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Ci stiamo, a piccoli passi, lentamente, avvicinando…

Prove di Natale in fondo al Ciad

Prove di Natale in fondo al Ciad

Difficile da queste parti celebrare l’irruzione del Dio della vita nella persona di Gesù di Nazaret. Il Ciad è l’ultimo paese africano dove sono arrivati i missionari, a fine anni 30’ del secolo scorso. Neanche 100 anni di evangelizzazione! Il Vangelo, certo già presente, per certi aspetti, nella vita e nel cuore di questo popolo ben prima dell’arrivo dei missionari, ha bisogno però di lungo tempo per fermentare e trasformare la società. Non ci vuole fretta, ma tanta fiducia e speranza. Con la certezza che altri raccoglieranno un giorno quello che stiamo cercando di seminare oggi. Difficile quindi andare al profondo del significato vero di un Dio che prende carne e vita umana. Non è stato facile per Israele e non lo è per nessuno in nessun tempo. Gesù è venuto fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1, 11). Qui a Moissala, in fondo al Ciad, siamo radicati dentro una società tipica del 1° Testamento che dubita della novità radicale di un Dio che viene a servire (Mc 10,45), lavare i piedi (Gv 13), dare la sua stessa vita (Mc 8,31). Qui, tipica società patriarcale, come quella di Abramo, Isacco e Giacobbe, gli uomini regnano indisturbati. Le donne sono sempre in secondo piano relegate tra cucina, campi e figli. Semplicemente non contano. Come i bambini (Mt 15,38). Lasciati a sé dopo lo svezzamento come se fossero dei piccoli capretti che devono arrangiarsi in tutto nella vita. Come le ragazze, le ultime tra gli ultimi, che valgono per la famiglia in vista della dote (Es 22,15-16). Non “la roba” che la donna porta con sé nella nuova famiglia che va a formare, come avveniva una volta in Italia, ma la somma di denaro (o di beni) che l’uomo deve donare alla famiglia della futura sposa. Che oggi è diventata purtroppo un vero e proprio commercio. Se poi non danno al mondo figli sono loro le sterili, non si mette mai in discussione il maschio. Che magari di nascosto invita un fratello a concepire per lui. Qui il capo, il maschio ovvio, non si discute. Bisogna servirlo e riverirlo, non contraddirlo, dargli la sedia migliore nella riunione e il primo pezzo di carne quando si mangia tutti assieme la polenta con le mani. Come accogliere allora il Dio che invita al banchetto e serve a tavola( Lc 12,37)? Come soltanto pensare un Dio che ha un attenzione e una tenerezza infinita verso le donne (Gv 8,1-11; Gv 12,1-8)? Come concepire un Dio che accoglie i bambini e li mette al centro del Regno (Lc 18,15-17; Mt 18, 1-4) ? Come possibile un Dio che va a tavola con i peccatori (Mc 2,15-17) e accoglie le prostitute (Gv 8,1-11)? Roba da fuori di testa!


Certo la gente fa festa. Qui sono degli specialisti. Si riversa per le strade, canta e danza. Soprattutto il 25. Felici perché Natale è comunque la nascita di Gesù di Nazaret, amico dei poveri e loro liberatore. Al mattino la chiesa di Moissala si riempie. Le “filles danseuses” (le ragazzine danzanti) danzano lungo tutto il corso della celebrazione, i canti non finiscono più. La Messa può durare 3-4 ore e nessuno fa una piega. Anche perché chi ha fame esce e si compra qualcosa al mercato. Chi ha sete fa un salto al pozzo. Chi deve andare in bagno esce e si mette dietro un angolo. Con naturalezza. Per poi tornare e continuare a celebrare. Anche le piccole cappelline in mattoni cotti al sole e tetti in paglia dei villaggi si riempiono. I cristiani dei villaggi attorno arrivano la sera della Vigilia a piedi presso la comunità che ha scelto di ospitarli. Si riuniscono per gruppi e celebrano assieme. Laddove non riusciamo ad arrivare per l’Eucarestia organizzano la Celebrazione della Parola. I nostri contadini laici, catechisti e leaders di comunità da una vita, preparano con il cuore omelia e tutto il resto. Ad animare ci pensa il coro, immancabile! Poi mettono assieme i soldi e preparano la festa. Ognuno sborsa qualche moneta e il gruzzolo aumenta. La forza dei poveri è davvero mettere insieme il poco che hanno. Il Vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci trova qui una sua bella concretizzazione (Mc 6, 30-44). Riescono a comprarsi un agnello. Poi si dividono in gruppi di 6-7 persone, si lavano le mani (rigorosamente con acqua senza sapone) e fanno la preghiera tutti assieme. Quindi all’attacco con le mani. Dell’agnello, ben cucinato e ridotto a salsa, e della polenta di manioca o di miglio. Preparata nel grande pentolone che appoggia su tre mattoni cotti al sole. Sotto la legna che serve per cucinare. Basta poco alla nostra gente. Le pretese sono poche. Niente piatti, tovaglie e posate. Il tutto diventa allora vera festa di famiglia…ma all’africana e quindi allargata. Fino a comprendere tutta la comunità cristiana. Non si resta molto a tavola, anche perché la tavola non esiste e si mangia in ginocchio. Di festoso oltre la compagnia c’è la carne. Il resto è cosa di tutti i giorni. Quindi tutti (tranne i bambini) al “cabaret” attorno al pentolone di bili-bili, tipica bevanda tradizionale a base di miglio fermentato. Un vero luogo di socializzazione non solo di ubriacature. Là si parlano, si raccontano la giornata, si scambiano idee e punti di vista. Là il tempo è azzerato: possono restare ore e ore a raccontarsi la vita senza che sia mai troppo tardi. Certo spesso si esagera e si passa il limite. Non si regge l’alcool e il tutto degenera. Ma chi sta ancora in piedi torna di nuovo per le strade a festeggiare. Finche ce n’é. Insieme ai bambini, che non essendo passati ancora per il cabaret (per fortuna!) si divertono come matti correndo e facendo girare con un bastone vecchie carcasse di ruote in ferro arrugginite o anche pentolini. Basta che ruotino ed è già festa. Il loro unico giocattolo, del giorno di Natale e di ogni giorno, artigianale, autoprodotto.

