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Quaresima in Ciad, tempo di memoria e martirio

Lettera di Padre Filippo dal Ciad

Qui in Ciad metterci in strada verso Pasqua vuol dire passare da passione, croce e morte. Fare memoria dei martiri, tanti, spesso dimenticati o sconosciuti. Quelli che hanno aperto comunque una strada nel deserto…su cui oggi camminano tanti fratelli e sorelle in cerca di vita e speranza.

Anche il Ciad ha i suoi martiri. Non famosi e riconosciuti. Non santi o sugli altari (per fortuna!). Testimoni che sono andati fino in fondo nel loro impegno per Gesù Cristo e il suo Regno, la causa della giustizia e della pace. Non sono evidenti e non ci sono libri. Sono molti di più di quelli che si conoscono e non se ne parla perché dire di loro significa riaprire ferite storiche. Come il tempo della guerra qui, gli anni 1979-1984, dove sudisti e nordisti si sono massacrati.
Due su tutti: Francois Ngartamadji ed Elisé. Sono cristiani del sud, nella Diocesi di Sarh. Gente che, nella bufera, è rimasta. Fedele, al suo posto. Francois, nato nel 1934 a Beyama, vicino a Bodo, non proviene da una famiglia cristiana. Ma dopo lungo percorso è stato battezzato e si è dedicato anima e cuore al servizio del Regno nella Chiesa. Analfabeta, ha frequentato con grandi sacrifici un corso di alfabetizzazione la sera nel Centro dei Catechisti di Rakina. Il giorno nei campi, la sera sui banchi di scuola. Così è diventato catechista , che da queste parti vuol dire vero e proprio leader e pilastro della comunità cristiana ma anche punto di riferimento per tutti nel villaggio.
Quindi è stato chiamato a dirigere il Centro dei Catechisti a Rakina.
Posto di responsabilità e di fiducia, assegnato solo a chi davvero dimostra di meritarle. Nel Centro, vero e proprio luogo di vita comune, formazione umana e cristiana ma anche punto di partenza per il sostegno allo sviluppo, Francois si è dedicato soprattutto all’agricoltura e alla sperimentazione di nuove tecniche più redditizie nel lavoro dei campi.
Al tempo della guerra si è preoccupato della vita dei suoi catechisti: li ha messi al sicuro ma non ha voluto lasciare il Centro abbandonato per paura che i militari portassero via tutto. Così è restato, fedele, al suo posto. Quando i militari di Hissene Habré, al potere dal 1982 con un colpo di Stato, sono arrivati al Centro lo hanno minacciato subito e gli hanno chiesto dove si trovassero i ribelli. Francois ha risposto che non c’erano ribelli nel Centro. Così, il pomeriggio del venerdi 31 agosto del 1984 alle 17.30 l’han fatto fuori. E gli hanno portato via gli occhiali,  orologio e chiavi del centro. I catechisti hanno trovato il suo corpo qualche ora più tardi e l’hanno seppellito nei campi.
La storia di Elisé non è tanto diversa. Catechista alla parrocchia di Begou, a Sarh, era un uomo mite e amico di tutti nel quartiere.
Impegnato per diffondere il Vangelo e nel servizio con i più poveri.
Soprattutto con i vicini musulmani aveva ottime relazioni e soleva mangiare insieme e restare lunghe ore a parlare e condividere la vita.
Ma con la guerra tutto cambia. Cominciano a minacciarlo e ad allontanarsi da lui per via della sua fede in Gesù Cristo. Ma lui resta fedele sul posto, senza indietreggiare. Soprattutto per difendere i suoi genitori. Quando si passa agli spari in città, lui si mette in ginocchio a pregare di fronte alla capanna dove, i suoi, impauriti, si sono rifugiati per difendersi. Il conflitto si inasprisce nel quartiere e i suoi vicini musulmani, amici di un tempo, entrano e lo fanno fuori. I suoi compagni della comunità cristiana accorrono con coraggio e portano il corpo nella parrocchia dove i fedeli accorrono in massa per pregare e farsi forza.

Il sangue dei martiri scorre ancora in terra ciadiana e porta oggi frutti grandi di uno Spirito che non può essere arrestato. E come il vento soffia dove vuole (Gv 3,8). Perché nel momento della prova i martiri sono rimasti fedeli. Al loro posto.

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