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IO SONO OTTIMISTA

La rete di Lilliput, un progetto comune

 

 

La Rete di Lilliput

Un progetto comune
"Io sono ottimista"
di Alex Zanotelli

 

Dalla favola alla realtà, lillipuziani di tutta Italia unitevi. E' tempo di sfidare il Gulliver di turno.
Solo una fitta rete, intrecciata da singoli e gruppi, sarà capace di mettere il gigante k.o.

Nel libro "I viaggi di Gulliver" si narra che i minuscoli lillipuziani, alti appena qualche centimetro, riuscivano a catturare Gulliver il predone, di tante volte più grande di lui, legandolo durante il sonno con una fitta rete di fili. Questa favola, scritta da Jonathan Swift nel 1725, è elogiata per la sua creatività fantastica, ma l'intento dell'autore non era tanto narrativo quanto politico perché, attraverso Gulliver, voleva rappresentare la potente Inghilterra che cominciava a spadroneggiare per il mondo.

Per la gente dell'epoca il riferimento era chiaro e dal racconto trasse grandi lezioni che tutt'oggi sono di grande attualità. Oggi il grande Gulliver di turno è l'impero del denaro. I suoi confini, ormai, sono estesi a livello planetario e sembra che più nessuno possa fermarlo. Eppure, se impariamo a lavorare insieme e a stendere i nostri fili sottili in maniera coordinata, come facevano i piccoli lillipuziani, possiamo immobilizzarlo. Ecco la grande lezione di questa favola: solo agendo insieme possiamo bloccare questo mostro, che avanza come uno schiacciasassi, e possiamo costruire, dal basso, qualcosa d'altro che possa garantire la vita al mondo.

Questo è l'appello che faccio a voi in Italia: mettete insieme i vostri fili sottili per formare una grande rete lillipuziana. Nel '95-'96, girando per buona parte delle province e delle regioni d'Italia, ho potuto constatare con i miei occhi che in Italia esiste una grossissima realtà di base. C'è un'effervescenza, una volontà di reagire alle cose che è davvero straordinaria. Qualcuno la chiama la "società civile". E' un termine che non mi soddisfa molto, preferisco parlare di "grossa realtà di base", di gente, di gruppi che lavorano, che lottano, che si danno da fare.

Oltre la testimonianza

Un esempio che considero incredibile è quello del commercio equo: centinaia di negozi che stanno nascendo e crescendo in tutta Italia, con una spontaneità e una vivacità che lascia allibiti. Molti amici sostengono che questa grossa realtà di base non ha eguali in Europa. Ma, per quanto estesa e consistente, rimane ad un livello di testimonianza che incide pochissimo sulle scelte politiche ed economiche effettuate dal nostro paese.
Per me questa è un'aberrazione incredibile, soprattutto perché avviene in un momento in cui siamo tutti convinti che è necessario essere incisivi. Purtroppo, sulla funzione della testimonianza non possiamo più illuderci: per quanto importante e doverosa non è più sufficiente. Siamo grati a chi testimonia pagando di persona, ma se vogliamo che questo mondo sopravviva non possiamo più limitarci alla testimonianza: se vogliamo che questo mondo sopravviva dobbiamo organizzarci per incidere sulle decisioni economiche e politiche. La storia ce lo impone.

Dopo millenni di cammino, l'umanità è giunta ad un bivio: o compie scelte economiche e politiche che garantiscano la vita a tutti o sarà la morte per tutti. Molti stimatissimi scienziati continuano a ripetercelo da tempo, mentre i segni della disfatta sono sotto gli occhi di tutti. La contraddizione della realtà italiana è proprio questa: nonostante l'impegno diffuso e l' incredibile vivacità, le realtà di base non riescono ad incidere. Eppure tutti riconoscono che è urgente spingere il sistema a fare altre scelte. Scelte di vita invece che di morte. Ecco perché dal '95 sono tornato più volte su questo tema, insistendo con amici, chiedendo a tutti di darsi da fare, di lanciare questa "rete lillipuziana". Ma ancora, questa proposta stenta a decollare, forse perchè siamo tutti un po' smarriti di fronte alla potenza del grande gigante, l'impero del denaro. Davanti a tali forze soverchianti ci sentiamo tutti stritolati e ci sembra impossibile poter fare qualcosa. Ma questo è il grande peccato della nostra società: il peccato dell'impotenza, il sentire che noi non possiamo fare nulla. Invece possiamo fare moltissimo, possiamo fare meraviglie.

