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Lettera di Livia dalla Bolivia

Ho assistito ad una delle conversazioni direi più belle e più strane della mia vita. La mamma che provava a convincerla a tornare a casa dicendo che il patrigno se n’era andato, lei che continuava a dire a sua mamma di no, che ora era in una fondazione dove si stavano prendendo cura di lei, che anche lei sarebbe dovuta andarsene da casa e che non le avrebbe detto altro.

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Ciao a tutti, sono passati quasi 20 giorni dal mio arrivo a La Paz e quasi 10 da quando, dopo la formazione, abbiamo iniziato a fare sul serio. Se devo pensare ad una parola per descrivere questi miei primi giorni qua è: stanchezza. Stanchezza sotto tutti i punti di vista, fisico, mentale ed emotivo. Qui si fa fatica a fare tutto: dalla spesa all’entrare in relazione con i locali, dal camminare al parlare. I 3600m di La Paz si fanno sentire tutti. Soprattutto quando per tornare a casa a ritorno da lavoro devi fare tutta salita, magari pure provando a parlare con Sara, la mia compagna di avventure. E per fortuna che c’è lei con cui condividere, almeno nel primo mese, tutte le difficoltà che incontriamo.

La fondazione dove siamo, Munasim Kullakita, Amati sorellina in lingua ayamara, si occupa principalmente di minori in situazione di vita di strada, in alto rischio e/o vittime di tratta. È una fondazione molto grande ed è divisa in 4 ambiti: la parte sulle minori vittime di violenza sessuale commerciale e tratta; una parte più educativa di trattamento comunitario; la parte di prevenzione lavorando nelle comunità e nelle scuole; e una parte di lavoro tecnico fianco a fianco con le istituzioni. Per il primo mese passiamo ogni settimana in un ambito diverso per poter alla fine scegliere in accordo con gli educatori e le nostre attitudini l’ambito dove possiamo lavorare meglio. Ogni ambito ha però al suo interno aree diverse percui ogni giorno siamo a fare attività differenti con persone diverse e questo è un po’ estraniante.

La scorsa settimana siamo state dalle ragazze vittime di sfruttamento sessuale commerciale (come viene chiamato qui perché il termine prostituzione minorile viene considerato errato) e siamo andate a trovarle e conoscerle nel hogar, che è la residenza delle minori, e a Tilata, dove c’è la Casa della Ternura in cui si trovano le maggiorenni in cerca di autonomia a cui viene offerto un lavoro e aperto un conto in banca con un piccolo finanziamento. Nel hogar, oltre ad aver parlato con le ragazze, abbiamo avuto modo di leggere alcune delle loro schede perché il mercoledì pomeriggio ci hanno messo a far lavoro di archivio. Ci sono ragazze di 15 anni con HIV che sono state violentate dal patrigno prima di finire sulla strada; altre che hanno già avuto figli. Mi ricordo la cartella di una ragazza di 15 anni sieropositiva che ha avuto un figlio, anche lui di conseguenza sieropositivo. Il compagno è morto mentre era incinta e le è morto anche il figlio a 3 mesi per disidratazione perché lei non riusciva ad accudirlo. Quelle che abbiamo conosciuto noi hanno dai 13 ai 17 anni e sono vittime di VSC o in situazioni di alto rischio ed è incredibile come siano state molto affettuose abbracciandoci, facendoci le trecce, dandoci la copertina per guardare il documentario sulla vita di Tupac Katari (su cui ora so tutto) e nel contempo ci stessero studiando nei minimi dettagli. Credo che ora sappiano quante vene e quante cicatrici ho nel corpo!

Questa settimana stiamo lavorando nel trattamento comunitario che è composto da Centro Escucha e Drop-in e si occupa più in generale di tutti i giovani in situazione di calle, in particolare tossicodipendenti, a cui viene offerta la possibilità di avere un posto dove mangiare, dove potersi lavare e lavare le proprie cose ed anche la possibilità di fare alcuni corsi formativi, come quello di serigrafia.  In entrambi gli ambiti si fa molto lavoro di calle, diurno e notturno, e così è da giovedì che anche noi siamo tutti i giorni per strada! E gli incontri che si fanno sono davvero duri ed intensi! Oggi per esempio abbiamo conosciuto una ragazza di 17 anni incinta con l’HIV. Aveva tutto il viso deformato e non aveva quasi più i denti perché non sta seguendo la terapia. Si vedeva che era affaticata, ma sotto l’effetto della droga era sorridente e felice di essere incinta!

Venerdì invece abbiamo incontrata una ragazza scappata di casa perché il patrigno la picchiava e aveva anche provato a violentarla. Così lei è uscita normalmente di casa ma poi ha preso un autobus ed è arrivata a La Paz con 100 boliviano (poco più di 10 euro). Si è comprata un maglione e si è pagata un alojamiento per la notte. L’abbiamo trovata il giorno dopo su una panchina di una piazza accanto ad una coppia che si faceva di colla alle 12.30 del giorno. Dopo che ci ha raccontato la sua storia le abbiamo offerto la possibilità di venire in fondazione con noi, chiamare sua mamma (non aveva neanche il cellulare con sé), pranzare e farsi una doccia. Ho assistito ad una delle conversazioni direi più belle e più strane della mia vita. La mamma che provava a convincerla a tornare a casa dicendo che il patrigno se n’era andato, lei che continuava a dire a sua mamma di no, che ora era in una fondazione dove si stavano prendendo cura di lei, che anche lei sarebbe dovuta andarsene da casa e che non le avrebbe detto altro. E così ha fatto. Aveva ancora un occhio tumefatto dalle botte. Essendo lei maggiorenne le abbiamo offerto la possibilità di andare a Tilata e nel pomeriggio l’abbiamo accompagnata là. Non ha mai avuto un momento di ripensamento. È stato bello toccare con mano quello che fa la fondazione.

Direi che per ora ho scritto abbastanza (e anzi un applauso a chi è arrivato in fondo), ma di storie da raccontare ce ne sarebbero molte altre. 

Un grande abbraccio,

Livia Marzolla

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