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Evangelizzare - Considerazioni Missionarie da Fangak

Lettera di P. Christian Carlassare dal Sud Sudan

Evangelizzare

Considerazioni Missionarie da Fangak (Sud Sudan)

P. Christian Carlassare – 12 Novembre 2014

Principio e fine dell’opera missionaria è l’esperienza personale ed ecclesiale che Gesù Cristo ha trasformato la nostra vita con la certezza che solo Lui puó offrire un cambiamento, una novità di vita e salvezza eterna a chi crede, ama e spera nel suo nome. Se manca questo manca tutto. Questo punto è stato ben espresso da papa Giovanni Paolo II in Redemptoris Missio quando dice: “All'interrogativo: perché la missione? Noi rispondiamo con la fede e con l'esperienza della chiesa che aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente «la nostra pace», e «l'amore di Cristo ci spinge», dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi”. RM 11

L’amore di Cristo e l’amore per Cristo si traduce nell’amore per i suoi fratelli più piccoli (Mt 25,20). Non i fratelli che ci scegliamo, ma quelli a cui siamo mandati o che ci sono mandati dalla Provvidenza. Non per farci strada, per ricevere il plauso, per realizzare noi stessi o avere il credito di aver fatto qualcosa di buono, ma perchè c’è un’esigenza d’amore, di donazione disinteressata e gratuita. Significa quindi scendere dal trono o cattedra che sia; togliere anche quelle maschere che si frappongono tra noi e la gente, pregiudizi e programmi compresi. Non la gente a servizio della missione, ma il missionario a servizio della gente (Fil 2,5-11). E questo si traduce in tante piccole e, allo stesso tempo, importanti attitudini: dare tempo senza perdere tempo, imparare ad ascoltare invece di credere di conoscere, dedicare attenzione alla lingua e alla cultura, percepire la diversa visione della vita senza giudicare, la scala di valori e il diverso modo di pensare compresi. Il missionario puó essere tentato di irrigidirsi: “Se non cambiano questa o quella abitudine, non potranno mai capire il Vangelo”. Diventa come uno scoglio dove le onde si infrangono. Il missionario non deve tanto concentrarsi a far cambiare le abitudini, ma deve prima comprenderle ed accettarle. Sarà poi il Vangelo una volta penetrato a fare il suo corso e portare una cultura a maturazione e facilitare anche quei cambiamenti che sono necessari. Una trasformanzione dall’interno quindi. L’amore per la gente diventa sempre fiducia nella gente.

Si parla spesso della missione come Missio Dei. Questo concetto non dice solamente che la missione appartiene a Dio, ma anche che noi missionari non siamo i protagonisti. Siamo servi qualsiasi, non inutili (Lk 17,10). Dice anche che la missione supera le nostre limitazioni: ci precede nella preparazione che Dio compie nel cuore delle persone e delle culture. Ci precede attraverso il lavoro che altri agenti pastorali hanno fatto prima di noi. E continua anche quando lasciamo quella missione. Il singolo missionario non è il compimento dell’opera. Il suo lavoro peró ha il valore del tutto se ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani ed esserne parte, forse anche solo una piccola parte ma pur sempre importante. Il missionario deve quindi disporsi alla missione con una attitudine di profonda umiltà, sperando contro ogni speranza, seminando pur senza vedere frutti, non perdere interesse anche quando c’è disinteresse.

Il messaggio del Vangelo deve prevalere su tutti gli altri messaggi che possiamo trasmettere alla gente. Ci vuole una certa pedagogia: non conta quello che noi pensiamo di convenire, ma quello che la gente effettivamente percepisce dal nostro essere in mezzo a loro. E’ importante che tutto quello che diciamo e facciamo riveli quello che siamo e non produca invece una irreparabile dicotomia dove quello che facciamo non parla più di quello che siamo. Non basta fare opere buone per essere riflesso del messaggio evangelico, soprattutto in questo tempo in cui ci sono innumerevoli agenzie umanitarie e organizzazione che hanno l’audace sogno di cancellare la povertà nel mondo. E’ necessario quindi rimanere in contatto con chi siamo per ordinare tutto ció che facciamo perchè come papa Giovanni Paolo II dice in Redemptoris Missio: La prima forma di testimonianza è la vita stessa del missionario, della famiglia cristiana e della comunità ecclesiale, che rende visibile un modo nuovo di comportarsi. Il missionario che, pur con tutti i limiti e difetti umani, vive con semplicità secondo il modello di Cristo, è un segno di Dio e delle realtà trascendenti RM 42.

Tutta l’opera missionaria e le sue attività devono essere indirizzate all’annuncio del Vangelo; e in forza di questo sono tutte importanti. Ma, a mio parere, l’ordinaria attività pastorale, a volte vista come una forma antiquata di missione, è in realtà la forma di evangelizzazione più pura. La preghiera, le visite alle famiglie e ai malati, la catechesi e la celebrazione di sacramenti sono quei momenti di grazia in cui si realizza la vera liberazione dell’uomo e si pregusta quella pace che il mondo non puó dare. Per questa ragione è importante nella nostra riflessione missionaria dare speciale attenzione alla pastorale della missione perchè ogni missionario sia in grado di sviluppare un programma pastorale adeguato e una catechesi che parli il linguaggio della gente. La creatività non ci manca, si tratta peró di essere consistenti. Ho l’impressione che la maggior parte della nostra attenzione, soprattutto a causa della continua situazione di emergenza, sia stata offerta a rispondere alle esigenze della gente e all’opera di promozione umana. E temo che la pastorale sia spesso vissuta come una serie di funzioni religiose. Non nego che siano praticate con gioia e dinamismo, ma rimangono solo funzioni religiose quando non sono organizzate all’interno di un programma pastorale che sia integrale e inculturato.

Non vorrei essere frainteso. Non è mia intenzione distinguere l’attività pastorale dalle opere di promozione umana per elevare l’una a scapito dell’altra e creare così una innaturale dicotomia. Sento peró commenti di questo genere: “Non siamo preti diocesani”, “noi non ci limitiamo alla pastorale da parroci”, “siamo per lo sviluppo integrale della persona”. Temo peró che nella pratica rischiamo di essere assorbiti dalle domande del livello orizzontale usando quello verticale solo come motivazione di fondo; quasi come si fa con gli slogan in una campagna politica. E’ mia intenzione invece sostenere che l’attività pastorale e l’opera di promozione umana devono essere complementari come le due faccie di una medaglia: entrambe a servizio dell’annuncio del Vangelo. La predicazione infatti non è un discorso che parla di Dio secondo i canoni di ció che pensiamo buono e bello: un Dio addomesticato e a servizio dei diritti umani; ma una parola che chiama alla conversione e al dono di sè. Allo stesso modo le opere di promozione umana non sono semplicemente a servizio di uno sviluppo sociale ed economico che illude la gente di poter trovare facili soluzioni ai propri problemi; ma sono l’opera di umanizzazione della persona e della società. Come Gesù ha proclamato il Vangelo facendosi uomo, così anche la nostra opera di evangelizzazione è anche opera di umanizzazione perchè ogni uomo riscopra la propria umanità in Gesù Cristo. E questo è possibile se ci sono delle condizioni basilari come un modello di sviluppo giusto e sostenibile, la pace e la stabilità del paese, il necessario per vivere dignitosamente, una migliore qualità di vita, la salute e l’educazione, la dignità della persona maschio o femmina che sia.

E’ importante ricordare che il missionario non è il solo agente nell’opera di evangelizzazione. Già Daniele Comboni ne parlava nel suo piano quando il missionario aveva ancora un ruolo molto determinante nella missione di prima evangelizzazione. Oggi in Sud Sudan continuiamo a chiamare prima evangelizzazione una situazione non propriamente tale, dove il Vangelo annunciato in modo discontinuo e frammentario ha portato ad una ricezione molto parziale di suoi valori. Bisogna anche ricordare che il Sud Sudan è stato sempre ritenuto refrattario alla penetrazione del Vangelo. A differenza che in passato peró il missionario si trova oggi inserito in una chiesa locale ancora giovane ma di grandi speranze e desiderosa di muovere i propri passi autonomamente. Ritengo che il primo agente dell’opera di evangelizzazione sono proprio le persone locali che sono venute a credere in Gesù. In molti casi sono anche coloro che hanno iniziato le prime comunità cristiane radunando le persone per la preghiera. Sono loro i testimoni che il Signore ha scelto per portare la sua Parola a tutti. Cosa potrebbe fare un missionario e parroco senza i propri catechisti? I catechisti di Fangak sono la nostra gioia e per molti versi anche la nostra croce. Ma senza di loro non potremmo arrivare da nessuna parte. Affermo questo non solo perchè sono loro ad accompagnarci di cappella in cappella tra boschi e paludi dove potremmo solo che perderci, ma anche perchè sono loro che ci hanno insegnato tutto quello che conosciamo di questo popolo. Sono loro che ci aiutano a comunicare con la gente e continuano a trasmettere il messaggio dove non possiamo raggiugere. Ci sono ministeri che sono insostituibili anche dal più infaticabile missionario. Questa dimensione appare evidente anche nell’opera di promozione umana: il missionario è facilmente tentato di farsi carico dei bisogni nella misura in cui è capace a trovare fondi e gestire i progetti. E i fondi sono tanti, sembra quasi di fare miracoli. E la gente locale ovviamente offre il proprio consenso e anche applauso. In realtà peró, in questo modo, si mortifica l’autonomia, la creatività e la laboriosità della gente. E non c’è niente di più dannoso. Ho fatto esperienza in varie occasioni che quando la gente è interpellata risponde più che generosamente e risolve gran parte dei problemi. La presenza del missionario nell’opera di promozione umana è importante in quanto evangelizza-umanizza attraverso di essa, e, pur incentivando a cominciare, l’opera deve poi poter continuare basandosi principalmente sulle risorse locali.

Un ultimo pensiero va anche alla relazione tra i missionari e la chiesa locale gerarchica. Non c’è da stupirsi se in passato ci siano stati motivi di frizione. I momenti di passaggio sono sempre delicati perchè richiedono un cambiamento. In questi anni abbiamo compiuto molti passi verso una piena riconciliazione. Per noi missionari peró rimane aperta la sfida di ri-comprendere e ri-definire il nostro compito a servizio della chiesa locale. Ci sono ancora delle situazioni incerte. C’è per esempio il missionario tappa-buchi che sa fare straordinariamente bene quello che gli altri non possono fare. C’è quello che invece non fa altro che coprire i vuoti e le presunte mancanze degli altri, e lo fa secondo i propri piani e capacità. Nonostante tutto, la chiesa locale nella sua gerarchia, con grande magnanimità, benedice la nostra presenza e il nostro lavoro. Ma i sentimenti possono essere misti di gratitudine e frustrazione, di ammirazione e consapevolezza che in fondo siamo diversi da loro. Io direi che dovremmo essere in tutto incarnati nella chiesa locale dove l’unico spazio di libertà sia a servizio dello Spirito Santo che rinnova la sua chiesa. Il missionario infatti non deve solo fare missione ma anche fare chiesa. Non c’è l’una senza l’altra.

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