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Quando la missione è convivialità

Un'esperienza di tre settimane nel nome della missione comboniana per conoscere, incontrare e aprire un dialogo diretto con la realtà ugandese.

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Chi siamo e perché siamo partiti

Sono Caterina, una ragazza di Padova. Questa estate dal 31 luglio al 20 agosto ho avuto la fantastica opportunità di andare in Uganda accompagnata da Padre Maurizio Balducci, comboniano, e Maria Pia Dal Zovo, missionaria secolare comboniana. Assieme a me sono partiti anche Amir, Anita, Marta, Francesca, Jessica, Marco, Beatrice, Chiara e Giacomo, tutti ragazzi italiani dai 22 ai 35 anni.

 

Ma cosa ci ha spinti a fare questo viaggio?

Proveniamo tutti dal cammino GIM, chi da Padova e chi da Verona. Così, anche se da città diverse, ci siamo trovati accomunati dalla voglia di vivere e non solo di sentir parlare di missione. Quando Padre Maurizio ha lanciato la proposta di un viaggio vocazionale sulle orme della missione comboniana in Uganda ci siamo fatti avanti, sfidando datori di lavoro restii a concedere ferie, studio universitario e famiglie non sempre accondiscendenti.

Le domande che ci hanno condotto a questo viaggio erano: cosa significa “missione”? Chi è il popolo ugandese? Qual è la mia vocazione di vita?

Prima di partire tutti ci chiedevano: “Ma cosa andate a fare?” e la risposta “Andiamo a conoscere le persone” sembrava piuttosto vaga (a noi per primi) ma Padre Maurizio continuava a dirci che sarebbe stato un viaggio ricco e stancante. Certo che per la mentalità occidentale, così predisposta al “fare qualcosa”, l'idea di “incontrare” persone senza un progetto concreto lascia piuttosto perplessi. Ma noi abbiamo provato a fidarci e abbiamo accettato l'invito-sfida di partire.

Ci abbiamo messo circa sei mesi a prepararci a questo viaggio, tra acquisto biglietti, assicurazioni, vaccinazioni, terrorismo psicologico di parenti e conoscenti riguardo malattie, insetti e altri animali. Per fortuna, nel frattempo, abbiamo fatto anche tre incontri di formazione per parlare della storia dell'Uganda, delle tradizioni locali, della chiesa ugandese e abbiamo pure provato a imparare un po' di lango la lingua dei Luo, la popolazione con cui siamo stati per più tempo. Questi incontri ci hanno fatto da bussola verso la partenza, indicandoci gli aspetti su cui focalizzarci prima di partire e offrendoci l'occasione per conoscerci tra noi.

 

Cosa siamo andati a fare e chi abbiamo incontrato

Le tappe del nostro viaggio sono state: 31 luglio-3 agosto Kampala; 3-14 agosto Ngetta (Lira); 14-17 agosto Gulu; 17-20 agosto Kampala. In tutto questo tempo abbiamo incontrato tantissime persone e realtà, la maggior parte delle quali legate alla famiglia comboniana e all'opera dei missionari.

A Kampala abbiamo conosciuto la parrocchia di Mbuya, il centro Reach Out, la redazione di Leadership, perfino la comunità Eritrea, grazie all'impegno di padre Sebhat, e siamo pure entrati in uno degli slum. Finché siamo stati a Ngetta abbiamo incontrato: tutte le realtà fondate dalla missione comboniana come le scuole, l'orfanotrofio, il dispensario, Radio Wa, il CPC (Catechetical Pastoral Centre), il centro COSBEL, l'ospedale di Aber, la scuola di Aboke, il santuario di Iceme. Poi a Gulu, abbiamo conosciuto il centro di spiritualità dei comboniani, il Good Samaritan, l'orfanotrofio St. Jude e il St. Mary's Hospital a Lacor. Questa è una carrellata veloce e approssimativa delle strutture che abbiamo visitato. Ognuna di loro meriterebbe un articolo a parte per raccontare della loro storia, del coraggio di andare avanti anche in anni difficili, dell'opportunità di riscatto che sta offrendo agli ultimi, ai senza voce, ai dimenticati.

Ma la storia dei posti è indissolubilmente legata alla storia delle persone che li animano. E così, penso a Suor Maria Marrone che lavora per i bambini affetti da HIV. Penso all'ostetrica del dispensario di Ngetta, Christine che ci ha accolti e ha curato uno di noi. Penso a Suor Rosemary e a Padre Sam, dirigente dell'ospedale di Aber, che dopo essersi formato negli USA ha deciso di tornare tra i suoi per costruire un nuovo modo di fare sanità. Penso a Suor Giovanna del Good Samaritan, a Elizabeth, Gabriel, Grace e Okidi che ci hanno accolti nelle loro case. Penso a tutte le occasioni di spiritualità che abbiamo condiviso con le comunità locali: penso ai catechisti di Ngetta, futuro e vero motore del cristianesimo in Uganda; alla comunità di Gomi che ci ha accolti per la messa domenicale; al momento delle ordinazioni a Lira dove siamo stati partecipi della gioia di tutta la comunità. Penso a Fratel Elio Croce, “l'uomo del fare” che credo abbia costruito mezza Gulu. Penso a Gloria, una donna di 24 anni che vive nello slum di Kampala, che sa rendersi prossima agli ultimi, che ci ha condotti per le vie intricate della cittadella nella città, che, nonostante la precarietà della vita lì, non si arrende alla via più facile, ma sa sognare e trasmettere il desiderio di un nuovo modo di vivere, ispirato all'amore, alla misericordia di Gesù.

