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COSA SOGNO PER IL MONDO E PER IL NOSTRO ISTITUTO?

La testimonianza di un Missionario Comboniano che partecipa al XVIII Capitolo Generale dei Comboniani

La testimonianza di un Missionario Comboniano che partecipa al XVIII Capitolo Generale dei Comboniani

Mi piace correre.

In genere fisso una meta finale, ma poi nei vari momenti della corsa identifico delle tappe da aggiungere e mi concentro su di esse, così non mi spavento per tutta la strada che ancora manca.

Quando mi hanno chiesto di scrivere sul sogno comboniano, sull’utopia della nostra missione, ho recuperato quest’immagine. Abbiamo già la meta finale, non occorre riscriverla. È il Vangelo, che Francesco ha saputo ritradurre così bene nelle sfide di oggi, donandoci Evangelii Gaudium e Laudato Sí.

Sulle tappe che dobbiamo raggiungere e sui percorsi che possiamo continuare a percorrere, vorrei dire poche cose.

 

Non occorre essere comboniani supermen. Siamo persone semplici, con tutti i nostri limiti. Ma possiamo scegliere i luoghi in cui stare. La storia ci offre i ‘segni dei tempi’, a cui noi possiamo rispondere con alcuni ‘segni dei luoghi’. 
Stare con i poveri è un segno. Una testimonianza che parla da sola. Perché scomoda la nostra vita e risveglia la creatività. Quanto più le comunità comboniane si installeranno tra i poveri e gli abbandonati, tanto più la nostra missione avrà sapore, e loro ci provocheranno a cercare senso, giustizia e speranza in questa vita. Stiamo provando a chiamare questo atteggiamento come un ‘pellegrinaggio inter gentes’. È un bel nome per un nuovo paradigma di missione.

Il pellegrino è una persona in ricerca. È bella quest’immagine della missione come ricerca comune di Dio. Dà un senso nuovo anche alla nostra preghiera, che riparte dalla storia, racconta quello che stiamo vivendo e sentendo, contempla segni di speranza e di resistenza tra le persone con cui camminiamo, riconosce la voce di Dio negli eventi e situazioni che ci capitano, ci indigna e ci sgomenta finché la vita di tutti non è piena. Anche celebrare diventa un gesto più denso, più umano.

Si parte dalla sete comune di giustizia e di pace, dall’urgenza del prenderci cura delle vittime e della madre terra. Questa sete, come nel caso della Samaritana al pozzo, ci fa incontrare tra noi e con Dio. Ci fa capire meglio chi è il Signore della Vita e su quali cammini anche lui si fa pellegrino assetato di umanità.

Scrivo a voi, giovani, perché abbiamo bisogno di voi. Camminate con noi, aiutateci ad aprirci di più, abitate le nostre comunità, sognate con noi la missione. Ha ancora senso consacrarsi a Dio per tutta la vita su questa strada. Ma è una strada in cui convergono anche altri: famiglie, laici e laiche missionari, donne e uomini di Dio che Daniele Comboni, due secoli fa, era già riuscito a mettere insieme, per la vita dell’Africa, del mondo…

Ad Açailândia, alle porte dell’Amazzonia brasiliana, proviamo a viverlo.

Ci consideriamo una comunità-famiglia, anche se – come in tutte le famiglie- non mancano incomprensioni e conflitti. Alcuni anni fa ho provato a riassumere i nostri obiettivi, i sogni ed il nostro tentativo di realizzarli. Se volete, potete conoscerci meglio leggendo questo articolo.

Da almeno otto anni stiamo cercando di integrare il cammino di una comunità religiosa (padri e fratelli) con laici e laiche missionari insieme ai quali, in diversi modi, condividiamo la missione: ascoltare il grido dei poveri e della Madre Terra, interpretare le sfide del nostro tempo e del nostro luogo, rispondervi come comunità e crescere noi stessi insieme alla comunità cristiana locale. Crediamo molto in questo stile di missione. “Io, dunque, corro, ma non come uno che è senza meta”, dice Paolo in 1Cor9. Una delle nostre mete è proprio correre .

P.Dario Bossi

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