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Riaccendere lo sguardo

Una riflessione di fr. Alberto sull'Informazione critica

   Una riflessione di fr. Alberto sull'Informazione critica

 

Lo sguardo perduto
“Spingi lo sguardo” (Gen 14,17).
Potremmo pensare che guardare è la cosa più normale, più ‘neutra’ e più ovvia di questo mondo. E invece non è così. Come afferma Orwell, vedere ciò che sta davanti al nostro naso richiede uno sforzo costante, perché in realtà il nostro sguardo è “prefigurato”, cioè, è pre-costruito dalla società in cui viviamo, che ci orienta a vedere certe cose e a trascurarne altre. Insomma, noi crediamo di vedere con i nostri occhi, ma in realtà spesso guardiamo con i paraocchi elaborati dalla nostra cultura. Come afferma Alessandro dal Lago, “a configurare il nostro sguardo contribuiscono pregiudizi, modelli cognitivi a disposizione, ma soprattutto le retoriche prevalenti” a livello politico e culturale.

E così possiamo fare una guerra, proprio di fronte a casa nostra, e non vederla, cioè, non accorgerci che è una guerra. Commenta a questo proposito dal Lago: “Poiché l’Italia si è aggiunta ai paesi che nel marzo 2011 hanno iniziato a bombardare la Libia, essa oggettivamente è stata in guerra con la Libia. Tuttavia questo fatto evidente non è stato detto, soprattutto in Italia, e oggi è complessivamente rimosso. Parlo del fatto che la guerra non è stata rappresentata come tale e non ha suscitato grande emozione nell’opinione pubblica. La guerra che abbiamo fatto non è una guerra, ecco il messaggio imbarazzante che ci è stato trasmesso. Anche Giorgio Napolitano, davanti a un gruppo di studenti a Firenze, precisò che ‘L’Italia non ha dichiarato guerra a nessuno’ ”.

Questo sguardo pre-fabbricato è uno sguardo che non include – o almeno non considera prioritaria - la vita degli esseri umani. Ad esempio, sono state molte le vittime dei bombardamenti NATO in Libia, ma sono sfuggite al nostro sguardo, perché non ce le hanno fatte vedere; e adesso nessuno ne parla, perché né le forze occidentali né l’attuale governo libico hanno interesse a parlarne.
E quando i caduti, i feriti, i morti non raggiungono il nostro sguardo in noi si produce un accecamento che ci deresponsabilizza. Noi ci vantiamo di essere ‘emancipati’ rispetto agli uomini di altre epoche storiche, ma per certi aspetti siamo gli uomini più accecati: il nostro sguardo è spento, è opaco.

Lo sguardo riacceso
Di fronte a tutto questo siamo chiamati a riaccendere il nostro sguardo.
“Allora il Signore disse ad Abram: ‘Alza gli occhi e, dal luogo dove stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente… Alzati, percorri la terra in lungo e in largo, perché io la darò a te” (Gen 13,14.17). Dio ci invita a non accontentarci di quello che ci fanno vedere, ma a spingere il nostro sguardo. Con il termine ‘spingere’ sembra quasi che la Parola ci inviti a fare un’azione di forza contro quei meccanismi che vorrebbero tenere incatenato il nostro sguardo, imprigionato dentro gli orizzonti ristretti delle nostre ‘retoriche’.
Sì, uscire dagli schemi della cultura dominante è una questione di vita e di morte, sia per noi che per i nostri fratelli: Abram ha bisogno di spingere il suo sguardo per continuare a sperare, per credere che c’è davvero una terra e uno spazio in cui vivere una vita piena. Insomma, lo sguardo umano ha un potere straordinario, il potere di vedere e prefigurare nuove forme di vita, di organizzazione politica della società. Ma deve essere liberato e riacceso, mentre il Potere ha tutto l’interesse a tenerlo incatenato e spento.

E così anche la politica nazionale ed internazionale, anche la vita dei nostri fratelli dipende dal nostro sguardo, da ciò che i nostri occhi considerano prioritario.
Nella sua omelia a Lampedusa papa Francesco ha citato la parabola del Buon Samaritano, in cui si parla di briganti e di feriti. I briganti, secondo il papa, sono “coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”, cioè all’annegamento  di migliaia di persone. Questi uomini feriti durante il viaggio - e alcuni di loro anche annegati - sono la priorità di Cristo-Samaritano: è su di loro che si fissa lo sguardo di Gesù.
E così il papa ha voluto riaggiustare e riaccendere il nostro sguardo: dal 1988 ad oggi sono annegati nel Mediterraneo almeno 20.000 persone; forse non lo sapevamo? Sì, certo, in teoria lo sapevamo, come sappiamo che in Libia devono essere morti una certa quantità di civili, ma non li abbiamo visti. Questi morti non hanno raggiunto il nostro sguardo, non hanno toccato il nostro cuore, perché il nostro sguardo è stato ‘prefigurato’ in altro modo. Ma è bastato che il papa ci costringesse a guardare queste vittime per far dire al presidente del Consiglio che “dare attuazione all'appello lanciato dal Papa a Lampedusa è per noi fondamentale”. Uno sguardo riaggiustato e ri-orientato può cambiare le politiche migratorie?! Speriamo che sia proprio così! Il papa ha voluto davvero spingere il nostro sguardo oltre ciò che di solito vogliono farci vedere.
A Lampedusa Francesco ha ricordato le prime due domande che Dio rivolge all’umanità: “Adamo, dove sei?”, e “Caino, dov’è tuo fratello?”. E ha aggiunto: “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo”. Insomma, la prima cosa che ci chiede Dio per vivere una vita pienamente umana è quella di liberare il nostro sguardo in modo da capire dove siamo, in che mondo viviamo, e in modo da sapere e vedere dove sono i nostri fratelli e sorelle, cioè in che condizioni e in mezzo a quali difficoltà conducono la loro vita. L’Informazione critica, cioè lo sforzo di informarci criticamente su quello che avviene nel mondo, nasce dal desiderio di rispondere a queste due domande che ci rivolge Dio e che in realtà sono scritte nel più profondo del cuore di ogni essere umano.
Non possiamo dirci cristiani, e non possiamo dirci esseri umani, se non ci riappropriamo del nostro sguardo, se i nostri occhi non saranno capaci di vedere anche ciò che non vogliono farci vedere.

A livello interpersonale
Una delle poche cose che si fa fatica a fingere è lo sguardo: dire una parola falsa è relativamente facile, ma simulare uno sguardo d’amore è molto più difficile. Sappiamo che anche nelle relazioni interpersonali uno sguardo può dare vita come può dare morte. Ci sentiamo feriti tutte le volte che non ci sentiamo guardati come esseri umani, e come esseri amati. Come dice Luciano Manicardi, “il prossimo è colui che io accetto di vedere e ascoltare”. Solo quando un individuo è raggiunto dal mio sguardo di attenzione si sente rispettato nella sua dignità di persona.
Insomma, la nostra vita dipende, in gran parte, dallo sguardo dei nostri fratelli, sia a livello interpersonale che a livello politico. Ci sono intere categorie di persone che non sono considerate degne del nostro sguardo e che possono essere uccise nella più completa impunità, senza che nessuno se ne accorga. In questo senso, abbiamo tutti una grande responsabilità.

La perdita dello sguardo come progetto commerciale: il ‘project glass’
A questo riguardo, in futuro siamo chiamati ad affrontare sfide epocali. Ad esempio, si calcola che nel giro di due anni saranno disponibili computer indossabili, computer-occhiali. Questi computer ci diranno come e dove guardare, faranno apparire davanti ai nostri occhi l’immagine di messaggi e foto che ci stanno inviando. Si tratta, dicono, di “aumentare la nostra visione con contenuti multimediali”. Certo, aumenterà la nostra visione virtuale. Ma aumenterà la nostra visione umana, la nostra abilità di saper vedere i diversi aspetti della realtà che ci circonda, la nostra capacità di percepire in cosa abbiamo ferito il nostro fratello, e di intuire cosa si nasconde nel cuore di una nostra sorella? Insomma, questi occhiali orienteranno, condizioneranno e forse sostituiranno il nostro sguardo. Chi non accetterà di farsi incatenare gli occhi da questo computer sarà considerato un retrogrado: lo sguardo umano rischierà di apparire come il retaggio di un’epoca preistorica.

Lo sguardo che dà vita
Lo sguardo che dà vita è lo sguardo dell’amico che ti dice: ‘Sono contento che tu ci sei. Ringrazio il Signore per il dono della tua vita!’. Prego perché ogni uomo e ogni donna – anche la più disprezzata - possano essere raggiunti da questo sguardo. Dipende anche da noi!

Fr. Alberto Degan

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