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Paulo Freire con noi oggi

Rilettura della "Pedagogia degli Oppressi" per un cammino di liberazione

Paulo Freire con noi oggi

Rilettura della "Pedagogia degli Oppressi"
per un cammino di liberazione


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INTRODUZIONE

Paulo Freire

Paulo Freire è stato uno dei maggiori pedagogisti del nostro tempo, promotore della pedagogia della liberazione e della speranza, il cui messaggio può essere così sintetizzato:

Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo”.

Nato a Recife nel 1921 si laurea in giurisprudenza, ma l’incontro con Elza, maestra e sua futura moglie, gli fa abbandonare ben presto la carriera da avvocato per dedicarsi all’educazione.
Dal 1946 al 1954 lavora come direttore e più tardi come sovrintendente del dipartimento di Educazione e Cultura di Pernanbuco, dove inizia le sue esperienze educative e il lavoro di alfabetizzazione con gli adulti.
In collaborazione con il Movimento di Cultura Popolare di Recife sviluppa il suo particolare metodo didattico che porta ad alfabetizzare 300 adulti in un mese e mezzo, per cui il Governo Federale decide di estendere l’azione educativa in tutto il territorio brasiliano.
Nel 1964, in seguito al Colpo di Stato, s’interrompe la campagna di alfabetizzazione e Freire viene incarcerato come sovversivo intenzionale. Uscito dal carcere si rifugia nell’ambasciata di Bolivia per iniziare un lungo esilio. In Cile si ferma dal 1964 al 1969. Lavorando come professore all’Università di Santiago, scrive le sue opere più importanti: "L’educazione come pratica di libertà", in cui riporta le esperienze realizzate in Brasile e "La Pedagogia degli Oppressi".
Nel 1969 viene nominato esperto dell’Unesco, partecipa a numerosi programmi di alfabetizzazione per gli adulti in vari paesi africani e solo dopo 17 anni di esilio rientra in Brasile dove prosegue lo sviluppo della sua teoria pedagogica. Nel 1986 gli viene assegnato il premio Educazione dell’Unesco. Muore il 3 maggio 1997 nel suo paese di nascita.

Paulo è sempre stato una persona cordiale. Poteva non condividere le idee, ma rispettava la persona e anche il pensiero di quegli uomini e quelle donne che non concordavano con lui. A volte, egli stesso si autodefinì un “bambino connettivo”, capace di connettere attraverso il dialogo con persone di opinioni opposte. La pedagogia del dialogo che praticava si fonda su una filosofia pluralista. Pluralismo non significa eclettismo o assumere posizioni “sdolcinate”, come usava dire. Significa avere un punto di vista e, a partire da questo dialogare con gli altri. È questo atteggiamento che salvaguarda la coerenza della sua pratica e della sua teoria. Paulo era soprattutto un umanista. Potrebbe essere questo l’unico modo di “classificarlo” oggi. Non ci sono dubbi: Paulo Freire fu un grande umanista.

(M. Gadotti. Premessa alla nuova edizione italiana della Pedagogia degli oppressi. EGA, Torino 2002)

 

La pedagogia degli Oppressi

L’obiettivo dell’educazione è «emancipare gli uomini»: ciò significa dare loro il diritto e il potere della parola e formarli nella liberazione e per la libertà. Questo deve avvenire soprattutto per gli «oppressi», che vanno risvegliati, col metodo «Freire», alla «coscientizzazione», alla presa di coscienza e alla presa di parola, collettivamente gestita. Infatti il metodo Freire è un metodo di socializzazione, di dialogo, di risveglio delle classi più povere, in modo da farle entrare operativamente, costruttivamente nella cultura: nell’uso della cultura e nella sua produzione. In questi soggetti umili e deboli e nelle società che essi abitano bisogna cancellare la «paura della libertà» e dar vita a soggetti radicali, che sono impegnati nella «liberazione degli uomini» e che vogliono trasformare la realtà sociale dell’oppressione; che stanno vicino al popolo, tramite un «dialogo con lui», «si impegnano» con gli oppressi per «lottare con loro».
In tale percorso pedagogico si contrappongono umanizzazione e disumanizzazione, si dispiega il valore del dialogo, e si afferma il metodo della «coscientizzazione», in modo da realizzare quella «liberazione nella comunione» che rende l’educazione «problematizzante», intesa a formare l’uomo come soggetto aperto, rivolto alla sua «permanente ricerca di “essere di più”». Allora proprio la dialogicità contrassegna l’educazione, deve contrassegnarla, e pone al centro la «collaborazione», l’«unire per liberare», l’«organizzazione», la «sintesi culturale».
La pedagogia degli oppressi esprime una forte «fede negli uomini» e «nella creazione di un mondo dove sia meno difficile amare». Liberazione e utopia qui si saldano strettamente e operativamente.

