giovaniemissione.it

Il Sudan non sarà più lo stesso, Diario di bordo

Lettera di p. Christian Carlassare dal SUDAN, 25 marzo 2011

Il Sudan non sarà mai più lo stesso

 Il nuovo anno anno è stato inaugurato all’insegna del referendum e la gioia della gente per poter esprimere il proprio desiderio di indipendenza dal governo di Khartoum.
In questi mesi molte persone hanno espresso le proprie idee a proposito dell’indipendenza del Sud. C’è molto ottimismo, anche se le analisi più obiettive esprimono ancora qualche preoccupazione. Preoccupazioni che direi del tutto fondate.
Cosa accadrà alla fragile stabilità politica del partito di Omar al-Bashir? È forse il futuro del Nord destinato ad avere uno stato islamico ‘ortodosso’, e quindi più rigido?
E quale sarà il futuro della cinquantaquattresima neonata nazione africana, il Sud Sudan? Dimostrerà di essere più attenta allo sviluppo umano ed economico della gente del Sud più di quanto Khartoum abbia saputo fare? Saprà essere più democratica, e allo stesso tempo capace di risolvere i molti conflitti interni?
Guardando poi al Sudan tenendo presente le parole di papa Benedetto XVI in occasione dell’ultima giornata mondiale della pace (primo di gennaio), dove ha fatto notare quanto la libertà religiosa sia a fondamento di una società garante della pace, mi rimangono ancora altre domande aperte.
Al Nord sarà domani più difficile essere cristiani di quanto lo fosse ieri? E al Sud cosa significherà essere cristiano? Servirà forse alla nazione per dire: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”


Offertorio
La liturgia africana è senza dubbio marcata dalla processione offertoriale dove ogni persona porta la propria offerta davanti all’altare. A Fangak non è così ricca come invece lo è in molte altre chiese africane, ma anche qui non perde la sua importanza. Offrire qualcosa al Signore è una esigenza che è scolpita nel profondo del cuore. L’offerta non è semplicemente una parte facoltativa della preghiera, ma è a suo fondamento, è la preghiera stessa.
Sicuramente tutto questo dice qualcosa dell’identità della gente in relazione al divino. Nella religione dei padri si doveva sempre offrire una vacca per entrare in relazione di comunione con il divino. Oggi in chiesa la gente offre normalmente sorgo: chi una manciata, chi un sacchettino, chi una misura di barattolo. Nel centro della parrocchia, dove la gente ha più disponibilità di soldi, si cominciano a raccogliere anche delle modeste somme di denaro. In una normale domenica si raccolgono infatti dalle quaranta alle sessanta sterline sudanesi (Un euro equivale a circa tre sterline). Qualche volta vengono portate anche delle galline. Nei giorni di festa spesso può essere offerta una capra o, alla meglio, una vacca, che in questo caso vengono subito condivise con un bel pranzo collettivo. Le offerte vengono normalmente amministrate insieme al comitato finanziario per le attività comunitarie della parrocchia.
A Fangak la processione offertoriale viene chiusa da un gruppo di ragazzi e ragazze che portano danzando all’altare gli ultimi doni. Una domenica di gennaio, un bambino di circa sette anni si è unito a loro. Se ne stava pacificamente seduto al proprio posto gustandosi il suo lecca lecca. Ma non appena ha visto i danzatori con i loro doni diretti verso di me, si è alzato e con loro mi è arrivato di fronte. Ha tolto il lecca lecca di bocca e me lo ha messo tra le mani. Non ho nascosto un sorriso per l’insolita offerta. E ho apprezzato la sua buona disposizione a condividere il suo lecca lecca, che è per tutti i bambini, non solo per Lucignolo e Pinocchio, la fine del mondo.
La condivisione è l’atteggiamento più bello che dovrebbe essere a fondamento di questa novella nazione, come di ogni altra nazione umana e democratica. Condivisione dei disagi e dei limiti, come anche delle ricchezze comuni.

