giovaniemissione.it

DISCEPOLI DEL ‘PASTORE BELLO’

fr. Alberto Degan

 

DISCEPOLI DEL ‘PASTORE BELLO’
Fr. Alberto Degan - Lettera agli amici

La bellezza di Gesú
Nel capitolo 10 di Giovanni, Gesú, per ben due volte, dá questa definizione di se stesso: “Io sono il pastore bello” (Gv 10,11 e 10,14). Ma in cosa consiste la bellezza di Gesú?
Leggendo tutto il passo (Gv 10,1-18), mi sembra di poter individuare almeno quattro elementi che rendono Gesú bello.
Il primo elemento, sottolineato varie volte, é quello della familiaritá e intimitá. “Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece, non lo seguiranno” (10,5). Gesú é bello, innanzi tutto, perché la sua voce ci é familiare. Tutti noi abbiamo fatto l’esperienza di come sentiamo bella la voce del papá o della mamma, o di un fratello, o di un amico, soprattutto quando siamo stati lontani da loro per un po’, e il senso di sicurezza, di tenerezza e la commozione che suscita in noi sentire la loro voce.
“Io sono il pastore bello: conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (14-15). Fra Gesú e suo Padre c’é amore di familia; questo stesso amore di famiglia unisce Gesú alle sue pecore: le pecore sono ‘sue’, Gesú le ama incondizionatamente.
Proprio perché sono sue, Gesú “chiama le pecore per nome” (10,3). Il nome indica la totalitá dell’essere, l’intimitá di una persona. Ció che rende bello Gesú, dunque, é – prima di tutto – questo affetto, questa pazienza di volerci chiamare tutti per nome, di voler conoscere intimamente ognuno di noi, di prestare attenzione e dare importanza a ció che sentiamo, a ció che speriamo, etc.
Sappiamo che nei campi di concentramento nazisti, le persone perdevano il loro nome: ad ognuno veniva affidato un numero – impresso nella carne - e venivano sempre identificati e chiamati con quel numero. Era una tecnica usata deliberatamente dai nazisti per distruggere interiormente i prigionieri, per far loro sentire che non avevano nessun valore intrinseco, che non contavano niente, che erano solo dei numeri che dovevano compiere una certa funzione, per poi morire e lasciar posto ad altri numeri.
E cosí, vivendo in un sistema economico che non é minimamente interessato alla vita della gente, soprattutto a quella dei piú poveri, ma vuole solo spremerli piú che puó per poi abbandonarli al loro destino, ‘chiamare per nome’ significa ridare valore e dignitá a tutti quegli esseri umani esclusi ed emarginati dal sistema, tornare a trattarli come persone, e non come numeri.
E vivendo in un mondo in cui le relazioni umane sono sempre piú superficiali, frammentate e discontinue, ‘chiamare per nome’ significa testimoniare la bellezza di saper coltivare relazioni intime, durevoli e profonde, assumendo con gratitudine la gioia e la fatica che tutto questo implica.
Il secondo elemento della bellezza di Gesú, intimamente collegato al primo, é la totalitá e la gratuitá del suo amore: “Il pastore bello offre la vita per le pecore” (10,11). Gesú non offre una parte di sé, non offre solo un’ora del suo tempo o solo un pezzo della sua giornata: offre tutta la sua vita. Il vero amore é sempre amore totale. In un mondo in cui nessuno fa niente per niente, e in cui si pensa che é bene amare e rimanere con una persona solo finché la cosa ci conviene e ci diverte, la nostra gente ha bisogno di vedere che i discepoli di Cristo amano e rimangono sul posto anche quando la cosa non conviene e si fa difficile. In un mondo in cui si pensa che é bene lottare per una causa solo fino a quando va di moda e non ti crea tanti problemi, i discepoli del Pastore bello continuano a lottare per la causa del Regno anche quando tutti gli altri l’hanno abbandonata.
Di conseguenza, l’amore di Gesú é bello, in terzo luogo, perché non si tira indietro, ma entra nel conflitto storico, é un amore che non s’arrende e sa lottare: non è sentimentalismo, non si limita a enunciare principi e poi cerca la vita comoda, ma é un amore coerente, disposto a difendere i suoi fratelli contro tutti quei “ladri” che “vengono solo per rubare, uccidere e distruggere” (10,10), e contro tutti quei “lupi” che producono dispersione e morte (10,12).
Infine, la bellezza di Gesù non è una bellezza statica che si rigira su se stessa, non è un amore appagato e appiattito sul presente, ma è un amore inquieto, sempre in ricerca, desideroso di aprirsi a spazi nuovi e di entrare in nuovi ovili: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condure” (10,16). Il Pastore è bello perché il suo amore è universale: accoglie tutti, vuole bene a tutti: sani e ammalati, greci e giudei, bianchi e neri, europei e asiatici, cristiani e musulmani, sposati e divorziati. Non discrimina nessuno.
Noi siamo davvero discepoli del ‘Pastore bello’ solo quando viviamo e testimoniamo questa bellezza, in tutti i suoi aspetti. É una bellezza di cui il nostro mondo é assetato, é la bellezza di cui il nostro popolo ha bisogno per riprendere animo e per tornare a sperare.
Sennonchè, per il mondo la sapienza e la bellezza di Dio è pura pazzia, e così la cultura dominante ci presenta un altro modello, il mercenario, che per Giovanni è la vera antitesi del pastore bello: “il mercenario,... cui le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge... Egli é un mercenario e non gli importa niente delle pecore” (10,12-13). Il mercenario é un estraneo, non ha alcun legame vitale o affettivo con le pecore: le pecore non sono la sua casa, non le sente sue; per questo puó abbandonarle con tanta facilitá e senza tanti patemi d’animo.
Oggigiorno il ‘mercenario’ é l’ideale di vita di tanta gente. L’ideologia dominante vuole farci credere che per essere felici dobbiamo vivere liberi da legami e impegni duraturi, unicamente concentrati sul nostro benessere individuale. In questa prospettiva un rapporto affettivo vero e una passione morale sincera sono visti come lacci che schiavizzano, come un peso, un ostacolo, perché ci obbligano a preoccuparci per gli altri e cosí ci sviano dalla via maestra della felicitá, che sarebbe unicamente il nostro tornaconto e piacere individuale.
In una societá in cui predominano i mercenari, il mondo ha una grande nostalgia dello splendore del Pastore bello, e risulta piú attuale che mai questa invocazione del salmista: “Sia su di noi la bellezza del nostro Dio” (Sal 90,17). E quest’altra del Siracide: “Riempi Sion del tuo splendore” (Sir 36,13).

Chiamati a risplendere
“Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime... E Pietro disse a Gesú: ‘Maestro, é bello per noi stare qui’ ” (Mc 9,3-5). Gesú evangelizza i suoi discepoli, prima di tutto, attraverso la sua bellezza e il suo splendore: la bellezza del Gesú trasfigurato brilla, affascina, ti fa venire voglia di Dio, voglia di stare con Lui, voglia di entrare nel suo cuore, voglia di vivere davvero come suo figlio e fratello.
La prima missione di Gesú, dunque, é risplendere, affascinare, contagiare. Anche le comunitá cristiane, discepole del Pastore bello, sono chiamate a risplendere come astri” (Flp 2,15). Come dicono i vescovi latinoamericani nel recente Documento di Aparecida, “la Chiesa come comunitá di amore é chiamata a riflettere la gloria dell’amore di Dio, che é comunione, per poter cosí attrarre le persone e i popoli verso Cristo... La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione...” (A 159). ‘Gloria’ é un altro nome per indicare la bellezza del Signore. Le comunitá cristiane, dunque, sono chiamate a riflettere e irradiare la gloria e la bellezza di Dio: “É necessario che ogni comunitá cristiana si trasformi in un potente centro di irradiazione della vita in Cristo” (A 362).
A questo punto é bene interrogarci e domandarci: le nostre comunitá sono belle? Risplendono, attraggono? Vivono una “vita bella” (1Pt 2,12), e irradiano quella “fraternitá” (1Pt 3,8), quella “caritá” (1Pt 4,8) e quell’ “ospitalitá” (1Pt 4,9) che secondo la prima lettera di Pietro dovrebbero essere le caratteristiche dei discepoli di Gesú?
In altre parole, la “vita bella” della comunitá cristiana é il principale modo in cui il Pastore bello si rivela agli uomini: attraverso la vita dei suoi discepoli Dio rivela nuove possibilitá, bellezze impensabili che possono aprire nuovi cammini all’umanitá.
”Gesú Cristo... ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquitá e per purificare un popolo che fosse suo, dedito alle opere belle (Tito 2,14). In questi versetti san Paolo afferma che Dio ha dato la sua vita per abilitarci a fare ‘opere belle’. La ‘bellezza’, dunque, é la finalitá ultima della missione di Gesú: Cristo muore e risorge per liberarci dal male, e per insegnarci a fare ‘opere belle’, opere che irradiano la gloria del ‘Pastore bello’.
Come missionari comboniani ci siamo domandati se la nostra é davvero una vita bella che puó attrarre gli altri a Cristo. E ci siamo detti che, per recuperare questa bellezza, dobbiamo re-imparare a essere discepoli, senza pretendere di fare sempre i maestri; dobbiamo farci venire voglia di Dio, voglia di stare con Lui, di imparare da Lui.

