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Reazioni...
 
T: "Sei tornato? "
F: "Sì" T: "Poverino..."
F: "Per essere tornato?"
T: "Per aver fatto un mese fuori!"
 
Prologo
 
Sì, l'ho fatta grossa... all'inizio di quest'anno ho deciso, insieme ad altri ragazzi che fanno o hanno fatto il gim, di prendere parte ad un'esperienza all'estero, in America Centrale, sulle orme di Monseñor Romero,

Si muere, da mucho fruto

Reazioni...

 

T: "Sei tornato? "

F: "Sì" T: "Poverino..."

F: "Per essere tornato?"

T: "Per aver fatto un mese fuori!"

 

Prologo

 

Sì, l'ho fatta grossa... all'inizio di quest'anno ho deciso, insieme ad altri ragazzi che fanno o hanno fatto il gim, di prendere parte ad un'esperienza all'estero, in America Centrale, sulle orme di Monseñor Romero, Marianella García Villas, Juan José Gerardi, Myrna Mack Chang e di tutti quei martiri che col proprio sangue hanno bagnato e stanno bagnando la terra guatemalteca e la terra salvadoregna.

Ma perché partire? Perché lasciare le nostre comodità e il nostro benessere1, mettendosi in una situazione a volte precaria? Cosa, poi, ci ha fatto superare le nostre paure, le nostre inquietudini? Ci sono tanti motivi, tante ragioni... C'è un richiamo, un invito: qualcuno o qualcosa ci ha stimolato, ci ha fatto sentire una voce che chiama, ci ha fatto venire la voglia di uscire e di metterci in cammino verso nuovi orizzonti.1 Qualcuno aveva un desiderio antico... magari nutriva da molto tempo il sogno di andare o tornare in America Latina. C'è, poi, il desiderio di conoscere un mondo nuovo, vivendo e camminando insieme agli uomini e alle donne che lì sono nati, che lì hanno vissuto molti anni. Oppure ci sono quel fascino dell'ignoto1 e quella sana rebeldia che parlano al nostro cuore. Ma soprattutto - cosa che accomunava molti di noi - ci siamo messi in cammino per continuare a interrogarci, per conoscere meglio, quel progetto che Dio ci chiama a costruire in sinergia con lui. Bene. Partiamo!

 

Guatemala - Capitale - MOJOCA (Movimento dei Giovani della Strada)

 

«Il continente Latinoamericano è il continente della speranza, è il continente dove vive il maggior numero di cattolici, è il continente che ha moltissime cose buone, ma è anche, senza dubbio, il continente dell'ingiustizia, della oppressione, della dominazione... L'America Latina è un continente di ingiustizia perché la povertà non è una povertà voluta da Dio; non è la povertà di cui parla Gesù: "[...] i poveri li avrete sempre con voi" (Mc 14,7), perché la povertà di cui la gente soffre è una povertà voluta e indotta, frutto dell'ingiustizia. È una povertà effetto della impunità e della corruzione».

(Da un'omelia di Mons. Gerardi)

 

Questo contrasto tra speranza e ingiustizia ha segnato quasi tutti i passi del nostro viaggio. In città, camminando per i viali principali vedevamo questa attenzione alla pulizia della strada, i segnali di "divieto di vendere" imposto agli ambulanti e la quasi totale assenza di ragazzi di strada. Ma questa pulizia è, in realtà, frutto di una "pulizia sociale". «[...] qui è più facile e meno costoso trovare un killer che un artigiano», ci scrive Gerard Lutte, infatti la settimana prima del campo erano stati uccisi dieci venditori ambulanti, alcuni ex ragazzi di strada. Tra questi uno, Mauricio, aveva fatto parte del Comitato di Gestione del MOJOCA e ancora apparteneva a "Nueva Generación" (gruppo di mutuo aiuto degli uomini usciti dalla strada). Si agisce così perché parte della società considera tanto i ragazzi di strada quanto gli ambulanti un pezzo di popolazione in "esubero"2, e quindi da tenere nascosti, da eliminare. In realtà, per molti amici, Mauricio rappresentava una speranza, perché era uscito dalla strada, lavorava e dava il necessario per vivere alla sua famiglia. Trascorrendo il nostro tempo nella capitale assieme a Nueva Generación o nella casa 8 de Marzoa abbiamo potuto comprendere questa e altre dinamiche. Forse il nostro gruppo si è mescolato poco coi loro gruppi, ma non è mai mancata l'accoglienza reciproca e, nei pochi giorni a disposizione, siamo riusciti a legare un po' di più con alcuni di loro.

