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La criminalizzazione della bontà: una sfida pastorale e culturale

"Per un cristiano essere buono alla maniera di Gesù non è un optional: è un criterio e un principio di vita."

La bontà ‘esiliata’

“Io sono il Buon Pastore” (Gv 10,11). La quarta domenica di Pasqua la Chiesa celebra la festa del Buon Pastore. Per Gesù essere buono significa preoccuparsi che tutti i suoi fratelli e sorelle – senza nessuna distinzione di razza, religione o cultura – “abbiano vita piena” (Gv 10,11), cioè una vita pienamente umana.
In questa giornata del Buon Pastore, dunque, festeggiamo la bontà di Gesù. Per un cristiano essere buono alla maniera di Gesù non è un optional: è un criterio e un principio di vita.
Quando Gesù parla di ‘vita piena’, si riferisce solo all’ambito individuale-familiare o anche all’ambito sociale e politico? Ovviamente, in termini biblici questa è una domanda che non andrebbe neanche posta, perché la Bibbia ha una visione integrale dell’essere umano, e così, quando parla di pace e giustizia, si riferisce sia alle relazioni interpersonali che a quelle sociali e politiche.
Tuttavia oggi è necessario farsi questa domanda perché ci sono dei politici, che si definiscono “estremamente cattolici”, che pensano che la carità sia solo “individuale”. Marine le Pen ha dichiarato che accetta che il papa parli di carità “come gesto individuale” e come “solidarietà spirituale”, ma si arrabbia quando Francesco vuole applicare la carità anche alla “politica” degli “Stati”.
Viene allora spontaneo domandarsi: se dunque la carità è solo un fatto di “solidarietà spirituale” che non deve entrare nella concretezza della vita politica, di cosa dovrebbe occuparsi la comunità cristiana? E di cosa dovrebbe parlare il papa: dell’aria, delle nuvole? Certo, il papa parla anche di quello, del diritto ad avere un’aria pulita, ma soprattutto parla della vita sulla terra.
D’altronde, la destra populista – di fatto – non accetta neanche la carità individuale. Ricordiamo quello che successe a Padova nel maggio 2015, quando il sindaco Bitonci, con fare intimidatorio, additò il campanello di quella signora che aveva deciso di ospitare immigrati a casa sua! Ricordiamo l’ordinanza Bitonci che vietava l’elemosina in luogo pubblico! L’elemosina è l’atto di carità individuale per eccellenza. Ebbene, la Lega, in tante occasioni, ha agito anche contro questo tipo di carità.
D’altronde, dal suo punto di vista, Bitonci ha perfettamente ragione, perché non c’è atto di bontà o carità individuale che non abbia anche un valore e un impatto politico.
Insomma, si potrebbe parlare di ‘esilio’ della bontà, nel senso che – poco a poco – si sta criminalizzando la bontà fino a toglierle ogni legittimità politica.
Due mesi fa tre cittadini francesi sono stati “colti in fragrante” a Ventimiglia mentre offrivano cibo ad alcuni immigrati. Con loro grande sorpresa, i tre volontari francesi hanno scoperto di essere ‘indagati a piede libero’ perché non hanno rispettato un’ordinanza del sindaco (del PD) che vieta di dar da mangiare agli affamati in luogo pubblico. Rischiavano così un processo penale per aver commesso un atto di bontà. A Ventimiglia la bontà è stata esiliata dalle strade per decreto: si potrà dare dai mangiare ai poveri dentro la propria casa, ma non in strade pubbliche, forse per non dare un cattivo esempio ai bambini.
Quando poi il sindaco, soprattutto per la grande pressione mediatica, ha deciso di sospendere quell’ordinanza, il quotidiano “Libero” ha scritto: “Il sindaco si arrende ai buonisti. Si potrà dare cibo agli immigrati”.
E’ interessante il linguaggio che si usa: quando vogliamo criminalizzarla, la bontà diventa… buonismo. E così, dare da mangiare agli affamati - una delle opere di misericordia raccomandate da Gesù - è considerato un atto buonista, e nel vocabolario della destra populista non c’è nulla di peggio del buonismo. Perciò chi dà da mangiare al povero, o chi ospita in casa un immigrato, è additato al pubblico vituperio.  

Una sfida pastorale e politica

Riecheggiando le parole del papa, io sogno un’Italia e un’Europa in cui essere buono non sia reato, e in cui un gesto di carità non sia considerato un crimine.
L’evangelizzazione in Europa non può non affrontare la sfida della criminalizzazione della bontà. Festeggiare oggi il Buon Pastore, dunque, significa impegnarsi, come comunità cristiana, per mettere fine all’esilio della Bontà, e per ridarle piena cittadinanza ecclesiale e politica.  

 

Fratel Alberto Degan

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