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Mons. Leonidas Proaño

“LA REVOLUCIÒN DEL PONCHO”

Mons. Leonidas Proaño:
“LA REVOLUCIÒN DEL PONCHO”

"di fronte a una moltitudine
che vive in condizioni di povertà e di miseria,
la cosa più importante è indirizzare ogni sforzo
per elevare questo popolo che soffre"

Mons. Leonidas Proaño

«Tu... te ne vai...
però restano
gli alberi che hai seminato,
come restano
gli alberi
che altri hanno seminato prima di te.
Gli alberi
daranno frutto
e daranno anche semi.
I semi
coltivati
si trasformeranno in alberi.
Tu... te ne vai...
però restano
gli alberi che hai seminato:
più alberi
e più frutti.
E più semi fecondi».

“LA REVOLUCIÒN DEL PONCHO”

- Biografia
29 gennaio 1910 - 31 agosto 1988

- Diciassette vescovi "sovversivi" dietro le sbarre
[...] L'irruzione fu fulminea e colse tutti di sorpresa: il futuro premio Nobel Adolfo Perez Esquivel e sua moglie, i preti e le suore, il teologo belga José Comblin, e i diciassette vescovi latinoamericani presenti. Rimasero con gli occhi sgranati, prima perplessi e poi sempre più spaventati dalle grida minacciose dei militari, che urlavano «Vamonos, vamonos!». L'unico che riuscì a mantenere un po' di sangue freddo fu il padrone di casa: «Avete bisogno di qualcosa?» chiese monsignor Leonidas Proaño, vescovo della diocesi di Riobamba, pensando che i militari stessero dando la caccia a un ricercato[...]

- Chi era Leonidas Proaño?
[...]«imparai il significato della semplice fraternità tra poveri: mettere in pratica un aiuto reciproco, generoso e delicato, tra vicini». «l'inizio delle comunità di base in Brasile si deve a questa filosofia popolare, la filosofia dei poveri, che si esprime così: un povero aiuta un altro povero e, in tal modo, tutto si aggiusta».[...]

- Vita da prete
[...]«però trovò poi la maniera per farmi vedere con le buone che non mi conveniva impicciarmi in queste questioni, aggiungendo che una petizione simile rappresentava un attentato contro la proprietà privata».[...]
[...]“A qualcuno che vedesse il nostro settimanale, potrebbe apparire pretenzioso il titolo che porta. Potrebbe credere che ci presentiamo al pubblico con un'aria da maestri infallibili. Non è questo, senza dubbio, il nostro atteggiamento. Partiamo da un punto più profondo, più sincero, più umile: partiamo dalla nostra condizione di indigenti, andiamo in cerca della verità, come l'assetato in cerca dell'acqua, come l'uccello in cerca degli spazi aperti, come il fiore in cerca della luce”[...]

- Taita-amito
[...] Tra le due ali di folla si fa largo una piccola figura cenciosa: è un indio, sporco in viso e coperto da un poncho smandrappato, che si avvicina al finestrino dell'auto e, rivolto al vescovo, lancia uno stupefacente grido di giubilo: «Por fin has venido, taita-amito!».
Le parole di questo sconosciuto indio («alla fine sei arrivato, papa-padroncino») risuoneranno per molto tempo nelle orecchie di Proano. Taita-amito è l'appellativo con cui i quechua chiamano i parroci delle comunità indigene [...]

- La "luna di miele" è finita
[...] Si discute in piccoli gruppi e ci si confronta poi in assemblea. Infine ci si apre a tematiche che travalicano i confini nazionali... Queste novità non vengono apprezzate da tutti i sacerdoti della diocesi. I cambiamenti mettono a rischio preziosi privilegi [...]

- Al Concilio Vaticano II (1962-65)
[...] Il Concilio insegnò invece che era concepibile una Chiesa svincolata dal controllo dei Grandi, libera per difendere i poveri ed evangelizzare, senza quelle restrizioni create per non entrare in conflitto con le gerarchie [...]

- La "lettera rossa"  
[...] "dobbiamo essere meno statici e più dinamici; meno amministratori e più pastori; meno lottatori e più aperti; meno occupati in opere d'ornamento e più operai della Chiesa di Cristo" [...]

- Tu... te vas
[...] "Ho lottato per la giustizia, perche Egli è la giustizia" [...]

- sito con omelia in spagnolo di Proaño


 

BIOGRAFIA:

29 gennaio 1910

Leonidas Eduardo Proano Villalba nasce a San Antonio de Ibarra, Ecuador, da Agustin Proano Recalde e Zoila Villalba Ponce.

1917-1923

Frequenta la scuola elementare "Juan Montalvo".

1923-1930

Continua gli studi ai seminario minore "San Diego" di Ibarra.

1 ottobre 1930

Perfeziona la propria formazione sacerdotale ai seminario maggiore di Quito.
4 giugno 1936Viene ordinato sacerdote. Nominato cappellano della scuola dei fratelli cristiani e professore del seminario "San Diego". Con padre Carlos Suarez Veintimilla si occupa dell'organizzazione della JOC, Gioventù operaia cristiana.
ottobre 1941Fonda la libreria Cardjin.

14 maggio 1944

Fonda ii periodico «La Verdad», che nel marzo 1952 diventerā quotidiano.
2 agosto 1947 Viene nominato canonico di Ibarra.

26 maggio 1954

29 maggio 1954

15 agosto 1954

Viene consacrato vescovo nella cattedrale di Ibarra e destinato alla diocesi di Riobamba, che a quel tempo porta ancora ii nome di diocesi di Bolivar.

Arriva a Riobamba per prendere possesso della diocesi.

Scrive la sua prima lettera pastorale sulla creazione del seminario minore "La Dolorosa".

1 maggio 1955

Fonda la rivista «Mensaje», espressione ufficiale della diocesi di Riobamba, che esce fino ai 1961.

17marzo 1957Seconda lettera pastorale, sulla Quaresima.

20 aprile 1958


14 maggio 1958


Terza lettera pastorale, dedicata alla politica.

Crea la casa indigena "Nuestra Senora de Guadalupe" e la affida alle cure delle madri laurite.
Nasce ii gruppo sacerdotale "Juan XXIII".
Viene nominato delegato sostituto ai Consiglio episcopale
latinoamericano. Diventerà poi delegato titolare.

1 ottobre 1960Fonda ii Centro de estudios y acciōn social (CEAS).

29 gennaio 1961

Scrive la sua quarta lettera pastorale, in occasione del primo
centenario della diocesi di Riobamba.
1962

19 marzo 1962

Partecipa ai Concilio Vaticano II.

Fonda le Escuelas radiofonicas populares del Ecuador (ERPE).
Crea ii Centro Tepeyac.

1964-1968Presiede ii Dipartimento di pastorale d'insieme del CELAM.

11 luglio 1964

Introduzione della prima legge di riforma agraria in Ecuador.

28 marzo 1965

 

Dirige la "Missione radiofonica" a Riobamba per 246 assem-blee cristiane.

Fonda e dirige l'Istituto pastorale latinoamericano (IPLA). Inizia la formazione delle comunita ecclesiali di base nella diocesi di Riobamba.

20 luglio 1968

agosto 1968

Fonda l'hogar Santa Cruz, casa di formazione comunitaria della diocesi.

Partecipa alla II Conferenza dell'episcopato latinoamericano, organizzata dal CELAM, che si tiene a Medellin, in Colombia.
Dà vita all'Equipo misionero itinerante di Riobamba.

20 agosto 1970

 

Alla ERPE inizia ii programma radiofonico settimanale «Hoy y Manana».

Partecipa alla I Convenzione nazionale dei presbiteri. A Tepeyac nasce ii movimento contadino nazionale Ecuarunari.

aprile 1973

II salesiano Jorge Casanova, incaricato dal Vaticano, svolge una visita apostolica nella diocesi di Riobamba.
Nel Chimborazo esplodono violenti conflitti per la terra. A Toctezinin i militari attaccano i contadini. Muore ii dirigente indigeno Lazaro Condo. II vicario generale della diocesi, padre Agustin Bravo, viene arrestato insieme ad alcuni sacerdoti e dei catechisti.

12 agosto 1976

La polizia agli ordini della dittatura militare ecuadoriana irrompe nella casa Santa Cruz e arresta monsignor Leonidas Proaño e altri sedici vescovi di diversi paesi latinoamericani, che si trovavano a Riobamba per un incontro pastorale.

7 novembre 1978

Fonda e presiede ii Frente de solidaridad de Chimborazo.

1 febbraio 1979

Partecipa alla III Conferenza dell'episcopato latinoamericano che si svolge a Puebla, in Messico. Collabora alla stesura del documento dedicato alla Visione socio-culturale della realtā latinoamericana.

25 marzo 1980

 

Si reca a San Salvador per i funerali di monsignor Oscar A. Romero, arcivescovo della capitale salvadoregna, assassinato mentre celebrava la messa.

Fonda ii Movimiento indigeno de Chimborazo (MICH).

29 gennaio 1985

1 febbraio 1985

maggio 1985

AI compimento del 75° anno di etā, presenta ai Vaticano la sua rinuncia alla diocesi di Riobamba.

Viene nominato responsabile del Dipartimento di pastorale indigena della Conferenza episcopale ecuadoriana.

Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la pace 1980, propone monsignor Proaño come candidato per l'edizione del premio del 1986.

22 febbraio 1986

Elabora ii "Piano nazionale di pastorale indigena", approvato poi daiļa Conferenza episcopale.
29 maggio 1988

luglio 1988

12 agosto 1988

31 agosto 1988

A Pucahuaico inaugura ii Centro di formazione delle misioneras indigenas.

Si reca in Austria per ricevere ii premio "Bruno Kreisky" per la difesa dei diritti umani.

Costituisce la Fundaciōn pueblo indio del Ecuador.

Dopo una lunga malattia, muore a Quito. Viene sepolto a
Pucahuaico, ai piedi del vulcano Imbabura