L’umiltá
Essere discepoli significa avere l’umiltá di riconoscere che se io non sperimento la gloria e la bellezza di Dio non ho nulla da dare agli altri, perché solo Cristo é il vero Maestro (Mt 23,8), e tutti noi siamo suoi ‘alunni’. Sappiamo inoltre che il discepolo di Gesú é esplicitamente invitato a vivere in prima persona l’umiltá del suo Maestro: Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
La mitezza di Dio interroga e mette in discussione una societá in cui l’umiltá non é piú di moda. Propiamente, la parola latina humilis deriva da humus (‘terra’) e humanus, e indica colui che riconosce la propria umanitá, la propria condizione di creatura terrena, la propria dipendenza da Dio e dai fratelli, colui che é atto ad essere umano. La parola, dunque, ha un forte senso realista e positivo; senonché la mentalitá dominante la vede come una cosa negativa: “La nostra societá”, commenta Timothy Radcliffe, “sembra invitarci a coltivare l’atteggiamento opposto, una assertivitá, una sfacciata fiducia in se stessi: la persona di successo si spinge avanti aggressivamente”. E cosí, ad esempio, per avere successo in politica si grida, si minaccia e si insulta: anni fa quest’atteggiamento avrebbe fatto perdere voti, ma oggi é un atteggiamento che piace, che rende, anche in termini elettorali.
Si apre dunque una grande sfida per il cristiano e per il missionario: come mostrare la bellezza dell’umiltá in un mondo aggressivo e violento? Di fronte all’idolo dell’ IO che ci spinge a calpestare i fratelli pur di farci strada, e ci obbliga a stare sempre sul chi va lá, a stare in guardia contro eventuali contrattacchi da parte di coloro che abbiamo schiacciato e disprezzato, l’umiltá si presenta come un’ancora di salvezza: ci libera dalla tensione di dover essere sempre competitivi e dalla crudeltá della lotta per il potere e la supremazia.
A questo proposito, Timothy Radcliffe afferma che la vita monastica ci mostra un orizzonte alternativo: “La vita dei monaci non conduce da nessuna parte. Per la maggior parte delle persone, nella nostra societá, una vita senza promozione gerarchica non ha senso, perché vivere é essere in competizione per il successo: avanzare o perire. Io ero Maestro Generale dell’Ordine dei Domenicani, e adesso sono tornato a vivere in un convento qualunque. La nostra vita, dunque, rappresenta un punto interrogativo per il mondo, perché in apparenza non ti fa andare da nessuna parte. Noi siamo solo fratelli e sorelle, monaci e monache: non abbiamo bisogno di essere altro. La direzione della nostra vita é data unicamente dal viaggio verso il Regno”.
Secondo i vescovi latinoamericani che si riunirono a Puebla nel 1979, comunque, non é solo la comunitá monastica ma sono tutte le comunitá cristiane che sono chiamate a testimoniare la bellezza dell’umiltá, cioé, uno stile di vita contrapposto alla violenza e alla prepotenza che dominano nella nostra societá: “Ogni comunitá ecclesiale deve costituire un esempio di convivenza in cui si riesca a coniugare la libertá con la solidarietá; in cui l’autoritá si eserciti con lo spirito del Buon Pastore; in cui si viva un atteggiamento diverso di fronte alla ricchezza, e in cui si formino strutture di partecipazione capaci di aprire un cammino verso un tipo piú umano di societá” (Puebla 273).
In altre parole, i cristiani sono missionari, prima di tutto, non per quello che fanno, ma per quello che sono: testimoni di uno stile di vita fraterno, umile e solidale completamente diverso dallo stile di una societá elitaria-gerarchica. Vivendo in una societá violenta, autoritaria, competitiva e non partecipativa, siamo chiamati a testimoniare la nonviolenza e la fraternitá a partire dalle cose piú concrete: dalla maniera in cui arriviamo a prendere decisioni, dal modo in cui utilizziamo il denaro, etc.
Storicamente, le comunitá religiose, per molto tempo, seppero testimoniare uno stile di vita diverso. Di fatto, in mezzo a un ordine sociale crudelmente gerarchico ed escludente, la vita religiosa inventó forme partecipative di organizzazione comunitaria. E cosí, in mezzo a una societá in cui prevaleva l’autoritarismo feudale, l’abate prendeva decisioni solo dopo aver ascoltato tutti i membri della comunitá.
Oggigiorno le nostre comunitá missionarie multirazziali rappresentano una sfida per la politica internazionale. In effetti, in molti organismi politici, il voto di certe nazioni vale piú del voto di altre. Questo é ció che succede nel Fondo Monetario Internazionale e ció che succede nell’ONU, dove solo cinque nazioni hanno il diritto di veto (e fra queste nessuna é africana o sudamericana). Nelle nostre comunitá comboniane, invece, le cose sono diverse: in una stessa comunitá puó esserci un sudamericano, un africano e un europeo, e nessuna nazione ha diritto di veto: il voto e la opinione di ciascuno di noi ha lo stesso peso e lo stesso valore.
Naturalmente nessuno nasce ‘internazionale’: la fraternitá interrazziale é un dono di Dio che si coltiva con la pazienza, l’amore e l’umiltá. Proprio per questo, mi piace pensare che la fraternitá multiculturale che riescono a vivere varie comunitá religiose é un laboratorio in cui l’impossibile di Dio poco a poco diventa possibile, é un segno di speranza per tutta l’umanitá minacciata dall’ideologia dell’inevitabilitá dello scontro di civiltá, ed é uno stimolo alle organizzazioni internazionali a vivere anch’esse questa multiculturalitá democratica, rispettosa delle bellezze e dei valori di ciascuno.

Cantare
Finché gli uomini sono in competizione l’uno contro l’altro per conquistare la vetta o il centro, non ci sará spazio per Dio nella nostra casa e nella nostra vita: tutte le nostre energie saranno concentrate in questa lotta per la supremazia. É questa, allora, la sfida dell’umiltá che la vita monastica lancia al mondo: rinunciare a essere io il centro, rinunciare a lottare per il centro ma, al contrario, aiutarci l’un l’altro a svuotare e liberare il centro della nostra comunitá, e cosí creare uno spazio in cui la Parola possa prendere dimora e Dio sia libero di riversare tutta la sua grazia.
A questo proposito, il salmista dice: “Di giorno il Signore mi dona la sua grazia, di notte per lui innalzo il mio canto, la mia preghiera al Dio vivente (salmo 41). Dio é vivente, é vivo, e proprio perché é vivo “ha bisogno di amore e di culto” (Heschel), ha bisogno del canto.
Per coloro che non credono in Dio, non ha senso che i monaci passino una larga parte della giornata cantandoGli inni e salmi. Per chi ha fede, invece, il canto é la risposta che questo Dio vivo ci chiede di dare alla sua grazia, che significa ‘carezza’: Dio ci accarezza, e noi gli cantiamo.
Nel Cantico dei cantici, quando Dio-Pastore reincontra la sua amata dopo tanto tempo, le dice: “É tornato il tempo del canto... Fammi sentire la tua voce, perché la tua voce é soave” (Ct 2,12-14). L’incontro tra Dio e l’umanitá é sempre segnato dal canto: Dio vuole che lo si preghi cantando, vuole sentire il nostro canto.
Una comunitá che non canta, che non sente il bisogno di cantare, é una comunitá che ha smesso di incontrarsi con Dio, una comunitá che non sperimenta piú la bellezza e la ‘carezza’ del suo Signore.

