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Dalla Pianura Padana... alle Ande Colombiane

È un bel salto… Vi confesso che sono ancora un po’ ‘frastornato’. Prima di tutto, mi sono inserito nel nuovo servizio che  mi è stato richiesto: formatore dei fratelli comboniani nella loro ultima tappa formativa. Nella nostra casa non abbiamo nessuna impiegata. Questo significa che tocca a noi lavare, stirare, cucinare… tutte cose che danno un nuovo ritmo alla mia giornata, e mi avvicinano di più alla normale quotidianità...

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È un bel salto… Vi confesso che sono ancora un po’ ‘frastornato’. Prima di tutto, mi sono inserito nel nuovo servizio che  mi è stato richiesto: formatore dei fratelli comboniani nella loro ultima tappa formativa. Nella nostra casa non abbiamo nessuna impiegata. Questo significa che tocca a noi lavare, stirare, cucinare… tutte cose che danno un nuovo ritmo alla mia giornata, e mi avvicinano di più alla normale quotidianità della vita della gente. Ho partecipato a una settimana di aggiornamento per i formatori. Questo è un tempo affascinante per la formazione, ci hanno detto. In un mondo che presenta sfide globali urgenti, la formazione non ha nessuna ricetta preconfezionata: c’è bisogno di molta creatività. In un tempo in cui tante persone vivono in funzione del denaro e del potere, spaventate dai poveri che – in forme diverse – bussano alla nostra parte, siamo chiamati a formare persone che vivono in funzione dell’umano, in funzione dell’incontro, persone che sappiano introdurre gocce di speranza in un pianeta sempre più avvolto nell’egoismo e nel pessimismo. A questo corso per formatori hanno partecipato molte suore. Una di loro, Ruth, una domenicana spagnola che vive in Colombia da 25 anni, quando le dico che negli ultimi 18 anni sono stato in tre paesi, e che questa è la mia quarta ri-partenza, mi domanda: ‘Ma non è un po’ faticoso doversi ogni volta riambientare?’. Io le rispondo con un sorriso, e dento di me penso: ‘Faticoso? Beh, un pochino…’.  

 

Ricreare l’abbraccio

La prima cosa che ho fatto, giunto a Bogotà, è stata mettermi in contatto con le persone che avevo conosciuto negli anni 1.999-2002. E’ stato bello per me incontrarmi con giovani che io avevo conosciuto da bambini: rivederli cresciuti mi ha commosso. Tomàs, Alejo, Sonia, Esperanza, Pedro, Eduardo, Johan, Diana, Hernando, Alfredito, tutti mi hanno accolto con affetto. Anche gli adulti. È bello vedere che, dopo tanti anni, “el cariño no se pierde…”. Insomma, la mia prima preoccupazione è stata quella di ricreare l’abbraccio che umanizza la nostra vita, per sentirmi di nuovo a casa. Per un missionario è importante sentirsi abbracciato. Senza l’abbraccio della gente uno si sente nudo e sperduto…  

 

Gesù ha cucinato per me    

Un re-incontro particolarmente significativo per me è stato quello con Gesù, cioè Jesùs, uno dei primi bambini che ho conosciuto qui in Colombia, e che adesso ha 22 anni. L’altroieri Jesùs mi ha invitato a casa sua e mi ha preparato un bel pranzetto a base di riso, patate e pollo. Jesùs è molto protettivo nei miei confronti: ha voluto venirmi a prendere alla fermata dell’autobus, perché dice che ho una terribile ‘pinta’ da straniero, e questo mi espone a possibili ‘assalti’ da parte di qualche malintenzionato.  

 

Il ‘ciclone’ Francisco e il Cristo mutilato Sono arrivato in Colombia portando con me dall’Italia 200 carezze, 400 abbracci e qualche interrogativo dolorosamente irrisolto. Il Signore ci chiama e ci invia così, con le nostre speranze e le nostre fragilità. Insomma, il missionario non è un pacchetto postale, ma si porta dietro tutta la ricchezza del suo vissuto, che adesso dovrà interagire con un contesto completamente diverso… Mentre sto riflettendo su tutto questo, agli inizi di settembre arriva in Colombia quello che i giornali locali hanno definito un vero e proprio ‘ciclone’: la visita di papa Francisco ha portato una fortissima ventata di speranza. Il papa ha detto che è venuto qui per imparare dalla gente. Ma imparare che cosa? Fra tutti i discorsi che ha fatto, mi hanno colpito in maniera particolare le parole che ha pronunciato davanti al Cristo mutilato di Bojayà. La Chiesa di Bojayà – nella regione del Chocò - fu completamente distrutta nel maggio 2002. Lo ricordo bene, perché ero qui in Colombia: i guerriglieri della FARC lanciarono un cilindro di gas contro la chiesa in cui si era rifugiata molta gente e – pare - anche qualche paramilitare. Morirono più di 90 persone, di cui la metà erano bambini. Della struttura del Tempio parrocchiale rimase solo qualche banco rotto e il torso di un Cristo nero, un Cristo scheggiato e mutilato.   Il papa ha pregato davanti al Cristo di Bojayà: “Guardando questo Gesù, contempliamo tante vite spezzate, tutto il dolore e la morte che ha sperimentato la Colombia in questi decenni di guerra civile. Questo Cristo mutilato e ferito ci interpella: non ha braccia, è quasi senza corpo. Eppure conserva il suo volto, e il suo volto continua a regalarci uno sguardo d’amore”. Insomma, è un Cristo senza mani e senza gambe, ma il suo volto continua a sorriderci e ad amarci. E’ un Cristo che ci regala una lezione stupenda: anche se ti hanno ferito e ti hanno lasciato senza braccia, tu continui ad avere un cuore, e con quel cuore puoi amare, in una maniera ancora più profonda. Per questo, ha detto il papa, “il Cristo rotto e mutilato è ancora più Cristo, perché ci insegna a trasformare il dolore in fonte di vita e di resurrezione, affinchè assieme a lui impariamo la forza del perdono e la straordinaria grandezza dell’amore”. Emblematica, a questo rispetto, è stata la testimonianza della signora Pastora, che ha perso il marito e il figlio per mano dei paramilitari. Un giorno bussò a casa sua un ragazzo ferito, e lei lo accolse. Poi quel ragazzo vide la foto di Jorge, il figlio defunto di Pastora, e così si rese conto che era il giovane che lui e altri paramilitari avevano ucciso tre anni prima. Davanti a questa ‘confessione’, la signora Pastora continuò a curare quel ‘giovinetto’ – come lo chiama lei - senza denunciarlo e senza arrecargli alcun danno. “Dobbiamo perdonare se vogliamo rompere il circolo della violenza”, ha detto al papa.  

 

Trasformare il dolore

Sì, i poveri sono maestri nel trasformare il dolore: abbiamo tanto da imparare da loro. D’altronde, sarebbe impossibile continuare a vivere se non riuscissimo a trasformare tutto il dolore accumulato nel corso di questi decenni. E tuttavia non è affatto automatico, anzi: è un dono che può ricevere solo chi si abbandona nelle mani del Signore. “La bontá dei poveri e la loro tenerezza in mezzo a una situazione di violenza e di ingiustizia é una sfida ad ogni logica”, commenta il teologo Benjamìn González-Buelta. La loro capacità di perdono, il saper continuare a nutrire sentimenti umani in un contesto completamente disumanizzato “ci parlano di dimensioni della vita che nascono da un mistero che affonda le radici nella trascendenza”. Il papa dice che dobbiamo trasformare il dolore in fonte di vita e di resurrezione. Qui in Colombia c’è tanto dolore, tanto rancore accumulato. E quindi, per il nostro popolo, la saggezza e la grazia di saper trasformare il dolore è più che mai una questione di vita o di morte. “Quando Tommaso mette le sue dita nelle piaghe di Gesù, sente il palpitare del Risorto, qualcosa che non potrà mai percepire chi guarda da lontano senza lasciarsi coinvolgere” (B. Gonzàlez-Buelta). Dalle ferite di Gesù sgorga un’energia irrefrenabile, una vitalità che non si arrende alla morte e corre alla ricerca di nuovi sentieri, una forza umanizzante in grado di accarezzare il dolore dell’umanità e trasformarlo in una speranza audace, in un anelito insopprimibile di pace, di solidarietà, di comunione, in un desiderio travolgente di bellezza e di abbraccio totale. E penso: è vero, c’è tanta sofferenza in queste terre, ma se Dio ci aiuta a trasformarla, quanta potenzialità di vita, e che grandi orizzonti di resurrezione e di bellezza si potranno aprire qui in Colombia! E non solo qui! Anche in Italia, ogni immigrato arriva con una storia di dolore, che spesso rimane inascoltata se non addirittura calpestata e derisa. Dobbiamo trasformare tutto questo dolore in uno spazio di condivisione, di comprensione, di solidarietà e comunione. Dovunque, ormai, la priorità missionaria è ascoltare e trasformare il dolore.  

 

Un dolore che continua

Il Cristo ‘amputato’ di Bojayà è il simbolo della Colombia, un paese che ha perso molti pezzi, molti dei suoi figli, un paese squartato e mutilato da tanti anni di guerra e ingiustizia, e tuttavia un paese che ha ancora un cuore che ama, che lotta e spera. Una lotta che anche oggi richiede l’impegno di tutti… Ad esempio, a Soacha, un grande quartiere subito fuori Bogotà, opera padre Franco, aiutato da due giovani fratelli comboniani in formazione, Pontien e Marco. Una volta al mese tutti gli agenti della pastorale sociale del ‘barrio’ si riuniscono per fare insieme una lettura della realtà. Nell’ultima riunione è uscito un quadro drammatico del quartiere. Fra i principali problemi è stata citata la ‘escombrera’, che di recente è stata affidata a un capo paramilitare. La escombrera è un luogo in cui si accumulano le macerie (‘escombros’) delle case rimosse e distrutte; ma è ormai accertato che sotto le macerie di mattoni sono sepolti anche pezzi di cadaveri, ridotti a brandelli e a macerie umane. I paramilitari stanno facendo ‘pulizia sociale’ e sembra che metà dei morti siano gays e trans, mentre l’altra metà sono leader sociali. Dopo la riunione, tutti gli agenti pastorali del quartiere hanno scritto una lettera di denuncia che presenteranno alle autorità locali. Anche in altre parti del paese la situazione continua ad essere molto critica. Ad esempio, il 5 ottobre la polizia ha sparato contro campesinos di Alto Mira – nel comune di Tumaco - che stavano manifestando in maniera pacifica, causando la morte di sei contadini e il ferimento di altri quaranta. Anche qui c’è stata subito una reazione da parte dei movimenti popolari, che ha costretto il Governo a riconoscere questo crimine, per cui – in via cautelativa – alcuni poliziotti sono stati sospesi.  

