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Immersi in una “falsità totale”
 
Nella sua opera Leviatano (1651), Thomas Hobbes si fa paladino del moderno Stato assoluto, e tuttavia riconosce che c’è uno spazio di fronte al quale anche il potere di questo Stato deve fermarsi, uno spazio sacro che anche il Leviatano deve rispettare: la nostra coscienza. E’ uno spazio molto pericoloso per il Potere stabilito, perché è qui che nascono le nostre intuizioni, i nostri sogni,

L'educazione all'interiorità come sfida politica

Immersi in una “falsità totale”

Nella sua opera Leviatano (1651), Thomas Hobbes si fa paladino del moderno Stato assoluto, e tuttavia riconosce che c’è uno spazio di fronte al quale anche il potere di questo Stato deve fermarsi, uno spazio sacro che anche il Leviatano deve rispettare: la nostra coscienza. E’ uno spazio molto pericoloso per il Potere stabilito, perché è qui che nascono le nostre intuizioni, i nostri sogni, i nostri interrogativi, i nostri dubbi. E tutto questo può portarci a mettere in discussione la “falsità totale” in cui siamo immersi, per cui “i bombardamenti sono detti ‘missioni di pace’, le distruzioni dei diritti sono pudicamente chiamate ‘riforme’, la dittatura dei mercati è ipocriticamente salutata come ‘democrazia’ e i colpi di Stato finanziari sono qualificati come ‘governi tecnici’ “ (Diego Fusaro). Svelare la falsità di questo apparato ideologico è un rischio troppo grande per il Potere finanziario transnazionale che oggi domina il mondo, per cui questo Potere ha deciso di invadere e di impadronirsi anche dello spazio sacro della coscienza, manipolando la nostra mente e incatenando il nostro cuore, portandoci così a sentire e a pensare esattamente quello che vogliono loro. In questo modo, hanno disarmato la nostra coscienza come “cellula genetica del dissenso”. L’ennesima riprova di ciò l’abbiamo avuta nel maggio scorso, quando il segretario di Stato Rex Tillerson ha annunciato solennemente che “la politica estera americana non sarà subordinata ai diritti umani”. Tradotto in parole semplici: ‘per perseguire i nostri interessi economici e politici non guarderemo in faccia nessuno’. ‘Niente di nuovo sotto il sole’, potrebbe commentare qualcuno: da sempre la politica degli Stati Uniti – come quella di ogni grande potenza – è dettata dai propri interessi e non certo da preoccupazioni umanitarie. Tuttavia nelle parole di Tillerson c’è un elemento nuovo, molto inquietante: il fatto che abbia potuto dire apertamente – senza scandalizzare nessuno – qualcosa che prima si faceva di nascosto per non turbare la coscienza di tanti cittadini, significa che adesso c’è una chiara percezione che la coscienza morale del cittadino medio si è … rilassata. Finora il presidente, prima di dare inizio a bombardamenti e massacri, doveva giustificarli davanti al popolo invocando alti valori ‘umanitari’, spiegando che in questo modo si difendeva la libertà, la giustizia, etc. Adesso invece, ha spiegato Tillerson, “la sicurezza prevarrà sui valori”, cioè l’esercito americano interverrà semplicemente per difendere gli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti, e non ci sarà più bisogno di nascondere questi interessi dietro motivazioni umanitarie o dietro presunti valori morali. Insomma, per la prima volta un presidente ha potuto dire che in nome degli interessi nazionali si potranno tranquillamente calpestare i diritti e la vita di persone e di popoli, consapevole che un gran parte della popolazione non troverà nulla di disdicevole in questo.   La strategia fondamentale che usa il sistema dominante per far trionfare la “falsità totale” in cui siamo immersi è presentare come fenomeno naturale quelle che in realtà sono deliberate e oculate scelte economiche imposte dal potere finanziario. E così si presentano i tagli alla spesa pubblica e la precarizzazione dei lavoratori “come se fosse un processo naturale e irreversibile” (Fusaro). Questa falsità presentata come ‘verità naturale’ acceca anche i nostri occhi e la nostra coscienza. E così non vediamo più la riduzione dei salari come una scelta politica ingiusta imposta da una piccola minoranza che si sta arricchendo in maniera esponenziale alle nostre spalle, ma ormai siamo convinti che i bassi salari sono il panorama inevitabile di questo tempo di ‘siccità’, la conseguenza irrimediabile di una specie di ‘calamità’ naturale’ che ci sta colpendo in questi ultimi anni. E in effetti, quante volte ho sentito esclamare, con rassegnazione: “Mi pagano solo 500 euro al mese. D’altronde, con i tempi che corrono, non posso lamentarmi!”.   In realtà, c’è un fenomeno ‘naturale’ – in gran parte provocato dall’uomo - molto preoccupante: i cambiamenti climatici. Quest’anno dieci regioni italiane su venti – martoriate dalla siccità e dal caldo estremo – chiederanno lo stato di calamità naturale. Poco a poco ci stiamo abituando a convivere con un clima disumano, in cui le persone sono invitate ad evitare di uscire, e a farlo solo in caso di estrema necessità. In questa situazione, ci si aspetterebbe che gli Stati investissero soldi, creatività ed energie in politiche di redistribuzione della ricchezza e di sicurezza ambientale. E invece, qual è la principale preoccupazione del presidente dello Stato più potente del mondo? Il 22 luglio scorso Trump ha assistito al varo della super-portaerei Ford, la più potente e costosa nave a propulsione nucleare, dicendo:  "Mani americane hanno costruito questo messaggio da 100mila tonnellate al mondo: la potenza americana non è seconda a nessuno… Ovunque questo vascello apparirà all'orizzonte i nostri alleati si sentiranno tranquilli mentre i nostri nemici saranno scossi dalla paura”. Oggigiorno il mondo avrebbe bisogno di ben altro messaggio! Mentre il pianeta rischia di andare alla deriva, si spendono miliardi di miliardi di dollari in strumenti di morte… Di fronte a tanta irrazionalità ci sarà ancora chi grida, chi protesta, chi lotta?  