14 Febbraio: anniversario dell’uccisione di Abraham Dak
Il primo di Febbraio la famiglia di Abraham ha organizzato una preghiera di suffragio a quasi un anno dalla scomparsa del loro caro. È di costume che in ogni ocassione in cui la preghiera viene fatta in famiglia, ci sia un ampio spazio dove ognuno possa intervenire per condividere un pensiero. Durante la preghiera abbiamo letto le beatitudini e le ho spiegate ricordando la vita e l’esempio umile di Abraham: ho anche sottolineato quanto la famiglia abbia risposto evangelicamente allàomicidio senza cercare la vendetta.
Poi, molte altre persone sono intervenute incoraggiando la famiglia. Alcune donne hanno lodato il coraggio e maturità dimostrati da Veronica Nyayang, moglie di Abraham e mamma della piccola Bakhita. Veronica è diventata vedova a soli venti anni. Le hanno ricordato che ci sono molte altre giovani vedove a Fangak che condividono la sua sorte ed è dovere di tutte rimanere fedeli al marito anche se è venuto loro a mancare. Nella cultura Nuer infatti, la vedova non è lasciata libera, ma rimane vincolata in matrimonio. È a tutti gli effetti moglie del defunto e membro della famiglia del marito, con tutti i diritti e doveri. Viene quindi designato un uomo, spesso uno dei fratelli, che continui a dare figli al defunto.
La vita della vedova non è di per sè più dura di quella delle altre donne. La famiglia del marito, diventata ormai la sua, continua a prendersi cura di lei. La sua eredità saranno i figli che metterà al mondo. Ma in alcuni casi può succedere che la vedova si venga a trovare in una situazione di abbandono, se non finanziaria sicuramente di tipo affettivo. Ma in questa cultura l’affetto ha delle caratteristiche diverse e si manifesta in maniera molto concreta attraverso le responsabilità quotidiane. Fatto sta che Veronica Nyayang ha accettato la nuova situazione con coraggio. Oltre ai lavori di casa si è prestata a fare le pulizie alla clinica e ricevere così un modesto incentivo da dottor Jill.
Alla fine della celebrazione, come di costume, ha consegnato alla parrocchia i vestiti, le scarpe e qualche altro piccolo oggetto che appartenevano al marito, perchè siano poi distributi a chi nel bisogno.

La placenta appesa all’albero
Saltare fuori dal letto resta sempre una impresa anche se l’alba è il più gradevole momento della giornata, fresco e tranquillo, il momento in cui si può godere il canto di innumerevoli uccelli che si svegliano al giorno. Un mattino appena uscito di stanza ho notato qualcosa di insolito: una zucca era appesa su un ramo di un albero a non più di quaranta passi di distanza. Ho continuato a fare meccanicamente le mie cose per poi andare alla preghiera mettendo a tacere la mia curiosità. Dopo pranzo seduto sotto il fresco di una pianta non potevo levarmi dalla testa una domanda, ma non avevo anche il coraggio di andare ad esaminare la zucca. Fortunatamente Peter Gatnyac passò a salutarmi come di consueto. “Gatnyac! Cosa ci fa quella zucca appesa alla pianta?”. “Ah! Niente” rispose, “Contiene la placenta di una donna che ha partorito”. “Oh, la placenta!” e l’ho lasciato andare alle sue cose. Ma poi fino a sera non potevo spiegarmi il senso di appendere la placenta ad un albero. Non fa più senso sepellirla? Fortunatamente Peter Gatnyac quella sera ripassò per salutarmi. Ebbi così occasione di chiedergli più spiegazioni. “Oggi la maggioranza delle persone sotterrano la placenta, ma l’uso antico era quello di metterla in una zucca e legarla ad una pianta” mi disse, “veniva lasciata seccare e consumarsi all’aria fino al giorno in cui la zucca sarebbe cadeva da sè”. Chissà quale potesse essere il senso di tale pratica. L’unica spiegazione logica che mi sono potuto dare è che, nella visione tradizionale, la terra è il luogo dei morti: perciò la placenta, segno della vita appena venuta al mondo, non va data alla terra, ma all’aria, luogo della vita.
Qualche giorno dopo ho chiesto qualche spiegazione a John Malith con cui potevo parlare in inglese e quindi anche capirci meglio. Anche lui mi ha detto di non conoscere la spiegazione ultima di questa pratica: “Si faceva così, ma non so perchè”. Ma ha aggiunto un particolare molto interessante. Mi ha detto che, nel suo clan, viene riservato un trattamento del tutto speciale a un gemello che muore neonato. Quando uno dei due gemelli muore non viene sepolto, ma coricato in un cesto e appeso ad un albero. Gli ho chiesto il motivo e lui ha rispondo che i gemelli vengono paragonati agli uccelli. Infatti uccello in lingua nuer di dice diit, e il bambino gemello viene spesso chiamato Bi-diit, ‘essere uccello’ se maschio, o Nya-diin, ‘figlia degli uccelli’ se femmina. A volte vengono anche chiamati secondo l’ordine in cui sono venuti alla luce: Buoth, il primo e Duoth, il secondo.