Lascio questa parte con un pensiero di un nostro Fratello comboniano: "[...] in un'epoca che considera gli esseri umani - anche i giovani - qualcosa «in esubero», ha ancora senso parlare di chiamata e di vocazione? In realtà, sentire la chiamata oggi è una sfida a tutto il sistema imperante: è un riaffermare la dignità di ogni essere umano, perché Dio si diletta e ha bisogno di ciascuno di noi. Sentire la voce che ci chiama «figli amati» fa tutt'uno con l'impegno di difendere la dignità dei nostri fratelli e sorelle, anch'essi figli e figlie amati da Dio".2

 

Guatemala - Petén

 

Queste sono le impressioni dei primi giorni nell'aldea dove eravamo ospitati: "Ci sembrava che tutti vivessero in una condizione di essenzialità, non di indigenza". Ma, in realtà, a metà della nostra permanenza abbiamo dovuto fare una rettifica: "A volte il maestro non si presenta e questo ha grosse conseguenze sull'alfabetizzazione e sull'istruzione in generale. Manca un sistema capillare di assistenza sanitaria: a volte si può restare infermi per una febbre anche per più di due settimane, senza nulla che la faccia abbassare. In altri villaggi erano presenti anche delle situazioni di indigenza o difficoltà nell'approvvigionamento idrico".

Il resto lo affido a queste righe che ho scritto il 17 agosto: "Ho incontrato Dio negli occhi stanchi di un sacerdote che però lasciavano trasparire la sua forte anima, lo spirito robusto e paterno e l'ombra viva. Ho incontrato Dio nel ridere di un altro padre, che per corrompermi a diventare padre comboniano mi ha detto  che assomiglio a Ezechiele Ramin. Ho incontrato Dio negli occhi e nel sorriso di tutti i bambini dell'aldea, sia quando ci cercavano per giocare, sia quando ci cercavano per portarci a mangiare. Mi sono ricordato che Dio, quando ti vuole donare qualcosa, si fa mendicante, e questo sembravano quando ci venivano a cercare, e questo sembravamo noi quando, affamati, entravamo nelle loro case. Mi sono ricordato che quando il mio cuore è duro non sono capace di riconoscere Dio, poi mi sono sciolto, ho ripensato a tutti questi momenti e li ho fissati in questa pagina. Mi sono ricordato, poi, che quei pasti erano un dono grande, e che noi eravamo trattati da ospiti. Da un lato questo creava una distanza, dall'altro mi ha ricordato la grande ospitalità di altri popoli.

Se poi qualcuno di voi là fuori avesse fatto un'esperienza simile alla nostra, qui sotto vi lascio le domande che ci ha fatto un padre, Filomeno mccj:

1)   Qual è stato il momento più bello di questa settimana?

2)     Quali sono le necessità più impellenti che hai riscontrato?

3)     Come ti ha parlato Dio in questa esperienza?

4)     Qual è la tua idea di missione dopo questa esperienza? Cos'è la missione oggi?  

 

El Salvador

 

"Sono stato spesso minacciato di morte. Come cristiano non credo alla morte senza risurrezione: se mi uccidono, risusciterò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza presunzione alcuna, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato a dare la vita per coloro che amo, che sono tutti salvadoregni, anche quelli che mi vogliono uccidere. Se arrivassero a compiersi le minacce, sin da questo momento io offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la risurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere seme di libertà. Il martirio è l'ultimo servizio che si rende alla Chiesa. Se è accetta a Dio, possa la mia morte servire alla liberazione del mio popolo ed essere una testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi, dite che perdono e benedico coloro che lo faranno. Possano così convincersi che perderanno il loro tempo: morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio che è il popolo, non morirà mai."

