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Il nostro posto

Operazione Colomba - Libano, 1 ottobre 2014

Il nostro posto e' il punto di partenza per il nostro lavoro qui. Il nostro posto e' dentro un campo, in una tenda insieme ai profughi.

Le famiglie siriane che vi abitano ci hanno chiesto di vivere con loro perche' sono state minacciate: hanno paura di essere picchiate o che le loro tende vengano bruciate di notte.

Anche chi li minaccia ha paura: paura che la guerra, rimasta fino ad ora sulla soglia, entri prepotentemente dentro casa.

E' entrato l'Isis in territorio libanese, ha rapito 30 soldati libanesi e ne ha decapitati gia' 3. Come un incubo e' arrivata insieme al ricordo ancora fresco della guerra civile l'angoscia di una possibile nuova guerra nel proprio Paese. E come in automatico lo sguardo si e' rivolto ai profughi siriani che hanno riempito in due anni prima le case, poi i garage, poi i campi con le loro tende.

Due paure in parte reali, in parte alimentate da un passato ferito da dure guerre civili, una libanese e una siriana. Una stessa paura che spinge a credere che la salvezza passi attraverso il rifiuto dell'altro.

Noi abbiamo ricominciato da dove ci eravamo fermati. Ci avevano soprannominato “quelli che camminano” e noi continuiamo a camminare dentro e fuori da queste paure passando da un lato all'altro del villaggio: da una parte i siriani, dall'altra i libanesi, in una zona i cristiani e dall'altra i musulmani.

Ascoltiamo. Ascoltiamo tanto. A volte ascoltiamo anche senza capire perche' chi parla ha cosi' bisogno di raccontare che non ci da' nemmeno il tempo di chiedere spiegazioni o di ripetere le parole difficili. A volte non si preoccupano nemmeno di chiederci chi siamo prima di metterci la propria vita nelle mani. Lo fanno semplicemente perche' noi gli diamo il tempo di farlo.

Ascoltando cerchiamo di accogliere le fatiche e le paure di tutti: la paura di essere rimandati al macello in Siria, la paura di diventare minoranza cristiana in Libano, la paura di essere puniti per le colpe dei jihadisti, la paura che tornino le bombe e i massacri.

I profughi si sentono abbandonati da tutti. Il loro governo li ha attaccati, bombardati e sfollati. Hanno paura dell'Isis. I paesi confinanti non li vogliono. L'Europa non li vuole. Ci chiedono: “Chi e' con noi? Chi e' per noi? Le bombe continuano a distruggere il nostro Paese, chi sta lavorando per farci tornare nelle nostre case? Quale futuro possiamo sognare ... e soprattutto dove?”. I Libanesi invece si sfogano dicendoci che la proporzione di profughi (2 milioni su 4 milioni di abitanti) non e' sostenibile e che non si sentono supportati dagli altri Paesi. Si sentono anch'essi abbandonati nel terrore di ripiombare in fretta nel passato.

Tutti vogliono solo scappare. Vogliono scappare sia i libanesi sia i siriani. Sognano l'Europa, l'America, il Canada... ovunque non ci siano bombe, spari e violenza. Tutti sono gia' stanchi. Tutti hanno gia' sofferto abbastanza.

I cristiani che abbiamo incontrato hanno paura dei loro vicini che vivono nei campi. A volte sono arrivati addirittura a pensare che noi siamo dei servizi segreti o che abbiamo dei secondi fini per fare cio' che facciamo, perche' non riescono ad accettare che si possa desiderare di vivere in una tenda insieme ai profughi e forse perche' non riescono ad ammettere che si possa vivere in sicurezza in un campo con i “terroristi”.

Altre volte pero' ci hanno detto: “Grazie, abbiamo bisogno di voi”. Non so se sappiano esattamente a quale bisogno stiamo rispondendo, ma forse intuiscono che la nostra presenza nel campo e' un regalo anche per loro. Vivere insieme ai profughi dimostra loro che non sono tutti terroristi dell'Isis, che non sono tutti degli assassini e rapitori, che si puo' essere anche amici di quelli che vivono nelle tende. La nostra presenza dimostra se non altro che c'e' anche un'altra verita' concreta e tangibile oltre a quella dei rapimenti e delle violenze. Forse in fondo i nostri amici cristiani sono rassicurati dai nostri racconti di una vita nel campo molto familiare, semplice, routinaria, fatta di pulizia, panni sporchi, cibo e chiacchiere. Li aiutiamo a sentirsi piu' al sicuro e ad avere meno paura di questi vicini. Dentro al campo speriamo di essere l'alternativa a una difesa armata: rispondere in maniera nonviolenta alla paura libanese e proteggere cosi' le famiglie siriane. Vorremmo dimostrare che in un conflitto c'e' anche un altro di modo di stare, oltre a rispondere con la violenza o desiderare di starne fuori.

E vediamo che la scelta del nostro posto funziona, perche' a poco a poco le persone iniziano a fidarsi di noi. Al primo impatto qui nessuno si fida di nessuno. Le persone sono spesso sospettose, timorose che chi hanno di fronte possa rappresentare per loro una minaccia. Credo che questo sia proprio uno degli effetti della violenza, che agisce distruggendo la socialita' delle persone: divide, rende sospettosi e privi di speranza. Eppure, anche se con cautela, cristiani, libanesi, siriani e musulmani di questo villaggio iniziano a fidarsi ed affidarsi a noi stranieri che facciamo qualcosa di strano (appunto!) e di nuovo.

Cerchiamo di far fruttare questa fiducia che viene riposta nelle nostre mani per portare la verita' dell'altro con delicatezza e fermezza. Cerchiamo di portare le fatiche di ciascuno da una parte all'altra del villaggio, da una casa all'altra. Cerchiamo di passare da un luogo all'altro come un filo che ricuce due parti lacerate di una stessa tela, perche' solo insieme potranno vincere la paura e rifiutare la violenza.

Per ora continuiamo cosi', camminando tutti i giorni in su e in giu' per il villaggio, portando un po' di fatiche insieme alla gente, poi, ogni sera, noi torniamo al nostro posto. Insieme ai profughi. In un campo. In una tenda.

(Agnese)

 

(fonte: www.operazionecolomba.it - photogallery)

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