Missione é... ammirare la bellezza del volto umano
“E noi tutti, a viso scoperto, riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore, e veniamo trasformati in quella stessa immagine, di gloria in gloria (2Co 3,18). In questi versetti Paolo ci dice che il volto umano ‘scoperto’ – nudo, senza trucco né cosmetici - é bello, é in se stesso riflesso della gloria di Dio. In altre parole, il volto umano é un luogo teologico, lo spazio privilegiato in cui Dio rivela la sua gloria e in cui noi possiamo incontrarci con la Sua bellezza.
“Come sei bella, amata mia, come sei bella!”, dice Dio-Pastore a Sulamita, che rappresenta tutto il genere umano (Ct 4,1); e continua: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo” (Ct 4,9). La bellezza del volto umano rapisce il cuore di Dio.
Di questo straordinario libro della Bibbia - il Cantico dei cantici - mi ha sempre colpito, in modo particolare, quel passo in cui Dio, prima di iniziare a parlarci, si ferma per ammirare in silenzio la bellezza del nostro volto: “Eccolo, Egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, osserva attraverso le inferriate. Poi il mio diletto parla e mi dice: ‘... Mostrami il tuo volto... perché il tuo volto é bello (Ct 2,8-14). Un missionario attivista potrebbe pensare che qui Dio sta perdendo tempo, perché non sta facendo niente, e si dedica semplicemente a ‘stare’ fermo, a ‘guardare’ e a ‘osservare’. E invece é proprio così: quando Dio va in missione, la prima cosa che fa é fermarsi ad ammirare la bellezza del volto umano. Noi lo facciamo?
Per Dio l’umanitá é bella, e non si stanca di ripeterglielo: “Volgiti, volgiti, Sulamita; volgiti, volgiti: voglio ammirarti... Quanto sei bella e quanto sei graziosa!” (Ct 7,1-8). Dio vuole ammirare la nostra bellezza, ma sembra anche cosciente che molte volte noi non riusciamo a vederci belli, non crediamo che siamo belli; per questo Lui insiste e continua a ripetercelo.
Il discepolo del Pastore deve seguire il suo esempio anche in questo: ammirare con stupore la bellezza dei nostri fratelli e sorelle é un elemento essenziale del nostro essere missionari. Ma noi, ci crediamo in questa bellezza? Aiutiamo la nostra gente, spesso disprezzata ed emarginata, a vedersi come la vede Dio, come riflesso della gloria e della bellezza divina? Valorizziamo la bellezza delle persone con cui stiamo?
Mi viene in mente in questo momento Nelfa, una giovane donna afroecuadoriana: bella, ma con grandi problemi di autostima. Un giorno mi ha raccontato qualche episodio della sua infanzia. I suoi genitori si separarono che lei era piccola. Al principio rimase con il padre e la matrigna: il padre la castigava per qualsiasi sciocchezza, spesso le legava le braccia con una corda e poi l’appendeva a un palo, colpendola ripetutamente con una frusta. Allora lei chiese di andare a vivere con la mamma, che stava con un altro uomo. La mamma insegnava in una comunitá rurale durante la settimana, e raggiungeva il nuovo ‘marito’ i fine-settimana nella cittá di Esmeraldas. Cosí si decise che la figlia, ormai dodicenne, sarebbe vissuta in cittá con il patrigno. Qui Nelfa rischió di essere violentata da uno degli adulti che frequentavano la sua nuova casa, ma quando poi lo raccontó a sua madre, questa non le credette e la picchió duramente.
A queste ferite familiari – il non essersi sentita amata dai genitori – si aggiungono poi le sue ferite ‘sociali’ come donna nera, oggetto di discriminazioni e umiliazioni di vario tipo. Logico che Nelfa avesse un’autostima bassissima, e non riuscisse a vedersi ‘bella’!
Due mesi fa Nelfa ha dato una testimonianza nel primo incontro nazionale di Pastorale Familiare Afro, parlando di come la sua infanzia aveva condizionato anche il rapporto con suo marito, Alcivar. E poi ha raccontato come é entrata nel processo della Pastorale Familiare Afro, e di come le sembrava strano che un missionario andasse a casa sua per parlare con lei, con Alcivar, con i bambini, e si preoccupasse della felicitá della sua famiglia: “Il fatto che un missionario si preoccupasse per me e per i miei cari ha aumentato molto la mia autostima”. Adesso, dopo tante lotte e tante sofferenze, finalmente Nelfa riesce a vedersi bella, riesce a vedersi come persona in grado di evangelizzare altre persone che hanno vissuto esperienze simili alla sua, aiutandole a riscoprire la propria bellezza.

Desiderare l’abbraccio
“E noi tutti, a viso scoperto, riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore” (2Co 3,18), che è quella “gloria divina che risplende nel volto di Cristo” (2Co 4,6). Siamo chiamati a riflettere la gloria che risplende nel volto umano di Gesú, siamo chiamati ad essere umani come lo era il Nazzareno.
L’anelo piú grande del cuore umano di Gesú é ben descritto in questo brano del Vangelo di Giovanni: “La gloria che Tu hai dato a me io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me...” (Gv 17,22-23). La gloria, cioé la bellezza di Dio, é l’abbraccio che unisce il Padre al Figlio in una cosa sola. Questa stessa gloria – o bellezza – Gesú adesso la dá anche a noi. Io in loro e tu in me: la gloria di Dio si realizza pienamente quando puó abbracciare anche noi in un abbraccio di comunione e intimitá.
In altre parole, il desiderio piú grande del cuore di Cristo é fare casa con noi. Il cuore di Gesú, infatti, é un cuore materno, fraterno, che vuole restare sempre unito ai suoi figli e fratelli: “Quante volte ho voluto abbracciare i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto!” (Mt 23,37).

Un Dio-casa
Insomma, il nostro Dio é un Dio che ha legami vitali, viscerali con noi, e per questo non potrá mai abbandonarci: “Puó una donna dimenticarsi del suo bambino, cosí da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Ebbene, se anche alcune donne se ne dimenticassero, io invece non ti dimenticheró mai: ti ho disegnato sulle palme delle mie mani...” (Is 49,15-17).
Il nostro Dio é un Dio che vuole essere casa, vuole che i suoi discepoli vivano con Lui e in Lui: “Andarono, videro dove abitava Gesú e si fermarono presso di lui (Gv 1,39-40). Gesú é la nostra casa, la nostra dimora, e noi siamo la casa di Dio: “Rimanete in me, come io rimango in voi” (Gv 15,4). Dio e l’uomo sono reciprocamente casa l’uno per l’altro.
La Bibbia é piena di pagine che esprimono questo desiderio di Dio e dell’uomo di fare casa l’uno con l’altro. “Attirami dietro a te, corriamo. Portami, o Re, nelle tue stanze, dice ad esempio Sulamita (Ct 1,4): attraverso la protagonista del Cantico dei cantici, l’umanitá esprime il suo anelo di entrare nella casa di Dio per poter vivere nelle sue stanze. La ‘stanza’ da un lato indica il luogo dell’intimitá dell’amore e, dall’altro, indica la quotidianitá, la ferialitá della vita. Vivere nella stanza di Dio, dunque, significa sperimentare una comunione d’amore con Lui tutti i giorni della nostra vita.
Questo desiderio di stanze lo esprime anche Gesú nel suo ultimo discorso agli apostoli: “Nella casa di mio Padre vi sono molte stanze... Io vado a prepararvi una stanza… perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14,14). Questo desiderio di fare casa con noi, dunque, é un desiderio che non muore con la morte di Gesú, é un desiderio permanente di Cristo: non é solo un anelo umano e terreno, ma é anche un anelo celeste e divino. Gesú vuole fare del cielo una casa-famiglia per i suoi fratelli, perché vuole che stiamo sempre con Lui.
La comunitá cristiana dovrebbe essere un laboratorio di questa casa-famiglia celestiale: dovrebbe cioé assicurare una stanza – uno spazio di affetto, di accoglienza e di valorizzazione - a tutti i nostri fratelli, anche a coloro che sono emarginati e disprezzati dalla societá.

