso del ritmo e imparano velocemente. In 8 giorni riusciamo a cantare sei diverse canzoni! L’ultimo pomeriggio insieme, a conclusione della nostra esperienza, organizziamo una caccia al tesoro; a seguire, un momento di festa tutti insieme. Alcuni ragazzi prendono la parola e, aiutati da un giovane di nome Doctor, che fa da interprete, ci ringraziano per il lavoro che abbiamo svolto, per il corso di inglese, per le canzoni, per il corso tenuto da Riccardo ed Elisabetta su “come coltivare un orto”. Il pomeriggio si conclude con alcuni giochi preparati da loro per noi e con canti e balli tipici della loro tribù. Sono passati solo pochi giorni, ma il tempo qui è dilatato. Ci sentiamo parte della loro comunità, di una famiglia: loro ci hanno aperto le porte delle loro case e reciprocamente ci siamo lasciati scoprire, dando ciascuno la parte migliore di sé. Il mondo, qui, è agli antipodi rispetto al nostro, ma nel contempo se ne colgono continuamente delle analogie. Queste differenze e analogie stanno in tante cose… Nei sette bambini rimasti orfani, 15 anni il più grande e 2 la più piccola, che vivono da soli e vengono tutti i giorni dalle suore per i pasti principali… il maggiore lavora già nei campi, ciascuno ha cura dei più piccoli e tutti sanno di poter contare l’uno sull’altro. Nei villaggi, che veramente sembrano usciti da quelle pagine del mio vecchio libro sui popoli primitivi, e sono fatti di capanne tonde col tetto di paglia e le pareti di terra. E sembra impossibile che da quelle capanne possa uscire il ragazzo vestito come noi, maglietta del calciatore occidentale e pantaloni corti, con in mano il quaderno di inglese e in tasca un cellulare per noi obsoleto, che non può mettere in carica se non dalle suore, dove c’è l’elettricità. Nella donna anziana che ancora porta sulle spalle l’acqua attinta alla pompa e la legna (perché questi sono compiti delle donne), e che quando riconosce Yamileth, che qui è stata in missione per 6 anni, molla tutto e corre ad abbracciarla con un piccolo grido di gioia, come farebbero due vecchie amiche che si ritrovano dopo tanto tempo. Nei bambini che crescono tra di loro e girano sempre insieme, estremamente educati e capaci di stare in silenzio per tutto il tempo della messa. Nei gruppi di giovani e meno giovani che se ne stanno fermi a chiacchierare lungo la strada nel bel mezzo della giornata, senza fare altro se non stare insieme, eppure sembra così naturale. Nel rispetto reciproco tra bambini e adulti, che ciascuno col proprio ruolo danno vita a questa comunità. Tutte queste differenze diventano sempre più sfumate a mano a mano che ci conosciamo. L’ultima domenica, mentre partecipiamo con loro alla messa, mi guardo attorno e osservo per l’ultima volta questi ragazzi, bambini, donne che ormai conosco e che, continuo a pensare, probabilmente non rivedrò mai più. Provo la stranissima sensazione di sentirmi a casa, e una grande gioia per aver conosciuto un mondo che forse, per certi versi, assomiglia al nostro di tanto tempo fa.

21-25 agosto

È il tempo del ritorno. Un nuovo, lunghissimo viaggio in pullman lungo strade dissestate, a volte non asfaltate, per raggiungere Lalibela e, infine, tornare ad Addis Abeba. Le lunghe ore di immobilità forzata a osservare il paesaggio che progressivamente muta fanno sedimentare la tumultuosa e straordinaria esperienza che abbiamo vissuto e che già ci manca. Giungiamo a Lalibela, luogo di culto della tradizione ortodossa, famosa per le sue 11 chiese scavate nella roccia e risalenti al XII secolo, proprio nel giorno della festa dell’Assunzione. Lalibela, rappresentazione simbolica di Gerusalemme, è un luogo di pellegrinaggio. La vediamo piena di fedeli vestiti di bianco, viva nella sua antichità, palpitante di una fede autentica e silenziosa. La pioggia recente ha reso tersa l’aria e vividi i colori: il rosso della terra, il verde della vegetazione, il blu del cielo. Sebbene almeno metà di noi si sia nel frattempo ammalata dei malesseri più vari (la fatica del viaggio, ora che siamo alla fine, si fa sentire), ce ne andiamo carichi di emozione, con gli occhi pieni di immagini e nelle orecchie la voce del prete ortodosso che chiama i fedeli alla preghiera. Siamo alla fine del nostro viaggio. È il tempo di tirare le conclusioni e di confrontarci tra noi. L’entusiasmo per ciò che abbiamo avuto l’opportunità di vivere è grande. Siamo grati per quanto abbiamo ricevuto e donato. Per l’accoglienza delle suore e per la loro testimonianza quotidiana di una vita spesa in serenità e pienezza. Con le parole di Vicenta, una delle suore di Mandura: “40 anni di Africa! E non vivrei da nessun’altra parte!”. Per la gratitudine con cui bambini e ragazzi hanno accolto il nostro semplice operato. Per l’essenzialità che abbiamo riscoperto, che ha ricordato a ciascuno quali sono i rapporti autentici e quali invece le cose di cui possiamo fare a meno. Per l’opportunità di mettere alla prova una parte di noi che, magari, nella nostra vita quotidiana non ha la possibilità di uscire allo scoperto: la parte che ci fa sentire di aver speso bene la nostra giornata. Ma, al di là del contesto, cosa abbiamo fatto di così straordinario che non possiamo fare anche qui da noi? Questa è la sfida del ritorno. Credo non ci sia nulla di ciò che abbiamo sperimentato su noi stessi che non possiamo fare anche altrove. Resta, naturalmente, l’unicità di un mondo che non è il nostro e che ci ha fatto innamorare. Ma, per molti di noi, il nostro posto è qui.

Cogliamo quindi la sfida di “vivere l’ordinario in modo straordinario”. Ricordando questa frase di padre Ezechiele Ramin: “Sono contento quando vivo veramente”.  

Grazie a Padre Davide e a Suor Yamileth per averci accompagnato in questo viaggio! Grazie ai miei compagni di avventura, Alice, Anita, Elisabetta, Erica, Gaia, Giacomo, Giulia, Lorenzo, Michela, Riccardo F., Riccardo T., Roberta, Veronica, con cui abbiamo condiviso con gioia e naturalezza ogni singolo momento del tempo trascorso insieme!

Francesca Busetti

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