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LA GRANDE GUERRA (2 Tm 4, 2)

Lettera di p. Christian Carlassare dal Sud Sudan

M’incontrai per la prima volta con la grande guerra quando ero ancora bambino. Era in una gita di famiglia alle gallerie del Monte Cengio. Da quel momento non facevo altro che incontrarla ad ogni uscita: al forte Verena, al forte Corbin, nelle trincee di cui l’Altopiano di Asiago è disseminato. Le più evocative sono quelle di Monte Fior perché sono tagli che si vedono sulla montagna come ciccatrici. Sono lì da ormai cent’anni perché rimanga la memoria di tanta follia. Fu una strage inutile; una pazzia collettiva che è continuata finché non se n’è avuta abbastanza. A quale prezzo! E i problemi sono rimasti tali. Dopo solo ventun’anni è iniziata un’altra guerra, peggiore della prima. Solo dopo essere passati attraverso queste due tragedie qualcuno ha cominciato a dire: “Mai più la guerra”. Anche se altri cercano tuttora di parlare di guerra giusta, di guerra lampo, di bersagli precisi o bombardamento mirato. Lo vediamo in Medio Oriente. In guerra ci si entra perché si è certi di essere vincenti. Ma non si sa come andrà a finire.

In Sud Sudan la guerra è ancora ritenuta uno strumento efficace per risolvere i problemi. Non importa quanto ammonti il costo umano. Soldi non mancano da spendere in armi. I venditori anche. Ultimamente il governo Sud Sudanese ha comperato armi da un gruppo industriale cinese per il valore di 38 milioni di dollari. Ma sembra che, da Dicembre 2013 a oggi, il governo abbia già speso circa un miliardo di dollari in armi. Anche le forze anti-governative ricevono armi. Non si sa come; non si sa da chi. Le organizzazioni internazionali stanno cercando di raccogliere un miliardo e 300 milioni di dollari per rispondere all’emergenza degli sfollati che superano già il milione. Novantacinque mila sono i rifugiati all’interno dei campi ONU. Dal cessate al fuoco di Giugno si è respirata un po’ di calma. Si teme però che non sia la quiete dopo la tempesta ma quella calma con cui entrambe le fazioni si stanno preparando per confrontarsi nuovamente. Oggi il conflitto interessa tre regioni su dieci. Ma gli effetti si sentono in tutto il paese.

Quello che sconcerta è che la guerra in Sud Sudan si combatte come quella di cento anni fa: su due fronti nelle linee di confine tra governo e opposizione. Si tira prima con l’artiglieria pesante, se c’è, e poi si va all’attacco, corpo a corpo. Non si risparmiano paesi e città. Non si distingue tra soldati e civili. Tutti sono rei di essere da una parte o dall’altra. Un mattino della scorsa settimana ci siamo svegliati con il rumore lontano dell’artiglieria pesante. Era l’opposizione che da Canal spingeva verso Malakal. Hanno sfondato le linee governative e hanno preso Doleib e Obel. Sono nuovamente alle porte della città. In questi giorni c’è molto movimento in paese. Si stanno raccogliendo nuove reclute fra i giovani. Giro tra il mercato e il porto per vedere chi si arruola e parte. Alcuni sono molto giovani e mi dicono: “Abuna, andiamo a dare una lezione ai Denka”. Che bella lezione! Lo spirito evangelico della non-violenza non è ancora entrato, neanche in chi si professa cristiano. Mi rattrista vedere persone che erano impegnate nella chiesa, anche come catechisti, lasciare i loro impegni per unirsi alle forze dell’opposizione. Tre catechisti sono addirittura diventati comandanti delle nuove reclute chiamate dei-ti-bor: hanno insegnato ai giovani canti e preghiere fino all’altro ieri e ora invece insegnano ad abbracciare un fucile kalashnikov. In questo mese abbiamo avuto tre settimane di formazione per i catechisti. Abbiamo seguito un programma sull’insegnamento sociale della chiesa per riflettere anche sulla situazione presente e sull’attitudine e impegno del cristiano verso la risoluzione del conflitto. I due cardini del corso sono stati la dignità di ogni singola persona e la solidarietà necessaria per vivere in società. Abbiamo creato dei gruppi di discussione e i contributi che ne sono usciti sono stati molto positivi. C’è chi ha parlato del valore della preghiera, chi del rispetto dell’altro anche se della tribù o fazione diversa. C’è chi ha detto che un cristiano non puó prendere le armi per combattere in un conflitto “fratricida” come questo. C’è chi ha distinto tra le cause politiche e i risvolti etnici usati spesso per dar legna al fuoco. Insomma c’è stato pane per i miei denti. Alla fine della formazione ho percepito un pó di timore nei catechisti. Sì, timore perché queste Parole sono scomode. E non si possono tacere. L’esperienza è terminata proprio con la messa di invio dove la comunità cristiana li ha incoraggiati a predicare il Vangelo con le parole e i fatti.

Annunzia la Parola

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opportuna e non opportuna

p. Christian Carlassare

Old Fangak

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