Essere umani alla maniera di Dio
Essere umani alla maniera di Dio, dunque, significa sentire questo legame vitale, viscerale con i miei fratelli. Sentire che i miei fratelli sono la mia casa, che io non posso vivere fuori di loro, senza di loro.
Quando vidi una piccola macchia scura sotto l’occhio di Carlitos, un giovane quattordicenne, la prima cosa che mi disse fu ch’era scivolato sulle scale di legno di casa sua. Ma il giorno dopo lo chiamai per telefono e, vista la mia insistenza, mi confessó che la veritá era un’altra: che l’avevano picchiato, e gli avevano anche sparato. Allora lasciai il lavoretto che stavo preparando e corsi subito al quartiere Esmeraldas Chiquita, per poterlo abbracciare, per dirgli che ero preoccupato per lui, e per vedere come potevo aiutarlo.
Anche Marta mi chiamó. Vive a Durán, il primo paesino fuori di Guayaquil, e aveva denunciato il marito – sempre mezzo ubriaco – per averla picchiata, e per averle rubato la bombola del gas, senza la quale non poteva far da mangiare ai suoi figli. La polizia, allora, lo mise dietro le sbarre, ma dopo due mesi lo lasciarono libero. Adesso Marta voleva che gli parlassi. Andai a Durán per abbracciare Marta, per darle coraggio, e parlai con il papá dei suoi figli, che promise di voler cambiare. Speriamo che sia davvero cosí!

Evangelizzare Dio
 “Quelli che da sempre ha conosciuti Dio li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati (Rm 8,29-30).
Essere glorificati significa conformarsi all’immagine di Gesú, definito come 'primogenito tra molti fratelli'. Conformarsi a Gesú, dunque, significa sentire di avere molti fratelli, sentirsi fratello dell’umanitá. Perció il processo di glorificazione - o umanizzazione – cui siamo chiamati a partecipare é un processo di ‘fraternizzazione’: siamo davvero come Gesú quando ci sentiamo famiglia e sentiamo il bisogno di abbracciare i nostri fratelli.
Se Gesú é nostro fratello e sente il desiderio di fare casa con noi, questo é anche - senz’ombra di dubbio - il desiderio di Dio Padre. Infatti, dice Cristo, “chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9), chi ha visto ció che si muove nel cuore di Gesú ha visto ció che si muove nel cuore del Padre.
In un certo senso, Gesú viene per restaurare l’autentico volto del Padre. Infatti, come afferma Enzo Bianchi, “non sempre nelle vie religiose percorse dagli uomini, ivi compresa la via testimoniata dall’Antico Testamento, appare il vero volto di Dio: sovente emerge il volto di un Dio perverso”, un Dio che incita alla violenza, al massacro, un Dio che promuove la guerra, un Dio che castiga. É vero che Dio si era giá presentato come Padre agli ebrei, ma nel contesto culturale dell’antichitá anche la figura del padre poteva essere interpretata nell’ottica della prepotenza, dell’autoritarismo e della violenza.
Sappiamo che ‘Vangelo’ significa ‘buona notizia’. Per questo, si puó dire che Gesú non ha solo evangelizzato i discepoli, “ma ha anche evangelizzato Dio, nel senso che lo ha reso buona notizia per gli uomini” (E.Bianchi).  Un Dio (pre)potente, vendicatore e promotore di guerre, incute timore e non puó essere Buona Notizia. Cristo, invece, incarnandosi, ha rivelato il volto di un Dio fratello, un Dio che vuole essere “la nostra pace” (Ef 2,14), un Dio che ama i peccatori, un Dio-casa, un Dio che si sente male quando non puó abbracciarci e non puó tenerci stretti a sé. Solo questo Dio é davvero Vangelo.
E cosí, mentre noi abbiamo sottolineato unicamente che é l’uomo che contempla Dio, la Parola ci presenta un Dio che contempla la bellezza dell’uomo; mentre abbiamo unicamente ribadito che l’uomo deve glorificare Dio, Cristo ci rivela un Dio che vuole glorificare l’uomo.

Essere umani alla maniera della postmodernitá
Cristo ci offre un modello di umanitá che per noi, suoi discepoli, é l’umanitá vera. Ma anche il mondo propone la sua idea di cosa significhi essere umano. In questa prospettiva, la missione é anche una lotta tra diversi modelli di umanitá. Il futuro del nostro pianeta dipende anche da quale di questi modelli prevarrá sugli altri.

L’uomo come ‘rifiuto’
Il primo modello che ci presenta la societá contemporanea é quello dell’uomo come ‘rifiuto’: “Non si tratta piú solo di sfruttare o opprimere questi uomini, ma di qualcosa di nuovo: l’esclusione totale dalla societá... Non si tratta piú di stare sotto o in una zona periferica, ma di stare completamente fuori. Gli esclusi non sono solamente sfruttati, ma sono considerati ‘di troppo’, sono ‘rifiuti da buttare’ " (Documento di Aparecida n.65).
Nella versione originale del Documento di Aparecida in spagnolo, i vescovi latinoamericani dicono che gli esclusi sono considerati ‘desechables’, un termine che inizialmente si usava solo per i prodotti ‘usa e getta’, ma che poi é stato applicato anche agli esseri umani. Desechable  propiamente significa ‘da buttar via’, e adesso si applica soprattutto ai poveri che dormono per strada: coloro che non hanno neanche un tetto sotto cui dormire - perché non posseggono niente, e non producono né consumano - non sono di nessuna utilitá per il mercato, sono ‘uomini da buttare’.
Ricordo che un giorno vidi un’espressione preoccupata sul volto di Eddy, un giovane afroecuadoriano che vive in un quartiere molto povero, e gli chiesi: “Cos’é che ti preoccupa?”. Io pensavo che mi dicesse che non sapeva come mantenere sua figlia, visto che aveva perso il lavoro, e invece mi disse: “Non so se quest’anno riusciró a comprare il vestito per la festa dell’ultimo dell’anno”. All’inizio la cosa quasi mi scandalizzó, perché pensai: “Ma come? Con tanti problemi che ha – trovare i soldi per mangiare, per se stesso, sua moglie e sua figlia – questo diciottenne si preoccupa solo per il vestito dell’ultimo dell’anno, che include come accessorio obbligatorio un paio di mutande color giallo o rosso?!”. Ma poi ho capito: in questa societá l’essere umano si definisce in base a ció che compra e consuma. Se uno non ha la possibilitá di comprare certe cose, si sente escluso dall’umanitá: é un rifiuto, é da buttare. Poter comprarsi un paio di mutande rosse, dunque, é indispensabile per sentirsi umani, per sentirsi degni di continuare a far parte di questa societá.
Si tratta, evidentemente, di una cecitá, di una concezione profondamente sbagliata dell’essere umano. Ricordo che quando stavo in Colombia le forze della ‘pulizia sociale’ uccisero un ragazzo che incontrarono di notte per strada. Il giorno dopo la madre pianse e protestó, dicendo: “Mio figlio non era un ‘desechable’. Aveva la sua casa, era uscito fuori un momento, ma poi sarebbe tornato”. Ció che mi colpí nelle parole di questa mamma era che non contestava il fatto che si possa lecitamente uccidere uno che non ha casa, ma protestava solo perché si erano sbagliati, e avevano ucciso uno che una casa ce l’aveva. In altre parole, nella mentalitá comune, almeno in alcuni paesi dell’America Latina, si dá quasi per scontato che é normale che uccidano i ‘desechables’ – i ‘rifiuti umani’ -, e di fatto questi omicidi non provocano grandi reazioni. Mentre i discepoli di Gesú si preoccupano di trovare una stanza per tutti, perché anche “ai derelitti Dio fa abitare una casa” (Sal 68,7).
Ecco dunque una grande sfida missionaria: finché Eddy, finché il povero si considera egli stesso un ‘rifiuto’, un uomo da buttare, un uomo che non ha diritto di far parte dell’umanitá, soltanto perché non ha i soldi per comprarsi il vestito della festa, non sará possibile nessuna liberazione e nessuna glorificazione. Dobbiamo dunque operare perché il povero, nonostante le sue difficoltá economiche, si senta specchio della gloria e bellezza di Cristo, e senta la voce di Dio che gli dice: “Tu sei prezioso ai miei occhi: sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,4).
E naturalmente, finché noi ‘benestanti’ pensiamo che la vita di certe persone vale meno – solo perché dormono per strada – non sará possibile realizzare quella ‘fraternizzazione’ che é il progetto missionario di Dio.

Popoli ‘usa e getta’
Ma non sono solo singole persone o gruppi di persone che vengono considerate ‘rifiuti’; a volte sono interi popoli.
Ad esempio, pochi giorni dopo che gli statunitensi entrarono a Baghdad, alcuni soldati nordamericani spararono contro iracheni disarmati che pacificamente chiedevano che le truppe occupanti lasciassero il paese: furono uccisi quindici dimostranti e feriti molti altri. Tre giorni dopo gli statunitensi spararono contro una grande folla – disarmata – che protestava per quelle morti innocenti: i soldati nordamericani spararono e uccisero altri innocenti.
Nessuno venne a sapere di queste morti: giornali e televisioni mantennero il piú assoluto silenzio. A proposito di queste morti Arundathi Roy, grande scrittrice indiana, commenta: “Le morti dei poveri del Sud del mondo non entrano nel calcolo. Le nostre storie non entrano nella Storia ufficiale, né sono mai entrate”. Perció, essere discepoli di un Dio fratello ha anche delle implicazioni politiche: significa che non possiamo accettare che esistano storie di serie A e storie di serie B, vite di serie A e vite di serie B, morti di serie A e morti di serie B. Non possiamo accettare che interi popoli siano considerati ‘desechables’, da usare finché ci possono essere utili e poi, quando cominciano a protestare, da buttare, da torturare e da massacrare impunemente senza che nessuno abbia niente da ridire!

L’uomo come turista
Nella societá postmoderna, da un lato il povero é considerato un rifiuto, e dall’altro il benestante tende ad assumere il ruolo del turista. Turista é colui che va sempre in cerca di sensazioni nuove, colui che non vuole assumere nessun impegno stabile perché si sente sempre di passaggio, in visita. Per il turista ogni luogo ha valore solo nella misura in cui gli offre sensazioni gradevoli ed eccitanti. Terminata la sensazione, lascio quel luogo e vado in cerca di un altro: non sento nessun legame vitale con nessuna terra, non sento nessuna terra come casa mia.

L’uomo come giocatore
Un altro ruolo che puó assumere l’uomo postmoderno é quello del giocatore. Come ci spiega il famoso sociologo Baumann, per il giocatore il tempo é diviso in una serie di partite, e ogni partita ha una durata limitata e precisa. Naturalmente, ogni volta che si inizia una partita si riparte da zero: quello che é avvenuto nel gioco precedente non ha nessuna rilevanza: nessuna partita lascia traccia nella partita successiva. E questo si applica anche alle relazioni umane, ridotte a gioco: “Lasciamoci come adulti”, si dice. “É stato bello, ma adesso il gioco é finito”. Prendere le cose sul serio sarebbe segno di immaturitá: l’uomo postmoderno maturo sa che a tempo scaduto si inizia un gioco completamente nuovo.

La ‘deregulation’
Tanto il turista come il giocatore si caratterizzano per il fatto di non avere fratelli. Un fratello, necessariamente, é fratello per tutta la vita, mentre un giocatore puó accettare, al massimo, un alleato tattico se questo lo puó aiutare a vincere una partita. Quanto al turista, se vede gente che soffre, non ne rimane toccato piú di tanto: al massimo, puó riservare a questa gente sofferente quel poco di tempo che gli permette il suo programma turistico, ma poi lui deve continuare il suo viaggio, non si sente responsabile per la vita di quella gente, perché non ha nessun legame vitale con quella gente. Il giocatore, invece, puó avere un legame e un contatto apparente con qualcuno, ma é solo un gioco: quando termina il gioco, termina anche il contatto.
Insomma, tutte le strategie di vita postmoderna tendono a rendere i rapporti umani frammentari e discontinui, e “promuovono una distanza tra l’individuo e l’Altro, considerando l’Altro come oggetto di valutazione estetica, non morale” (Baumann). Questa distanza implica una mancanza di contatto, e forse anche un disprezzo del contatto, cioé l’esatto contrario del desiderio di Gesú di abbracciarci e di rimanere in noi. E cosí, poco a poco, questa distanza tra me e l’altro mi porta a non sentire nessun obbligo nei suoi confronti e conduce alla soppressione dell’impulso morale. Di fatto, come afferma Baumann, nella percezione comune l’unico ‘dovere’ e ‘impegno’ del cittadino postmoderno é quello di vivere una vita gradevole e divertente: é in questo che investe tutte le sue energie.
Da qui nasce quell’atteggiamento caratteristico della post-modernitá che Baumann riassume con una parola-chiave: deregulation. ‘Deregulation’ significa perdita delle regole, degli obblighi e degli impegni comunitari: l’unica cosa che mi interessa é il mio benessere e profitto individuale. O se di una regola sento bisogno, é di quella regola che impedisca che gli interessi della comunitá prevalgano sui miei. La proposta di legge sulle intercettazioni telefoniche che si sta discutendo in questo momento in Italia va esattamente in questa direzione: per difendere la mia privacy – il valore piú sacro del nostro tempo – e per poter parlare liberamente con le mie amanti senza che nessuno ci intercetti, faccio una legge che impedisca le intercettazioni, se necessario anche le intercettazioni per motivi di presunta corruzione e concussione. La comunitá ne uscirá danneggiata, ma pazienza! Quello che conta é che sia salvaguardata la mia privacy. Non dimenticando, poi, che fra i diritti e le libertá da salvaguardare qualcuno vorrebbe includere anche la libertá di poter commettere qualche piccolo o grande atto di corruzione, senza doversi sempre aspettare l’intervento di qualche noioso bacchettone.
Come conseguenza di tutto questo, conclude Baumann, il segno piú caratteristico dell’uomo postmoderno é la sua irresponsabilitá, la sua incapacitá politica e morale, cioé la sua incapacitá di impegnarsi e preoccuparsi per gli altri.
In realtá, nella nostra societá sono presenti malesseri di vario tipo, ma questi malesseri non si rafforzano reciprocamente, non si integrano: ognuno va per conto proprio e spinge in una direzione diversa. Anche il prof. De Rita parla di una societá mucillagine, “dove tutte le componenti stanno insieme perché accostate, non perché siano integrate". Insomma, manca la coscienza di un destino comune, manca una visione profonda comunitaria.
Come discepoli del “Primogenito tra molti fratelli”, questa incapacitá di impegnarci moralmente e politicamente per la costruzione di una societá giusta e fraterna é qualcosa che non puó lasciarci indifferenti, perché é in gioco la vita del pianeta e dell’umanitá. Le sfide dell’intolleranza religiosa, dell’odio razziale, della politica di guerra, dell’economia di morte e dei cambiamenti climatici devono essere raccolte urgentemente, e possono essere affrontate solo con una visione profonda che parta da una coscienza comunitaria del nostro essere fratelli.

Camminare umilmente
Le difficoltá da affrontare, perció, sono tante e sono grandi, ma non per questo dobbiamo scoraggiarci, non per questo dobbiamo smettere di camminare e sperare. L’importante é farlo con umiltá, come ci propone il profeta Michea: “Cammina umilmente con il tuo Dio” (6,8).
Ma cosa significa ‘camminare umilmente’? Vediamo insieme alcune possibili piste d’azione.

Essere intelligenti: imparare a ‘inter-legere’
“Io sono il Cammino, la Veritá e la Vita” (Gv 14,6).
La vita é un cammino, ci dice Gesú: vivere é camminare, camminare nella veritá e nell’umiltá. Ma noi, soprattutto in occidente, non sappiamo camminare. Ascoltiamo, a questo proposito, l’opinione di un famoso monaco orientale: “Camminare é gradevole - ed é vita - solo se camminiamo per il gusto di camminare, godendo di ogni passo, senza avere necessariamente una meta precisa. Generalmente, noi corriamo, non camminiamo. Ma camminando in questo modo, trasmettiamo dolore e ansietá alla terra, mentre dovremmo camminare lasciando orme di pace. Se il nostro passo sará gioioso e pacifico, contribuiremo alla causa e alla felicitá di tutto il genere umano”.
A volte noi missionari camminiamo con passi pesanti, pestando duramente la terra, nel senso che abbiamo giá una meta, sappiamo giá dove vogliamo arrivare, e come ci vogliamo arrivare; e ci vogliamo arrivare presto, a passi forzati. E cosí corriamo, senza rispettare il ritmo e il passo della gente: decidiamo cosa fare senza prima essere entrati in comunione con loro. Facciamo, corriamo, peró molte volte sembriamo sonnambuli. “Corriamo senza sapere quello che stiamo facendo”, commenta Tich Nat Hahn. “Il futuro dell’umanitá dipende dalla nostra capacitá di camminare con passi attenti, rispettuosi e pacifici”.
Insomma, é una gran presunzione credere che sará il missionario a dare le soluzioni, o che il missionario abbia giá la risposta in tasca, come se fosse un viandante solitario. In realtá, Dio non possiamo cercarlo da soli: non siamo depositari e rappresentanti unici della sua gloria.
“Dove si é recato il tuo diletto, perché possiamo cercarlo con te?” (Ct 6,1). Dobbiamo chiedere aiuto alla gente, e coinvolgerla in questa ricerca, valorizzando il volto di ogni persona come specchio della gloria di Dio. Come hanno detto i fratelli comboniani in un incontro che si é tenuto a Bogotá l’anno scorso, “non vogliamo essere la voce del popolo, ma lasciare che il popolo sia la voce di Dio. Vogliamo incrementare il protagonismo della gente, aprire spazi perché la gente sia protagonista della trasformazione della propria realtá”.
In altre parole, dobbiamo imparare a essere intelligenti. L’aggettivo ‘intelligente’ deriva da due parole latine: ‘inter’  e ‘legere’. ‘Inter’ significa ‘fra’ e indica reciprocitá e pluralitá di elementi, mentre ‘legere’ significa ‘raccogliere, leggere, capire’. ‘Inter-legere’, dunque, significa innanzi tutto ‘leggere insieme, accoglierci reciprocamente, unire i nostri punti di vista’. Non possiamo leggere il mondo, e cercare un senso al nostro camminare, se non coinvolgiamo in questa ricerca i nostri fratelli.
Un secondo significato, direttamente collegato al primo, é quello di saper ‘leggere fra’ tante cose: non raccogliere solo un aspetto di una determinata situazione, non semplificare la realtá a un solo elemento, ma amarla e riconoscerla nella sua complessitá. Insomma, ‘leggere fra le cose’ richiede intuizione, esige lo sforzo di non fermarsi alla superficie, ma di frugare tra le cose per scoprire le motivazioni piú profonde e le interazioni piú nascoste. Solo chi ama é disposto a fare questo sforzo.
Questa capacitá di inter-legere é un requisito essenziale della nonviolenza, che implica il saper vedere le cose anche dal punto di vista dell’altro. Questa intelligenza, ci spiegano i maestri buddisti, é intimamente legata alla comprensione. ‘Com-prendere’ significa ‘prendere e toccare insieme’, e implica un contatto; senza contatto, non ci puó essere nessuna ‘intelligenza’ e nessuna comprensione. Abituati a prendere le distanze gli uni dagli altri e ad evitare contatti fra i diversi gruppi etnici, rischiamo di dar vita a una societá e ad una umanitá incapace di dialogo, incapace di comprensione, incapace di intelligenza: una umanitá inumana.
Una domanda per tutti: Siamo abituati a ‘inter-legere’ nelle nostre comunitá religiose, nelle nostre comunitá parrocchiali, nelle nostre comunitá cittadine giá parzialmente multirazziali?

La Sapienza sulle strade
Come giá commentavo in una precedente lettera, la Parola ci sprona a mantenere questo atteggiamento di ascolto e di ricerca: “La Sapienza sta gridando, la Saggezza fa udire la sua voce in cime alle alture, lungo la via, nei crocicchi delle strade, presso le porte, all’ingresso della cittá...” (Pr 8,1-3).
Camminare umilmente significa non avere la presunzione di detenere il monopolio della saggezza divina, ma cercare questa sapienza nella voce di tanti giovani, donne, bambini e anziani che camminano per le strade, fuori dalle mura del Tempio. Dobbiamo cercare la gloria di Dio nei volti umani, nella bellezza di tante persone che lottano per continuare ad essere umane.
Il primo volto che mi viene alla mente é ancora una volta quello del quattordicenne Carlitos, che vive di ‘cachuelos’, di lavori temporanei sottopagati. Ad esempio, tempo fa ha lavorato ininterrottamente per tre settimane – giorno e notte – in una ‘camaronera’, che sono imprese private che pescano e allevano gamberi. In quelle settimane era praticamente isolato dal mondo: l’unico legame con il mondo era il suo cellulare. Ma quando Leo – un suo caro amico – é stato arrestato e incarcerato ingiustamente per qualcosa che non aveva commesso, Carlitos ha deciso di regalare il suo cellulare – tutto quello che aveva – alla mamma di Leo, per aiutarla a pagare le spese dell’avvocato.

Lirica Oscura
Se sei anni fa, quando arrivai in Equador, mi avessero detto che nel giro di poco tempo sarei stato coinvolto nell’organizzazione di spettacoli di strada e nell’incisione di dischi di musica rap, non ci avrei creduto, perché erano cose che non avevo mai fatto. Era qualcosa che io non avevo pianificato nè programmato: é stata la missione, é stato il contatto con la gente a far nascere queste iniziative e a coinvolgermi in esperienze per me nuove.
Ricordo che quando incontrai per la prima volta i giovani cantanti rap del gruppo Lirica Oscura, e mi fecero ascoltare la loro canzone “La vita é una roulette”, ció che mi colpí fu la naturalezza con cui parlavano di Dio come di una presenza reale nella loro vita. E non erano neanche battezzati!
Il messaggio che questi ragazzi davano in questa loro prima canzone era che – di fronte alla realtá di morte in cui vivono tanti giovani – l’atteggiamento da tenere é quello di far entrare Dio in maniera stabile nella nostra vita, e non rivolgerci a Lui solo in momenti di estrema emergenza: “Quando Dio bussa alla tua porta non lo lasci entrare”, dice la terza strofa.  “Quando sei in difficoltá, solo allora lo ricordi: lo chiami, lo implori, e gli dici che deve salvarti. E Lui molte volte piange perché tu non vuoi cambiare”.
E implicitamente esprimono un’ansia missionaria, un desiderio di far conoscere Dio a tutte quelle persone ‘perse’ che non hanno mai sentito parlare di Lui: “Ci dimentichiamo dei vivi che sono perduti, e si drogano per strada, tutti confusi. Ma esiste il Signore, e nessuno glielo ha ricordato.
Nel testo di questa stessa canzone, José, Sergiño, Antonio e Black mostrano di essere coscienti del loro valore: “Le nostre menti sono strumenti di un essere celestiale. Ci ascolti un momento e cominci a meditare”. Questi giovani neri – disprezzati e discriminati dalla societá – si considerano ‘esseri celestiali’. Io penso che, di fronte a una societá che sempre piú considera il povero come superfluo, inutile, e addirittura un rifiuto, la prioritá della Missione intesa come Promozione Umana é aiutare questi uomini e queste donne disprezzate a considerarsi ‘esseri celestiali’, e rafforzare in loro la coscienza di essere una presenza significativa e arricchente per la societá e per la Chiesa.
“La vita é una roulette” termina con la notizia della morte violenta di alcuni giovani, e con questo commento finale: “Muoiono, e se muoiono senza Dio, che dolore profondo!”.
Voglio sottolineare che questo testo Sergiño lo ha scritto prima di conoscerci. In altre parole, questi giovani non vanno a messa, ma hanno un forte senso di Dio, sono cioé giovani ‘belli’, giovani che riflettono - nel loro volto, nella loro mente e nella loro voce - la bellezza della gloria divina. Quando la Parola ci invita a cercare la Sapienza presente sulle strade si riferisce anche a questo: scoprire come Dio agisce fuori dalle mura del Tempio, e raccogliere questa azione, affinché non vada perduta tutta questa ricchezza spirituale.

Camminando verso la resurrezione
‘Camminando verso la resurrezione’ é il nome che i giovani di quattro quartieri periferici di Guayaquil hanno voluto dare al nostro progetto di formazione integrale, che comprende attivitá sportive, incontri formativi, microcredito e iniziative di solidarietá.
Abbiamo iniziato con un torneo di calcetto. Ogni gruppo si é scelto un nome. Il primo gruppo si chiama “I rinascenti di Nigeria”: Nigeria é il nome del loro quartiere, forse il piú malfamato di tutta Guayaquil. Questi giovani vogliono farlo rinascere, dargli nuove prospettive e nuove speranze.
Il secondo gruppo, della Isla Trinitaria, si chiama “Latin Flow”, cioé, “Flusso latino”: questi ragazzi sentono di avere un flusso nelle vene, una energia tipica dei latinoamericani, e vogliono che anche gli altri giovani riscoprano questo ‘flusso’ che Dio ha messo nel loro sangue, e che tutti insieme si sforzino per cambiare la situazione del quartiere, caratterizzata dalla presenza di bande rivali, dal flagello della droga e dalla delinquenza.
Il terzo gruppo, di Malvinas, si chiama “Invasori”: vogliono ‘invadere’ il loro quartiere per estirpare tutto il male che c’é e creare una realtá nuova. Infine, l’ultimo gruppo, del quartiere Guasmo, si chiama ‘Favela blaizer’. Cosí mi hanno spiegato il significato di questo nome: ‘favela’ significa gente povera, quartiere povero, mentre ‘blaizer’ – un termine inventato da loro – significa ‘mescolanza’, ‘unione’; quello che vogliono, dunque, é creare unione nel quartiere povero: solo se la gente povera si unirá, potrá cambiare qualcosa.
Il torneo di calcetto l’hanno vinto i ‘Latin Flow’. Poi abbiamo fatto incontri di formazione, con letture, cineforo, lavori di gruppo, sociodrammi, etc. Per iniziare abbiamo letto “L’aquila e il pollo”, la famosa parabola di Anthony de Mello su un aquilotto che credeva di essere pollo perché lo stavano allevando in un pollaio, e non sapeva di poter volare. Finché un giorno il fattore dell’azienda si rende conto della sua presenza e cerca di insegnargli a prendere il volo. Dopo due tentativi andati a buca, il terzo giorno il fattore porta l’aquilotto sulla cima di una rupe e gli mostra il sole: “Vola, Dio ti ha creato per volare”. L’aquilotto comincia timidamente ad aprire le ali fino a che trova il coraggio di lanciarsi verso il cielo, cioè di vivere ció per cui é stato creato. Insieme abbiamo commentato la parabola: il pollaio rappresenta i nostri quartieri, e i polli sono i giovani che fanno quello che fanno tutti, che si accontentano del tipo di vita che questa societá offre ai ragazzi dei quartieri periferici: povertá, delinquenza, violenza, droga, alcolismo, etc. L’aquila, invece, é il giovane che non si rassegna  alla vita ‘normale’ del pollaio: é il giovane che si sente chiamato a fare cose grandi, il giovane che vuole imparare a volare. Per questo, terminata la parabola, abbiamo letto alcuni passi della Parola, per aprire questi giovani all’orizzonte grande dell’Amore, perché nell’Amore trovino lo stimolo per lottare e dare un significato pieno alla loro vita.
Poi abbiamo proposto il microcredito: ogni gruppo doveva scegliere un’attivitá da iniziare con un piccolo prestito. C’é chi si é messo a produrre in proprio gelati e yogurt, chi ha preferito vendere saponi e altri articoli di igiene e pulizia, chi ha cominciato a vendere lenzuola e vestiti, etc. Non é stato facile per loro portare avanti questa attivitá, e non é stato facile rispettare i tempi della restituzione delle quote del prestito, perché era la prima volta che si impegnavano in una iniziativa del genere. Comunque, nonostante le difficoltá, quasi tutti i gruppi sono riusciti a rispettare la tabella di marcia: é quindi un’esperienza che é servita loro per accrescere il senso della responsabilitá, e per prepararsi a eventuali iniziative future piú ‘corpose’.
Infine, con il denaro delle quote che hanno restitutito, abbiamo organizzato due iniziative di solidarietá. Come prima cosa, siamo andati a visitare la casa di accoglienza della Sorelle della Caritá di madre Teresa: i ragazzi hanno parlato con gli ospiti della casa – in maggioranza anziani e ammalati – e hanno dato un’offerta in denaro. Poi, in un secondo momento, siamo andati a visitare - di notte - i “fratelli della strada”, coloro che non hanno un tetto sotto cui dormire. Tra le dieci e mezzanotte siamo passati per varie vie del centro di Guayaquil, parlando con questi nostri fratelli e sorelle che dormono sui marciapiedi, pregando con loro, e offrendo loro dei panini con latte caldo. I giovani del nostro progetto “Camminando verso la resurrezione” sono rimasti entusiasti di questa iniziativa e la vogliono ripetere, trasformandola in un vero e proprio impegno pastorale. Credo che per molti di loro era la prima volta che si sono sentiti coinvolti come soggetti e protagonisti di una iniziativa di solidarietá. Ed é propio a questo che volevamo puntare: che smettano di vedersi unicamente come giovani poveri, bisognosi di aiuto e oggetto di iniziative di beneficenza; che si rendano conto che, per quanto siano poveri, sono però giovani ‘belli’,  e possono fare molto per aiutare gli altri.

Aquile di Cristo
A partire dal progetto “Camminando verso la resurrezione”, siamo poi entrati in contatto con altri giovani piú direttamente coinvolti – nel passato o nel presente – in attivitá criminali (furti, aggressioni, spaccio di droga e omicidi).
Fabian, sedicenne, é arrivato da poco a Guayaquil scappando da Esmeraldas, una regione equadoregna al confine con la Colombia. Quando aveva cinque anni Fabian fuggí di casa, perché suo patrigno lo picchiava duramente, e da allora vive sulla strada. Due anni fa gli si avvicinarono alcuni rappresentanti della guerriglia colombiana, da tempo presente sul territorio equadoregno di confine, e gli ‘proposero’ di unirsi a loro: pagano abbastanza bene, almeno assicurano qualcosa da mangiare; inoltre, se non accetti l’offerta, é probabile che ti facciano sparire. Fabián non ebbe molte alternative: cinque mesi d’addestramento, e poi participó in azioni militari contro l’esercito colombiano, e poi dovette uccidere due contadini disarmati, senza saperne il motivo. Non se la sentí piú di andare avanti cosí. Scappó e venne a Guayaquil. Ma la guerriglia non perdona i ‘disertori’, e anche qui lo stanno cercando.
Fabián mi ha poi presentato due suoi amici che si trovano piú o meno nella sua situazione. Uno di loro, Ricardo, al principio mi dice che lui Guayaquil la conosce abbastanza bene, perché l’ha girata tutta in moto. Poi, approfondendo il discorso, vengo a sapere che i guerriglieri lo usavano come sicario, per uccidere qui a Guayaquil e in altre parti persone che avevano tradito la guerriglia. Anche lui sta cercando di scappare, e anche lui si sente minacciato. E qui in cittá ci sono molti altri ragazzi con storie simili.
Poi c’é Rubin, fratellastro di Black, che é giá stato in carcere per quattro anni, e adesso s’é messo nei guai un’altra volta: per vendetta ha ammazzato una persona – uno che aveva cercato di uccidere un suo familiare. E adesso in certe parti della cittá non puó piú andare, perché é ricercato dalla famiglia del morto. Quando uscí dal carcere, qualche mese fa, sembrava desideroso di cambiar vita, e cominció a frequentare una Chiesa evangelica. Ma poi ricadde. Adesso sta aspettando una figlia: dice che é stanco di questa vita, che vuole offrire a sua figlia qualcosa di migliore.
Simile al suo é il caso di Francisco: lui non ha ucciso nessuno, ma ha partecipato in furti e aggressioni a persone. Anche lui é minacciato da bande rivali, e a partire da una certa ora non puó uscire solo. E anche lui fra poco sará papá, ció che lo ha fatto riflettere sulla necessitá di cambiare vita.
Con loro e qualcun altro abbiamo formato il gruppo “Aquile di Cristo”, un nome che si sono dati loro stessi dopo aver letto il salmo 103, in cui, fra le altre cose, si dice: “Egli salva dalla fossa la tua vita... e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza” (sal 103,4-5). Si tratta di persone che si sono sentite - o si sentono ancora - con un piede nella fossa, e che vogliono davvero dare un’altra direzione alla loro vita. Il problema é la perseveranza: desiderano sinceramente cambiare, ma questa loro volontá é ancora molto fragile. Quello che ci proponiamo, dunque, per il momento é semplicemente rafforzare in loro questo desiderio di cambio, e incoraggiarli a condividere le loro esperienze: vedere altri giovani che stanno vivendo la loro stessa lotta li aiuta molto. Quando centreremo quest’obbiettivo, Dio ci indicherá come procedere in questa nostra missione.
Fra le “Aquile di Cristo” ci sono anche persone che sono un po’ piú avanti nel cammino di conversione, e che possono aiutare gli altri con il loro esempio.
Puó sembrare strano ma, paradossalmente, nei ‘delinquenti’ che si riconoscono tali si trova a volte un senso di Dio che é difficile trovare nelle persone ‘incensurate’. Interessanti, a tal proposito, mi sembrano queste riflessioni di Enzo Bianchi: “Chi pecca di nascosto non é mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua ad essere venerato e stimato per ció che della sua persona appare all’esterno: questa é la malattia di tante persone religiose e devote. Chi al contrario é un peccatore pubblico si trova costantemente esposto al giudizio e biasimo altrui, e in tal modo é indotto a un desiderio di cambiamento. Solo nel pentimento che nasce da un cuore spezzato l’uomo puó divenire sensibile alla presenza di Dio”.
E conclude: “Ogni peccatore, in profonditá, é un uomo in attesa di poter piangere tra le braccia di Dio, qualunque sia il sentiero di morte su cui si é incamminato: presto o tardi viene l’ora in cui ogni uomo desidera solo mettere il suo capo tra le braccia di Dio, perché é stanco del suo peccato”. Che il Signore ci aiuti a rafforzare in questi giovani la nausea del peccato, il desiderio di abbracciare Dio e la fede in Gesú, capace di dare un nuovo inizio alla loro giovinezza!

Far crescere la comunitá
La Parola ci promette che “noi tutti” che crediamo in Gesú saremo “glorificati”, (2Co 3,18), ci conformeremo cioé all’umanitá che risplende sul volto di Cristo. Questa glorificazione, dunque, non riguarda solo il singolo individuo, né sará realizzata attraverso atti di eroismo individuali, ma é un processo che coinvolge “noi tutti” che formiamo la comunitá cristiana, il Corpo di Cristo.
Perché la lotta per imparare e per continuare ad essere umani é una lotta dura. Le singole persone, anche le piú resistenti e le piú motivate, passano inevitabilmente per momenti di scoraggiamento, di depressione o di disperazione, e a un certo punto possono anche gettare la spugna. Quando invece é tutta la comunitá che si sente coinvolta, la lotta va avanti anche se io sto passando un momento personalmente difficile. In altre parole, senza la comunitá corriamo tutti il rischio di cadere nell’abisso della stanchezza, della rassegnazione, della recriminazione e dell’amarezza.
In questo senso, come afferma Henry Nowen, solo la comunitá – che é il Corpo vivo di Cristo – ha il potere di opporsi alle forze disumanizzanti che dominano il mondo. San Paolo ci presenta la comunitá cristiana come un Corpo che cresce, e che cerca di far entrare la gloria e l’umanitá di Cristo in tutti gli ambiti della nostra esistenza: “La Chiesa... é il suo Corpo, la pienezza di Colui che sta riempiendo tutte le cose in tutti gli aspetti” (Ef 1,20-23). Chiediamoci, dunque: come Chiesa, stiamo davvero operando perché la bellezza di Gesú riempia tutte le cose ed entri in tutti gli ambiti: familiare, sociale, politico, etc.? E noi, personalmente e comunitariamente, stiamo crescendo in questa bellezza? stiamo cioé crescendo in comprensione, compassione, sete di giustizia, fraternitá, accoglienza, ospitalitá, nonviolenza, amore alla veritá? Siamo coscienti che Dio ci chiama a collaborare con Lui in questo processo di glorificazione – o umanizzazione – dell’umanitá?
La prioritá della missione, dunque, é quella di far crescere il Corpo di Cristo, tenendo presente che il Corpo di Cristo é un corpo umano. Ricordo che dopo circa un anno che si era formata, a Guayaquil, la comunitá dell’Opera Comboniana di Promozione Umana, pensata anche per valorizzare la vocazione del fratello, una persona mi disse: “Ma alla fin fine cosa state facendo? Non si vede niente!”. In effetti, molti pensano che missione significa, innanzi tutto, costruire strutture, mentre noi non avevamo costruito niente: nessun ospedale, nessuna scuola, anche perché a Guayaquil ci sono giá tanti ospedali e tante scuole, non c’é bisogno che ne costruiamo una noi. Quello che stiamo cercando di realizzare, dunque, é far crescere il Corpo di Cristo non con muri o edifici (che pure possono essere utili), ma con persone: vogliamo che anche i laici, che anche i poveri sentano questa chiamata a glorificare e umanizzare il mondo, che anche i laici e i poveri si sentano protagonisti della missione. Per questo stiamo puntando a costruire comunitá apostoliche.
Ad esempio, abbiamo formato la Fraternitá dei Missionari Afroecuadoriani, un gruppo di laici neri che hanno scelto di fare della Parola e della spiritualitá specifica del loro popolo il centro della loro vita, e che a partire da questi due elementi lottano per ri-creare uno spirito di comunitá e di unione in mezzo alla loro gente, unione che é un requisito fondamentale per poter essere voce significativa nella Chiesa e nella societá.
Poi abbiamo formato un equipe che coordina la Pastorale Giovanile Afro, un gruppo di giovani che si sentono chiamati ad annunciare il Vangelo ai loro coetanei, per svegliarli, per spingerli a cercare una vita migliore lungo i sentieri tracciati da Dio, e che per questo si impegnano a organizzare missioni giovanili in vari quartieri di Guayaquil.
Abbiamo dato vita anche all’equipe che coordina la Pastorale Familiare Afro, un gruppo di coppie decise a evangelizzare altre coppie, convinte che la famiglia é lo specchio della società, e che per costruire una societá piú giusta e fraterna é necessario prima istaurare relazioni di dialogo, di amore e di rispetto fra mogli e mariti, padri e figli, etc.
Non dimentichiamo poi l’equipe dei Promotori di Giustizia e Pace, un gruppo di laici che vogliono sensibilizzare altri laici sulle varie forme di ingiustizia e di violenza che si vivono nei nostri quartieri, per poi cercare insieme soluzioni nonviolente.

E concludo questa lettera con l’augurio di sentirci tutti riflesso della bellezza e della gloria di Cristo, e sentirci tutti impegnati a far crescere il Corpo del Pastore bello.

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter