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El pueblo de la utopia (Il popolo dell'utopia)

di p. Daniele dal Perù

El pueblo de la utopia
Il popolo dell'utopia

lettera di p. Daniel Nardin

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Cerro de Pasco, agosto 2001

Caro Mosè, dopo tanti anni quassù m’è venuta voglia di raccontarti un po’ di questa terra che un po’ conosci e che so che apprezzi. Riparto dalla domanda che mi hai fatto nella tua ultima lettera: cos’è per te Cerro de Pasco? Che significa?

Cerro de Pasco: un’altezza enorme (4380m), un’immagine, una città, un popolo e soprattutto … uno stile di vita, una filosofia di vita. Così posso definire la mia esperienza durante questi sedici anni a Cerro de Pasco, quassù tra i minatori e dentro le vene di una città viva e che grazie a te posso oggi far conoscere a molti altri amici. Una vita “vissuta” intensamente, fatta di piccole lotte quotidiane in favore della vita, fatta di sogni, di umanità, di calore umano, di abbracci di un popolo che vuol vivere la sua utopia nella vita di ogni giorno. Magari senza saperlo. Però i giorni di vita di questa città sono giorni di speranza, di ascolto, di incontri, di continue provocazioni che mi convertono, di volti, di celebrazioni … tutto perché il vivere è qualcosa di attivo e non tanto una ricerca angosciosa di significato, perché è qualcosa che non si osa più da soli ma insieme. Insomma un tempo infinito di resistenza (i 500 anni di resistenza di un popolo diventano esperienza tutti i giorni quassù) dove si ricomincia sempre insieme, tutti i giorni (anche se le nostre autorità non l’hanno capito) per restituire dignità a questa città continuamente depredata, scavata fin dentro le sue vene, vituperata e spogliata delle sue ricchezze ma allo stesso tempo amata e vezzeggiata da molti perché ci fa scoprire ogni giorno la sua utopia di vita.

 Cerro de Pasco, caro Mosè, in primo luogo è la sua gente. Procopio, Wendy, il sig. Bajonero, Maria, Eva, il dott. Mosè, don Saverio (don vuol dire signor), Mariela, Edith e Fernando… , i suoi giovani, le sue donne, gli anziani e i bambini che quando ti baciano ti “smoccolano tutto”, i minatori… tutti “artigiani” della vita prima ancora di esserlo della miniera. Può sembrare una contraddizione ma è proprio così: quassù la vita vale pochissimo. Possiamo domandarlo a “Patòn” che ne ha ammazzati molti o li ha assaltati. O lo chiediamo alla miniera, visto che sono quelli della Volcan Spa che decidono la vita e la morte di questa gente. O ai funzionari corrotti, ai poliziotti che non sempre fanno il loro dovere, ecc. Eppure questa vita calpestata produce sempre più costruttori per la vita: sono fini tessitori dell’arte del vivere di ogni giorno. I bambini di strada, i lavoratori del triciclo, i venditori ambulanti, i taxisti, ecc. Loro sono i più diretti testimoni di quest’arte di vivere. I problemi, le tensioni, la voglia di essere riconosciuti come esseri umani, il ritagliarsi uno spazio per aver diritto a vivere, le paure, la violenza, la rudezza di chi entra ed esce dalla miniera, i volti di chi non si sente escluso dalla vita ma che ogni giorno si sente vivo e che ha molto da dare.

Sì, Cerro de Pasco è prima di tutto il suo popolo con i suoi volti e i suoi gesti, perché a Cerro de Pasco niente e nessuno si perde. Tutto serve. Tutto parla di vita, anche la stessa morte o i fiumi arancioni a causa degli scarichi della miniera. Chi arriva quassù ritrova se stesso, la voglia di vivere, i veri valori della vita, il gusto di essere nella mischia, l’orizzonte, il senso.

  In questi giorni sto leggendo un libretto di Gabriele Poli arrivatomi per caso. Racconta il suo viaggio in Perù. Appena arrivato a Cerro de Pasco riprende il primo taxi e se ne va dicendo: “…non c’è niente di interessante”. Mi sono vergognato di essere italiano di fronte ad un’ignoranza come la sua. Si vede che non ha capito niente. Se si fosse fermato, avrebbe cambiato molto della sua vita, come del resto è cambiata la mia. Turisti stupidi!!!

La calma di questo popolo, il loro ritmo, le loro sfide davanti a tutto quello che di difficile presenta la vita sono un richiamo costante al linguaggio di un popolo che vive e trasforma la realtà. Tutto parla di vita e grida vita. Perfino gli ubriaconi che litigano tutto il giorno davanti al cimitero o che pisciano in qualsiasi posto, i giochi dei bambini, la superlentissima burocrazia e l’allegria dei giovani stupendi, la dignità di molti e la povertà per non dire la miseria di moltissimi… tutto chiama e reclama VITA. Molti poi si impegnano per aiutarla, per difenderla  e per farla crescere.

Molti, in questo popolo di “formiche operaie della vita”, rimpiazzano i giganti assenti da sempre. Per esempio mi ha colpito molto in questi giorni l’esempio della gente che di fronte alla crisi nazionale, al cambio che si sta producendo, non ha tempo per le depressioni. Qui la gente non si sente in crisi. Qui si parla poco di  crisi. Forse si parla molto del freddo in questi giorni, ma… nonostante la crisi, chi ha tempo di fermarsi e di lamentarsi? La parola crisi è stata tolta dal vocabolario di questa città e di questo popolo. C’è da lottare e non c’è tempo per piagnucolare. “Gastes polvora en gallinazos” dice un proverbio (Non perdere tempo in cose inutili), non buttare energie… non fa parte dell’identità di questo popolo: qui si vive e basta. E che sia una vita PIENA.

Caro Mosè, sorrido pensando alle facce che mi hanno guardato in questi ultimi anni. Sorrido tornando a vivere le risate allegre e la gioia che ho assaporato davanti a molti uomini e bambini. Sorrido di fronte alla stanchezza che ho sperimentato dopo molte giornate di lotta, gomito a gomito con la gente, per difendere la vita. Assaporo ancora una volta la rabbia di molti giovani senza lavoro. O le linee dure del volto dei minatori che tornano a casa dopo essere stati spremuti come limoni dalla miniera che “vuol produrre”. Produrre, produrre, produrre. E loro tornano stanchi ma non vinti. Mi viene rabbia davanti all’incapacità delle nostre autorità locali, autorità del passato, del presente e del futuro, incapaci di dare risposte ai mille interrogativi della vita che si vive quassù. Perfino gusto le lotte di strada, le tensioni della gente che si sforza,  lotta disperatamente per un pane. Assaggio i sorrisi distribuiti a piene mani e frutto di un cuore semplice… Partecipo alla supplica di quella giovane mamma che insiste perché si aiuti il suo bambino. Sedici anni, abbandonata dal convivente, con in braccio il suo bambino di due anni. Non guarda alle apparenze, non veste di lusso o in maniera stravagante, non può perdere tempo nel curare la sua figura femminile… tutto questo non serve per vivere. Infatti la sua vita traspare dai suoi occhi profondi, dalla sua vocina timida, dal suo esporsi per suo figlio, questo fardello di vita fra le mani…con il suo tesoro prezioso. Lui, quel bambino senza papà, è la sua dignità proclamata dal frutto del suo grembo; lui e la sua estasi di vita che sboccia da ogni suo gesto, figlio della precarietà ma non della disperazione. Infatti, dice la sapienza popolare, ogni bambino nasce con il suo panino sotto il braccio… Questa è la voglia di vivere!

 Adoro l’ubriaco che mi abbraccia, riempiendo la mia faccia di tanfo di liquore a poco prezzo e di saliva, e che da tutti i pori della pelle emana un odore di ‘sudicio’ e di dignità nascosta. E mi vuol parlare anche se le parole gli salgono smozzate e mal pronunciate. E che magari per non poter dire di più mi bacia le mani chiedendo scusa e invocando una benedizione.

Ecco, Cerro de Pasco è una filosofia di vita. Qui c’è una scuola permanente di vita, qui c’è una spinta e un entusiasmo unico per vivere, già che è difficile essere e vivere quassù. Per questo, dalle vene di questa città, le sue gallerie sotterranee sommano 40.000 Km, dalle sue montagne che la circondano, e dai minerali che da qui si estraggono, dai cuori e dalle menti di questa gente, dalle vite di tutti, dalla sapienza frutto di esperienza millenaria, c’è tutta una logica nuova che emana. Una logica di vita, che contagia e che insegna a vivere, frutto del restare e r…esistere qui in modo costante, caparbio e tenace. Non si corre con la frenesia delle città e metropoli occidentali. Impossibile, sia per l’altezza dei 4.380 m, sia per il clima freddo. Però quassù tutto è intenso, perfino il respirare. La vita a Cerro de Pasco è una cultura prima di tutto: una cultura  che si scontra con la morte e la violenza, che produce resistenza. Perché Cerro de Pasco è speranza che in altre parti già si è persa, visto che per vivere quassù ci vuole molta speranza nel cuore. Cerro de Pasco è infine un incontro, continuo, insistente, obbligatorio, con la vita per chi ha sfidato la natura stessa.

 E Cerro de Pasco è anche una scuola permanente. “Qui si impara a vivere: il messaggio esplicito che si legge sui volti e nell’agire della gente. Qui si insegna a vivere, ad ascoltare, ad umanizzare la vita, e il colore del grido assume caratteristiche reali che si manifestano come eterni slogan: Lasciateci vivere, siamo persone, siamo utopia, siamo un popolo e quotidianamente benediciamo l’esistenza”. “No! Non stiamo morendo, stiamo vivendo. Qui si offre la vita.

Perché Cerro de Pasco è prima di tutto una cultura di vita che si scontra quotidianamente con la morte e la violenza, che ti obbliga a resistere perché questa città è una speranza, visto che vivere qui richiede molta umanità.

