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LOTTANDO CONTRO IL MIO CORPO

Quando avevo studiato alcuni filosofi del Novecento come Ricouer, uno dei temi che mi avevano colpito era quello della riscoperta del nostro corpo. Mi sono rimasti impressi concetti come: noi siamo, prima di ogni altra cosa, il nostro corpo; il nostro corpo e’ uno spazio occupato dalla nostra vita e dalla nostra essenza di esseri umani; il nostro corpo e’ il luogo primario dove sperimentiamo i nostri sensi e le nostre emozioni, ma soprattutto e’ il luogo dove sperimentiamo chi siamo, ossia persone fragili. Tutto questo, studiato nella teoria, mai mi sarei immaginato di viverlo fino in fondo sulla mia pelle. Sono infatti esattamente sei mesi che sono qui a Citta’ del Messico e il mio corpo e’ stanco e fa fatica ad adattarsi. Ogni giorno mi manda segnali di affaticamento, quasi come se mi avvertisse che sono europeo, che sto in un altro continente, in America Latina, e che non e’ ancora in grado di abituarsi al modo di vita di qui. Ogni giorno mi sembra di lottare contro di esso.

Oggi, insomma, mi sembra di percepire questa sottile differenza tra me e la mia corporeita’. Oggi riesco a comprendere che esistono i tempi della mente, pronta ad adattarsi a qualsiasi situazione, e i tempi del corpo, che necessita di un tempo piu’ lungo e che, molto spesso, non sta disposto a cambiare stile di vita. Me ne accorgo, guardando alla mia corporeita’ ferita dai continui problemi intestinali, dovuti all’alimentazione, e dall’aumento della pressione nel sangue, dovuto all’altitudine; infatti, ho sempre vissuto al livello del mare e ora vivo a 2600 metri. Prima di tutto cio’ pensavo che io e il mio corpo viaggiavamo di pari passo. Pensavo che la mia corporeita’ fosse capace di adattarsi a qualsiasi contesto la mente gli indicasse. Del resto, quando si e’ giovani, ci si sente un poco onnipotenti. Ci si sente capaci di vivere e affrontare qualsiasi situazione. Oggi, invece, il mio corpo mi parla attraverso le sue ferite e non posso non ascoltarlo: devo prendermi maggior cura di esso e smettere di combatterlo, ignorando i suoi segnali. Oggi la mia corporeita’ mi fa sperimentare una persona veramente debole. Questa ammissione gia’ mi fa stare meglio. Perche’? Perche’ so che sto gia’ vivendo pienamente la dimensione della missionarieta’. So, infatti, che il mio battesimo con la missione comincia proprio con queste ferite. Ora so che Dio mi parla e abita anche nelle mie fragilita’ fisiche. Adesso so che la felicita’ vera viene quando siamo capaci di integrare nella nostra vita la parte dolorosa. Oggi, allora, devo essere capace di assumere il mio corpo ferito come parte integrante della mia vita. Oggi devo accettare la mia corporeita’ cosi’ com’e’: fragile e debole. E’ la dimensione che noi cristiani chiamiamo della croce: Gesu’ risorge dopo un totale fallimento, quello della crucifissione. In questa crucifissione il corpo di Gesu’ e’ completamente esposto alla morte piu’ atroce. Il suo corpo e’ infatti l’immagine di un Dio fragile. Ma la forza della Resurrezione sta proprio nel fallimento di quella morte. E’ quella morte di un Dio sulla croce, il piu’ grande e assurdo degli scandali, che dara’ senso alla storia umana. E’ infatti nella disperazione che sorge la vita e la speranza: ora la debolezza di Dio e’ la debolezza di tutta un’umanita’. Adesso comincio a vedere la mia corporeita’ alla luce della Resurrezione: essa mi aiutera’ a vedermi sempre come una persona limitata e impotente. Mi aiutera’ a vedermi soprattutto come un vero essere umano. Ma la fragilita’ del mio corpo sara’ anche la mia forza: con essa annunciero’ che possiamo guarire dalle nostre difficolta’ solo se ci riconosciamo persone deboli e solo se riconosciamo nell’altro una persona capace di aiutarci. Possiamo guarire se riconosciamo che siamo piu’ esperti nell’essere aiutati, che nell’aiutare. Possiamo guarire se riconosciamo nei nostri limiti e nella nostra corporeita’ la nostra vera umanita’. Allora, ringrazio il mio corpo, con cui ho lottato in questo periodo, per avermi dato questa consapevolezza. Con questa forza andro’ tra poco (il 15 febbraio) a Metlatonoc, nello stato di Guerrero. Sara’ la mia prima esperienza tra le popolazioni indigene della selva. Non andro’ a convertire, ne’ ad aiutare. Piuttosto andro’ li’ per stare tra la gente. Andro’ li’ per imparare qualcosa di nuovo. Andro’ li’ per conoscere e riconoscere la umanita’ del popolo mizteco. Pregate tanto per me e per chi non e’ credente, che mi pensi e mi mandi pensieri positivi. Un abbraccio fraterno,

 

Delio Montieri

di: Delio Montieri - edit fmarchese

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