  (Franco Cambi, Le pedagogie del Novecento. Laterza, Roma 2005)


Una “rilettura”

La pedagogia degli oppressi” viene pubblicata per la prima volta in Brasile nel 1968 (l’edizione italiana è del 1971). Il lavoro pedagogico di Freire si sviluppa in un Brasile dove si sta scatenando la lotta dei contadini per la terra e dove l’analfabetizzazione, che mantiene le masse popolari schiacciate dall’ignoranza, permette alla classe dirigente uno status quo che sembra immodificabile. La realtà brasiliana di quegli anni è ben diversa dall’odierna situazione italiana. “Sono passati più di trent’anni, incalzati da cambiamenti epocali: globalizzazione finanziaria e nuove fasce di esclusione, la comunicazione invasa dalle tecnologie informatiche, il “divario digitale” e soprattutto il disincanto. C’è ancora spazio per il pensiero e il metodo di Paulo Freire nel senso di affrontare la sfida di oggi?” (L. Bimbi in Freire 2002). Perché parlare ancora di Paulo Freire? Perché continuare ad avvicinarsi alla sua visione dell’educazione? Chi sono gli oppressi che oggi popolano le nostre città? E noi siamo consapevoli delle situazioni di oppressione, delle nostre azioni da oppressori?

Quest’opuscolo nasce dal desiderio di provare a dare qualche risposta, o anche solo di mantenere viva una prospettiva critica che si chiede il perché delle situazioni. Abbiamo fatto nostra la modalità di avvio della ricerca pedagogica di Freire: “Gli uomini scoprono di sapere poco di sé, del proprio posto nell’universo, e sono inquieti perché vogliono sapere di più. Del resto, una delle ragioni di questa ricerca è esattamente la coscienza di sapere troppo poco di sé. Quando si riconoscono in questa tragica ignoranza, si pongono come problema a se stessi, indagano, rispondono, e le loro risposte li portano a nuove domande”.

In occasione dell’apertura del Centro di Documentazione “Paulo Freire” con i Missionari Comboniani di Padova abbiamo deciso, dunque, di dare avvio a un’attività di ricerca e di riflessione. Presentiamo questo lavoro nel corso di una giornata di studio dedicata a Freire, con la volontà di contribuire, nel nostro piccolo, alla promozione della conoscenza della sua figura e del suo operato. Per la sua realizzazione ci siamo serviti soprattutto del materiale in consultazione presso il Centro.
È un libretto scritto a più mani, in cui sono confluiti spunti di riflessione, osservazioni, domande, risposte, nate dal confronto, dalla curiosità e dalle esperienze  non di esperti pedagoghi, ma di persone che hanno preso a cuore il progetto educativo e umanizzante di Freire.
La pedagogia degli oppressi” è stata per noi una lente d’ingrandimento, una chiave di lettura, di rilettura critica, della realtà socio-politica italiana e in generale delle condizioni politico-economiche mondiali.
Il testo è suddiviso in tre parti che riprendono alcune parole chiave della Pedagogia degli Oppressi e che seguono lo sviluppo del suo pensiero.
La prima parte tratta di ciò che l’autore chiama UMANIZZAZIONE; fin dalle prime pagine Freire mette in luce lo scopo di fondo dell’educazione: indurre gli uomini “a essere di più”, cioè a sviluppare pienamente le proprie potenzialità allo scopo di non essere più vittime passive del sistema, bensì esseri pensanti tesi a produrre dei cambiamenti.
Ciò è reso possibile solo attraverso un processo di COSCIENTIZZAZIONE, che comporta la presa di consapevolezza di ogni individuo rispetto alla propria condizione personale e collettiva.
Queste sono condizioni indispensabili, ma non sufficienti, per provocare il cambiamento che necessita di un’azione concreta: la PRASSI.
Ogni capitolo, pur nella diversità dello stile e delle scelte degli autori,  segue uno schema di lettura:

  • Contestualizzazione: approfondiamo il contesto dal quale estrapoliamo la parola chiave.
  • La parola a Freire: ci mettiamo in ascolto di una parola che ci interpella .
  • Riflessione e Attualizzazione: proponiamo alcuni spunti che la parola di Freire offre alla nostra vita oggi

 

[...]

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CONCLUSIONI

Racconta Paulo Freire che ai primi incontri con le donne e i contadini per imparare a leggere e scrivere non bastava un foglio intero per poche sillabe. E poi quanti buchi!
Si cominciava proprio così a rialzare la testa e la dignità per dire “Sì posso farcela”! “Anch’io valgo!”. “Ora sono cosciente di quello che accade attorno a me e del perché”.

Si dice anche che alcuni educatori in Brasile raccontavano ai ragazzi che la vita è come una matita:

Un bambino guardava il suo educatore mentre scriveva su un foglio e gli chiese: stai scrivendo qualcosa su di me?”. L’educatore sorrise e disse: “Certo, ma più importante delle parole è la matita che sto usando perchè, vedi, ha cinque qualità che sono fondamentali anche per noi per imparare a vivere:

  • possiamo scrivere e fare grandi cose ma c’è sempre una mano che guida i nostri passi
  • ogni tanto dobbiamo affilare la punta, si soffre, ma poi saremo persone migliori
  • a volte c’è da correggere qualcosa per aggiustare il tiro nel cammino della giustizia
  • ciò che davvero è importante è la parte interiore, quella che permette di scrivere le pagine più belle della vita
  • sempre lasciamo un segno nelle cose che facciamo nella vita.

E allora cerca di essere cosciente di ogni azione che fai!”


Ci insegna Don Milani a Barbiana che preparare insieme una lettera con un lungo lavoro di scrittura collettiva è un esercizio di partecipazione, è un sentirsi causa comune con un progetto dove tutti portano il proprio contributo. Nessuno escluso.

E possiamo raccontare tutti noi che ci sono storie e parole che ci coinvolgono affettivamente perché dietro c’è un’esperienza, una storia… magari lacrime o gioia. Parole dette o ascoltate, associate alla vita di ogni giorno e alle persone care che ce le hanno stampate dentro. Con una voce particolare, in un momento forse speciale, nel luogo che portiamo nel cuore sin da quando eravamo piccoli. O forse perché dietro si nasconde un sogno, un’attesa, una speranza.
Noi ne abbiamo scelte tre e abbiamo cercato di sviscerarle perché ci comunicano altrettante speranze ed esigenze del nostro tempo:

  • rendere più abitabile, umano e giusto questo nostro pazzo mondo
  • prendere coscienza delle realtà in cui viviamo, dei problemi e delle loro cause
  • avere parte attiva in un processo di trasformazione comunitaria dei meccanismi di ingiustizia e oppressione

Non siamo giunti a delle verità, anzi, ci sentiamo ancora di più in ricerca e bisognosi delle verità degli altri. Vorremmo confrontarci per questo con quanti credono che non si possa procedere così ma è tempo di incontrarsi, riflettere e agire insieme per praticare la giustizia.
Vogliamo invece essere una sveglia fastidiosa per quanti si sono accontentati o dormono tranquilli perché è tempo di vivere a testa alta e non di sopravvivere mirando in basso.

A tutti, nessuno escluso, vogliamo infine proporre con umiltà e rispetto una Parola Viva, non magica, ma capace di trasformare se invocata, meditata, fatta propria. Parola del Dio di Gesù di Nazaret che cammina con tutti gli oppressi del mondo verso la libertà e la vita piena:

La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4,12)

 

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