Cerro de Pasco è un  campo di incontro continuo, insistente, obbligatorio per chi ha sfidato la natura stessa. Si arriva a Cerro de Pasco nudi, anche se fa freddo, per metterti di fronte agli altri che ti provocano, che mettono in discussione il tuo stile di vita, il tuo modo di pensare, le tue sicurezze e i tuoi punti saldi. Non si viene quassù per “vedere qualcosa”, ma per imparare ad essere “qualcuno. Qui puoi solo imparare ad essere, o anche solo ad esistere. Di fronte ad una mentalità di produzione, questa città ti ridona la dignità. Di fronte alla violenza del vivere, questa città ti offre il fatto che siamo importanti, esistiamo, abbiamo un’utopia, siamo volti, storie, luoghi di vita, di pellegrinaggi interiori, di cammini di dignità e non di schiavi, luoghi di dignità e di amore, positivi perché tutto è teso a scoprire la vita.

 Questo è Cerro de Pasco. Questa è la città che ho visto e respirato. Per questo sento forte il dovere e allo stesso tempo la responsabilità di imparare a VEDERE, ASCOLTARE, SENTIRE. Percorrere le strade, incontrare la gente, comprare i suoi prodotti , riconoscere la sua storia e tradizione, avere il suo coraggio, respirare la sua polvere, imbrattarsi dello stesso fango…tutto ci espone alla prova della vita. Questo è un laboratorio dell’utopia e le tre parole che ti lascio sono quelle “chiave” per me:

 

BUTTARSI: essere straordinari nel quotidiano, nelle piccolo cose della vita, in modo che le paure non siano più grandi dell’amore. Le paure che ci attanagliano, in Cerro de Pasco si trasformano in azioni, in gesti solidali, in porte e finestre che si aprono, in braccia che ti stringono. Se sei onesto con te stesso, i pregiudizi, le reti, le barriere, le maglie che ci si mette come protezione non possono vincere la forza della vita. Buttarsi per vivere.

 Un TEMPO: ora e non domani, in questo preciso istante, senza posticipare per il giorno che verrà. Vivere il presente, scoprire ciò che offre questa città, le sue possibilità, e le sue opzioni.

 NUOVO: occhi nuovi, cuore nuovo, mentalità nuova, diversi. Tutto ci obbliga ad una trasformazione partendo da un gesto di fedeltà a questa città e al suo popolo. Coerenti con la vita che ci chiama a riconoscere, a scegliere, a spezzarci, a condividere. Essere capaci di vivere. È la tua ora, è il tuo tempo. E ora tocca a te.

 p. Daniel

 

 

p.Daniele Nardin, missionario comboniano, vive nella parrocchia più alta del mondo (Cerro de Pasco, 4480 m/s). Dal 1984 lavora in Perù. E' ritornato in Italia solo per un periodo di servizio al GIM dal '94 al '97. 

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PERU': MOVIMENTO ‘MANTHOC’ FESTEGGIA 25 ANNI DI VITA - Staff sito 10/17/2001, 2:33 pm
Manifesto-Appello per la pace dei vescovi latinoamericani - Staff sito 11/14/2001, 1:40 pm

p. Daniele scrive "siamo utopia".
Nel nostro questa parola si linka a numerose pagine, che possono aiutarci a
scoprire che cosa significa concretamente nella nostra vita essere UTOPIA
1. Esci popolo mio
Dall’utopia al progetto
2. Capodarco: Insieme agli altri.. solo utopia
Insieme agli altri.. solo Utopia? (Capodarco)
4. fedeli nella vita di ogni giorno
FEDELI NELLA VITA DI OGNI GIORNO di P.Casaldaliga e J.M.Vigil
8. Racconto del GIUBILEO DEGLI OPPRESSI
continua tu ...

p. Daniele definisce Cerro de Pasco "un tempo infinito di resistenza".
 R...esistenza e Dialogo era il tema degli incontri Gim dell'anno 2000-2001.
Nel nostro la parola resistenza si linka a numerose pagine, che possono aiutarci a scoprire che cosa significa concretamente nella nostra vita RESISTERE.
1. Diaologo o r...esistenza (GIM VENEGONO)
DIALOGO E R ESISTENZA GIM - Venegono
2. GIUBILEO 2000, CONSACRAZIONE O CONTESTAZIONE DELLA GLOBALIZZAZIONE CAPITALISTA
3. Apocalisse
Apocalisse: nel cuore della bestia Quella che segue è una parte di una meditazione sul capitolo 13 del libro dell' Apocalisse, fatta da Alex Zanotelli ad un gruppo di operatori
4. La Rete di Lilliput
La Rete di Lilliput Incontro a Fidenza "Il gigante ha i piedi d'argilla" di Alex Zanotelli Discorso di Alex Zanotelli a Fidenza(PR) 18 marzo 1996
5. Dietrich Bonhoeffer
Dietrich Bonhoeffer "È la fine, per me è l'inizio della vita": queste le ultime parole di Bonhoeffer prima di essere assassinato.
continua tu ...

E ORA TOCCA A TE
era il titolo degli impegni presi dai partecipanti del Giubileo degli Oppressi.
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