Ogni volta che leggo il Vangelo di Giovanni, sono colpito dal fatto che Gesù, proprio durante l'ultima cena, abbia detto ai suoi discepoli: "Se avrete un briciolo di fede, potrete fare cose ben più grandi di quelle che ho fatto io". Mi piace affermare che ogni uomo è potenzialmente una bomba atomica, nel senso che contiene dentro di se delle capacità e delle energie dirompenti. Figurarsi cosa non può venire fuori se quelle capacità e quelle energie sono condivise e indirizzate verso un progetto comune, il progetto di un'economia di giustizia. Guardiamo ancora a quei lillipuziani: benchè ciascuno di loro potesse essere schiacciato da Gulliver con un solo colpo di tacco, riuscirono ad inchiodarlo perchè non si lasciarono intimorire e perchè furono capaci di stendere i propri fili in maniera coordinata. Quell'intreccio di fili che imbrigliò Gulliver era il frutto di incontri, accordi, riflessioni comuni. E' bello pensare che la rete di rapporti umani può trasformarsi in una rete che imprigiona il sistema. Questa è la rete lillipuziana.

Strategia dei piccoli

Penso che non sia facile partire subito con una rete nazionale. Bisogna partire dalla dimensione locale, dal paese, dalla città, dalla provincia, dove la gente e i gruppi possono incontrarsi, anche se oggi esistono le reti elettroniche che annullano le distanze. Non demoniziamo le reti elettroniche: se l'uomo le ha inventate non sono sataniche. Lo possono diventare, ma sono comunque delle potenzialità che ci vengono offerte. La rete elettronica ci offre la possibilità di conoscerci, di effettuare rapide consultazioni di base: quasi in tempo reale possiamo attuare degli incredibili processi democratici. Proviamo a vedere se in ogni città si può costituire una piccola rete di gruppi che contestano l'attuale sistema e che si sforzano di farlo cambiare, mettendo in pratica uno stile di vita diverso, dando voce alle campagne e facendo controinformazione. Il mugugno e le azioni disperse non servono più. Dobbiamo renderci conto che stiamo lottando tutti un'unica battaglia (scusate il termine militare), che abbiamo tutti un unico impegno. Io penso che se ogni città, ogni provincia potesse fare questo, allargandosi poi in chiave più ampia, oltre la provincia, in chiave regionale e perché no anche nazionale, potrebbe essere l'inizio di qualcosa di rilevante.

Sono ottimista rispetto alla possibilità di cominciare a tessere i fili della rete lillipuziana, cercando, come dice il bellissimo libro contro il capitale globale di Jeremy Brecher e Tim Costello, "di collegare gli interessi individuali con gli interessi collettivi, il globale con il locale, i produttori con i consumatori, il Nord col Sud, le piccole associazioni con le grandi, chi è minacciato con chi è marginalizzato". In questo bellissimo libro, gli autori concludono questa loro riflessione sostenendo che "nessuna iniziativa, nessuna campagna, nessuna legge o istituzione appare in grado di contrastare, da sola, il progetto in atto di livellamento sociale verso il basso". Come dire che solo attraverso l'intreccio delle molteplici iniziative che i vari comparti della società civile sono in grado di organizzare a livello internazionale è possibile contrastare il progetto di sfruttamento globale che questo sistema ha disegnato. La strategia lillipuziana parte proprio da questa consapevolezza ed afferma che per controllare il saccheggio globale è necessario che i molteplici fili della resistenza popolare siano capaci di unirsi a livello planetario. Per questo dobbiamo puntare a costruire un movimento di resistenza popolare, di dimensione planetaria, formato da tutti coloro che si oppongono al progetto di livellamento sociale verso il basso e che lottano affinché ci sia un recupero, per tutti, dei fondamentali diritti economici, sociali, umani e politici. Alex

 

Come nella Bibbia

* La rete lillipuziana era già stato vista in maniera profetica da quell'uomo che si faceva chiamare Daniele e che era un oppositore del re Antioco IV, vissuto verso il 165 a.C. Egli racconta di una statua enorme, che i potenti dei suoi tempi avevano fatto costruire in rappresentanza di Nabucodonosor e di tutti gli imperi, da quello babilonese, a quello persiano, a quello greco.
* La leggenda tramanda che si trattava di una statua enorme che incuteva timore nella gente dell'epoca. Ma aveva un difetto: i suoi piedi erano di argilla e bastava che dalla montagna si staccasse un sassolino e che scendesse a valle acquistando nel frattempo velocità, per gettare la statua a terra.
* Ecco di cosa abbiamo bisogno: di un sassolino che cominci a ruzzolare e che ne smuova tanti altri nella sua corsa verso il fondo valle. Quel sassolino non va inventato, basta mettersi in rete per fare uscire allo scoperto il sottobosco di gruppi impegnati. Basta trasformare quel sottobosco in un movimento, in un soggetto politico capace, finalmente, di incidere sulle scelte economiche di questo sistema fino a riscrivere le sue regole di funzionamento. 

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