Non siamo andati a fare nulla di concreto. Siamo semplicemente andati a incontrare la gente. Abbiamo accettato gli inviti di chi ci incontrava per strada. Abbiamo accolto l'abbraccio dei bambini negli orfanotrofi, “donando loro carezze”. Abbiamo lasciato qualche bocca aperta e occhi stupiti con semplici giochi di “magia”. In poche parole, siamo andati a “stare con le persone”. Se, nella mentalità occidentale, questo è poco produttivo, ho scoperto che per il cuore umano (sempre uguale, ugandese o italiano che sia) è la cosa più arricchente che si possa fare. Quanto si riceve nell'accoglienza, donandola e facendosi accogliere.

 

Cosa abbiamo portato a casa

Sono contentissima di essere andata in Africa per conoscere le persone e per immergermi nella cultura e non solo per lavorare in un ospedale o per turismo. In questo modo mi porto a casa esperienze vere di vita nella quotidianità.

Mi porto a casa il verde degli alberi, messo ancora più in risalto dalla terra rossa, mi porto a casa le grandi acque del Nilo.

Mi porto a casa mille maestri di vita.

Mi porto a casa occhi neri che sanno osservare, una pelle liscia che non rivela l'età e una saggezza profonda ma dallo spirito bambino.

Mi porto a casa cosa significa accogliere, il valore della visita di un amico che non vedi da tempo: in Uganda l'ho finalmente sperimentato.

Mi porto a casa un modo diverso di vivere la fede cristiana. Forse allo slum, negli occhi e nei gesti di Gloria, nelle sue riflessioni sul Vangelo, lì ho capito quanto il cristianesimo cambi la vita. E quanto lo faccia in meglio. Ho capito che fare missione non è sradicare un popolo dalla sua cultura. Anzi, sarebbe la più grande eresia! Dio ci ha voluti così diversi e vari, perché appiattirci in nome suo? Per tutti vale lo stesso messaggio di amore, misericordia e speranza. Questo significa portare il Vangelo e vivere il Vangelo: vivere una Vita Nuova, che, contro le logiche egoistiche umane, ti fa scoprire la tua più profonda umanità e l'amore reciproco. Mi porto a casa la sensazione di aver riscoperto l'umanità che accomuna tutti i popoli.

 

...e il viaggio continua da qui

Di recente ho letto delle parole che mi hanno fatto tornare al perché del mio viaggio:  

“Lo so: è difficile sbarazzarci di secoli, di millenni, di pretesa universale alla verità. Così come è difficile, nel momento in cui pretendiamo un dialogo con gli altri, non averli già cacciati in una categoria che vediamo solo noi. Abbiamo edificato una montagna in nome della solidarietà, non rendendoci conto di averla costruita sulla falda sismica del complesso di superiorità. Vi siete mai chiesti come mai gli africani, gli asiatici, gli indios, non hanno mai sentito il bisogno di colonizzarci – noi occidentali –, di portarci la loro civiltà, di imporci una visione della vita, di dettare le regole del gioco? Vi è, nell'abitudine di andare in aiuto dell'altro, il pericolo (mortale per gli altri) dell'arroganza culturale. Ma con la convivialità si possono porre le basi per un rapporto veramente egualitario. Si possono creare le condizioni determinanti dell'ascolto. Nel rapporto conviviale, non ho la necessità di impartire lezioni, di definire teoremi, di sanzionare risultati. Così, tolgo dal mezzo pretese di controllo, voglia di dominio, tentativi di sopraffazione. La convivialità è uno spazio, ma anche un tessuto, un mosaico. All'interno di essa, l'uno parla e l'altro ascolta. E in quell'ascoltare c'è la curiosità (merce in via di estinzione, temo…)  di andare in contro all'altro senza violenza, solo per saperne di più, per scoprire cose sconosciute, forse imbattendosi in accostamenti mai immaginati. Intorno al tavolo della convivialità, capita che le storie diventino viaggi incantevoli, che si condividano emozioni laddove normalmente serpeggia la diffidenza, che in un attimo lo sguardo si volti verso lo stesso punto invisibile della nostra condizione umana. E ci rendiamo conto allora che il viaggio in fondo a noi stessi non è più solitario.” (di Christoph Baker “Ozio, Lentezza e Nostalgia: decalogo mediterraneo per una vita più conviviale”. Ed. EMI)

Ho ripensato al “perché” e al “come” del mio viaggio e ho confermato che il tentativo, giorno per giorno, è stato proprio quello di costruire convivialità. E forse un po' ci siamo riusciti continuando a sentire da qui alcuni amici ugandesi, dando volti e nomi di persone ai posti che abbiamo visitato. Se da un lato continuo a ricevere sguardi dubbiosi da parte di conoscenti e colleghi studenti di medicina quando dico che sono andata in Uganda per incontrare le persone e non per “lavorare” in un ospedale, dall'altro ho trovato questo libro che ha dato forma al mio sentimento interno. Un giorno potrei partire verso l'altro con le mie abilità, ma come primo approccio a una cultura altra è bene imparare la convivialità.

 

Caterina Degan

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