Monseñor Romero, Da un'intervista al quotidiano messicano Excelsior (marzo 1980)

  ¡Romero vive!, la prima volta che si ascolta questa acclamazione non si capisce quanto sia reale. Davanti alla tomba di questo grande profeta mi è sembrato tutto freddo, impersonale. Forse perché la cattedrale è un po' tutta così: solenne, monocromatica e un po' impersonale. Poi partecipando alla messa all'Hospitalito, incontrando i giovani e gli adulti della parrocchia e visitando una Comunità di Base ho capito: Monseñor Romero ha amato così tanto il suo popolo che, per amore, ha deciso di dare la sua vita e di non fuggire la morte. Lo stesso hanno fatto tanti altri martiri, che hanno portato avanti la loro opera coscienti del rischio che correvano. Allora tutto è diventato meno freddo, tutti i luoghi hanno acquisito un aspetto molto più personale, più familiare. Allora ho capito queste parole: se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui (Rm 6,8).   Allora ho capito perché in questo Paese, come pure nel precedente, è stato molto importante stare assieme alla gente. Le molte ingiustizie - compiute in passato o al tempo presente - che abbiamo visto ci hanno lasciato molti dubbi, ma, a volte, il dialogo e la relazione con alcune persone, estremamente semplici, ci hanno dato quello spunto per fare un po' di luce su alcuni dubbi.  

Perché un uomo innocente è stato ucciso? Perché così tanti uomini e donne sono stati colpiti - e tanti tuttora lo sono - da tanta violenza? Come si può massacrare degli uomini così saggi e come ridurre irriconoscibili delle donne innocenti, semplici?  

Ecco... altri dubbi restano, altre domande restano chiuse nel silenzio rispettoso dei nostri animi. In Guatemala e in El Salvador abbiamo visto tanta bellezza, sì, ma dobbiamo anche riconoscere di aver visto dei popoli crocifissi, per molte ragioni.  

Se un popolo dimentica il suo passato, come può costruire il suo futuro? Se si nega un genocidio si corre il rischio di ripeterne un altro. Se non si ricercano i colpevoli di tanti massacri, forse, se ne stanno ordendo altri; oppure non ce ne accorgiamo, ma, giorno dopo giorno, a piccoli pezzi, sono già in corso.

 Fidatevi, vale la pena vedere tutte queste cose, vale la pena andare dall'altra parte del mondo e impegnarsi, piano piano, ad entrare nel cuore di quanti si incontra e, piano piano, a lasciare gli altri entrare nel proprio. Vale la pena lasciare le nostre comodità e il nostro benessere1, abbandonare tutto quello che abbiamo di superfluo per essere più leggeri nel cammino. Vale la pena camminare e sporcarsi, rimboccarsi le maniche e lavorare, vale la pena cominciare a imparare ad essere costruttori - e non più distruttori - del Reino.  

Anche qui vi lascio con delle parole più importanti delle mie:

«Vediamo, nel Cristo della Settimana santa, con la sua croce sulle spalle, anche il popolo che sta portando la sua croce. Vediamo, nel Cristo dalla braccia aperte e crocifisse, il popolo crocifisso; ma un popolo che, crocifisso e umiliato, da Cristo trae la sua speranza». (A cura della Fundación Monseñor Romero, Via Crucis con Mons. Romero, Il popolo crocifisso)  

 

Pace e Bene! Vostro fratello piccolo,

 

Francesco

 

  ______________________________________________________________________________ Bibliografia: 1. G. Basadonna, La spiritualità della strada; 2. A. Degan, Cercatori di bellezza.   Note: a. Casa 8 de Marzo Chi può entrare nella Casa 8 de Marzo? 1. Le ragazze che hanno fatto il processo educativo nel MOJOCA e vogliono uscire dalla strada. 2. Le ragazze incinte e le madri con figli che vogliono vivere fuori dalla strada; in questo caso la decisione è della ragazza e il suo diritto deve essere rispettato se lei accetta le norme della casa. 3. Le ragazze con una situazione di emergenza: salute, violenza intrafamiliare, rischio per la vita e l'integrità personale, ecc. 4. Le ragazze che rischiano di vivere nella strada.

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