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Al pozzo di Giacobbe (Gv 4, 5-42)

lettera di p. Christian Carlassare dal Sud Sudan

Al pozzo di Giacobbe      (Gv 4, 5-42)
(In mezzo alla guerra germogli di fraternità e di resurrezione)


In Sud Sudan, come in altre parti dell’Africa, la sete non risparmia nessuno. La si fa sentire durante la stagione secca dove la popolazione deve lasciare i propri villaggi per avvicinarsi a delle riserve naturali di acqua. Ho visto in alcuni villaggi scavare delle buche perché contengano l’acqua necessaria per coprire il bisogno di alcuni mesi: delle vere e proprie pozze coperte da pali e erbe per evitare l’evaporazione. La sete diventa anche un problema durante gli spostamenti da un posto all’altro. A volte si devono coprire distanze passando per zone senz’acqua. Occorre allora misurare quel poco d’acqua che ci si può portare appresso. E non è strano arrivare in vista di un villaggio mezzi tramortiti dalla sete. Una ciotola d’acqua è il primo dono che la gente offre anche senza chiederlo. “Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli non perderà la sua ricompensa” (Mt 10,42).

 

Anche Gesù ha sofferto la sete durante i suoi viaggi. In uno particolarmente, quando stava attraversando la Samaria. Non ne poteva proprio più. E, mentre i suoi discepoli erano andati in cerca di cibo, lui si era fermato lì al pozzo di Giacobbe aspettando qualcuno che venisse ad attingere dell’acqua. E non si è vergognato di tendere la mano: lui che era venuto a portare l’amore non si è disdegnato di mendicare un po' di benevolenza anche da una donna samaritana. Una richiesta d’aiuto che cambia la vita. Gesù non ha fatto leva sui sensi di colpa della donna e nemmeno sulle sue paure più nascoste. Le ha semplicemente mostrato la sua sete. La sete che tutti proviamo. La sete infatti è comune a tutti. Ma c’è sete e sete. C’è la sete materiale di acqua, ma ci sono anche altre seti. C’è la sete di potere. Questa sete ha in quattro e quattr’otto mandato il partito di governo fuori dai gangheri e ci ha portati davanti al baratro di una guerra civile ingiustificata e di una grave crisi umanitaria. Quanta sete di vendetta che vedo negli occhi di molti giovani manipolati dal potere sulla base della loro etnicità. Ma c’è ancora tanta sete sana: sete di amore, pace, giustizia e vita. Una sete che è sempre misteriosamente presente in ognuno di noi nonostante le siccità più devastanti. “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati” (Mt 5,6).


Tutti vogliamo la felicità. Ma quale? Quella che viene dall’amore. Ma quale Amore? “Se solo tu conoscessi il dono di Dio” (Gv 4,10). E come puó essere conosciuto se nessuno ne fa esperienza e ne fa fare esperienza (Rm 10,14)? Uno vive e ama nella misura in cui si sente accolto e amato. Ci si puó forse stupire che il Sud Sudan sia caduto in questa situazione? Che Dinka e Nuer siano nuovamente ai ferri corti? Che governo e opposizione non riescano a sedere al tavolo della pace, dialogare e trovare un accordo per governare il paese? Che ai cuori si risponda con le picche? Anche la samaritana ha messo in scena una serie di equivoci quasi come alibi per non essere messa alle strette. E’ invece arrivato per lei il tempo in cui deve cambiare. Questo è il momento in cui anche il Sud Sudan deve cambiare. La storia non puó ripetersi sempre con la stessa violenza. Che sia troppo sperare che invece diventi maestra di vita?


La speranza è sempre l’ultima a morire. E’ stato di buon auspicio per la samaritana incontrare Gesù proprio al pozzo di Giacobbe. Spero che anche il Sud Sudan possa incontrare il Signore proprio a questo pozzo: luogo dove Giacobbe si è incontrato con suo fratello Esaù (Gen 33,19), il fratello che voleva vendicarsi di lui per la beffa subita circa la primogenitura. In Sud Sudan di beffe ce ne sono state tante, se non proprio di primogenitura, diciamo di appartenenza all’élite al potere. Che si possa perdonare? Giacobbe aveva poi donato questo terreno proprio a Giuseppe, suo figlio amato che con la forza del perdono ha salvato i propri fratelli dal disastro della fame. A Juba ho sentito alcune testimonianze di Nuer che si sono salvati grazie all’aiuto di loro amici Dinka, i quali li hanno accolti e protetti nello loro case mentre il battaglione Tigre passava le case Nuer. Forse, oltre a ogni divisione, c’è più storia comune di quanta se ne possa immaginare.


Con forte compassione per la gente del Sud Sudan senza distinzioni etniche


e sempre con una grande sete, 


p. Christian Carlassare


Sud Sudan

 

 

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