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Franco Basaglia, Conferenze brasiliane (1979)

Il problema dell’oppressione, dell’istituzionalizzazione non riguarda solo il malato mentale o il manicomio ma la struttura sociale nel suo complesso, il mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni: la fabbrica in cui l’operaio lavora è alienante quanto il manicomio; il carcere non è un luogo di riabilitazione per il detenuto ma un luogo di controllo e di annientamento; l’università e la scuola, che sono tra le istituzioni più importanti della società, non insegnano nulla né ai bambini né ai giovani, sono solo un punto di partenza o una sala d’attesa prima di entrare nel gioco della produttività. I bambini entrano a scuola a sei anni, a diciotto vanno all’università, e a ventiquattro, venticinque anni sono pronti per l’organizzazione produttiva. Mi piacerebbe davvero sapere che cosa hanno imparato nel frattempo. Se appartengono a una determinata classe sociale, hanno imparato a esercitare il potere, a dare ordini e contrordini a quelli meno fortunati. E’ la logica della struttura sociale in cui viviamo. Le istituzioni di cui abbiamo parlato non sono altro che una rete destinata a difendere la struttura dello Stato, servono cioè allo Stato, non al cittadino. Evidentemente in una situazione come questa o eliminiamo queste istituzioni o le trasformiamo perché diventino utili ai cittadini, perché rispondano ai loro bisogni.

 La logica della relazione del malato con il medico è sempre la stessa, la dipendenza del malato dal medico. Evidentemente non si tratta di una relazione di reciprocità, e se non c’è reciprocità, non c’è libertà tra due persone. Il problema diventa come cambiare questo tipo di relazione.

 Penso che possiamo cambiarla nel momento in cui capiamo ciò che determina questa relazione di potere. Possiamo parlare della scuola, dell’università, del carcere, dell’ospedale e anche della famiglia. In tutte queste istituzioni esistono due poli, uno che domina e l’altro che è dominato. Prendiamo per esempio la relazione padre-figlio. Il bambino chiede al padre il perché di ogni cosa; nella maggioranza delle famiglie la risposta dei genitori è “mangia e stai zitto”. Così il ragazzino si abitua fin dall’infanzia a introiettare questa relazione di potere e a mettersi in una posizione di inferiorità, aspettando il momento in cui potrà, a sua volta, dominare il figlio.

 Anche nella scuola si riproduce lo stesso meccanismo. […]

 Ciò che mettiamo in discussione nei rapporti di cui abbiamo parlato è un problema, una contraddizione ben precisa, la contraddizione tra sapere e potere. L’insegnante ha alcune conoscenze, ma soprattutto ha potere. […] Finché non cambia la relazione di potere, non potranno cambiare le condizioni della salute, della vita. Saremo sempre più malati, sempre più folli, sempre più bambini e non saremo mai persone, perché chi comanda determinerà sempre il nostro pensiero in un’unica direzione, e uno più uno farà sempre due.

 

 

 In un certo senso, viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo dentro questo manicomio, internati che lottano per la libertà. Ma non possiamo sperare nei liberatori, perché se speriamo in loro saremo ancora una volta imprigionati e oppressi. E’ la stessa storia dell’operaio che non può sperare che la direzione del sindacato lo liberi. E’ lui stesso che deve lottare e dare ai dirigenti del sindacato gli elementi per liberarlo. E’ questa la nostra funzione di leader in una società in cambiamento. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perché facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni.

 

 

 Se vogliamo uscire da questa situazione dobbiamo tentare di costruire un nuovo umanesimo, dobbiamo dare una nuova forma all’uomo, dobbiamo creare i presupposti per cui l’altro uomo non sia un nemico. Il medico è davvero un nemico del folle non perché il medico sia cattivo o perché la medicina sia in sé portatrice di male.. E’ che tanto la malattia quanto il medico ripropongono, nel contesto della malattia, la medesima violenza e oppressione che esiste nella vita quotidiana. Che differenza c’è tra il direttore di un ospedale psichiatrico e il padrone di una fabbrica? Nessuna. Tutti e due hanno una catena di montaggio da far rispettare. Noi non vogliamo la catena di montaggio. Non vogliamo essere capi di una squadra di lavoratori, e neppure pastori di anime.. Per noi il malato è una persona intera, non un fantoccio. E’ una persona reale che soffre e che ha molti bisogni, ma questo non si può coglierlo da una prospettiva genericamente umanitaria, ideale, astratta, ma nelle concrete relazioni del nostro lavoro, nella nostra realtà materiale e storica.

 

 

 In una città come San Paolo, la prima cosa è che i tecnici capiscano la logica di morte dello Juqueri. La nuova tecnica di gestione della follia potrà venir fuori solo dalla trasformazione dello Juqueri. Non si distrugge nulla trasportando le persone in altri manicomi o in altri luoghi. E’ una mistificazione, un’assurdità. La trasformazione avverrà quando, giorno dopo giorno, distruggeremo i meccanismi dell’istituzione. E questo deve accadere con la partecipazione della comunità. Non so quale tecnica servirà per la distruzione dei manicomi brasiliani. Ma non sarà né inglese, né francese, né italiana e tantomeno americana. Sarà una tecnica brasiliana. E’ di questo che il Brasile ha bisogno.

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