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"Chiunque ucciderà Caino..."

di p. Saverio Paolillo dal Brasile

"Chiunque ucciderà caino..."

 

 

Cosa significa vivere in un carcere minorile brasiliano

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Padre Saverio ci manda una lettera molto dura

dove ci mostra uno scampolo di vita quotidiana

a contatto con la situazione del carcere minorile in Brasile.

PER SAPERNE DI PIU'

Una nostra amica, Valdenia avvocato brasiliano, sta lottando per migliorare proprio la situazione delle carceri brasiliane. Ma è un personaggio scomodo per i politici locali e per questo è stata ripetutamente minacciata di morte. Abbiamo proposto una raccolta firme per aiutarla in questa sua lotta.

Per trovare informazioni su di lei e su p. Saverio visita lo speciale su di loro.

 

Carissimi Amici,

Spero che stiate “al fresco” dopo l’estate torrida che avete avuto in Europa. Qui per fortuna, il clima è ancora primaverile. Non è arrivato il grande caldo dell’estate. Spero che non sia come il vostro.

 Sono appena rientrato da un’udienza pubblica con Asina Jahangir, rappresentante delle Nazioni Unite, in giro per alcuni stati del Brasile per raccogliere informazioni sui gruppi di sterminio e sulle esecuzioni sommarie. Durante la riunione abbiamo ascoltato in silenzio la testimonianza di alcune madri a rispetto dell’esecuzione sommaria dei loro figli da parte di poliziotti. Quasi tutte le vittime avevano meno di 25 anni, non possedevano antecedenti criminali, sono stati assassinati a bruciapelo e i loro assassini continuano in servizio. A me è toccato il compito di presentare un rapporto sulle condizioni degli adolescenti rinchiusi nelle carceri minorili. Con me ho portato Esmeralda, madre di Riccardo,un ragazzo ucciso dai propri amici nel carcere minorile l’anno scorso, un giorno prima di ricevere l’ordine di scarcerazione. Esmeralda non riusciva a parlare. E’ stato terribile ricordare il giorno in cui ricevette la notizia che suo figlio era stato ucciso mentre era rinchiuso in carcere, sotto la tutela dello stato. Ma la cosa peggiore fu ricordare quello che avvenne 20 giorni dopo la morte del figlio quando, verso le sei del mattino, ricevette una telefonata da parte di una guardia carceraria che le chiedeva di recarsi in quello stesso giorno nel carcere per ritirare alcune parti del corpo del figlio, tra cui gli occhi che erano rimasti conservati nel frigorifero comune del carcere. Spaventata e incredula, Esmeralda mi telefonò subito dopo per raccontarmi il fatto e per chiedermi un parere sul da farsi. Le chiesi di recarsi al carcere minorile e chiedere informazioni alla direttrice, ma non nascosi la sensazione che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto. Ma, al recarsi al carcere, Esmeralda rimase attonita quando la direttrice si recò con lei alla cucina e, aprendo il frigorifero, le consegnò un sacchetto di plastica con dentro alcune piccole parti del corpo del figlio. Esmeralda, da sola, usci dal carcere e si recò al cimitero per seppellire gli occhi con il corpo del figlio.

E’ una storia scabrosa. Non mi ricordo neanche se ve ne avevo parlato. La ricordiamo sempre perché gli occhi di Riccardo sono diventati il simbolo della nostra lotta per cambiare le condizioni di vita dei ragazzi rinchiusi nelle carceri. Nonostante le promesse del nuovo governo, i ragazzi vivono in condizioni precarie. Manca l’acqua. Per bere i ragazzi dipendono dalla buona volontà delle guardie che passano ogni tanto per fornire acqua in bottiglie di plastica sporche. Le celle sono scure, senza ventilazione, piene di topi. Ci sono pochissime attività pedagogiche. I ragazzi passano 22 ore al giorno rinchiusi nelle celle, senza niente da fare, sottoposti a ogni tipo di umiliazione da parte di alcuni poliziotti. Solo quest’anno cinque ragazzi sono stati uccisi dai loro compagni di cella, una decina di ragazzi sono stati torturati, ci sono state tre rivolte con ostaggi e numerose fughe. Da tempo siamo impegnati per cambiare questa situazione. La visita della rappresentante delle Nazioni Unite è un’occasione per far conoscere a livello mondiale questa realtà e chiedere l’appoggio della comunità internazionale per porre fine ai castighi disumani e alle corruzioni sommarie. I fatti dimostrano che in Brasile esiste la pena di morte. Agenti dello stato, arrestano, processano sommariamente e condannano a morte. È un potere parallelo, al servizio della malavita organizzata, che non “bada a spese” per garantire il controllo assoluto sull’economia costruita sulle attività illecite.

Secondo dati forniti dalla propria polizia, nel nostro comune (Serra) che ha una popolazione di poco più trecentomila abitanti, da gennaio a settembre ci sono stati 311 omicidi . Una media di oltre un omicidio al giorno. Nella graduatoria dei quartieri più violenti, Novo Horizonte e Cenerai Carapina, comunità dove sorgono rispettivamente il Profeto Cidadao e Il Projeto Legale, appaiono tra i primi otto. La principale causa di tutta questa violenza assassina è lo spaccio ed il consumo di droga. Ci sono forti indizi del coinvolgimento di poliziotti.

La nostra grande sfida è lottare contro la violenza che nasce nel ventre di un mondo dove prevale la legge del “butta fuori”. L’attuale società brasiliana è sempre più escludente e segnata da un vero e proprio capovolgimento dei valori.

I nostri progetti rappresentano un piccolo seme che porta in se la forza e la vitalità di un nuovo progetto di società. Dal nostro sforzo vogliamo che nasca un nuovo tipo di persona che si trasformi in protagonista della costruzione della società.

Per mancanza di tempo ho dovuto interrompere la redazione della lettera per qualche giorno, tempo sufficiente per raccontarvi l’ultima drammatica esperienza che ho vissuto oggi (07 Ottobre) nel carcere minorile. Verso le 10.45 ho ricevuto una telefonata del direttore del carcere informandovi che era in corso un’ennesima rivolta dei ragazzi e che questi mantenevano 5 guardie come ostaggi. Il direttore mi ha chiesto di recarmi fino al carcere per condurre le trattative con i ragazzi. Appena arrivato, affacciatomi alla sbarra dove i ragazzi si agglomeravano con gli ostaggi ho visto una scena terribile. Due ragazzi, saliti su un tavolo, scagliavano un grande blocco di cemento sulla testa di un loro amico che giaceva per terra e, subito dopo, saltavano sul suo petto. Scusatemi se vi racconto tutti i particolari ma è come se volessi affidare allo scritto una scena che non si cancella dalla mia memoria. Non riesco a liberarmi dal peso di non esser arrivato in tempo per salvare Ronilson, di soli 16 anni, di fronte a quella scena, ho perso il controllo. Ho gridato verso i ragazzi di smettere con quella atrocità, poi ho ordinato agli altri di rilasciare gli ostaggi. I ragazzi esigevano la presenza della stampa e di un giudice ma ho risposto che, di fronte a quell’efferato delitto, non meritavano nessuna trattativa. Inizialmente i ragazzi hanno riluttato un poco, sobillati da un loro compagno che non mi conosceva. Poi, di fronte alla mia insistenza e soprattutto alla mia minaccia di entrare personalmente per liberare gli ostaggi, i ragazzi si sono arresi. Usciti gli ostaggi, sono entrato da solo. Riuniti i ragazzi intorno al corpo dì Ronilson, lacerato da vari tagli, ho mostrato tutta la mia indignazione. Nessuno ha il diritto di togliere la vita di un altro. Davanti a me c’era un ragazzino di soli sedici anni, falciato da una violenza cieca e assassina messa in atto non solo da altre giovani mani, ma da tutti coloro che, attratti da un sistema economico e sociale escludente, difensore dei privilegi, che assolutizza il patrimonio e non difende la vita, getta le basi per atti cosi disumani. E’ vero che gli autori materiali dell’omicidio sono stati ragazzi, ma è anche vero che le loro mani e i loro cuori sono stati armati dal disprezzo e dalla violenza di cui sono stati vittime innocenti.

Dopo un piccolo momento di preghiera e dopo aver coperto il corpo con un lenzuolo, ho chiesto ai ragazzi, in silenzio, di ritirarsi nelle loro celle. Mi hanno obbedito. Poi ho spiegato che un plotone speciale antisommossa sarebbe entrato per perquisire le celle.

Uscito, ho chiesto al comandante del plotone di non usare la violenza. E successo esattamente il contrario. Di faccia al muro, i ragazzi hanno dovuto togliere tutti i vestiti e rimanere nudi. Poi, sono stati costretti a rimanere seduti, sempre di faccia al muro, con le mani sulla testa per altre due ore. I soldati, inferociti, insultavano e gridavano. I cani latravano e cercavano di avventarsi contro i ragazzi con una voracità spaventosa. Dopo la perquisizione dei ragazzi, è cominciata quelle delle celle. Calpestavano i vestiti e le foto di persone care ai ragazzi, briciole di affetto che quei ragazzi ancora potevano permettersi. Finita la perquisizione, i ragazzi sono stati chiamati per rientrare in piccoli gruppi nelle loro celle. I poliziotti battendo i manganelli per terra gridavano come pazzi perché i ragazzi corressero. A un certo punto il comandante ha cominciato a spruzzare nelle celle e sui ragazzi un gas orribile. Tutti abbiamo cominciato a tossire. La nostra gola bruciava e gli occhi si inondavano di lacrime. La rabbia mi ha invasò, ho protestato duramente il comandante mi snobbava e continuava la sua spietata tortura. Sono uscito dal padiglione per chiedere aiuto alla direzione del carcere, ma quando siamo rientrati, ci hanno impedito di accedere al cortile dove c’erano i ragazzi. Si sentiva tossire vomitare non so se stavo sognando, mi sono ricordato delle scene del film di guerra del periodo nazifascista. C’era solo odio negli occhi di quei poliziotti. I ragazzi, che pur avevano commesso quello spietato delitto mi avevano poi rispettato, obbedito, in silenzio si erano ritirati nelle celle senza che io facessi uso della forza. I poliziotti, al contrario, non mi hanno rispettato. E’ vero che i ragazzi si erano comportati come Caino, avevano macchiato, ancora una volta, le loro mani di sangue giovane, tutto ciò mi abbatteva e mi faceva sentire sconfitto ma è anche vero che il Signore disse: “Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!” (Gn 4,15). Il Signore impose un segno perché non lo colpisse chiunque non l’avesse incontrato. In quel momento io ero un segno che Dio aveva imposto su quei ragazzi perché nessuno si lasciasse trascinare, dall’impeto della vendetta e dell’odio cieco, rischiando di commettere la stessa barbarità condannata. È in questi momenti che mi convinco sempre di più dell’importanza del nostro lavoro. Non possiamo incrociare le mani per quello che abbiamo fatto fino ad ora. Bisogna moltiplicare le iniziative poter garantire al maggiore numero di ragazzi l’opportunità di fare un’esperienza positiva che gli impedisca di entrare, in questo circolo della violenza.

Come raggio di luce e speranza vi annuncio due passi nuovi che abbiamo fatto in questi giorni. In agosto abbiamo inaugurato un corso di parrucchiera. In più, grazie al contributo di Marika, abbiamo costruito una cappella nella comunità terapeutica “Luca Fossati”. I ragazzi, in questo loro cammino di recupero, potranno contare con la presenza di Gesù, nell’Eucaristia, come compagno di viaggio, così come è avvenuto con i discepoli di Emmaus. La cappella sarà inaugurata il 12 ottobre, festa della Madonna delle Apparizioni (Aperecida) e festa dei bambini. Nella Messa ricorderemo anche l’anniversario della morte del nostro amico Luca Fossati. Unitevi a noi nella preghiera.

Un forte abbraccio. Dio dica bene di tutti noi e ci protegga.

Vitòria 08 ottobre 2003              

P Saverio Paolillo

 


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