Il nuovo mulino di Fangak
Samuel Noai ha preso l’iniziativa di comperare un mulino a motore. Noi l’abbiamo sostenuto con un prestito che si è impegnato di ripagare un pò per volta mentre avrà l’attività in funzione. È partito per Kosti con settemila sterline sudanesi. È partito con l’idea di combinare l’affare prima che ci possano essere problemi al confine tra Nord e Sud Sudan. Anche se il processo di indipendenza del Sud andasse liscio si teme comunque che il Nord imponga delle grosse tasse alle mercanzie che sono dirette verso il Sud. Forse preso da una certa fretta, ma anche dall’innocenza di un uomo del villaggio, ha comperato a scatola chiusa fidandosi del mercante. È arrivato a Fangak e si è accorto che gli è stato rifilato un motore di scarsa qualità al prezzo di uno migliore. Il motore aveva molte parti difettose. Il serbatoio perdeva ancora prima di mettere in funzione il motore. Aveva una bella crepa, il mercante aveva provveduto a verniciare il serbatoio per evitare che fosse vista. Molte parti del mulino erano anche mancanti, senza dire che le due pietre che avrebbero dovuto macinare il sorgo non erano simmetriche. Raniero si è dovuto ingegnare e metterci molti giorni di lavoro per mettere insieme il tutto e fare lavorare il mulino decentemente.
Samuel Noai ha pensato bene di chiamarmi per una preghiera sperando che sia di buon auspicio. Io non sono fanatico per questo tipo di preghiere ma non ho potuto sottrarmi alla sua fede semplice e onesta. La preghiera è in realtà diventata anche un momento di sensibilizzazione della gente nell’uso del mulino e a proposito della responsabilità di tutti a mantenerlo in funzione. Stephen Cuang ha richiamato la gente convenuta durante la preghiera. “C’è bisogno di benzina per fare camminare il motore” ha detto, “quindi non è giusto pretendere di avere il sorgo macinato gratis: ognuno deve pagare il servizio perchè possa continuare ad essere offerto”.
L’attività è cominciata con una buona entrata: una media di 100 sterline sudanesi al giorno (1 Euro equivale a circa 3 sterline). Un piccolo confronto che può sembrare sciocco: quando il progetto del mulino apparteneva alla comunità cristiana dava solo 10 sterline al giorno. La nostra impressione è che i progetti la cui gestione è di responsabilità di una comunità (o cooperativa) non funzionano perchè nessuno si sente il beneficiario diretto dell’attività. Se il progetto è in mano di un privato, l’attività ha più probabilità di funzionare bene. È l’eterna diatriba fra bene comune e bene privato, spesso intrecciati ma a volte anche in conflitto.

Il battesimo di Pajock
Nell’ultimo anno John Jock ha seguito la conversione di un uomo cinquantenne con cui è in parentela. Quest’uomo si chiama Pajock dal nome dello spirito a cui è stato consacrato dal padre per esserne in speciale relazione. Oltre a Pajock, si riteneva in relazione anche con altri tre spiriti: Deng, Biel e Chuolwic. Possedeva anche alcuni oggetti divinatori collegati a vari spiriti.
Pajock si mostra con le apparenze di un cobra rosso. Mentre Deng sotto le apparenze di un cobra nero. Mentre Biel è uno spirito presente in alcuni alberi, con le cui foglie, corteccia o radici, si preparano degli unguenti. Si possono anche preparare degli unguenti che vengono dedicati a molti altri spiriti. Lo spirito diventa protettore e offre il suo potere all’unguento quando una vacca viene sacrificata a suo nome. Lo spirito a cui sono state sacrificate delle vacche diventa servo delle proprie cause contro altre persone: se si maledice una persona sarà compito dello spirito poi portare le più svariate sventure. C’è anche un altro spirito ritenuto responsabile di tutte le morti violente. Si chiama Chuolwic. Viene visto il suo zampino soprattutto nel caso che una persona sia uccisa da un elefante, o anneghi nel fiume, o si perda e muoia nel bosco. Si manifesta anche nel fulmine che può bruciare la stalla o uccidere una persona. In questo caso si ritiene che lo spirito della persona morta sia stato portato in cielo. Mentre lo spirito delle altre persone giaciono nella terra.
Un giorno, a causa di una lite di famiglia, Chuol ha maledetto suo fratello Pajock. La figlia di Pajock era stata presa in moglie, ma il marito non aveva ancora pagato la dote. Chuol contestava alcune vacche per il matrimonio della nipote, ma Pajock non era in grado di dargliene. In seguito alla maledizione in nome di uno spirito sconosciuto, che veniva dalla tribù Dinka, gli sono morti tre figli: il primo un giorno e gli altri due il secondo. Questa tragedia ha così scioccato Pajock da pensare di abbandonare gli spiriti, in grado solo a dare morte, e di seguire il Signore della vita. Devo essere onesto nel dire che non è facile per me entrare in questa mentalità.
John Jock ha preparato il giorno del battesimo come una preghiera in famiglia dove tutta la comunità cristiana si è fatta presente per incoraggiare la famiglia di Pajock. Pajock ha preso il nome di Peter: Peter Pajock. All’inizio della preghiera ha fatto la sua professione di fede ricordando il giorno in cui ha bruciato tutti i suoi oggetti divinatori, alla presenza di John. La sera stessa molti conoscenti sono andati a fargli visita preoccupati per la poca riverenza dimostrata agli spiriti. “Ora siamo preoccupati per te” gli hanno detto, “La tua azione ti costerà cara. Non è saggio istigare l’ira degli spiriti”. Lui ha risposto loro: “Concedo agli spiriti un mese di tempo. Se fra un mese sarò ancora vivo, significa che non hanno più nessuno potere su di me”. E così è stato. Il mese era appena scaduto qualche giorno prima del battesimo.
È davvero difficile per me capire cosa ci possa essere nel cuore di un nuer il giorno in cui abbandonata la vecchia religione e decide di riporre la sua fede in Gesù. Ma è bello testimoniare il senso di liberazione che l’accompagna.