 

Pastorale afrocolombiana

In questo periodo ho preso contatto con la pastorale afrocolombiana, e sono entrato nell’equipe diocesana. Sono appena agli inizi, ovviamente, ma intanto mi hanno già coinvolto in un progetto di ‘identità e auto-riconoscimento afrodiscendente’ rivolto agli alunni afro e meticci di una scuola superiore di un quartiere molto violento. Questo progetto vuole “coinvolgere gli studenti in un processo di interculturalità intesa come capacità di contemplare tutte le diversità culturali esistenti, rico- noscendo la dignità di ogni cultura”.     In altre parole, questo progetto vuole “promuovere un dialogo tra i saperi delle diverse culture (afro, indigena, meticcia, etc.), e così costruire una società umanizzata. Ogni gruppo umano, infatti, ha la capacità di trasmettere il proprio sapere e di arricchirsi con il sapere e la cultura degli altri. Solo questa reciprocità garantirà una vita umana alla Colombia”. (E io penso che oramai si possa dire lo stesso anche dell’Italia). I fine settimana ho cominciato ad andare in un quartiere all’estrema periferia di Bogotà: si chiama Alpes, perché in effetti è uno dei punti più alti della capitale: qui siamo a più di 3.000 metri. Io sto cominciando a conoscere il settore ‘afro’ del quartiere, che è il più povero, composto in gran parte da desplazados, vittime della guerra che si sono rifugiati qui. Ma di tutto questo vi parlerò dettagliatamente più avanti, quando l’attività pastorale si sarà un po’ più sviluppata.                          

 

Una globalizzazione costruita dal basso: ‘radicati’ e ‘universali’

Non voglio annoiarvi con altri dettagli sulla realtà colombiana, altrimenti la lettera si allungherebbe a dismisura. Mi limito a dirvi che molte problematiche che si vivono in Italia si sperimentano anche qui: l’attacco alle risorse ambientali, l’arrivo di immigrati che scappano da situazioni difficili (qui soprattutto dal Venezuela), etc. Che fare, dunque? “L’Impero impone l’uniformità dall’alto, mentre Dio e i poveri costruiscono l’universalità dal basso (B.Gonzàlez Buelta). Uniformità e universalità sono due cose distinte. Di fronte al dilagare dei populismi che denunciano la prepotenza di una uniformità imposta dall’alto penso che dobbiamo saper rispondere in modo adeguato. Uniformi no: ognuno ha il diritto di vivere appieno la propria cultura. Solo se siamo ‘radicati’ nella nostra cultura e nella nostra spiritualità possiamo dialogare con gli altri e produrre quel ‘dialogo di saperi’ che arricchisce e umanizza la nostra società. Accanto a questo radicamento, però, siamo chiamati a riconoscere che ormai i nostri problemi e le nostre speranze sono ‘universali’. La sofferenza dei poveri, e direi la sofferenza dell’uomo, è molto simile nelle diverse parti del mondo: siamo tutti sulla stessa barca, viviamo tutti la stessa realtà di un pianeta terremotato, mutilato, inondato e incendiato dalla siccità, anche se poi ci sono le categorie più deboli che soffrono tutto questo in maniera più forte. Siamo dunque chiamati ad essere radicati e universali, come dice Gonzàlez Buelta, e a costruire una fraternità planetaria a partire dalla nostra fragilità e vulnerabilità. Qualcuno ha detto che l’uomo è storia, cioè è capacità e libertà di creare nuovi orizzonti, nuovi sentieri per il nostro camminare. Non crediamo a coloro che dicono che non c’è alternativa alla violenza, all’ingiustizia, all’odio e alla stupidità, cioè a coloro che dicono che la storia – intesa come capacità di sognare e lottare per un mondo nuovo – è finita. “Vogliamo un mondo in cui la vulnerabilità sia considerata il fondamento della vita umana”, hanno detto un gruppo di donne colombiane al papa. Proprio a partire dalla nostra oggettiva vulnerabilità e fragilità siamo chiamati a costruire dal basso una nuova globalizzazione della solidarietà e della speranza. Un abbraccio fraterno dalla Colombia!  

 

Fratel Alberto Degan

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