Diciassette vescovi "sovversivi" dietro le sbarre

Pomeriggio inoltrato, agosto, le pendici andine facevano da corona alla piccola valletta, con i 6310 metri del Chimborazo sullo sfondo. I quaranta poliziotti in borghese che avanzavano verso la casa  non facevano caso alla luminosa quiete circostante. Armati di mitragliatori e bombe lacrimogene, avevano circondato l’hogar Santa Cruz con la stessa circospezione che avrebbero usato per l'assalto a un covo di pericolosi terroristi. L'irruzione fu fulminea e colse tutti di sorpresa: il futuro premio Nobel Adolfo Perez Esquivel e sua moglie, i preti e le suore, il teologo belga José Comblin, e i diciassette vescovi latinoamericani presenti. Rimasero con gli occhi sgranati, prima perplessi e poi sempre più spaventati dalle grida minacciose dei militari, che urlavano «Vamonos, vamonos!». L'unico che riuscì a mantenere un po' di sangue freddo fu il padrone di casa: «Avete bisogno di qualcosa?» chiese monsignor Leonidas Proaño, vescovo della diocesi di Riobamba, pensando che i militari stessero dando la caccia a un ricercato. Nessuno rispose. Le urla, gli spintoni e gli insulti continuarono fino a che il gruppo - in totale, cinquantasei persone - fu caricato di forza su un autobus. Poco dopo, una colonna di auto della polizia scortava verso Quito, duecento chilometri più a nord, il suo carico di "pericolosi" prigionieri. Sul tavolo del salone dell'hogar Santa Cruz rimase l'oggetto del reato: varie copie, annotate in maniera vistosa e sospetta, del Vangelo. Vangelo sovversivo.
La cattura di diciassette vescovi cattolici per ordine della giunta militare al potere in Ecuador, il 12 agosto 1976, fece in breve tempo il giro del mondo. I poliziotti avevano tralasciato di prelevare Amanda, la moglie di Perez Esquivel, un paio di persone di servizio che lavoravano a Santa Cruz e una suora, Nelly Arrobo Rodas. Amanda salì al piano superiore e spalancò la stanza di suor Nelly: «Se li sono portati via tutti» disse ancora allibita. Nelly prese il telefono e in qualche ora avvertì amici, conoscenti, autorità ecclesiastiche e civili, nel paese e all'estero. Il tam tam fu rapidissimo e, nel giro di ventiquattr'ore, la notizia attraversò gli oceani, suscitando indignazione, proteste diplomatiche e la mobilitazione di gruppi e comunità cristiane.
Perché la dittatura militare ecuadoriana si era spinta a tanto? Perché un gesto simile, mai osato altrove, nella cattolicissima America Latina? Quali erano i "reati" di quei diciassette prelati? E qual era l'obiettivo di una tale prova di forza? Una prima risposta, che sarà poi quella fornita ufficialmente dai militari ecuadoriani, arrivò all'una e mezza di notte, quando monsignor Proaño, da solo, fu sottoposto a un interrogatorio davanti al sottosegretario del Ministero dell'interno, Xavier Manrique.
Durante il viaggio verso Quito, il vescovo di Riobamba era stato separato dal resto del gruppo. Sulla corriera trasformata in prigione viaggiante erano rimasti preti, religiosi, laici e sedici attoniti vescovi:
[Enrique Alvear, ausiliare di Santiago del Cile; Antonio Fragoso, vescovo di Crateus (Brasile); Mariano Parrà, di Cumanà (Venezuela); Samuel Ruiz, di San Cristobal de las Casas (Messico); Pablo Rovaio, ex vescovo di Zacatecas (Messico); Ferrando Ariztia, di Copiapó (Cile); Sergio Méndez Arceo, di Cuernavaca (Messico); Vicente Zazpe, di Santa Fé (Argentina); Ramón Bogarin, di San Juan Bautista de las Misiones (Paraguay); Candido Padìn, di Bauru (Brasile); Carlos Gonzales, di Talea (Cile); e l'unico vescovo dell'Ecuador presente all'incontro oltre Proano, cioè monsignor Victor Garaygordóbil, della diocesi di Los Rios. Infine gli "ospiti" che risulteranno più scomodi per il governo ecuadoriano, quattro vescovi statunitensi, yankee purissimi nonostante i nomi ispanici: Robert Sanchez, arcivescovo di Santa Fé; Gilbert Chavez, ausiliare di San Diego; Patrick Flores, vescovo di San Antonio, e Juan Arzube, ausiliare di Los Angeles.]
La corsa dell'autobus terminò alle 11 di notte davanti alla caserma del Reggimento Quito n. 2. Il gruppo dei prigionieri fu scaricato tra due ali di poliziotti armati e con cani da guardia al guinzaglio. Furono presi i nomi di ciascuno.
Proaño aspettava fuori dalla porta dell'ufficio del ministro dell'interno, controllato a vista dai poliziotti. Quando, dopo più di quattro ore di attesa, il vescovo fu fatto passare nell'ufficio, si trovò di fronte il sottosegretario Manrique, un gruppo di alti ufficiali dell'esercito golpista e, particolare sorprendente, il nunzio apostolico in Ecuador, monsignor Luigi Accogli, la cui avversione aveva già avuto modo di sperimentare negli anni precedenti.
Il diplomatico vaticano prese la parola per primo: «Che cosa è successo?» chiese rivolto al vescovo.
«È quello che vorrei sapere io, perché non ci hanno spiegato nulla» rispose Proaño deciso.
A quel punto Manrique diede sfogo a una valanga di accuse: gli stranieri erano entrati illegalmente in Ecuador e si stavano immischiando in faccende politiche inteme del paese; la riunione di Riobamba era sovversiva, era segreta, tanto che anche la curia di Quito non ne era a conoscenza; infine, a Santa Cruz erano stati sequestrati documenti della riunione assai "compromettenti", che provavano i sospetti del governo.
La replica di Proaño fu tagliente: «State vedendo fantasmi». Tutti gli stranieri erano entrati legalmente nel paese, presentando i propri regolari passaporti agli aeroporti di Quito o di Guayaquil. Il sottosegretario lo incalzò: perché non indossavano l'abito di vescovi ma viaggiavano in incognito? E perché ad attenderli c'erano persone che portavano una fascia bianca al braccio? Perché ogni ospite aveva in tasca un numero di telefono al quale rivolgersi «in caso di problemi»?
La riunione non era sovversiva né tantomeno segreta, insistette il vescovo di Riobamba. Era solo una riunione informale, tra amici, per riflettere insieme su questioni pastorali di comune interesse. I vescovi non indossavano l'abito perché forse era scomodo per viaggiare. Le persone che li attendevano agli aeroporti erano operatori pastorali della diocesi incaricati di accogliere gli ospiti e trasportarli in auto a Riobamba. Indossavano delle fasce bianche per farsi riconoscere. Pur non essendo un incontro ufficiale - aggiunse Proaño - le autorità ecclesiastiche erano perfettamente a conoscenza del suo svolgimento: erano state informate a tempo debito la Santa Sede, varie conferenze episcopali latinoamericane, la Conferenza episcopale ecuadoriana e l'arcivescovo di Quito, cardinale Pablo Muñoz Vega.
Un ufficiale prese dalla scrivania un foglio che era stato sequestrato insieme a vari documenti sul tavolo della riunione di Santa Cruz. Iniziò a leggere citando riferimenti ad «armi leggere» e «armi pesanti». Proaño si fece porgere il foglio e, dopo averlo scorso, disse: «Leggete bene. È un volantino del Movimento internazionale nonviolento. Non è uno dei documenti di lavoro dell'incontro. Inoltre, qui si usa la terminologia militare "armi leggere" e "armi pesanti" non per significare le armi che uccidono, ma nel senso di azioni nonviolente primarie e secondarie». La "rivelazione" creò sconcerto e delusione tra gli alti gradi.
L'interrogatorio andò avanti fino alle due e mezza. Manrique chiese al nunzio che venissero prese delle sanzioni canoniche nei confronti del "reo".
Monsignor Accogli si congedò per andare a fare visita al resto dei prigionieri che, in segno di protesta per le violenze arbitrarie e di solidarietà con monsignor Proaño, la cui sorte era incerta, avevano rifiutato il cibo e le bevande che i militari avevano offerto loro. L'incontro del nunzio con i vescovi fu piuttosto naif, come raccontarono alcuni testimoni alla rivista cattolica spagnola «Vida Nueva», «la notizia più strabiliante fu che ci comunicò che "non eravamo detenuti" ma piuttosto "invitati a un dialogo" e che in seguito "avremmo avuto la libertà di lasciare il paese"». I vescovi reagirono duramente contestando il comportamento troppo morbido verso il regime del rappresentante vaticano, rigettando tutte le false accuse dei militari e chiedendo che venisse immediatamente avvertita la Santa Sede.
La notte tra il 12 e il 13 agosto passò tra proteste e timori. La mattina successiva Proaño viene riunito al gruppo dei vescovi. Circola la voce che gli stranieri stiano per essere espulsi come "indesiderati". A Riobamba si svolgono manifestazioni di piazza per la liberazione dei detenuti. Il nunzio preme per una rapida e indolore chiusura dell’ “incidente". Il cardinale Muñoz Vega fa una breve visita ai prigionieri, così come i rappresentanti delle ambasciate della Germania e degli Stati Uniti, che stanno marcando stretto la giunta militare ecuadoriana. Nel tardo pomeriggio si tiene una riunione tra il nunzio, il comitato permanente della Conferenza episcopale e il sottosegretario agli interni. Subito dopo il cardinale Muñoz Vega e monsignor Accogli tornano a fare visita ai prigionieri, portando buone notizie: tutto il gruppo sarebbe stato messo in libertà, senza alcuna sanzione e senza espulsioni forzate. La vicenda volge al termine con un brusco dietro-front del regime. Alle nove e mezza di sera, alcuni poliziotti della caserma del Reggimento Quito n. 2 invitano i quaranta di Riobamba a un brindisi, con relativa cena di addio.
II 14 agosto, all'indomani della liberazione, quasi tutti gli stranieri presenti all'incontro di Riobamba ritornarono nei loro paesi. La vicenda si era chiusa presto e senza drammatiche conseguenze. I motivi di questa repentina marcia indietro del regime sono di vario ordine. La giunta aveva sottovalutato l'impatto di un'azione militare così eclatante sull'opinione pubblica ecuadoriana e internazionale, che aveva reagito molto rapidamente con indignate proteste. Aveva anche sottovalutato l'effetto-boomerang della presenza, tra i detenuti, di prigionieri stranieri eccellenti: belgi, tedeschi e soprattutto statunitensi (tre vescovi e un arcivescovo).


Chi era Leonidas Proaño?

Vescovo di Riobamba, cittadina fredda e misera, molesto per le autorità politiche ed ecclesiastiche, ai tempi dei fatti di Santa Cruz, Proaño aveva 66 anni ed era alla guida della diocesi da ventidue. Era nato il 29 gennaio 1910 a San Antonio de Ibarra, nella provincia di Imbabura, nel nord del paese.
Quando nacque Leonidas Proaño Villalba, nelle due o tre grandi città dell'Ecuador, si viveva una sorta di belle époque da esportazione: si stavano introducendo i primi tramvai, portati dall'Europa dall'impresa Cordovez-Ricaurte y hermanos, e si stava inaugurando il servizio di acqua potabile. A Quito governava - ancora per poco - il presidente Eloy Alfaro, salito al potere nel 1895 con la rivoluzione liberale, appoggiata dalla nascente borghesia e da vasti settori popolari contro la vecchia oligarchia latifondista legata alla Chiesa. Alfaro aveva promosso una politica di riforme e una progressiva laicizzazione del paese: liberazione degli indios incarcerati per debiti, espropriazione di parte delle terre della Chiesa (che era padrona di una buona fetta dell'Ecuador), introduzione del divorzio, abolizione dei rapporti di sudditanza feudale cui erano sottoposti i campesinos. Nel 1911, però, Alfaro veniva deposto da una rivolta militare, riparava all'estero, poi rientrava in patria per finire scannato da una folla di sostenitori della "restaurazione cattolica» nel parco El Ejido della capitale. Per l'Ecuador fu come un brusco ritorno al Medioevo.
L'eco di questi travagli politici arrivava assai attutito tra le viuzze strette e squadrate di San Antonio.