 

Due sfide politiche “Il pensiero unico politicamente corretto produce familiarità e connivenza con l’insensatezza innalzata a solo senso possibile” (Fusaro). Di fronte a questa globalizzazione dell’intontimento, la prima battaglia politica da affrontare è riappropriarci della nostra interiorità; riscoprire, valorizzare e custodire lo spazio sacro della nostra coscienza; coltivare la nostra capacità di sentire e pensare altrimenti rispetto alla “falsità totale” e all’insensatezza totale in cui siamo immersi. Uno dei dogmi del pensiero unico che domina il mondo e addormenta la nostra coscienza è che ‘sradicarsi è bello’, non sentirsi legato a niente ti rende libero e felice. In effetti, il sistema neoliberale ha bisogno di persone sradicate, di persone che non hanno nessun amore verso il proprio territorio e sono dispostissime ad abbandonarlo. Perché se il territorio in cui io vivo non è amato, è più facilmente esposto allo sfruttamento: lo si può inquinare, sottomettere al ‘fracking’, perché tanto… a chi gliene importa? Solo l’amore alla propria terra potrà salvare il nostro pianeta dalla cupidigia capitalista. D’altronde, si ama il proprio territorio solo quando esiste una comunità e quando mi sento parte di questa comunità. Se non c’è un gruppo di persone cui io mi sento legato da uno stesso destino, da uno stesso amore e da alcuni ideali condivisi, il quartiere si trasformerà presto in un grande albergo, in cui ciascuno vive dentro la propria stanza, e la città si trasformerà in un grande centro commerciale, in cui le persone si sfiorano, si incrociano, si accalcano, ma non si incontrano più, dando vita a quell’ “eremitismo di massa” denunciato da più parti. Nessuno prova amore per un centro commerciale, e i clienti non lottano e non  si uniscono per migliorare le condizioni di questo centro: si dà per scontato che lo faranno gli ‘addetti ai lavori’. Ecco, dunque, la seconda sfida politica da affrontare: ricostruire l’amore per la propria terra e per la propria comunità, con la consapevolezza che, se della mia terra non mi preoccupo io insieme ai miei vicini, nessun altro lo farà.  

 

Fratel Alberto Degan

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