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Lo Stato più fragile al mondo

Lettera di Padre Cristian dal Sud Sudan

Come ogni anno, la rivista statunitense Foreign Policy, dedita nell’informare i propri lettori sulla geopolitica e sulle relazioni internazionali, ha pubblicato la classifica (relativa al 2014) circa la stabilità dei paesi di tutto il mondo. L’indice, conosciuto come Fragile State Index, si basa su dodici parametri, tra cui l’accesso ai servizi pubblici, la presenza di rifugiati e sfollati, le condizioni dei diritti umani e la legittimità o meno dello stato.

Secondo quanto emerso dalla classifica relativa allo scorso anno, i paesi scandinavi sarebbero quelli più stabili. La sorpresa più grande, invece, arriva dalla Siria, paese che negli ultimi quattro anni è stato tormentato da una sanguinosa guerra civile che ha portato allo sfollamento di circa dodici milioni di persone: secondo quanto si apprende non sarebbe lo stato più fragile del mondo. Il paese in cui la situazione è ritenuta la più allarmante è proprio il Sud Sudan, seguito da Somalia, Repubblica Centrafricana e Sudan.

Vedi mappa e dati in: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_Fragile_States_Index

Lo scorso agosto, il partito di governo (SPLM) e il partito in opposizione (SPLM-IO) hanno firmato la risoluzione dell’IGAD: un organismo intergovernativo che comprende Sudan, Eritrea, Etiopia, Djibuti, Somalia, Kenya, Uganda e Sud Sudan, che si propone oltre che di promuovere sviluppo anche di gestire e risolvere conflitti in questa regione dell’Africa. L’IGAD spinge perchè i due gruppi condividano il potere e preparino il paese ad avere elezioni democratiche. L’accordo rappresenta certamente un grande passo in avanti. Ma l’accordo non va a toccare i veri problemi: le ferite del conflitto rimagono comunque aperte. Entrambi i gruppi sembrano determinati ad attuare le decisioni solo nella misura in cui fa loro comodo. Ma la tendenza è di ritardarne l’attuazione quanto più possibile. Fino ad ora le risoluzioni rimangono infatti solamente parole al vento. “C’è bisogno di ulteriori incontri chiaritoriˮ dicono, “ma non ci sono i fondiˮ.

Certamente i fondi per la pace mancano sempre, anche se la pace non dovrebbe costare così cara nè al governo nè alla popolazione. E’ il conflitto invece che sta contanto caro a tanti! Da parte nostra ad Old Fangak siamo riusciti a portare a termine i programmi che ci eravamo prefissati nell’ultimo periodo. La presenza di tanti rifugiati che sono arrivati da Phom (sede della nostra provincia) ha permesso, sembra un paradosso dirlo, che la nostra proposta pastorale diventi più ricca e possa godere della partecipazione di tanta gente.

Ad Agosto ho potuto visitare un centro della parrocchia a otte ore di cammino di Fangak in occasione della festa dell’Assunta. In quel mese la gente non aveva cibo a sufficienza perchè le pioggie e quindi anche le coltivazioni erano in ritardo, oltre al fatto che molti capi di bestiame erano morti per malattia. Ma non è mancata la voglia di radunarsi e celebrare la festa della loro comunità cristiana e rafforzare la propria comunione anche in questo momento difficile.

Tra Agosto e Settembre abbiamo fatto sei settimane di formazione: due settimane per i giovani educatori dei ragazzi seguendo un programma di educazione civica in vista di un cambiamento nei comportamenti sociali; due settimane con i capi catechisti dei ventuno centri sull’organizzazione della parrocchia e il piano pastorale; due settimane con i responsabili dei comitati finanziari dei centri per promuovere dei programmi di autofinaziamento perchè la Chiesa possa anche rispondere attivamente a questo momento di crisi sostenendo soprattutto le famiglie deboli.

Ad Ottobre abbiamo celebrato per tre giorni la festa di Daniele Comboni in uno dei centri della parrocchia insieme a circa tremila ragazzi che sono arrivati dai loro centri. Oltre alla celebrazione dell’Eucaristia, i giovani hanno presentato i loro canti in una competizione fra i cori dei centri, insieme a danze e scenette varie. I ragazzi hanno anche organizzato una partita a pallone. Non mancano quindi momenti di gioia grazie ai giovani che sanno vedere oltre il conflitto.

