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Prese la forma di servo (Fil 2,5-11) - Natale a Fangak

p. Christian dal Sud Sudan

Ricordo un mio compagno di seminario che, prima di lasciare, mi ha condiviso che il suo desiderio di diventare un missionario gli era costato una dolorosa incomprensione con il padre. Una scelta cosí appariva del tutto irrazionale a suo padre: “Cosa sta succedendo a questo mio figlio che decide di star peggio quando tutti al mondo cercano di star meglio?”

A me sembra che poco o tanto siamo tutti influenzati da questa idea: “Sii anche umile nell’accettare di cominciare dal basso, ma dirigi tutte le tue scelte verso una crescita della tua persona e un progresso del tuo livello di vita”. Non c’é crisi che tenga perché tutte le nostre energie non siano orientate a qualcosa di meglio. Per qualcuno quel meglio puó essere semplicemente il guardaroba o i mille gadgets che il mercato ci propone, l’automobile o qualche bene immobile. Qualche altro cerca invece qualche soddisfazione meno materiale: un buon riconoscimento, un ufficio che conta, una vita realizzata. Comunque sia, se qualcosa non va come previsto non sembra restare altro che sentirsi diminuiti, come se ci fosse tolto qualcosa di cui avessimo diritto.

Quest’ultimo mese mi sono preso l’impegno di passare a visitare tutte le famiglie di Fangak. É stato un momento di grazia che mi ha fatto aprire gli occhi sulla condizione di molte persone le quali sono abituato ad incontrare in chiesa ma di cui non conoscevo bene le famiglie. Alcune se la cavano discretamente, ma molte vivono in condizioni precarie, sempre prese a dover fare i conti con le necessità imminenti. Gli uomini erano per la grande maggioranza assenti, occupati nei piú vari lavori, pressoché occasionali, per portare a casa un soldo. Sono state le donne ad accogliermi sospendendo per un attimo i lavori di casa, e i bambini che presi dall’entusiasmo mi hanno accompagnato per il vicinato con grande allegria.

Ho provato grande compassione per la piccola Nyajiak che ha perso la mamma il giorno in cui é stata partorita e ha subíto un danno irreparabile al cervello per il mancato apporto di ossigeno. Non ha il papa. É la zia materna che se ne sta prendendo cura mentre allatta il suo bambino Tut. Ho sentito grande stima per Cecilia Nyajuoi che ha dovuto lasciare Khartoum, luogo dove era nata, e la scuola che frequentava e ora si trova a ricollocare la propria vita al Sud, luogo d’origine dei suoi genitori. L’indipendenza ha forzato lei e tanti altri Sud Sudanesi a lasciare le mille opportunità del Nord Sudan e, in molti casi, scendere a vivere in condizioni meno vantaggiose. Ammiro il fatto che si sia cosí bene inserita nella pastorale dei giovani, portando qualcosa di nuovo senza porsi al di sopra degli altri.

Ci stiamo preparando a vivere il Natale. Ci troviamo a celebrarlo a latitudini diverse. Ma é sempre lo stesso miracolo di un Padre che appoggia la scelta contro-corrente del Figlio. La scelta di non rimanersene nell’alto dei cieli ma di scendere a camminare per le strade del mondo. Diminuirsi per essere con noi. Farsi povero per arricchirci. Un Signore che prende la forma umana e la forma di servo. Questa é la sua nuova dignità. E questo é quello che siamo chiamati a realizzare nella nostra vita: essere sempre piú umani e servi gli uni degli altri. In questo abbiamo tutti bisogno di crescere: nell’umiltà vera. Quella di Gesú.

Un gioioso Natale
Padre Christian Carlassare
Old Fangak

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