Segno di contraddizione in famiglia
Bith Gor è un buon vecchietto ormai sulla settantina ma ancora in gamba. Ha vissuto, come tutti i Nuer, una vita semplice: prendendosi cura delle vacche e coltivando stagionalmente il suo campo di grano. Si è sposato in giovane età con Nyaluth Kuor che gli ha dato tre figli, ma gli è morta di parto mettendo alla luce il quarto. Purtroppo di quei figli solo Samuel Gony è arrivato ad età adulta. Dopo aver seppellito la moglie ha dovuto dare l’addio anche ai suoi piccoli discendenti. Ha tentato altri matrimoni, ma gli sono andati male. Una delle mogli non gli ha dato figli, altre se ne sono andate con altri uomini dopo pochi anni di matrimonio. È arrivato in vecchiaia un pò amareggiato per la cattiva sorte di poter contare solo in un discendente. Gli spiriti non gli hanno portato bene. Conserva ancora oggi nella sua capanna vari oggetti divinatori: bracciali, pendagli, legni, intrugli di varie erbe. Fra i vari spiriti possiede Biel, Chuolwic e un certo Malut, lo spirito della palma, un albero che abbonda in alcune aree isolate fra savana e palude.
Da tempo ormai è in contesa con il figlio Samuel Gony. Il vecchio Bith Gor ha messo da parte le vacche per sposarsi con una giovane ragazza. E, a causa della sua veneranda età, è determinato a dare la giovane sposa al figlio perchè sia lui a provvedergli una discendenza più numerosa. In questo ambiente avere una discendenza è di vitale importanza e diventa una obbligo della famiglia far sì che tutti i membri abbiano dei figli, anche gli eventuali defunti, perchè il loro nome rimanga nel tempo. Ora Samuel Gony si trova in un dilemma: tra la responsabilità di rispondere positivamente alla sua obligazione verso il padre e il desiderio di seguire la sua coscienza di cristiano. La scelta tra poligamia e monogamia non è solo una questione culturale, nè tanto meno religiosa. La mentalità stessa della gente sta cambiando velocemente. Molti sembrano preferire la monogamia in nome di una più profonda relazione fra marito e moglie, una migliore posizione sociale della donna e di una maggiore attenzione alla crescita dei figli diretta ad offrire loro migliori condizioni. Certo che, nel nostro ambiente di Fangak, la poligamia resta ancora la scelta più semplice e ovvia. Samuel Gony mi dice addirittura che oltre al padre ora ci si mette anche la moglie. Si dice infatti propensa al fatto che il marito si prenda un’altra donna che possa aiutare nei lavori di casa. Mah! Non sembra poi un cattivo ragionamento, anche se spesso cela un certo desiderio di indipendenza della moglie dal marito.