«Sono figlio di una famiglia povera» racconta Proaño nella sua autobiografia. «Provai, come tutti i poveri, ciò che significa patire la fame e vivere in ristrettezze. Però imparai anche a sopportare le privazioni senza lagni né invidie». La madre, Zoila Villalba, lo manda spesso da questi o quei vicini con un piatto avvolto in un fazzoletto, annodato in cima: «I miei genitori vi mandano questi fagiolini teneri, para que se sirvan» doveva dire il chiquillo Leonidas. «Il dono poteva essere diverso: mais, fagioli, piselli, patate. Il messaggio era sempre lo stesso» racconta Proaño. In questo modo, «imparai il significato della semplice fraternità tra poveri: mettere in pratica un aiuto reciproco, generoso e delicato, tra vicini». D'altronde, ragiona il vescovo, «l'inizio delle comunità di base in Brasile si deve a questa filosofia popolare, la filosofia dei poveri, che si esprime così: un povero aiuta un altro povero e, in tal modo, tutto si aggiusta».
Leonidas vive un'infanzia felice. Il padre, Agustìn Proano Recalde, che è costretto a lavorare quasi giorno e notte per mantenere l'unico figlio agli studi, si preoccupa di insegnargli l'umiltà e la fatica manuale. I genitori, per sbarcare il lunario, intrecciano cappelli di paglia di Panama. Allora i clienti erano per lo più contadini, che portavano il sombrero - come tutti gli ecuadoriani - per ripararsi dal sole o dal freddo.
«Sin da piccolo, durante le vacanze estive, imparai a intrecciare cappelli anch'io» scrive monsignor Proaño.
«Mio padre aveva sistemato anche un piccolo laboratorio per aggiustare quegli stessi cappelli che avevamo confezionato o altri usati dalla nostra clientela. Il laboratorio consisteva di una grossa pietra piatta e ben levigata che serviva per "martellare" i cappelli con un mazzuolo di legno; di un grande cassone che si chiudeva ermeticamente e che serviva a sbiancare i cappelli con fumo di zolfo; di un tavolo sistemato in modo da stirare i cappelli e dar loro la forma richiesta dai clienti; per dare la forma si usava un po' di colla diluita e c'era anche una quantità di stampi di legno, per adeguare ogni cappello alla testa e al gusto del cliente. Avevo 10 o 11 anni quando cominciai ad aiutare mio padre in questo lavoro. La parte più dura e pericolosa era martellare i cappelli. Dura, perché le mani si piagavano fino a che non si formavano i calli. Pericoloso, perché il cappello poteva anche rompersi. Ricordo che arrivai a portare a termine questo compito in modo soddisfacente e che ammiravo con orgoglio le mie mani piene di vesciche, sanguinanti e poi incallite».
Quando il padre, alcuni anni dopo, riesce ad acquistare un terreno un po' più grande, cinque ettari, Leonidas impara a seminare, diserbare e raccogliere. «Anche se in piccolo» dice Proaño, «attraverso queste diverse forme di lavoro, assorbii spontaneamente il senso comunitario del lavoro».
L'abilità nel tessere cappelli gli rimase nel tempo e, anche una volta nominato vescovo, talvolta passava il tempo intrecciando paglia. L'umiltà nel disporsi al lavoro manuale si unisce poco a poco con la simpatia verso la gente semplice e alla solidarietà con i diseredati: «Ogni sabato, alla nostra casa, come alle case dei vicini, venivano a bussare persone bisognose, mendicanti. Per espressa disposizione dei miei, io ero incaricato di accoglierli, depositando nelle loro mani qualche piccola somma di denaro, o offrendo loro un piatto di minestra oppure dando loro un po' di viveri ancora da cucinare».
In questo ambiente familiare, profondamente cristiano ma nient'affatto “cucufato”, apprende il senso dell'onore, l'onestà, il gusto per la libertà, il coraggio e la calma nell'affrontare le difficoltà. Soprattutto impara a conoscere e a rispettare la popolazione indigena, che nella società ecuadoriana del tempo costituisce una classe a parte, la più sfruttata, i "paria" del luogo, vassalli disprezzati ed emarginati dalla società blanco-mestiza. Nella provincia di Imbabura, dove Proaño cresce, la situazione degli indios è meno drammatica che in altre zone del paese. Ma, in generale, gli anni Venti e Trenta sono terribili per i settori più poveri della società ecuadoriana. In tutto il paese si contano decine di sollevazioni di comunità indigene esasperate dalle condizioni di vita: a Guano, a Cubijìes, a Guamote, nel Chimborazo; a Pichibuela e a Cayambe, nel Pichincha; a Salasaca, nel Tungurahua; a Quinua Corrai e a Espino, nel Bolivar. Nel 1922 una grande manifestazione di lavoratori viene repressa nel sangue a Guayaquil. E nel 1930 un'altra protesta indigena, a Columbe e a Colta (Chimborazo), viene soffocata dall'esercito che spara sulla popolazione disarmata e compie una vera strage. Secondo lo studioso Moises Saenz, si conteranno circa tremila morti.
In questi anni, dall'ottobre 1923 all'estate del 1930, Leonidas Proaño compie gli studi secondari al seminario minore di Ibarra. Vi è entrato da "esterno", più su pressione del parroco di San Antonio che per un interesse reale per la vita religiosa. Quando ha una giornata libera, si fa a piedi i cinque chilometri di strada fino a San Antonio e va a dare una mano al padre. Coltiva il sogno di diventare pittore. In seminario ha incontrato figure stimabili di sacerdoti, in particolare alcuni religiosi lazzaristi francesi, suoi professori. Ma la Chiesa cattolica del tempo, così chiusa, conservatrice, moralista, paternalista e attaccata al potere, non ha grandi attrattive ai suoi occhi.
Nella sua autobiografia, Proaño racconta ancora: «II problema della scelta finale di un cammino per la mia vita mi si pose alla fine degli studi secondari. Passai per un'autentica crisi. Avevo avuto la buona - o cattiva -opportunità di ascoltare una conversazione in cui si parlava molto male di un sacerdote. Lo si descriveva come una persona con una grande voracità di denaro, molto attaccato alla bottiglia e anche con una forte inclinazione per le donne. La conversazione produsse nel mio animo una ripugnanza tale che il cammino di sacerdote mi apparve detestabile. Tornai a pensare alla pittura. [...] Qualunque lavoro manuale mi sarebbe piaciuto di più che diventare prete. Mi aveva preso una terribile angustia interiore. Non sapevo che fare. In questo stato d'animo terminai gli studi superiori e trascorsi metà delle vacanze. Era come se avessi una muraglia buia davanti agli occhi. Non vedevo chiaro. I miei genitori intuivano la mia preoccupazione e non riuscivano a dirmi altro se non ciò che mi avevano ripetuto tante volte: che dovevo sentirmi libero nella scelta della mia strada».
«Questa libertà risolveva il mio problema. Alla fine mi decisi e andai a Ibarra a parlare con uno dei sacerdoti miei professori, quello che mi ispirava più fiducia. Questo prete mi accolse calorosamente. E pur rispettando anch'egli la mia libertà, mi disse che potevo andare al seminario maggiore per approfondire lì i miei studi di filosofia e, intanto, riflettere se la strada del sacerdozio faceva per me. Sebbene la sua risposta non fosse stata definitiva, mi diede la forza per decidermi a entrare nel seminario maggiore. E in questo modo spiegai la cosa ai miei genitori. La crisi si risolse nei primi giorni della mia permanenza nel seminario. Posso affermare senza incertezza che in quei giorni scoprii il Signore in maniera chiara, profonda, esperienziale, soprattutto nella lettura della Bibbia e nel tabernacolo. Insieme a questa grande luce che mi inondò di gioia, si fece luce anche riguardo al mio cammino nella vita. Vidi che dovevo diventare prete. Me ne feci una convinzione profonda. Da allora, non ne ho mai dubitato. Mi aspettavano periodi molto duri di incomprensione, di lotta, di solitudine. Però ho visto che tutto ciò fa parte della vita sacerdotale, della missione cui ero stato chiamato. E, invece di indebolirmi, questi periodi mi hanno irrobustito e sono diventati persino motivo di allegria».
Entrato al seminario maggiore di Quito il primo ottobre 1930 per studiare filosofìa e teologia, Proaño riceve il diaconato il 7 marzo 1936 e tre mesi dopo, il 4 giugno 1936, viene ordinato sacerdote dal vescovo Carlos Maria de la Torre.


Vita da prete

La Chiesa ecuadoriana nella quale Leonidas Proaño si forma è una realtà chiusa; potente sia per i mezzi finanziari che ha a disposizione, sia per la considerazione sociale di cui gode; impregnata dall'idea romana di una "nuova cristianità" da costruire in terra. Una volta archiviata la parentesi della rivoluzione alfarista - liberale e anticlericale -, le diocesi e gli ordini religiosi si erano andati riprendendo i privilegi e i latifondi parzialmente perduti.
Da seminarista, Proaño non si distacca molto - almeno apparentemente - dal modo di essere dei suoi compagni. È un giovane posato, silenzioso, poco portato alle baraonde studentesche, piuttosto freddo e rigido con le ragazze, ma anche ostinato, testardo, deciso a primeggiare nello studio. In lui, però, c'è sempre qualcosa che stona rispetto al clima conformista e irregimentato del seminario. Non ha pose da bacchettone. Gli piace il gioco e lo sport. Conserva la semplicità di chi viene da una famiglia povera e dà mostra di una sincerità disarmante. Scrive poesie. Insieme a un gruppetto di amici seminaristi, tra cui padre Agustìn Bravo (che poi sarà suo vicario generale a Riobamba), pubblica anche una rivistina che viene battezzata «Excelsior». Vi compaiono riflessioni, racconti, piccoli saggi. E poi legge molto, oltre le necessità strettamente scolastiche. Gli piacciono la filosofia, le scienze sociali e la teologia dogmatica. Si avventura spesso in letture considerate disdicevoli e pericolose per i seminaristi del tempo: le opere di padre Gratry, un oratoriano francese che propugna lo studio della scienza comparata; i libri di Ernesto Hello, molto di moda in quegli anni; i volumi di esegesi biblica del padre domenicano Albert Lagrange, grande studioso delle Scritture, che sostiene il metodo di analisi storico-critico ed è sospettato di modernismo.
Nel luglio 1936, a un mese dall'ordinazione sacerdotale (dunque appena rientrato alla diocesi di Ibarra), Proaño viene nominato cappellano dei fratelli delle scuole cristiane, che hanno un istituto in città, e professore del seminario minore "San Diego". A San Antonio torna spesso, soprattutto per tenere piccole conferenze di carattere sociale e religioso per il "centro culturale", che ha fondato qualche anno prima, coinvolgendo un gruppo di una trentina di giovani del paese. Ogni domenica sera c'è un incontro e il giovane curato parte da Ibarra a piedi, svolge la conferenza, e torna indietro a piedi.
Una di queste domeniche sere succede un episodio rivelatore della personalità di quello che sarà poi "il vescovo degli indios". «Incontrai giovani del Centro e tutti gli abitanti del paese molto inquieti per un problema» racconta Proaño. «Il paese era semicircondato da una grande fattoria. Tra l'altro, parte di questa hacienda era costituita da appezzamenti che in origine erano terreni comunali del paese. I giovani e gli altri abitanti di San Antonio volevano espropriare una parte di questo fondo. Mi consultarono per chiedermi se si poteva o non si poteva fare questo, secondo la dottrina della Chiesa».
«Chiesi otto giorni di tempo per dar loro una risposta. L'enciclica sociale su cui potevamo contare a quel tempo era la Rerum novarum di Leone XIII. Sulla base di questa enciclica, elaborai una conferenza che metteva in risalto la possibilità di espropriazione dell''hacienda. Quando, la domenica successiva, andai a tenere la conferenza, la popolazione si era raccolta in numero cosi grande che fu necessario riunirci nel patio (cortile, ndr) della casa parrocchiale. Le riflessioni che esposi non caddero nel vuoto. Subito la gente si mise in moto per fare le pratiche, presentandosi direttamente al proprietario della tenuta. Il proprietario andò a lagnarsi dal vescovo. Il signor vescovo, prudentemente, non mi disse nulla all'inizio; però trovò poi la maniera per farmi vedere con le buone che non mi conveniva impicciarmi in queste questioni, aggiungendo che una petizione simile rappresentava un attentato contro la proprietà privata».
Il giovane prete non è facile da inquadrare: per metà sacerdote convenzionale, in sottana lunga, serio e devoto; per l'altra metà imprevedibilmente "bombarolo", aperto al nuovo, fin troppo amichevole con i diseredati, che fa quasi scandalo quando dice «voglio arrivare a essere parroco degli indios».
Non è solo, però. A Ibarra stringe rapporti con altri tre giovani preti, vecchi amici del seminario minore. Uno, Carlos Suàrez Veintimilla, ha studiato a Roma; gli altri due a Quito, come Proaño. Li chiamano "il Quadrilatero" perché sono legatissimi e girano sempre insieme. L'amicizia diventa anche ricerca spirituale comune. Si riuniscono una volta alla settimana, a turno a casa di ognuno. Una volta al mese organizzano un ritiro di preghiera e di riflessione: meditazione, discussione, poi gita in campagna a leggere e a commentare qualche libro. Lo chiamano "il giorno del pascolo".
Il vescovo di Ibarra, monsignor Cèsar Antonio Mosquera, stima Proaño e gli altri tre entusiasti pretini del "Quadrilatero". E li valorizza. In tutte le diocesi dell'Ecuador è in corso un grande sforzo per dare vita ai vari rami dell'Azione cattolica. A Ibarra il vescovo affida a Proano l'incarico di organizzare l'Azione cattolica degli uomini. Monsignor Mosquera, poi, prende a compiere visite pastorali in tutte le paroquias della diocesi. E si porta appresso i giovani sacerdoti.
Ma al "Quadrilatero" tutto questo non è sufficiente. Grazie a Wilfrido Barrerà, un amico sacerdote conosciuto nel seminario di Quito, che è poi andato a studiare in Francia, Proaño riceve una serie di libri sulla JOC, la Gioventù operaia cattolica fondata nel 1925 in Belgio dal canonico Joseph Cardijn, e si innamora di questa esperienza. Anche Carlo Suàrez Veintimilla torna dagli studi compiuti a Roma con una grande ammirazione per la JOC. Insieme si mettono a organizzarne un gruppo a Ibarra. Contemporaneamente, e con l'approvazione del vescovo, gli altri due sacerdoti del "Quadrilatero" si dedicano a promuovere un movimento di organizzazioni operaie nelle province di Imbabura e Carchi, il cui territorio fa parte della diocesi di Ibarra.
«Il movimento jocista» spiega Proaño nella sua autobiografia, «fu per me un'altra forte esperienza di gruppo. Qui imparai a rispettare i modi di pensare diversi dal mio. Soprattutto, imparai il suo metodo: vedere, giudicare, agire. Un metodo che si fece carne dentro di me». Vedere la realtà vuoi dire analizzarla in profondità, scoprirne le radici, verificarne le cause. Dopo bisogna giudicarla, cioè "leggerla" alla luce della parola di Dio, stabilire una comparazione tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, tra la realtà e il "piano di Dio". Per ultimo, occorre agire, che vuoi dire prendere decisioni e impegni per cambiare questa realtà in modo che sia più corrispondente al messaggio evangelico. Aggiunge Proaño: «Quando, in questi ultimi anni, sono stato definito calunniosamente comunista e marxista, mi è venuto da pensare a questi lontani insegnamenti del metodo jocista. I miei detrattori non hanno alcuna ragione di accusarmi. In realtà, essi ignorano che è da molti anni che mi sono fatto l'abitudine di conoscere la realtà e di analizzarla, per arrivare, attraverso la riflessione, a veri impegni per il cambiamento. Papa Giovanni XXIII è giunto a canonizzare in qualche modo questo metodo».
Poco a poco, la figura di Proaño comincia a spiccare tra il clero ibarrense. Il "Quadrilatero", di cui diventa il leader riconosciuto pur non avendo cercato alcuna investitura, crea un grande movimento cattolico operaio che coinvolge giovani e adulti. Insieme a Carlos Suàrez Veintimilla, dà vita a un'altro progetto: la libreria cattolica Cardijn, battezzata così in onore del fondatore della JOC. I due ottengono un prestito di 5 mila sucres, trovano un locale, inviano i primi ordini di libri alla Editorial Difùsión di Buenos Aires e nell'ottobre 1941 la Cardijn è una realtà. Per mandarla avanti trovano un giovane della JOC, Rubén Veloz, che lavorava nella bottega di un sarto, e mano a mano che il lavoro cresce – ne coinvolgono altri. Attorno alla libreria cattolica, una novità per Ibarra, si crea un giro di giovani che studiano e che riflettono sulla loro fede. I preti del “Quadrilatero” si occupano di seguirli. Organizzano anche escursioni in alta montagna e piccole scalate. Poi è la volta di una nuovas impresa, il settimanale cattolico. Dopo molti progetti, preoccupazioni, esitazioni, il 14 maggio 1944 nasce “La Verdad”, periodico cattolico senza schiavitù partitiche e senza legami con interssi meschini. L’editoriale del primo numero de “La Verdad” (che nel 1952 diventerà quotidiano) comincia così:
A qualcuno che vedesse il nostro settimanale, potrebbe apparire pretenzioso il titolo che porta. Potrebbe credere che ci presentiamo al pubblico con un'aria da maestri infallibili. Non è questo, senza dubbio, il nostro atteggiamento. Partiamo da un punto più profondo, più sincero, più umile: partiamo dalla nostra condizione di indigenti, andiamo in cerca della verità, come l'assetato in cerca dell'acqua, come l'uccello in cerca degli spazi aperti, come il fiore in cerca della luce”.
La Cardijn, in questo modo, cresce e si trasforma: non soltanto libreria, ma anche casa editrice e tipografia, che da lavoro a giovani librai, stampatori, giornalisti.
Il 2 agosto 1947 Proaño viene nominato canonico di Ibarra e tre anni dopo canonico penitenziere, incarichi ecclesiastici oggi caduti in disuso ma, a quei tempi, di grande prestigio. Proaño è ormai un uomo totalmente dedito alla Chiesa e alle "opere" che ha messo in piedi nella diocesi. La sua famiglia, dopo la morte della madre nel 1945 (il padre era scomparso dieci anni prima), sono i ragazzi della Cardijn e i preti del "Quadrilatero".
Per l'Ecuador, gli anni Quaranta sono tempi di crisi e conflitti. Le esportazioni di cacao, che erano state all'origine del boom degli anni 1910-20, diminuiscono. Il modello economico "agro-esportatore" è ancora vincente ma si prepara una forte ristrutturazione delle coltivazioni: è la volta delle piantagioni di banane, che vanno coprendo gran parte delle terre fertili della fascia costiera. Nel 1941, mentre a Quito governa il presidente Carlos Arroyo del Rio, un liberale debole e corrotto, l'esercito peruviano invade l'Ecuador e occupa gran parte dell'area amazzonica, che viene annessa al paese confinante l'anno successivo con il Protocollo di Rio de Janeiro. I nuovi confini, che tolgono all'Ecuador 120 mila chilometri quadrati di territorio nazionale, saranno occasione di continue polemiche politiche e di sporadiche scaramucce belliche fino ai giorni nostri (si veda il caso del breve conflitto della cordigliera del Condor del gennaio 1996).
Nel maggio del 1944 si scatena una rivolta contro i liberali che riporta al potere José Maria Velasco Ibarra, che era stato eletto presidente per la prima volta nel 1933. Il caudillismo velasquista, che tra alterne vicende dominerà la scena politica fino agli anni Settanta, è un fenomeno politico di stampo populista, espressione dell'ascesa di una nuova oligarchia mercantile costeña.
Il cambiamento di regime politico, la fine della seconda guerra mondiale in Europa e il crollo della produzione di banane nel Centroamerica dovuto a un'epidemia che distrugge le piantagioni, pongono le basi per un altro boom economico in Ecuador: i ricavi per le esportazioni di banane passano da 2 milioni di dollari del 1948 a 17 milioni nel 1950. Si apre una stagione di massicci investimenti nordamericani, con la United Fruit Company che conquista il ruolo di monopolista e acquisisce il controllo su vaste zone di territorio. In compenso, la situazione economica dei contadini della Sierra si fa più precaria: la "repubblica delle banane" non ha bisogno di patate o mais. Qua e là proseguono le sollevazioni di comunità quechua, soprattutto nel ‘pàramo’ (la zona andina superiore ai 4000 metri, fredda e arida, con vegetazione scarsa, ndr.). Nascono anche le prime organizzazioni indigene, che danno vita al FEI (Federazione ecuadoriana degli indios).
È in questo clima, di grande euforia e vecchi conflitti sociali, che il 18 marzo 1954 viene pubblicata ufficialmente la notizia della nomina di Leonidas Eduardo Proaño Villalba a vescovo della diocesi di Bolivar (più avanti il nome cambierà e diventerà diocesi di Riobamba).
Come si arrivò alla scelta di Proano? Chi furono i suoi "grandi elettori"? Padre Agustìn Bravo sottolinea: «Proaño non si aspettava la nomina. Non l'aveva cercata, e a tutto pensava, fuorché alla possibilità di essere fatto vescovo. Dio, però, ha le sue strade. In questo caso ha usato la via tradizionale. Di solito, infatti, sono i vescovi che fanno gli altri vescovi. E chiaramente li fanno a propria immagine e somiglianza. Per Proaño ebbero un ruolo-chiave due benemeriti prelati ecuadoriani: in primo luogo, monsignor Ordonez Crespo, che inizialmente era stato vescovo di Ibarra (dove aveva conosciuto il giovane Leonidas) e poi era stato trasferito a Riobamba. In secondo luogo, monsignor Cèsar Antonio Mosquera, che da principio era stato parroco di San Luis e di Sicalpa, nel Chimborazo, e aveva dimostrato un grande amore per gli indios; poi era diventato vicario generale di Ordonez Crespo a Riobamba; e infine era stato promosso vescovo di Ibarra. Furono, dunque, loro due a sponsorizzare la candidatura di Proaño».
Il 26 maggio 1954, all'età di 44 anni, Proaño viene consacrato vescovo nella cattedrale di Ibarra. I celebranti sull'altare sono tre: il suo mentore, monsignor Cèsar Antonio Mosquera; il nunzio apostolico dell'epoca, monsignor Opilio Rossi; e monsignor Bernardino Echeverrìa, francescano originario della diocesi di Ibarra, a quel tempo vescovo della piccola diocesi di Ambato, ma già allora lanciato in quella che sarà una lunga - e a volte discussa - carriera ecclesiastica.


Taita-amito

Sobbalzando sui morbidi sedili di una mastodontica Buick nuova fiammante, il 29 maggio 1954 monsignor Leonidas Proaño arriva a Riobamba per prendere possesso della diocesi. All'ingresso della città, il corteo di auto che accompagnano il vescovo rallenta. Sulla strada lastricata di pietre si accalca la folla delle grandi occasioni, venuta a ricevere con tutti gli onori il nuovo prelato. Ci sono le autorità civili, militari ed ecclesiastiche. Gli alunni del collegio "San Felipe", retto dai padri gesuiti, sfoggiano la divisa da cadetti, con tanto di banda militare e bandiera al vento. Il vescovo, affacciato al finestrino a benedire, sembra un vero principe della Chiesa: mantella, fascia e zucchetto viola, una pesante croce pettorale che ondeggia su e giù, al ritmo delle buche sul fondo stradale, e un paio di occhialini tondi sul naso che gli danno un'aria molto "pacelliana". Lo scenario di questo trionfale ingresso, però, viene turbato per un attimo da un imprevisto che ha qualcosa di profetico. Tra le due ali di folla si fa largo una piccola figura cenciosa: è un indio, sporco in viso e coperto da un poncho smandrappato, che si avvicina al finestrino dell'auto e, rivolto al vescovo, lancia uno stupefacente grido di giubilo: «Por fin has venido, taita-amito!».
Le parole di questo sconosciuto indio («alla fine sei arrivato, papa-padroncino») risuoneranno per molto tempo nelle orecchie di Proano. Taita-amito è l'appellativo con cui i quechua chiamano i parroci delle comunità indigene. Da una parte, dunque, l'esclamazione mostra un affetto sproporzionato e anche un po' assurdo nei confronti del vescovo diocesano, un'autorità fino ad allora distante, ieratica, avvolta da nuvole d'incenso. D'altra parte, la frase mette a nudo, in poche parole, la dura realtà di cui sono fatte le relazioni tra la potente Chiesa cattolica del tempo e le poverissime comunità indigene del paese, e della provincia del Chimborazo in particolare.
Per comprendere la situazione, occorre fare un rapido excursus storico.
L'Ecuador diviene indipendente nel 1830. La Costituzione repubblicana del tempo proclama che «la religione cattolica è la religione di Stato» e aggiunge che «è un dovere del governo, nell'esercizio del patronato, proteggerla attraverso l'esclusione di qualsiasi altra». L'articolo 68, inoltre, nomina i parroci «tutori e padri naturali dell'innocente, abietta e miserevole razza indigena». In questo modo, la Repubblica raccoglie e formalizza la triste eredità coloniale. Dalla Conquista del 1492 in avanti, la Chiesa è stata un pilastro della dominazione spagnola sulle popolazioni indigene. Da queste parti non ci sono state figure come Bartolomé de las Casas o Antonio de Montesinos. Il catechismo che i curas doctrineros insegnano, spesso ricorrendo all'appoggio del braccio secolare, assomiglia più che altro a un pantheon pagano: in cima a tutto c'è Dio, la cui immagine è quella di un grande latifondista, Amo Bendilo, padrone benedetto del ciclo e della terra; subito dopo ci sono gli altri amos, i padroni delle terre e delle haciendas, i latifondisti; dopo ancora ci sono i taita-amitos, i preti, cui bisogna rivolgere la parola solo dopo essersi inginocchiati e aver biascicato Yalabado, il mottetto in lode del Santissimo Sacramento.
Bisogna aspettare gli anni Sessanta del nostro secolo per veder cambiare un po' le cose: nel 1964, una legge di riforma agraria abolisce il huasipungo, il sistema feudale in base al quale i contadini che lavorano nei latifondi (spesso di proprietà di enti ecclesiastici) non vengono retribuiti con un salario, ma con l'usufrutto di un modestissimo appczzamento della terra peggiore, da cui debbono cavare il proprio sostentamento. Sul versan¬te ecclesiale, è solo il Concilio a buttare a mare certe vecchie tradizioni feudali che hanno messo radici nella Chiesa ecuadoriana. Fino ad allora, gli indios pagano le decime alla Chiesa prima di ogni confessione e prima della comunione il giorno di Pasqua; al parroco devono offrire le primizie del raccolto; spesso sono chiamati a delle mitas, lavori obbligatori per la costruzione, ad esempio, di una cappella o di un convento; infine, ogni servizio religioso, dal battesimo al funerale, ha una sua tariffa che, nei casi convenienti, può essere anche pagata in natura.
Questa, grosso modo, è la situazione che trova Leonidas Proaño al suo ingresso in diocesi. Una situazione in cui, come dice padre Agustìn Bravo, gli indios erano «proprietà privata della Chiesa, il nostro latifondo pastorale». Proaño come reagisce? Colui che voleva arrivare a essere il parroco degli indios si ritrova vescovo della diocesi con la maggiore percentuale di indigeni nell'Ecuador, nella zona più impoverita e arida del paese. Si sente profondamente interpellato. Scandalizzato da ciò che vede, è spinto a riflettere e a tirarsi su le maniche.
Alcuni mesi dopo l'ingresso a Riobamba, il professor Roberto Morales Almeida, suo vecchio insegnante di Ibarra, gli scrive, spronandolo a scrivere una lettera pastorale sugli indios. La risposta di Proaño, datata 10 ottobre 1954, vale la pena di essere riportata quasi integralmente:
Lei mi chiede quando scriverò una lettera pastorale sugli indios? Quando potrò concretizzare un obiettivo e trasformare in opere i miei sogni. Non voglio semplicemente aumentare la letteratura sull'indio. A che prò? Quando potrò dire: «Faremo questo in loro favore», allora scriverò. Credo però che questo giorno tarderà, perché il problema dell'indio è complesso e formidabile, e non c'è modo di dargli soluzioni parziali, né io lo voglio. Se ci lamentiamo della situazione dell'indio in altre province, che dire della sua situazione nel Chimborazo? È da piangere. Vestono di nero o di grigio. Non portano i colori vivaci degli indios di Imbabura. Hanno un aspetto sudicio, ripugnante. Non si lavano mai. Con i capelli tutti arruffati davanti alla faccia, non gli resta neppure mezzo dito di fronte. Mi creda: molte volte non ho neppure dove fare l'unzione in occasione delle cresime. Neri e cariati i denti. La loro voce sembra un lamento. Hanno uno sguardo da cani maltrattati. Vivono - Signore, come vivono! - in capanne della grandezza di una tenda da campeggio, o come topi, in buche scavate nella terra. Sfruttati senza misericordia dai grandi milionari della provincia che, dopo aver venduto i loro raccolti, se la svignano a Quito, a Guayaquil, nelle grandi città dell'America o dell'Europa, a buttare via il denaro spremuto da questo miserabile straccio che è l'indio del Chimborazo. Quando vedo questo, mi sento un peso sul cuore e intuisco l'opera formidabile che è il problema della sua redenzione”.
Proaño, poi, racconta al professor Morales che nella diocesi si contano circa 160 mila indios, al cui confronto «gli indios di Imbabura sono signori». E conclude: «Io vorrei dare all'indio coscienza della sua personalità umana, terre, libertà, cultura, religione... Come ottenere tutto questo? Quando ci penso, mi si crea il buio nella testa. Ma non voglio perdermi d'animo».
Non si perderà d'animo, monsignor Proaño. I primi anni li dedicò soprattutto a visitare la diocesi, villaggio per villaggio, viaggiando in auto o, dove non arrivava l'auto, a cavallo o a piedi. Queste visite pastorali, che compie prendendo a modello lo stile del vescovo di Ibarra, Cèsar Mosquera, sono assai istruttive, per non dire scioccanti. Di fronte agli indios del pàramo (che per rispetto gli danno la mano "incartandola" nel poncho, in modo da non sporcare la sua mano di vescovo con le loro di campesinos) rimane senza parole. Ma non è ancora il tempo delle innovazioni pastorali.
Proaño vive una trasformazione interiore lenta, senza miracolose "conversioni" o bruschi cambiamenti di rotta. In questa prima fase, dunque, è ancora per molti aspetti un vescovo tradizionale. Nelle sue visite pastorali, ad esempio, veste sempre in abiti ecclesiastici "protocollari", con fascia viola e mozzetta. Dedica molti sforzi al mantenimento del prestigio della cattedrale della città. Incoraggia l'attività delle associazioni che esprimono una pietà tradizionale, come la Legio Mariae. Si preoccupa della difesa dei diritti della Chiesa e dei buoni costumi. Cerca, soprattutto, di aumentare il numero delle vocazioni sacerdotali, tipica cartina di tornasole dell'operato di quello che allora veniva considerato un buon vescovo. Non a caso, come primo atto ufficiale, il 15 agosto 1954, scrive una lettera pastorale in cui preannuncia la fondazione del seminario minore, di cui la diocesi era sprovvista, e che verrà battezzato "La Dolorosa".
Insomma, Proaño è un po' bruco e un po' farfalla. Sta maturando grandi cambiamenti, ma non se ne vedono ancora i risultati. Nel 1955 fonda la rivista diocesana «Mensaje», che rimarrà in vita fino al 1961, su cui tiene una rubrica di colloqui con i fedeli intitolata "Conversazioni con i miei figli". Sull'onda della prima Conferenza dei vescovi latinoamericani, che si tiene a Rio de Janeiro nel 1955, il vescovo di Riobamba lancia un "piano pastorale" diocesano che, accanto ad aspetti decisamente tradizionali (per esempio, l'impegno contro la propaganda laicista e socialista, o la promozione delle vocazioni al sacerdozio), presenta alcune novità interessanti: innanzitutto, il metodo complessivo, di ispirazione jocista, che prevede come primo passo la «conoscenza della realtà»; e poi l'attenzione al mondo indigeno delle campagne, sfruttato e analfabeta, nonché alcuni abbozzi di idee che verranno sviluppate più avanti, come la creazione di comunità di lavoro o di cooperative contadine.
Nel 1958 ospita a Riobamba l'abbé Pierre, già molto noto in Francia per le sue battaglie in favore dei diseredati e dei senzatetto: incontro che avrà un certo influsso su Proaño. Sempre nel 1958 dedica la sua terza lettera pastorale (la seconda, sulla quaresima, è del 1957) al tema della politica: un documento molto netto in cui attacca i partiti che esprimono posizioni contrarie alla dottrina della Chiesa (i liberali, in particolare) ed esprime un velato appoggio al partito conservatore ecuadoriano, espressione dell'oligarchia latifondista della Sierra. Qualche mese dopo questa lettera così tradizionale, però, monsignor Proaño fonda un'opera che provoca mormorii tra i potenti della provincia. Il 14 maggio 1958 nasce la Casa indigena "Nuestra Senora de Guadalupe", affidata alle cure delle suore missionarie laurite. È l'inizio della pastorale campesina. Il progetto ha vari obiettivi: far sì che nelle comunità indigene nascano dei ministri della parola autoctoni, creare una coscienza critica cristiana sulla difficile realtà del mondo contadino, allargare la mentalità indigena, aprendola alla modernità ma «senza detrimento dei loro propri valori culturali». L'iniziativa, che nasce in collaborazione con la OIT (Organizzazione internazionale del lavoro) e con la Mission andina, è assolutamente nuova per l'Ecuador. Ed è un passo concreto di Proaño verso il mondo quechua del Chimborazo.
In tutta la sua vita, monseñor scriverà soltanto quattro lettere pastorali, l'ultima nel 1961. Nessuna di queste sarà dedicata agli indios. La richiesta del professor Morales, dunque, rimarrà insoddisfatta. Ma le iniziative che d'ora in avanti prenderanno avvio da questa piccola città andina valgono quanto un'enciclica.


La "luna di miele" è finita

A Riobamba, tutti i maggiorenti della città pretendono di avere un po' di sangue blu nelle vene. L'aristocrazia agraria - che, insieme alla diocesi, possiede praticamente tutte le terre coltivabili della provincia - si è sempre fatta un vanto di avere porte aperte in vescovado. Ma ora, con il nuovo prelato, questo giovane plebeo di nome Leonidas Proaño, qualcosa comincia a non funzionare più. Sin dall'inizio del suo incarico, monseñor ha dato mostra di una evidente mancanza di "stile episcopale": ad esempio, nel suo ufficio riceve tutti, eleganti padroni e miseri contadini, senza distinzioni. E le raffinate signore che vanno a invitarlo a un ricevimento devono aspettare il loro turno, precedute magari da uno sporco e puzzolente indio vestito di poncho, che va a chiedergli aiuto per la sua comunità, sperduta su chissà quale montagna. Questi "difetti" del nuovo vescovo vengono tollerati per i primi anni: li si attribuisce all'inesperienza o alla carenza di buone frequentazioni del giovane ecclesiastico. Ma, a mano a mano che il tempo passa, i motivi di malumore per gli esponenti dell'oligarchia di Riobamba aumentano.
La fondazione della casa indigena delle missionarie laurite ha dato adito ai primi mugugni. Perché si va a impicciare della cosiddetta "promozione" degli indios, questa razza incivile e senza speranze?, si chiedono le grandi famiglie. Ma presto ben altre lamentazioni saliranno dai piani nobili dei palazzi cittadini.
Nel 1959 nasce il gruppo "Giovanni XXIII". È costituito da una decina di sacerdoti, i più vicini al vescovo, che si riuniscono settimanalmente in curia con Proaño. L'anima del gruppo è padre Jorge Mencìas, un coraggioso prete che ha lasciato Ibarra per lavorare a fianco di monseñor. L'obiettivo del gruppo è quello di stringere i rapporti di amicizia e creare un'atmosfera di relazioni fraterne nel clero che opera in diocesi. «Leggevamo all'inizio il capitolo di qualche libro che ci facesse riflettere sulla nostra vita spirituale» racconta Proaño. «Dopodiché, studiavamo alcuni temi di carattere pastorale e prendevamo alcune decisioni. Per me, fu un'esperienza incoraggiante. Trovai eco alle mie inquietudini e alla mia tendenza a rompere certe barriere che potevano rinchiuderci nella passività e nella routine».
Il vescovo e il gruppo "Giovanni XXIII" decidono di cambiare lo stile degli esercizi spirituali per i preti della diocesi, che si tengono ogni anno. Non più il solito predicatore, nel solito convento della città, ma un'altra sede e altri predicatori, per lo più sacerdoti secolari, che provengono dalle varie diocesi ecuadoriane. Cessa poi il silenzio totale, che era d'obbligo durante gli esercizi. Anzi, si discute in piccoli gruppi e ci si confronta poi in assemblea. Infine ci si apre a tematiche che travalicano i confini nazionali. Si scopre -attraverso i documenti del CELAM - la dimensione latinoamericana. Queste novità non vengono apprezzate da tutti i sacerdoti della diocesi. Specialmente in città, alcune parrocchie tenute da religiosi sono considerate delle lucrose sine cura. I cambiamenti mettono a rischio preziosi privilegi.
Nel 1960 Proaño dà vita a un'altra iniziativa "pericolosa": il CEAS, “Centro de estudios y accion social”, un'organizzazione per la ricerca socio-economica e la promozione di cooperative agricole nel Chimborazo. In estate si era svolto un corso su "La politica dello sviluppo e il movimento cooperativo", cui avevano partecipato una trentina di giovani della diocesi. Relatore era stato il professor Rudolf Reszohazy, docente dell'Università cattolica di Lovanio. Il corso ebbe un tale successo che si decise di dar vita a un organismo che promuovesse la nascita di cooperative di contadini. Da qui l'idea del CEAS.
Sempre nel 1960, monsignor Proano partecipa - come delegato sostituto - all'assemblea del CELAM che si tiene a Buenos Aires. Qui ha l'opportunità, per la prima volta, di venire a contatto e di allacciare i rapporti con la dirigenza del CELAM: Darìo Miranda, Manuel Larraìn e Helder Camara. Il tema di studio dell'assemblea è la "pastorale d'insieme" e la relazione di monsignor Larraìn impressiona Proaño in modo particolare. Di ritorno a Riobamba, decide di mettere in questione il piano pastorale elaborato solo due anni prima. «L'esperienza ci fece scoprire che qualunque piano di lavoro doveva essere elaborato non da una persona sola, neppure se si tratta del vescovo, ma insieme alle persone interessate, meglio ancora insieme al popolo».
A partire da quell'anno, e per tre anni di seguito, invita ogni estate il canonico francese Ferdinand Boulard, sociologo della religione ed esperto di "pastorale d'insieme", che sarà poi perito al Vaticano II. Con l'avvicinarsi dell'inaugurazione del Concilio, che è stato annunciato da papa Roncalli il 25 gennaio 1959 e si aprirà nell'ottobre del 1962, l'attivismo di Proaño si fa frenetico. Le relazioni con il Consiglio episcopale latinoamericano si fanno più strette: diventa delegato titolare dell'episcopato ecuadoriano e, subito dopo, viene eletto presidente del Dipartimento della pastorale d'insieme del CELAM.
A Riobamba, però, la resistenza ai cambiamenti introdotti dal vescovo si fa durissima. Dopo aver avviato un'inchiesta su alcuni scandali avvenuti nella parrocchia di Santa Rosa, una delle più grandi e importanti della città, Proaño ottiene dalla Santa Sede l'allontanamento dei padri domenicani cui la chiesa era affidata. Il caso produce una sollevazione dei settori più potenti di Riobamba, che colgono l'episodio per dare addosso a un prelato sempre meno disponibile ai richiami dell'oligarchia. Circolano volantini di insulti e lettere anonime. Proaño riceve minacce di morte al telefono. Il governatore della provincia inscena una protesta pubblica, salendo sul campanile della chiesa di Santa Rosa, da dove chiama la cittadinanza a raccolta contro il vescovo. Il clamoroso gesto, però, non sortisce i risultati sperati. Il giorno dopo, infatti, il presidente della Repubblica Velasco Ibarra destituisce il governatore.
Monsignor Proaño non ama gli atteggiamenti di sfida, non ha pose aggressive, non desidera mettersi in mostra per il suo "decisionismo". Però, quando prende una decisione, le minacce o le pressioni non lo fanno tornare indietro. I grandi proprietari terrieri si rassegnano definitivamente all'idea che Proaño non è "uno dei loro". La "luna di miele" - iniziata al suono delle fanfare il 29 maggio 1954 - è finita per sempre. Quando, 1' 11 ottobre 1962, papa Giovanni apre solennemente il Concilio pronunciando le parole «Gaudet Mater Ecclesia...», anche a Riobamba si apre simbolicamente una nuova era.


Al Concilio Vaticano II (1962-65)

Vi partecipano 601 vescovi latinoamericani, il 22 per cento dell'episcopato cattolico del tempo. La stragrande maggioranza arriva a questo appuntamento disorientata e scettica. Dalle osservazioni che essi hanno inviato alla Commissione antepreparatoria del Concilio si coglie il tipo di preoccupazioni che nutrivano. La prima è la mancanza di sacerdoti: su 186 milioni di cattolici, ci sono soltanto 39 mila preti (cioè 4.700 fedeli per pastore). Altre pericolose insidie vengono dal diffondersi del comunismo (non dimentichiamo che nel 1959 Fidel Castro ha rovesciato Batista), del laicismo, del liberalismo e delle sette.
In generale, i vescovi latinoamericani si sentono quasi degli ospiti, degli osservatori del Concilio, più che dei protagonisti. Un po' come fossero i "cugini di campagna", spaesati di fronte alla maestà della metropoli. Il vescovo di Tarja, in Bolivia, scrive ad esempio: «In questa piccola diocesi, nella quale la maggior parte dei fedeli sono semplici e incolti contadini, non si discutono problemi di grande importanza sulla dottrina, la morale o la pastorale».
Effettivamente, i grandi giochi, nelle varie sessioni conciliari, verranno condotti per lo più da teologi e cardinali europei o, al massimo, nordamericani. Ciò non toglie nulla, però, al grande valore che il Concilio ebbe nel radicale rinnovamento delle Chiese latinoamericane. Fu al Vaticano II, infatti, che si rafforzò il nucleo di vescovi progressisti che ruotavano intorno al CELAM. Il leader del gruppo è monsignor Manuel Larraìn, vescovo di Talea (Cile) e presidente del Consiglio episcopale latinoamericano. Ma accanto a lui crescono altre figure di prestigio: monsignor Helder Camara, che è il motore dell'episcopato brasiliano; monsignor Marcos McGrath, allora giovanissimo vescovo ausiliare di Panama (diventerà poi arcivescovo della stessa diocesi), la punta di diamante del gruppo, per la sua preparazione teologica e per il ruolo che saprà giocare nell'elaborazione di vari documenti conciliari, in particolare la Gaudium et spes. Attorno a questa terna girano gli altri: Dammert (Perù), Fragoso (Brasile), Mendéz Arceo e Ruiz Garcìa (Messico), Rivera y Damas (El Salvador)... E, naturalmente, monsignor Proaño.
Il vescovo di Riobamba partecipa a tutte le sessioni del Concilio. Nel 1964 interviene ben tre volte in aula: sull'importanza del dialogo nell'esercizio pastorale del vescovo; sulla necessità per i sacerdoti di trovare un equilibrio tra azione e contemplazione; infine sul tema della cultura (schema XIII), ricordando la gravità della piaga dell'analfabetismo. Più che la presenza nell'aula conciliare, però, per Proaño fu importante respirare "il clima" del Concilio. Va ad ascoltare le conferenze che i grandi teologi tengono quasi ogni sera in vari conventi della Città Santa; si mette in contatto con esperti di pastorale e sociologi della religione; conosce direttamente le esperienze di rinnovamento che si stanno avviando in varie regioni europee e americane.
Ogni volta che torna a Riobamba, al termine di una sessione conciliare, Proaño ripete con insistenza ai suoi collaboratori: «Devo aggiornare le mie conoscenze di teologia, qui stiamo molto indietro». Intervistato da un giornalista ecuadoriano sulla sua posizione personale rispetto allo scontro in Concilio tra progressisti e conservatori, dice:
Non ho stabilito accordi con nessuno; ho fatto solo ciò che mi ha dettato la coscienza, senza consegne esteme, d'accordo con il mio modo di vedere e con la mia visione delle cose. Non esito a dire che sono favorevole a un rinnovamento permanente. Concepisco la vita come movimento. La Chiesa è un organismo vivo. Pretendere di mantenerla anchilosata o immobile sarebbe tradire la missione che Cristo stesso ci ha conferito. [...] «Andate per il mondo»... andare, lasciarci alle spalle molte cose che non hanno più ragione di essere, tornare alle fonti del Vangelo, trasformare la Chiesa nella Chiesa dei poveri.
Il senso che il Vaticano II ebbe per l'America Latina lo spiega bene il teologo José Comblin: «In Europa il Concilio fu principalmente un fatto teologico, l'irruzione della nuova teologia nel ventesimo secolo; però non fece nascere una nuova pastorale diocesana, né un nuovo tipo di vescovo. In America Latina l'effetto del Concilio fu la creazione di un gruppo di venti vescovi tra di loro amici. Il Concilio li aiutò a formulare una pastorale nuova e specifica per l'America Latina, a partire dalla particolare situazione di quel continente. Dal Vaticano II, i vescovi della linea di Larraìn e Proaño impararono a superare la "cristianità". Fino ad allora, nonostante la separazione tra Chiesa e Stato proclamata nella maggior parte degli Stati e nonostante alcune forti persecuzioni anticlericali, il clero era rimasto fedele all'alleanza con le classi dominanti. Non sembrava possibile un'altra tendenza. Il Concilio insegnò invece che era concepibile una Chiesa svincolata dal controllo dei Grandi, libera per difendere i poveri ed evangelizzare, senza quelle restrizioni create per non entrare in conflitto con le gerarchie».«Tuttavia» aggiunge Comblin, «era evidente che la maggior parte dei vescovi non erano preparati a trarre tali conseguenze dal Concilio. Molti ritornarono alle loro diocesi pensando che il Vaticano II fosse stato nient'altro che un interessante intrattenimento teologico: la vita continuò come prima. Per questo nacquero due linee: la nuova linea del gruppo di Larraìn e la linea di quelli di sempre, con adattamenti parziali o simbolici che non toccavano l'alleanza con i potenti». Quanto questo fatto sia stato reale lo proverà sulla sua pelle monsignor Proaño, la cui solitudine all'interno dell'episcopato ecuadoriano andrà crescendo con il passare del tempo.


La "lettera rossa"

Per tutti gli anni Sessanta, Riobamba fu un laboratorio di cambiamenti e di sperimentazioni. Si battevano sentieri inesplorati, si studiavano le migliori intuizioni del Vaticano II e si provava a tradurle in pratica, adattandole al contesto delle Chiese latinoamericane. Padre Agustin Bravo, fedele vicario di Proaño, ha definito questo processo di rinnovamento la "rivoluzione del poncho". Un'espressione che esprime bene il senso del progressivo avvicinamento del vescovo e della diocesi al mondo povero, disprezzato e sfruttato delle comunità indigene, fino a identificarvisi completamente. «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce» del popolo quechua divennero le gioie e le tristezze anche della comunità cristiana e di monseñor.
Per gli ecclesiastici conservatori che resistevano a ogni mutamento, un campanello d'allarme fu l'episodio della mancata costruzione della nuova cattedrale. La vecchia era stata distrutta da un terremoto. Aveva resistito soltanto la bella facciata in stile coloniale. L'aristocrazia della città premeva perché fosse edificato un altro tempio, più sontuoso del precedente. Proaño, invece, gelò tutti gli entusiasmi. Al suo ritorno in Ecuador dal Concilio, il vescovo spiegò in un'intervista:
Non intendo costruire un monumento di cattedrale, ma solo realizzare alcuni restauri che rispettino tutto ciò che l'attuale edificio ha di valore e, al tempo stesso, fare gli adeguamenti che la riforma liturgica reclama. Ritengo che, di fronte a una moltitudine che vive in condizioni di povertà e di miseria, la cosa più importante non sia costruire una monumentale cattedrale, ma piuttosto indirizzare ogni sforzo per elevare economicamente, socialmente e culturalmente questo popolo che soffre”.
La "rivoluzione del poncho" trovò il suo piano organico qualche tempo dopo, il 13 giugno 1966, quando Proaño illustrò al clero di Riobamba, con una lettera-aperta che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni, il progetto di riorganizzazione della diocesi. Il documento, che fu maliziosamente ribattezzato la "lettera rossa", iniziava citando alcuni brani di vari documenti conciliari e poi analizzava i "segni dei tempi" che si potevano intravedere nella società ecuadoriana e in quella del Chimborazo in particolare: costumi e stili di vita più "moderni" nelle grandi città, sviluppo dell'associazionismo politico e sindacale, rivendicazione di maggiore giustizia da parte delle classi popolari, risveglio del mondo indigeno e campesino. Sul piano strettamente pastorale, si sottolineava come, su una popolazione provinciale in forte crescita, il numero dei sacerdoti restava stazionario sotto la soglia delle cinquanta persone. Di fronte a questa situazione, secondo Proaño, si profilava la necessità improrogabile di introdurre «nuove strutture, un nuovo spirito e nuovi metodi di lavoro».
Per quanto riguarda le strutture, il gruppo "Giovanni XXIII" si era sciolto prima ancora della fine del Concilio. Alcuni sacerdoti della diocesi, che non ne facevano parte, si erano sentiti come esclusi dall'elite ecclesiale di Riobamba. Per evitare tali equivoci, nel 1966 Proaño creò il Consiglio presbiterale, cui prendevano parte delegati di tutto il clero. Creò poi alcuni dipartimenti, le vicarìe e - anello fondamentale - i "gruppi territoriali di base", composti da 5-6 sacerdoti della stessa zona, cui veniva chiesto di fare vita in comune e di condividere anche il denaro, creando una cassa comunitaria. A livello diocesano, inoltre, fu creato un "dipartimento di amministrazione dei beni temporali", che fu affidato a laici competenti. Tenendo conto delle scarse vocazioni sacerdotali, monsignor Proaño puntò le sue carte sulla promozione dei laici: dopo il Concilio, disse in sostanza, essi «possono e devono impegnarsi in compiti di evangelizzazione; possono assumersi la responsabilità di vere azioni liturgiche, devono farsi carico di funzioni apostoliche».
Al di là dei molti cambiamenti pratici, che nei sacerdoti "vecchio stile" crearono sconcerto, l'aspetto di maggiore novità della "lettera rossa" del vescovo è il capitolo che riguarda il nuovo spirito e i nuovi metodi di lavoro. Scrive monsignor Proaño:

Finora le mete del nostro ministero sacerdotale sono state principalmente la sacramentalizzazione; la conservazione di gruppi minuscoli e chiusi, di pie congregazioni marcate da devozionalismo e da una spiritualità individualista; il centralismo burocratico degli uffici. D'ora in poi, le mete pastorali saranno: prima di sacramentalizzare, evangelizzare; andare alla ricerca delle 99 pecore smarrite, senza tralasciare l'unica rimasta nell'ovile; formare ed educare le comunità cristiane, lì dove esistono comunità naturali e dove possano nascerne, in modo da organizzare la comunità parrocchiale in maniera vitale. Finora, i metodi di lavoro sono stati: chiamare e aspettare che la gente arrivi; minacciare coloro che non vengono e insistere su una pastorale del mero assolvimento del precetto domenicale, del precetto pasquale, del prendere i sacramenti; favorire una sorta di speranza da lotteria, inculcando l'azzardato desiderio di ottenere una buona morte, al posto della ferma volontà di conquistare ogni giorno una buona vita. D'ora in avanti, senza smettere di chiamare, dobbiamo uscire e andare a incontrare gli uomini là dove essi vivono; dobbiamo seminare amore, questa forza capace di spezzare la dura e fredda scorza della semplice cortesia, del semplice complimento, in modo che il seme della Parola di Dio si spanda e cresca; dobbiamo coltivare la virtù teologale della speranza, che è già godimento di Dio, sebbene non ancora completo e definitivo. Finora il nostro modo di vivere è stato più statico che dinamico; più da amministratori che da pastori; più polemico che attraente; più da costruttori di edifici e opere materiali che da costruttori della Chiesa viva. In futuro dobbiamo essere meno statici e più dinamici; meno amministratori e più pastori; meno lottatori e più aperti; meno occupati in opere d'ornamento e più operai della Chiesa di Cristo”.

Il programma ideale tratteggiato nella "lettera rossa" non resterà sulla carta. Ogni gesto, ogni decisione, ogni iniziativa del vescovo da qui in avanti potranno essere riletti alla luce dei principi enunciati nel documento. Nel giro di pochi anni chiude il seminario minore "La Dolorosa", che pure era stato la pupilla dei suoi occhi di giovane vescovo appena nominato, e per il quale si era indebitato pesantemente. Abolisce il Consiglio presbiterale, che era divenuto occasione di violenti contrasti tra i critici del vescovo e i suoi sostenitori e che inoltre, per monseñor, ricalcava ancora troppo l'idea di una Chiesa piramidale e gerarchica. Al suo posto da vita all’Equipo de coordinaciòn, che comprende preti, suore, religiosi e laici, tutti con uguali diritti e responsabilità. Nel 1967 inizia a creare le comunità ecclesiali di base, consolidando gli sforzi che erano stati fatti con l'esperienza delle "assemblee cristiane". Nel luglio dell'anno successivo, infine, fonda l’ hogar Santa Cruz, che sarà il cuore pulsante della nuova diocesi di Riobamba, oltre che una comunità di vita fraterna.

L'esperienza di Riobamba cominciò così a diventare modello da imitare, fonte di ispirazione per molti teologi e pastori latinoamericani. Secondo José Comblin, «quello che faceva Proaño era la traduzione pratica di ciò che era annunciato in maniera teorica nei libri dei teologi della liberazione. Di più: sembrava che i libri nascessero dal progetto di trasformare in teoria la pratica di Proaño».
Lo storico della Chiesa Enrique Dussel ha scritto una testimonianza commossa sulla vitalità della fede che l'operato di Proaño trasmetteva. Afferma:

Quando una comunità di base si riunisce a Riobamba; quando delle mani povere, piagate dal pesante lavoro quotidiano, ferite dal freddo delle Ande, invecchiate precocemente per lo sfruttamento, prendono la Bibbia; quando questi occhi, resi orbi dalla denutrizione e dalle malattie, leggono la Bibbia; quando queste bocche, le cui labbra sono spaccate per il secco e per i colpi dei "padroni", si aprono per spiegare il Vangelo; quando questi uomini e queste donne, giovani e bambini, danno vita a una comunità, mettendo tutto in comune, mettendo ciò che hanno a disposizione, spezzando il pane eucaristico sul tavolo sul quale hanno impastato il pane, allora chi può stare al loro confronto? Forse che la grande basilica di San Pietro è un luogo più sublime della povera casupola di questi indios delle Ande? Questa Chiesa dei poveri, che è parte integrante dell'unica Chiesa, però la sua parte più incontaminata, più profetica, più martiriale, è quella che oggi si trasforma in Chiesa missionaria... «I poveri evangelizzati si sono trasformati in evangelizzatori».

La "rivoluzione del poncho" non fu indolore, però. I cambiamenti moltiplicarono le accuse e le maldicenze contro monsignor Proaño. Egli non rispondeva, non contrattaccava, non offendeva mai. Ma certo soffriva delle calunnie e, ciononostante, continuava per la sua strada, con tranquillità. Riflettendo su questi anni, scrisse nella sua autobiografia:

«Ho sperimentato personalmente il potere straordinariamente trasformatore di Cristo. [...] Però ho anche sperimentato che questo potere trasformatore di Cristo, quando gli si resiste, divide... Divide dolorosamente. Non possiamo giocare con il Signore: o ci buttiamo totalmente o gli resistiamo, anche se lo facciamo con belle parole»".

La consapevolezza che quelli fossero anni in cui si giocava una partita decisiva per le sorti della comunità cristiana in America Latina è fortissima nel vescovo di Riobamba. Perciò, con il passare del tempo, Proaño avverte sempre più l'urgenza di dare un volto nuovo alla sua Chiesa locale, un volto che rispecchiasse quello dei campesinos che incontrava nelle comu¬nità sparse nel pàramo. Un volto indio, insomma. Si può dire che, a partire dal 1980 fino alla sua morte, nel 1988, tutti i suoi sforzi siano andati in questa direzione, sia come vescovo di Riobamba sia, dopo le dimissioni nel 1985, come responsabile del Dipartimento della pastorale indigena della Conferenza episcopale.

Monseñor partiva da una considerazione di fondo: «Esistono tre immagini di Chiesa» diceva. «La prima è la Chiesa conservatrice, immobilista, che si fonda sull'apologetica, sulla sacramentalizzazione, sulla predicazione di principi moraleggianti che servono a mantenere l'ordine costituito; la seconda è la Chiesa modernizzata, mondana, che ha inteso il Concilio Vaticano II come superficiale adattamento al tempo presente, come cambiamento delle suppellettili o aggiornamento del materiale didattico; la terza immagine, infine, è la Chiesa convertita, che prende sul serio l'idea conciliare del "popolo di Dio in cammino", pellegrino, aperto all'avventura e al rischio».
«Di fondamentale e di insostituibile in questa immagine della Chiesa» aggiungeva Proaño, «c'è la figura del Cristo. Attorno a lui, con la fede e l'amore, si costruisce la Chiesa. Non è già costruita: si costruisce tutti i giorni. Per questo rinuncia a ogni trionfalismo: è cosciente della sua grande povertà. [...]. È convinta di non essere un fine in sé, ma di essere stata fondata da Gesù Cristo per essere un segno di salvezza in mezzo al mondo».

La volontà di dare corpo nella diocesi di Riobamba a questa terza immagine della Chiesa si unisce a una constatazione storica: i popoli originali delle Americhe, sin dai tempi della Conquista, erano stati defraudati della loro religiosità e integrati a forza nella Chiesa cattolica, che aveva riservato loro l'ultimo posto, quello dell'emarginato e dello schiavo.

«Dal punto di vista religioso» diceva il vescovo di Riobamba, «gli indios non sono stati e non sono tuttora considerati adatti - salvo casi eccezionali - a costruire una Chiesa indigena, con sacerdoti e religiose, non soltanto del loro stesso sangue, ma anche formati in base ai loro stessi valori culturali; con una teologia e una liturgia arricchite dalla concezione indigena di Dio, dell'uomo e del mondo; e con il loro stesso modo di celebrare i grandi avvenimenti della vita. L'evangelizzazione, salvo casi - ancora una volta - eccezionali, non è riuscita in cinquecento anni a penetrare l'anima indigena; non è stata in grado di provocare l'autentica scoperta di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, nella moltitudine degli uomini e delle donne indigene; non è riuscita a favorire, tra i popoli indigeni, la nascita della fede intesa come conversione, come vita e come impegno. Questo deficit dell'evangelizzazione è la causa profonda del fatto che fino a oggi non sia nata una Chiesa indigena e che la Chiesa cattolica sia stata accusata di aver favorito l'ingiusta dominazione della cultura dei conquistatori».

Proaño sente sulle sue spalle il peso di questa storia "cattolica" e se ne fa carico, deciso a cambiare - per quanto possibile - le cose. Le sue visite alle comunità indigene si moltiplicano. A Santa Cruz si svolgono decine di riunioni in cui si riflette sulla questione della "Chiesa indigena". Contemporaneamente, aumenta il numero dei catechisti e ci si sforza di dare vita a un gruppo di missionarie quechua.

«Più che una realtà» racconta Proaño in proposito, «oggi questo è un anelito nato nel cuore di alcune ragazze indigene. Esse desiderano dedicarsi completamente a un lavoro missionario al servizio delle loro comunità indigene. Vogliono vivere insieme per formarsi e tentare un nuovo stile di vita. Sono disposte a rinunciare al matrimonio per potersi impegnare a tempo pieno nel lavoro missionario in mezzo alle comunità. Non si tratta - specifica il vescovo - di un anelito a prendere i voti in qualche congregazione già esistente, che proviene da altri paesi o che è nata in un ambiente sociale e culturale occidentalizzato. Queste ragazze vogliono condurre uno stile di vita indipendente da quello delle normali congregazioni religiose e più vicino a quello che affonda le sue radici nelle tradizioni culturali indigene».

La preoccupazione più grande di Proaño, però, era di veder nascere delle vocazioni sacerdotali veramente indie. Di fronte al resto dell'episcopato ecuadoriano, l'ordinazione di preti indigeni sarebbe stata la prova del fatto che il sogno del vescovo di Riobamba non era un'utopia. Evidentemente, il problema non era tanto che vi fossero sacerdoti con un po' di sangue indio nelle vene. In fondo, chi non ne ha, tra gli abitanti dell'Ecuador? Il problema era che questi sacerdoti fossero espressione del modo di pensare, di vivere e di agire proprio delle comunità quechua. Per fare ciò, bisognava dare loro una formazione diversa da quella tradizionale che si impartiva nei seminari.
Alla fine degli anni Settanta, monseñor aveva iniziato già a sperimentare un cammino diverso per i giovani aspiranti al sacerdozio. Nelly Arrobo Rodas racconta: «Proaño era preoccupato della formazione tradizionale. "Che serve togliere dalla loro realtà dei ragazzi poveri, che serve dargli tutte le comodità, risolvere tutti i loro problemi?" diceva. "Serve soltanto ad allontanarli dalla gente, a renderli degli estranei". Per questo iniziò con un piccolo gruppo di seminaristi un cammino differente: ognuno si era trovato un lavoro a metà tempo per guadagnarsi da vivere. L'altra metà della giornata era dedicata allo studio e al lavoro pastorale. Alla fine del percorso formativo, prima dell'ordinazione sacerdotale, monsignor Proaño andava nelle comunità dove questi giovani avevano lavorato e chiedeva alla gente il consenso per l'ordinazione. "Come si è comportato il ragazzo?", domandava. "Serve o non serve come sacerdote?". Era una decisione comunitaria. In qualche caso successe che la comunità diede al vescovo un parere negativo e in quel caso Proaño parlò con il seminarista e gli disse: "La gente ti vede così, forse è il caso di rimandare la tua ordinazione, perché tu possa pensare se questa è veramente la tua strada". Per questo suo stile, Proaño fu molto criticato dai più tradizionalisti».
Il suo obiettivo ultimo, comunque, era quello di dare vita a un vero seminario indigeno. Per ottenerlo, presentò un progetto alla Conferenza episcopale e chiese il permesso alla Santa Sede. Le idee di fondo del progetto gli erano state ispirate dalle stesse comunità indigene. Proaño racconta nella sua autobiografia di una conversazione avuta con gli indios di una piccola comunità del Chimborazo. «Con il senso pratico che li caratterizza» dice, «gli indigeni mi hanno spiegato che un centro di formazione per indios che vogliono diventare sacerdoti dovrebbe essere situato in campagna, in mezzo a un gruppo di comunità; che i giovani aspiranti dovrebbero dedicare allo studio le ore della mattina e al lavoro quelle del pomeriggio; che potrebbero pranzare insieme nel centro di formazione, ma che sarebbe comunque più conveniente che ognuno tornasse a dormire a casa propria, nelle rispettive comunità. [...]. In quanto al celibato, gli indigeni di questa comunità mi hanno detto testualmente queste parole: noi contadini indigeni siamo tutti sposati».
Le idee di Proaño furono bollate come altamente pericolose dal Vaticano e dagli ecclesiastici ecuadoriani più potenti. Le sue richieste, di conseguenza, vennero respinte. Il 10 ottobre 1981, la Sacra Congregazione per l'educazione cattolica risponde con una lettera alle continue sollecitazioni del vescovo di Riobamba: «La Congregazione» dice la lettera, «ha esaminato con la massima attenzione la già sufficientemente lunga storia dei tentativi pastorali con i quali Ella si è impegnato a promuovere le vocazioni sacerdotali specialmente nei settori umili della società». E prosegue: «Se pure è necessario riconoscere e tenere in grande conto le esigenze peculiari degli adattamenti pedagogici alle diverse culture e ai vari settori sociali, senza dubbio è necessario soppesare le cose e attuarle nel pieno rispetto delle leggi vigenti della Chiesa». Tradotta in lingua corrente, la risposta della Santa Sede era un no, su tutta la linea. Il vescovo però non si rassegnò e il 5 agosto 1982 inviò alla Congregazione vaticana un Rapporto sulla preparazione al ministero sacerdotale. Anche questa nuova sollecitazione non sortì risultati. Ciononostante, Proaño continuò la sua battaglia per costruire una Chiesa veramente indigena.
Negli anni Ottanta, ormai, Leonidas Proaño è considerato una personalità in Ecuador. Dopo la caduta della dittatura, nel 1979, il nuovo presidente socialdemocratico Jaime Roldós Aguilera non perde occasione per elogiarlo e manifestargli la sua stima. E dal movimento indigeno, che compie i suoi primi passi, è considerato un profeta. Nel 1982, con l'aiuto fondamentale del vescovo, nasce il Movimiento indigeno de Chimborazo (MICH), la prima organizzazione indigena veramente autonoma, che si pone tre obiettivi fondamentali: la liberazione economica con mezzi propri; il riscatto della cultura indigena, e l'attuazione di una politica indipendente dai partiti tradizionali.
Nel 1985, poi, nasce la Confederazione delle nazionalità indigene dell'Ecuador (CONAIE), che oggi è l'organizzazione sociale indigena più influente del paese. Nella Casa della Cultura di Quito, la sera della sua fondazione, erano presenti solo due persone non indigene. Una era monsignor Proano.
Quando, nel 1990, due anni dopo la morte di monseñor, in Ecuador vi fu uno storico “levantamiento” indigeno, una sollevazione nonviolenta che bloccò per giorni il paese, Riobamba fu l'epicentro del "terremoto". In quella occasione, un ricco possidente terriero del Chimborazo, che guardava sfilare la manifestazione di protesta degli indios per le vie della città, sbottò in un'imprecazione significativa: «Ecco qui l'opera dell'"indio" Proaño. L'unica cosa di cui mi pento è di non avergli ficcato in testa una pallottola. A quest'ora mi avrebbero già fatto un monumento». I potenti manifestavano il loro disprezzo chiamandolo "l'indio". Ma lui era capace di trasformare un insulto in un segno di orgogliosa distinzione. E diceva: «Amo lo que tengo de indio»


Tu... te vas

La mattina del 4 marzo 1984, suor Nelly Arrobo Rodas entra nell'ufficio di monsignor Leonidas Proaño, nella curia di Riobamba. Il vescovo è al suo tavolo di lavoro, indaffarato. Suor Nelly deve aiutarlo a trovare un documento tra le tante carte sparpagliate per la stanza. A un certo punto, la religiosa trova un foglio dattiloscritto. E si blocca. È una breve poesia, scritta di getto da monseñor quel giorno stesso. Dice: «Tu... te ne vai... / però restano / gli alberi che hai seminato, / come restano / gli alberi / che altri hanno seminato prima di te. / Gli alberi / daranno frutto / e daranno anche semi. /I semi / coltivati / si trasformeranno in alberi. / Tu... te ne vai... / però restano / gli alberi che hai seminato: / più alberi / e più frutti. / E più semi fecondi».
Nelly è colpita, preoccupata, allarmata. Ma il vescovo la tranquillizza: «Hermanita, non si faccia venire in mente brutti pensieri. Non è alla mia morte che si riferiscono quelle parole, ma alle dimissioni da Riobamba». Anche per il battagliero obispo de los indios, il tempo passa. Si avvicina il compimento del 75° anno di età, momento in cui la regola della Chiesa cattolica vuole che i vescovi presentino le dimissioni al Santo Padre. Il papa può anche non accettarle immediatamente e magari chiedere al vescovo di mantenere l'incarico per qualche anno ancora. Ma, nel caso di Proaño, non c'è da farsi grandi illusioni: il termine sarà rispettato alla lettera.
Da tempo il vescovo di Riobamba pensava a questo appuntamento. Dopo alcune riflessioni, alla fine del 1981 si era deciso a tornare sui suoi passi e a chiedere la nomina di un vescovo ausiliare. A Roma aveva presentato una terna di nomi di persone che avrebbe visto bene come candidati all'incarico. E il 14 gennaio 1982 il Vaticano aveva scelto monsignor Victor Corrai Mantilla, un sacerdote nativo di Guayaquil, che lavorava in una parrocchia indigena della diocesi di Latacunga, sulla Sierra, e che era diventato amico e seguace di Proaño.
Con l'aiuto di Corrai, che era stato accolto molto bene dai fedeli e che si era subito integrato nella pastorale della diocesi, monsignor Proaño aveva continuato la sua opera di costruzione di una Chiesa dal volto indio. Ma ora il tempo si era fatto breve. Stava arrivando l'ora degli addii.
Il 14 marzo 1984 si svolge una celebrazione della parola all'hogar Santa Cruz, che è ormai considerata la "casa-madre" della diocesi di Riobamba. È una sorta di cerimonia di investitura. Attorno a Proaño ci sono gli amici più cari, i collaboratori dell'Equipo de coordinaciòn, un gruppo di indios. II vescovo legge un passo biblico, i versetti 2-10 del capitolo 2 del secondo libro dei Re: il profeta Elia dona il suo mantello al profeta Eliseo, che gli aveva chiesto in eredità almeno i due terzi del suo spirito. La gente attorno a monseñor gli chiede allora di lasciargli in eredità almeno un terzo del suo spirito. Proaño si toglie il poncho e lo "impone" a monsignor Corral. Poi, fa la stessa cosa con gli altri: sacerdoti, religiose, operatori pastorali, uomini e donne. L'ultima a ricevere l'imposizione del poncho è Margarita Pagalo, una giovane madre indigena, che portava involtolata sulla schiena la figlia neo-nata. Dalla bocca del poncho di monsenor spuntano le teste della donna e della bimba: «Un segno meraviglioso di questa Chiesa indigena che sta nascendo» commenta padre Agustin Bravo.
Poco più di un anno dopo questa celebrazione, ii 19 aprile 1985, una folla incredibile di persone era radunata nella vecchia cattedrale di Riobamba. Monsignor Proaño ha terminato il suo incarico e lascia la diocesi senza aver costruito ii nuovo, magnificente tempio che gli era stato chiesto dall'aristocrazia della città. Ma alla gente radunata in chiesa, la cosa non importa: i canti, i balli e i pianti sono tutti per Taita Obispo, che sta per partire.
Nei giorni precedenti quel 19 aprile, Proano si era sentito molto male. Come è tipico di coloro che hanno grande coscienza del legame tra corpo e spirito e che si curano con la medicina omeopatica, il grave malessere era psicosomatico. Proaño aveva cercato di scrivere la sua omelia per la celebrazione d'addio, l'ultima, l'unica omelia in tutta la sua vita che non fu "dialogata" con il popolo. Ma non ci riuscì.
La parole che pronunciò in cattedrale, perciò, furono improvvisate e spontanee.
Dio con noi e noi con Dio. Noi stessi, tutti uniti, abbiamo compiuto l'opera di Dio: questa Chiesa di Riobamba. II popolo di Dio è in cammino. Sono ormai alle nostre spalle tutte le lotte, tutti i dissapori, tutte le incomprensioni, tutte le polemiche a proposito della cattedrale. Che allegria mi dà vedere questo popolo riunito qui: questa è la cattedrale che desidera il Signore. Le fondamenta sono state poste. Nessuno le potrà distruggere, perche alla base c’è Cristo. Egli è il Salvatore. Egli è il Liberatore. La gente lo sta scoprendo. Egli sta in mezzo ai popolo. È vivo, è risuscitato. Una delle soddisfazioni più grandi che prova ii mio cuore in questo ultimo giorno del mio mandato nella diocesi di Riobamba è d’essere stato fedele al Vangelo”. E aggiunse:

Ho lottato per la giustizia, perche Egli è la giustizia. Quando abbiamo lottato per la libertà, abbiamo inalberato la bandiera dei grandi valori del Regno di Dio. La seconda lettura che abbiamo ascoltato è il Magnificat, il cantico di Maria, cantico della donna umile, della donna del popolo, scelta da Dio per essere la Madre del suo Figlio, per essere, per ciò stesso, la Madre della Chiesa di Gesù Cristo. La mia anima magnifica il nome del Signore, perche ha guardato l'umiltà della sua serva... Anche noi possiamo dire che la nostra anima e il nostro cuore magnificano il nome del Signore. Ha posato il suo sguardo sulla nostra piccolezza... Vi farò una confidenza. In questi giorni sono stato malato. Per distrarmi un po', sono andato a riprendere alcuni dei miei programmi radiofonici del passato. E mi veniva da sorridere, dentro di me, ricordando le lotte e le difficoltà che abbiamo dovuto vincere. E ho sperimentato che era Dio colui che ci guidava. Ho detto sempre, e non per demagogia, che vengo da una famiglia povera, figlio di persone che si guadagnavano la vita lavorando duramente. Molte volte ho fatto l'esperienza di cosa significa la fame, come conseguenza della povertà... E qui Dio ha scelto i poveri, i piccoli, i disprezzati. Sono stati gli indios, sono stati i poveri della città, i poveri delle campagne coloro che hanno compreso più facilmente la Parola di Dio... E allora rendiamo grazie a Dio per questa cattedrale in carne e ossa, che Egli ci ha aiutato a costruire. Rendiamogli grazie per questa cattedrale viva, per questa Chiesa viva, per la nascita del Movimento indigeno che è in cammino verso una nuova società”.

 Dopo aver ringraziato i suoi collaboratori, il vescovo ausiliare monsignor Corral e il vicario generale Agustin Bravo, Proaño concluse:
II popolo del Chimborazo lo porto nel mio cuore e oso credere che resto nel cuore del popolo del Chimborazo”. Tra gli applausi e i pianti della gente, esplose un coro da stadio: «El pueblo lo dice y tiene razòn, Proaño se queda en su corazon!».
Le gioie e le tristezze non erano finite, per il "vescovo degli indios". All'atto della sua rinuncia, la Santa Sede non aveva nominato subito un successore. Monsignor Corral ricevette l'incarico di "amministratore apostolico", una carica che si affida temporaneamente per le emergenze. Rimase in questo "limbo" per due anni. Per Corral fu una sorta di "assunzione in prova". Per Proaño, invece, fu l'ennesimo insulto: il segno che il Vaticano giudicava la situazione di Riobamba pericolosa, da normalizzare. AI tempo stesso, però, gli indios dell'Ecuador si erano mobilitati e avevano cominciato a esercitare una serie di pressioni sulle alte gerarchie ecclesiastiche per ottenere che Proaño fosse nominato vescovo delle popolazioni indigene del paese. La richiesta, inizialmente, fu quella di creare una sorta di diocesi speciale e autonoma, sul modello dell'ordinariato militare, in cui un vescovo guida i cappellani militari. L'idea fece rabbrividire la presidenza della Conferenza episcopale, ma gli indios non si diedero per vinti.
Alla fine di gennaio del 1985, Giovanni Paolo II compì un viaggio in Ecuador.
Dopo Quito, il papa fece tappa a Latacunga, città della Sierra non lontana da Riobamba e capoluogo della provincia di Cotopaxi. Era il 29 gennaio 1985. Combinazione curiosa: lo stesso giorno in cui monsignor Proaño compiva 75 anni. Qui, in una spianata nei pressi dell'aeroporto, era previsto l'incontro con gli indios. Nessuno, però, aveva immaginato che si sarebbe trattato di un evento straordinario, mai visto prima nel paese. Da tutte le valli andine scesero a Latacunga centomila indigeni. In prima fila, tra i dirigenti delle popolazioni aborigene, era presente anche Luis Felipe Atahualpa Duchicela XXVIII, discendente diretto di Atahualpa, l'ultimo inca di Quito, fatto strangolare da Pizarro nel 1533.
II portavoce di questa moltitudine parlò a papa Wojtyla con franchezza, esprimendogli tutta l'amarezza e lo sdegno per le sofferenze che le popolazioni indigene dell'Ecuador continuavano a patire da secoli: «Siamo popoli di millenaria cultura» disse. «Soffriamo lo sfruttamento, in vari casi da parte di cattivi cristiani. Dalla conquista spagnola, da 484 anni, la nostra situazione non è cambiata: continuano le umiliazioni, il razzismo, l'emarginazione in tutti gli ordini della vita sociale. Ci è stata tolta perfino la nostra terra, sebbene Dio abbia creato il mondo per tutti gli uomini. Noi crediamo nell'insegnamento della parola di Dio, ma in quella che porta la verità e la giustizia, perché non si può avere pace se non c'è giustizia e se i sistemi di dominazione non cambiano. Noi ti domandiamo: dobbiamo soltanto soffrire in questa vita, aspettando nell'altra un salvatore personale di ciascuno? Ti diciamo che noi non vogliamo odiare nessuno, ma non vogliamo neanche soffrire più. Ma ti diciamo anche che è difficile andare avanti, perché diversi ecuadoriani ci disprezzano e ci fanno sentire come se fossimo di un altro paese nella nostra stessa terra. Ti chiediamo di appoggiare coloro che ci appoggiano, coloro che ci aiutano a pensare con la nostra testa e a unirci, a studiare e a progredire».Tra coloro che aiutano gli indios, il portavoce della folla radunata a Latacunga fece un solo nome, quello di Taita Leonidas. Disse: «Monsignor Proaño ci ha portato la parola di Dio in trent'anni di lavoro in mezzo a noi. Egli è come un padre che ci sta sempre accanto. Quando dovrai mandarci un altro vescovo a Riobamba, ti preghiamo di mandarcene uno come lui che sappia amare, accompagnare e dar speranza ai poveri». AI termine del discorso, una piccola delegazione di dirigenti del popolo quechua ebbe modo di avvicinare il pontefice e insistette perché Proaño fosse nominato obispo de los indios. Una donna in particolare, Ana Maria Guacho, dirigente indigena del Chimborazo, si attaccò letteralmente alla veste bianca del papa, ripetendo: «Ci dica di si, ci dica che lo nomina vescovo degli indios». II papa chiese, tra il curioso e lo spazientito: «Ma è un indigeno monsignor Proaño?». E Ana Maria: «È come se lo fosse».
Papa Wojtyla rimase fortemente colpito dall'episodio. E intervenne sull'episcopato ecuadoriano, perché si trovasse una soluzione. II primo febbraio 1985, Proano ricevette l'incarico di presidente del Dipartimento della pastorale indigena della Conferenza episcopale ecuadoriana. Per molti vescovi, si trattava di un escamotage per togliersi dai piedi gli indios e dare un "premio di consolazione" all'ingombrante ex vescovo di Riobamba. Per Proaño, invece, fu come tornare giovane: cominciare da capo, intraprendere una nuova missione, puntare a un nuovo, ambizioso, obiettivo. «Ci tocca rimetterci a sognare» diceva. «Ma non partiamo da zero». La storia pastorale di un'intera diocesi era il suo bagaglio. Riobamba era diventata «la città posta sul monte», cui le popolazioni indigene dell'Ecuador guardavano come a una fonte di ispirazione.

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