giovaniemissione.it

Nella terra del Vichada

di fratel Alberto dalla Colombia

LETTERA AGLI AMICI: Nella terra del Vichada

 di Fratel Alberto Degan

  torna alla pagina lettere dalla missione

Sono tornato pochi giorni fa dalla mia missione nel Vichada. Per quanto riguarda questa esperienza, è stata molto diversa dalle altre. Più tranquilla dal punto di vista del conflitto armato (non abbiano incontrato né guerriglieri né paramilitari), ma – proprio per questo – più dura e difficile dal punto di vista missionario: quando la gente si trova in una situazione di pericolo, aspetta i missionari con ansia e li accoglie a braccia aperte. In una situazione “normale”, invece, le cose vanno un po’ diversamente. Ecco il “diario” della nostra missione.

 

19 Giugno. In una guida turistica sulla Colombia che mi ha prestato suor Rita, trevigiana, a proposito del Vichada, si dice: “Questa regione non offre nessuna attrattiva turistica tranne, forse, la sensazione di trovarsi al limite del mondo. Non c’è nessuna ragione valida per venire qui”. Il Vichada, al confine col Venezuela, è una regione di pura savana: non ci sono vere città, ma solo “veredas”, cioè villaggi. Tutta la regione non supera i 50.000 abitanti eppure, se il vescovo di Puerto Carreno ci ha chiesto di andare lì, una ragione deve pur esserci. E la ragione è questa: è una regione dalle enormi distanze, i pochi sacerdoti che ci sono non riescono a raggiungere tutti i villaggi, in alcuni dei quali è molto tempo che non vedono un prete o un missionario. Per questo è importante andare lì. Però, ci ha scritto il vescovo, è meglio che vadano là fratelli colombiani, perché gli stranieri corrono sempre il rischio di essere sequestrati dalla guerriglia, che poi chiede un riscatto. Nella nostra comunità, però, c’è solo un colombiano: Miguel. Così si decide andrà Miguel con un altro, e mi offro io. Andremo in un “caserio” di poche famiglie che si chiama La Venturosa….

 

21 Giugno. Alle cinque del mattino, partiamo da Puerto Gaitàn – sul fiume Meta – con un motoscafo (“yate”) che ci condurrà al villaggio della Primavera, nostra prima tappa. Da lì, fra due giorni, partirà un altro yate per la Venturosa.

Dopo sette ore arriviamo alla Primavera, un villaggio di 400 abitanti. Camminando in direzione della parrocchia incrociamo la vecchia sede della polizia, dove sono visibili i segni dell’ultimo attacco della guerriglia – cinque mesi fa – durante il quale rimase ucciso un giovane poliziotto.

 

25 Giugno. Prendiamo il yate che finalmente ci condurrà, dopo altre sei ore di viaggio, a La Venturosa. Quando partiamo è buio fondo: nessuno immaginerebbe che da qualche parte il sole sta già in agguato. Dopo un po’ si intravvede un debole filo di luce: è il sole che cerca di uscire in mezzo a quegli alberi neri là in fondo. Sembra che faccia fatica, che le tenebre vogliono sbarrargli il passo. Ma poco a poco questo filo di luce arancione si fa più grande, diventa un semicerchio, poi un cerchio, e comincia ad alzarsi e librarsi nel cielo. “Le tenebre non prevarranno”: anche oggi il sole splenderà su La Primavera, La Venturosa, su tutta la Colombia…

Arrivati alla Venturosa, scopriamo che la gente sapeva vagamente che dovevamo arrivare in questi giorni, però non si era ancora organizzata per accoglierci. Dove mangeremo? La gente sembra non sapere bene come fare, e così alla fine si offre donna Inès: mangeremo sempre a casa sua. Dopo un po’ scopriamo che la famiglia di donna Inès – che ha sette figli – è una delle più povere del villaggio, e la più ospitale.

 

27 Giugno. Siamo qui alla Venturosa da due giorni. Per prima cosa abbiamo scoperto che solo la metà circa delle famiglie di qui sono cattoliche. Il resto sono evangelici o Testimoni di Geova. Questa è la conseguenza della mancanza di una presenza stabile di un sacerdote o di un religioso, e la conseguenza della mancanza di formazione per i laici. Per presentarci alla comunità abbiamo visitato tutte le case, senza eccezione, e la cosa straordinaria è che tutti ci hanno accolto bene, anche gli evangelici.

Io pensavo che qui mi aspettasse un’esperienza piena di avventure: possibili sequestri, pericoli vari, etc. Niente di tutto ciò. A parte i coccodrilli e i serpenti, qui la vita è molto tranquilla. (La guerriglia viene qui circa due volte all’anno. L’ultima volta è stata qui tre mesi fa, ha riunito la popolazione, presentandosi come una specie di garante dell’ordine, e minacciando eventuali ladri).

Insomma, qui riscopro la “piccolezza”, la quotidianità della missione. Non succede niente di eccezionale. Più che altro si gioca con i bambini, e li prepariamo ai sacramenti: alcuni al battesimo, altri alla comunione. Le esperienze fatte finora qui in Colombia potrebbero portarmi a credere che solo dove c’è avventura, violenza e tensione c’è vera missione. E invece no: missione è anche condividere la vita semplice e monotona della gente, e in mezzo a tutto questo annunciare la parola di Dio, di fronte agli idoli vecchi e nuovi. L’ultimo idolo arrivato in questa savana ai limiti del mondo – tre mesi fa – è la televisione. Tutti i giorni, due volte al giorno, la gente va nel salone principale della scuola per vedere telenovele.

Insomma, non c’erano grandi folle ad attenderci, e quando abbiamo invitato tutta la popolazione alla celebrazione eucaristica domenicale, sono venuti solo qualche bambino e due donne. Dobbiamo mettere in soffitta l’immagine “romantica” della missione dove c’è tanta gente che ti aspetta, che ti osanna, etc. Gli adulti finora non sono venuti ai due incontri programmati per loro. Sembra che la religione sia una cosa per bambini: gli adulti sono troppo grandi per interessarsi di queste cose.

 

1° Luglio. Abbiamo preso una decisione. Visto che gli adulti non vengono agli incontri da noi programmati, andremo noi da loro: ripasseremo casa per casa, con la parola di Dio in mano, condividendola con la gente.

Ecco, io sono alla porta e busso” disse Gesù. “Se tu mi apri e entro e ceneremo insieme”. Attraverso questo versetto dell’apocalisse invitiamo la gente ad aprire la porta a Gesù, a lasciarlo entrare nella nostra vita, nella loro casa, nella loro comunità. Alla fine la gente si offre di collaborare con donna Inès per il nostro sostentamento, e ci dà yuca, riso, farina, zucchero, banane, etc.

 

4 Luglio. Siamo molto contenti della nostra visita alle case: tutti ci hanno accolto molto bene. Siamo andati con Gesù di casa in casa e tutti Gli hanno aperto la porta, anche gli evangelici.

 

9 Luglio. Nonostante tutto, io sono contento. Sto preparando sei bambini alla prima comunione: Freddi, Antonio Flores, Freddi Antonio Leiton, Manuel, Marilena, Sandra e Edna. Sono bambini di tutti i colori: i tre maschietti sono bianchi, Marilena è morena, Sandra è negra, e Edna è gialla con dolci tratti indigeni. Sono vivaci, ma hanno risposto molto bene alle catechesi.

Gli adulti, invece, non hanno risposto come speravamo. Mi viene in mente quello che mi disse un padre comboniano a proposito della crisi di mezza età dei missionari. Quando entrano nella Congregazione, partono con grandi ideali: voglio lottare per la giustizia, la pace, la solidarietà, etc. Poi, però, si rendono conto che – concretamente – quello che possono fare è molto poco: meno di mezza goccia. Qui l’ho sperimentato molto bene. Non ho potuto fare niente contro i signori della guerra o contro le strutture di ingiustizia. L’unica cosa che ho potuto fare è giocare con i bambini, e portare la parola di Dio di casa in casa.

Alla Paraliturgia di questa sera vengono molti bambini, due ragazze e due donne: donna Inès e donna Luz.

 

10 Luglio. “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv. 15,5 – 6).

Oggi ho riflettuto sulla debolezza del missionario, che assomiglia molto alla debolezza di Dio. Dio non può diffondere il suo amore da solo: ha voluto che la realizzazione del suo progetto dipendesse dalla fede e dalla collaborazione degli uomini. Non ha voluto imporre il suo progetto con la forza.

E anche noi sperimentiamo questa debolezza: il seme che abbiamo gettato potrà fecondare il terreno della Venturosa solo se qualcuno di qui saprà coltivarlo. Il successo del progetto di Dio non dipende (solo) da Lui, ma dalla volontà e dalla fede dell’uomo e della donna. E così è anche per noi: il risultato della nostra missione alla Venturosa non dipende (solo) da noi, ma bensì – concretamente – dall’impegno e dalla fede di due donne: donna Luz e donna Inès.

Il Signore ha voluto che la relazione uomo-Dio si costruisse e si articolasse interamente attorno alla fede: l’uomo ha fede in Dio, ma anche Dio ha fede e fiducia nell’uomo, se affida a noi la realizzazione del suo progetto. Senza la vite i tralci non possono fare niente, ma è vero anche il contrario: il tronco ha bisogno dei rami per poter fare frutto. E’ l’economia misteriosa dell’Incarnazione.

Credo davvero che Dio è il più grande umanista che sia mai apparso sulla faccia della Terra: al giorno d’oggi, chi avrebbe tanta fiducia nell’uomo da affidargli la realizzazione di un piano di salvezza universale? Che il Signore dia anche a noi la stessa fiducia nell’uomo e nella donna!

 

15 Luglio. Lasciamo la Venturosa il 12 luglio. Dopo una peripezia di quattro giorni (di cui vi risparmio i dettaglio) torniamo a Bogotà.

 

Alberto

fr. Albert Degan
Cra 48 n. 75 A-21
APDO AEREO 52343
SANTAFE de BOGOTA'
- Colombia -

torna alla pagina lettere dalla missione

 


Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter