giovaniemissione.it

Sono un profugo

Operazione Colomba - Libano, 3 ottobre 2014

 

Non sono nato profugo.

Sono nato come te, in una casa, con una famiglia, con un futuro davanti e dei desideri. Poi un giorno tutto si e' rotto. Senza nemmeno che capissimo bene come e' cominciata, e perche', e' arrivata la guerra. Ne avevamo sentito parlare ma era una cosa lontana. Era lontana fino a che non e' arrivata a casa mia. Quando e' arrivata, la mia casa e' scomparsa e il mio futuro con essa.

Siamo scappati perche' avevamo paura di morire e volevamo vivere. Volevamo finire di studiare, diventare medici, infermieri, ingegneri, insegnanti… Oppure volevamo continuare a fare i muratori, a fare i contadini, i facchini, i piastrellisti… volevamo vivere con i nostri figli nella nostra casa.

Siamo scappati per continuare a vivere. Siamo andati in un altro Paese.

Siamo scappati con i vestiti che avevamo addosso, qualcuno con un paio di valigie. Alcuni di noi sono scappati senza niente. Abbiamo pensato che tutti sapessero cosa ci era capitato. Pensavamo che ci avrebbero accolto perche' noi non avevamo nulla.

Quando siamo arrivati abbiamo dovuto capire cosa fare. Ci hanno chiesto i soldi dell'affitto ma le case erano troppo care. Abbiamo trovato solo un garage e l'abbiamo affittato. Qualcuno ci ha accolto e aiutato. Ci siamo iscritti come profughi alle Nazioni Unite e abbiamo ricevuto degli aiuti. Pensavamo che sarebbe durata poco. Pensavamo che saremmo rientrati presto perche' Assad stava per cadere e finalmente saremmo tornati in un Paese libero dove avremmo potuto dire la nostra, a voce alta, in piazza, senza temere torture e ritorsioni.

Poi, piano piano, altri siriani sono continuati ad arrivare. Ci portavano notizie nefaste di un Paese distrutto e di crimini ignobili. Le nostre speranze hanno cominciato a vacillare. Abbiamo iniziato a sentir parlare di Isis e di violenze sempre piu' grosse sui civili. Intanto i nostri vicini libanesi stavano cambiando. Anche loro hanno cominciato ad avere paura. Piu' noi aumentavamo piu' loro diventavano freddi nei nostri confronti. La compassione lasciava spazio alla paura di un'invasione. Hanno iniziato a dire che venivamo apposta per gli aiuti, che non eravamo davvero in fuga. Noi abbiamo capito che la nostra fuga da casa sarebbe stata un po' piu' lunga e abbiamo iniziato a sistemare meglio il garage. Ma il lavoro era sempre meno. Molti nostri connazionali erano disposti a lavorare per cifre sempre piu' basse e i soldi in casa calavano. I prezzi dei garage intanto aumentavano e noi abbiamo dovuto spostarci in una tenda. Non avevamo mai dormito all'aperto sotto la plastica. Era una cosa che pensavamo facessero solo gli zingari o i beduini, ma noi non siamo ne' zingari ne' beduini.

Noi siamo cittadini cresciuti in una casa. Abbiamo cercato di sistemare la tenda e abbiamo cominciato a sognare altri Paesi. Pensavamo: forse in Italia ci sono meno profughi e ci accoglierebbero meglio. Abbiamo sentito di uno che e' riuscito ad andare in Germania e gli hanno dato una casa. Sembrava che l'amico di un altro fosse riuscito ad arrivare in Australia dove sembra gli diano 1000 dollari al mese di sussidio.... Anche noi volevamo andare via. Non volevamo piu' stare in un Paese dove non c'e' lavoro e vivere in una tenda. Forse la soluzione era questa, scappare ancora. Ma quando abbiamo iniziato a chiedere, tute le porte erano chiuse. Nessuna associazione ci poteva aiutare per i visti. Tutti i volontari che conoscevamo ci dicevano che non potevano fare nulla per noi.

Intanto i nostri documenti sono scaduti. Dovremmo tornare in Siria e poi rientrare per avere di nuovo un visto turistico oppure pagare 200 dollari a testa. Ma i confini con la Siria sono stati chiusi, se usciamo non possiamo piu' rientrare e 200 dollari a testa non li abbiamo. Adesso siamo qui in una tenda, che non e' casa nostra. Senza documenti in regola e sappiamo che fuggire da qui e' quasi impossibile. Sappiamo che qui non ci vogliono. Sappiamo che qui non c'e' lavoro. Sappiamo che in Siria bombardano, c'e' ancora Assad e c'e' anche l'Isis. Le Nazioni Unite ci hanno mandato un messaggino sul cellulare dicendoci che da oggi gli aiuti che ci daranno saranno dimezzati e che tra due mesi non riceveremo piu' nulla. Senza documenti non possiamo girare perche' abbiamo paura di essere arrestati. Non potendo muoverci non possiamo nemmeno andare a lavorare. Ci hanno chiamato alcuni parenti per dirci che ci sono stati oltre 300 arresti nelle ultime due settimane. Sembra che chi viene arrestato riceva un foglio di via e deve rientrare in Siria, ma non siamo sicuri di cosa accada loro veramente. Abbiamo visto in tv che sono state bruciate molte tende di profughi. Abbiamo paura di essere arrestati e deportati in Siria. Abbiamo paura che di notte ci brucino le tende per mandarci via. Adesso stiamo svegli la notte per fare la guardia. Abbiamo fatto uno sforzo per pagare i documenti a qualcuno della famiglia perche' possa lavorare, ma alcuni di noi non possono.

Con noi c'e' una mamma vedova con sei figli di cui uno malato che tra due mesi non avra' aiuti e deve lasciare il garage ma non sa dove andare. C'e' n'e' un'altra che ha due bimbi talassemici che hanno bisogno di trasfusioni di sangue ogni mese, ma la sanita' e' a pagamento. Obama ha iniziato a bombardare anche lui, come se non ci fossero state sufficienti bombe fino ad ora. Abbiamo paura che del nostro Paese non rimarra' nulla. Obama dice che ci vorranno almeno tre anni perche' la guerra finisca. Stiamo pensando che forse non torneremo ma piu' nel nostro Paese, come e' successo ai profughi palestinesi che sono ancora qui dopo 60 anni. Siamo profughi adesso, senza una Patria, senza un posto dove stare, senza nessuno che lotti per i nostri diritti. Andiamo avanti brancolando nel buio.

(fonte: www.operazionecolomba.it - photogallery)

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter