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Come giovani che vogliono vivere il proprio impegno missionario nella storia, ci dobbiamo domandare quali siano le cause, oggi, che generano ingiustizie, divisioni e, in alcuni Paesi, perfino guerre. Quali conseguenze hanno questi stati di violenza, di peccato strutturale. E come noi possiamo proporre stili diversi, non per cambiare tutto e subito, ma per portare un esempio mite, sostenibile e contagioso.

Uno stile di vita nuovo per vivere beati

Il racconto del campo itinerante in Toscana sui nuovi stili di vita, un'esperienza di crescita e riflessione da portare nella vita di tutti i giorni.

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“E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare i sandali e di non portare due tuniche.” Mc 6, 7-13

 

Il 3 agosto a Carraia (LU), dopo aver disfatto i bagagli ed esserci sistemati, ci siamo ritrovati tutti in cerchio ed è lì, che guardandoci l’un l’altro ed è iniziato il nostro viaggio. È stato un percorso articolato in tre tappe, ciascuna con un tema diverso che ci ha permesso di incontrare delle personalità semplici ma che nel loro piccolo hanno adottato uno stile di vita “beato”. Ma che significa “beato”? Cosa significa “adottare uno stile di vita beato”?

La parola beato è sinonimo di felice, e adottare uno stile di vita beato non può che voler dire intraprendere una strada che ci porti verso la felicità, verso la beatitudine. Il testo che ci ha guidato in questi giorni, infatti, è stato quello delle beatitudini che ci propone un nuovo stile di vita lontano dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia e dell’orgoglio e ci richiama ad un reale cambiamento di vita.

Gaudete ed Esultate n° 64, 65, 66   

 

“Beati” noi!

Come reagiamo quando non abbiamo le nostre comodità? Di quali beni hai bisogno per essere comodo? Sono davvero tutti necessari? Uno stile di vita basato sulla “comodità”, sull’accumulo patologico di beni provoca una richiesta eccessiva di risorse e materie prime e, necessariamente, un incremento della produzione di rifiuti.  

Il recupero delle risorse avviene in quei paesi con maggiore disponibilità ma non sempre quest’ultimi ne ricavano un compenso equo. Le conseguenze di questi comportamenti sono di vario genere: perdita della biodiversità, aumento della povertà e conseguente accentramento del potere nelle mani di pochi. Quindi, per avere un’impronta ecologica meno gravosa possibile bisognerebbe adottare uno stile più essenziale. Questo però non basta, sono necessari anche un intervento politico e un’imponente opera di sensibilizzazione.

Ora, noi che ruolo abbiamo in questa macchina economica? Siamo spettatori passivi o consumatori responsabili? L’atteggiamento più corretto è quello del consumatore attento al ciclo di vita del prodotto che acquista. Francesco Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo, ci ha lanciato delle sfide: informarsi costantemente in maniera critica, partecipare al riscatto degli impoveriti contro una sempre maggiore competizione per le risorse e soprattutto lasciare alle future generazioni una Terra abitabile. Vincere queste sfide potrebbe essere il primo passo verso l’adozione di un nuovo stile di vita lontano dal modello “consumistico”, sempre più essenziale e sobrio.

 

Ma come si promuove questo nuovo stile di vita? Donatella, direttrice della Caritas di Lucca, ci ha mostrato due possibilità di promuovere uno stile di vita: imponendo dei No, tali da condizionare le scelte ma che allo stesso tempo creano un clima di tensione e paura; oppure proponendo una strada di beatitudine. Far leva sulla paura può comportare una serie di reazioni incontrollabili che allontanano dalla meta comune da raggiungere. Invece, proporre uno stile di vita e lasciare le comunità di persone libere di accettare o rifiutare questo modello dà vita a persone capaci di sperimentare la bellezza, di adottare uno stile di vita sobrio e sostenibile, responsabili gli uni verso gli altri e verso il creato. Il proporre gesti sostenibili, inoltre, è una scelta che va trasmessa con gioia, perché solo con la gioia si può contagiare.

 

 

 

In cammino verso l’essenziale

ACCOGLIENZA. SERVIZIO. VITA COMUNITARIA. LAVORO. IMPEGNO.

Questi sono i punti attorno ai quali ruota la Comunità Emmaus fondata da Abbé Pierre nel 1949 nei pressi di Parigi, nel ricco rione di Neuilly-Plaisance. La comunità nasce dall’incontro con il prossimo che ha bisogno di aiuto con cui condividere la propria vita. Infatti, i membri della comunità non solo condividono la loro quotidianità ma anche il lavoro. I giorni trascorsi nella Comunità Emmaus di Quarrata (PT) ci hanno dato la possibilità di conoscere due “stili di vita”: il primo quello dei volontari, Lidia e Marco, che hanno scelto di intraprendere una vita dedita alla Comunità e ai “compagni” di Emmaus; l’altro quello di chi è ospite nella Comunità che trovandosi in un momento di grande difficoltà decide di rimettere tutto in discussione e di ricominciare. Abbiamo condiviso con loro molti momenti della giornata, tra cui non ultimo il lavoro. Questo ci ha permesso di sperimentare in prima persona la gioia ma anche la fatica di condividere le giornate in Comunità, senza mai perdere di vista le regole su cui la stessa si fonda. In quei giorni abbiamo avuto la possibilità di ascoltare storie, di incontrare persone che tra un sorriso e una battuta ci hanno insegnato che non bisogna mai arrendersi e che con impegno e dedizione anche la situazione più complicata può essere superata.

 

L’importanza dell’incontro, l’esigenza di non restare chiusi in casa e la necessità di conoscere il mondo, di capirne i meccanismi e scegliere da che parte stare, questa la sfida che abbiamo accolto a Quarrata. A lanciarcela è stato Antonio Vermigli, uomo molto impegnato nel sociale e molto sensibile alle ingiustizie e alle prepotenze subite dai più deboli soprattutto del Sud del Mondo. Il suo stile? Quello di un semplice postino ormai in pensione che non le manda certo a dire, che riconosce i sintomi della mancanza di giustizia e ne cerca inesorabilmente la cura, che non smette di impegnarsi e di creare rete per un possibile cambiamento.

 

 

Montesole – Scuola di pace – Giuseppe Dossetti

Qual è stato il periodo più buio nella storia dell’umanità? Quali sono le sue conseguenze? Che meccanismi lo hanno innescato? Sono stati superati?

 

Alla Scuola della Pace di Montesole… siamo stati “bocciati”. Ed è stato proprio facendo un laboratorio che abbiamo “sbagliato”. In quel momento Elena, una responsabile della Scuola della Pace, ci metteva davanti a questa situazione (un po’ surreale): la Terra sta per esplodere, ci sono 11 persone, l’unico modo di salvare qualcuno è farlo salire su di una navicella spaziale, ma ci sono solo 7 posti. Chi scegliete di questi 11? All’inizio ci veniva detto solo il loro mestiere. Allora ognuno ha deciso chi salvare e chi lasciare giù, abbiamo conteggiato chi di questi si sarebbe potuto salvare, ma, in base a cosa avevamo scelto? A un’idea che ci eravamo fatti, alla “copertina” di queste persone che ci veniva mostrata, a un pregiudizio(?). Una volta scoperto, a maggioranza, chi potesse salvarsi e chi no, Elena ci ha dato più informazioni su queste 11 persone. E lì siamo stati rimandati a settembre.

 

Nell’arco di tutta la mattinata avevamo visitato i luoghi degli eccidi avvenuti nel 1944, ripercorso i passi dei pochi testimoni sopravvissuti a quei massacri, letto i verbali dei processi agli ufficiali che avevano diretto quelle stragi… scoperto che la stessa strategia è stata ripresa in tempi molto recenti da altri eserciti. E rileggendo tutto il vissuto della mattina in quel momento, Elena ci faceva rendere conto che non avevamo pensato in modo diverso da quegli ufficiali, da quei soldati: “Ma io ho soltanto obbedito”, nessuno, cioè, si era rifiutato di scegliere chi salvare e chi lasciar morire. È stato solo un laboratorio, di sicuro quelle 11 persone immaginarie non si sono fatte male, ma certamente è stato un valido allenamento per la mente e per la coscienza. A partire da questa esperienza, ve lo diciamo subito: non vi racconteremo molto sulla figura di Dossetti. Vi diciamo soltanto che lui e Gui si rifiutarono di aderire alla NATO (30 novembre 1948), quando il resto della DC invece andava in direzione contraria. Avevano visto lungo, viste quali sono state le conseguenze, a breve e a lungo termine, dell’adesione al Patto Atlantico, dove abbiamo delegato la nostra politica estera – e la nostra coscienza di popolo – ad un dio straniero.

 

Per ritornare alle domande fatte all’inizio di questa parte: non è detto che lo scorso secolo sia stato il periodo più buio, forse lo è il nostro, forse ce ne sono stati peggiori. Come giovani che vogliono vivere il proprio impegno missionario nella storia, ci dobbiamo domandare quali siano le cause, oggi, che generano ingiustizie, divisioni e, in alcuni Paesi, perfino guerre. Quali conseguenze hanno questi stati di violenza, di peccato strutturale. E come noi possiamo proporre stili diversi, non per cambiare tutto e subito, ma per portare un esempio mite, sostenibile e contagioso.    

 

Francesco e Katia

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