Alla messa della vigilia invece non vengono normalmente in molti. Pochi canti e celebrazioni in tono minore. Forse il senso non è ancora entrato. Paradossale: un popolo che vive sulla sua pelle l’attesa (della pioggia, del cibo quotidiano, della vera giustizia) non è capace di vegliare. Chissà. Dalle nostre parti, senza luce, si celebra non certo a mezzanotte! Si anticipa verso le 17, poi fa buio e comunque tutti vanno a letto presto. Si vive una vita più al ritmo del ciclo del sole: in piedi alle 5. A letto verso le 21. A che ora l’unico pasto del giorno? Quando arriva. Così il 24 scorre via senza troppe pretese. Una buona polenta assieme e a letto con le galline in attesa del giorno dopo.

Questa società di agricoltori, pescatori e pastori assomiglia molto a quella del tempo di Gesù di Nazaret. Qui la religione tradizionale, ancora molto forte, ha un peso enorme sulla sensibilità e mentalità della gente. Che è convinta che a Dio vadano offerti sacrifici per meritarne la benevolenza. Come pensavano da sempre gli ebrei. E’ chiaro che l’avvento di Gesù di Nazaret che viene per essere lui stesso sacrificio per noi, cioè pane spezzato e vino versato per tutti, cambia radicalmente il volto di Dio. I nostri cristiani, ancora irrimediabilmente legati alla tradizione (che era tutto: vita, sicurezza e religione) spesso pensano ancora che Dio punisce colui che fa del male. O comunque che Dio fa uso di violenza verso coloro che non ascoltano. La malattia o l’incidente sono segni tangibili che la persona se li è meritati. Qui il libro di Giobbe è ancora attualissimo! Non si accetta la morte di un giovane. L’attaccamento alla vita è così forte che si deve sempre e comunque trovare un responsabile. A costo di sbagliarsi. Capite come siamo ancora, su alcuni aspetti, lontani dal Vangelo, la Buona Notizia dell’amore di Dio che libera. Lontani dalla nascita di Gesù in mezzo a noi. Siamo ancora legati ad un passato terribilmente forte che si è radicato in tradizione, unica sicurezza umana per la gente. Di fronte l’alternativa sfidante di un Vangelo che invita al rischio della fiducia totale senza nessuna garanzia di sicurezze umane. Qualcuno ha cominciato però, nonostante tutto, ad entrare con la mentalità e con lo stile di vita in questa nuova prospettiva evangelica. E ne sta toccando con mano i frutti. Si chiamano Pauline, Jacqueline, Wakoutou, Emmanuel, Daniel, Charlot, Seraphin, Ferdinand, Dieudonné, Yves. E altri ancora. Pochi ma testimoni autentici della novità del Vangelo. E che Natale è possibile anche qui. Sono loro che stanno aprendo la strada nel deserto (Is 43,19). Quella che tanti altri fratelli e sorelle percorreranno per rincorrere la vita piena. Ma ci vogliono tanto tempo, pazienza, fiducia e attesa (recuperando l’importanza della Vigilia!). Il Regno di Dio nasce dai piccoli semi di speranza che contagiano e crescono poco a poco (Lc 13,18-19). La fretta non serve quando si tratta di scendere a fondo. Il Vangelo ha bisogno di entrare in profondità e di germogliare. Siamo in ritardo? Nei tempi di Dio nessuno è fuori gara. Natale arriva ancora e sempre, ogni giorno. Non solo il 25. E noi intanto ci stiamo, a piccoli passi, lentamente, avvicinando.

 Filippo Ivardi

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