Successivamente sono passato a visitare una dozzina di comunità cristiane a Nord della parrocchia tra cui anche alcuni centri e villaggi che sono stati colpiti dal conflitto dello scorso anno. Ho trovato dei villaggi bruciati insieme a tante famiglie che pur avendo perso gran parte dei loro averi si sono date da fare per risistemarsi alla meglio. Mi sono sentito spesso ripetere “Niente vale più della vitaˮ. Queste parole sono state per me un messaggio di coraggio che invita tutti a vivere generosamente pur nelle avversità senza perdere il senso della vita.

Ho trovato Phom (sede della nostra provincia) completamente rasa al suolo e lì abbiamo celebrato la messa di tutti i morti facendo memoria di ció che è successo nell’ultimo anno. Abbiamo celebrato l’Eucaristia all’ombra di un albero perchè la chiesa era stata smantellata. I soldati governativi hanno infatti tolto gli ondulati del tetto e la struttura metallica per vendere il materiale e avere qualcosa per vivere. Riguardo alla scuola e all’ospedale invece, dopo aver portato via tetto, travi, porte e finestre, hanno fatto anche saltare delle mine per tirare giù i muri.Chiaramente questo non è un conflitto fra due schieramenti militari, ma una follia collettiva il cui costo è troppo alto e va pesare non sul governo ma su tutta popolazione di cui ne è vittima.

Lasciato Phom ho potuto visitare alcuni gruppi di sfollati che si sono temporaneamente sistemati lungo il fiume Pou (Bahr-el-Zeraf). Porto con me il ricordo di Giosefina Nyajuai: una bambina di sette anni tanto cara, figlia di Gabriel Gattuor. E’ morta improvvisamente di febbre: probabilmente una malaria mal curata. Alla mia partenza il papà mi ha mostrato che la stava curando con un antimalarico, ma è morta in meno di quarantotto ore. Non c’è stato nulla da fare. Il papà è venuto a due ore di cammino per comunicarmi che la bambina era morta cantando canti di chiesa e tenendo tutti raccolti intorno a lei in preghiera.

A metà Novembre sono arrivato ad Old Fangak e ho trovato padre Gregor e padre Alfred impegnati nelle ultime settimane di scuola. La prossima settimana infatti gli studenti dell’ottava classe (che equivale in Italia alla terza media) affronteranno gli esami di stato per la fine della scuola primaria. Sono cinquantatre ragazzi e tutti hanno dei bei sogni per la loro vita. Alcuni desiderano continuare a studiare frequentando la scuola superiore al Collegio Comboni di Lomin (vicino al confine con l’Uganda). Negli anni scorsi abbiamo già mandato otto studenti, e ne vorremmo mandare altri cinque scelti fra i ragazzi che vediamo più impegnati.

La prossima settimana abbiamo anche il ritiro delle donne che appartengono alla Legione di Maria. Il ritiro finirà con la celebrazione dell’Immacolata Concezione di Maria. Dopo di che ci prepareremo per la celebrazione del Natale. Io celebreró il Natale nel centro di Juaibor che dista circa nove ore di cammino da Old Fangak. Domenica 27 avremo una celebrazione speciale per le coppie che hanno ricevuto il sacramento del matrimonio: sono poche e hanno bisogno di essere incoraggiate perchè possano vivere fino in fondo la bellezza del matrimonio cristiano.

Saró di ritorno ad Old Fangak con il nuovo anno per radunare tutti i rappresentanti dei centri nell’incontro del consiglio pastorale dove valuteremo l’anno passato e pianificheremo le attività del nuovo anno scegliendo un obiettivo particolare (uno per anno) da attuare. E così pian piano si cammina e si fa Chiesa. Ringrazio il Signore per questo cammino così intenso e ringrazio ognuno di voi per il vostro accompagnamento nella preghiera, nell’amicizia e nell’affetto fraterno.

Vi mando un abbraccio grande e gli auguri di Buon Natale attraverso una umile poesia intitolata Puot tek can, e cioè la vita vince sulla miseria.

padre Christian Carlassare

Old Fangak

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