Scintilla a Malakal
Una sera ascoltando la BBC abbiamo sentito che ci sono stati due giorni di combattimento a Malakal.
Un conflitto a Malakal era prevedibile. L’accordo di pace del 2005 aveva previsto che l’esercito regolare del Sud fosse l’SPLA ma che in alcune aree di confine ci fossero delle forze militari miste con la presenza di truppe dell’SPLA insieme a quelle dell’esercito nazionale di Khartoum. Per questa ragione a Malakal c’erano i due eserciti sempre un pò sul chi va là; l’SPLA stanziato nella zona Sud della città (Mudiria) e l’esercito nazionale nella zona Nord (Malakia). Nell’esercito nazionale presente al Sud è stata reclutata gente del Sud che nel tempo della guerra civile combatteva in milizie in opposizione all’SPLA e spesso e volentieri assoldate e armate dal Nord. Durante gli ultimi sei anni ci sono stati due episodi particolarmente violenti di scontro tra le due fazioni, con combattimenti avvenuti sulle strade della cittadina.
Da Fangak è difficile per noi avere un’idea di quello che sia veramente accaduto. Abbiamo solo potuto ascoltare le diverse versioni della gente che ad ogni racconto aggiunge qualcosa di nuovo o addirittura stravolge gli eventi. In questo modo non possiamo mai essere certi delle notizie ricevute e capire il movente e le eventuali conseguenze. A volte ho proprio la sensazione che in realtà non sappiamo cosa stia accadendo accanto a noi.
Ho potuto mettere insieme una versione che può essere verosimile. Sembra che il conflitto sia partito all’interno delle forze nazionali perchè, dopo l’annuncio del risultato del referendum, un gruppo di soldati ha deciso di unirsi all’SPLA, e quindi cambiare datore di lavoro. Sembra una decisione ovvia: la maggior parte delle reclute sono gente del Sud. A capitanare il passaggio era il noto colonnello Gabriel Tang. Sembrava facile da farsi, ma non si erano fatti i conti con il ‘capitale’ dell’esercito: le armi. Gli uni volevano tenere al Sud parte delle armi e, soprattutto, i carri armati. Gli altri volevano portare tutto al Nord. Sembra che Gabriel Tang sia riuscito nel suo intento, non solo a portare al Sud molti soldati ma anche ben quaranta carri armati.

Altre scintille
Di George Athor ve ne avevo già parlato un anno fa quando perse le elezioni come candidato governatore dello stato del Jongley. Si era dato alla macchia con un folto numero di soldati a lui fedeli.
George ha accusato il governo del Sud di aver truccato le elezioni per far vincere l’SPLM e i suoi candidati. Effettivamente ci sono molti dubbi in proposito, ma non si può dire con certezza. Il rivale di George e attuale governatore dello stato del Jongley, un certo Kuol Manyang, era abbastanza impopolare fra la nostra gente Nuer a causa della violenza perpetrata contro i suoi opponenti quando era comandante dell’SPLA. Ma lo stesso George Athor, nonostante abbia frequentato le scuole superiori nel seminario diocesano di Malakal, non è uno stinco di santo.
Salva Kiir e il governo del Sud hanno cercato di far rientrare George Athor ‘nei gangheri’, promettendogli una piena riabilitazione nell’SPLM e nel governo del Sud. George non c’è stato, ha anzi continuato a reclutare nuovi soldati. Anche fra i nostri giovani della parrocchia c’è stato chi si è unito al suo esercito. Non so con quali vane promesse. L’SPLA ha quindi tentato di isolare la milizia di George in un’area limitata del bosco così che, non ricevendo aiuti esterni in generi alimentari e armi, si indebolisca e possa essere annientata con più facilità. In quasi un anno di tempo niente di fatto.
George usa una vecchia tattica sperimentata dall’SPLA nel tempo della ribellione. Piccole compagnie sparpagliate in una regiona molto vasta, circa duecento chilometri quadrati ma forse anche di più. Le compagnie vivono sulle spalle della gente del posto. Di tanto in tanto si fanno sentire qua e là. L’obiettivo? Non so, forse solo destabilizzare, dare fastidio, rompere i piani, bloccare lo sviluppo... fino a costringere il governo a trattare con loro. Immagino che George sappia cosa voglia, e sarà pronto a trattare solo quando potrà ottenerla.
Da ormai quasi dieci mesi, un gruppetto della milizia di George si è stabilita in Kolnyang, sulla sponda del fiume delle giraffe a pochi chilimetri da Fom. Lì trova da vivere. Fermano ogni barca che passa e impongono una tassa che varia a seconda del bisogno del momento e la ricchezza della merce. I mercanti e le autorità locali pur non essendo troppo contenti, non hanno rimostrato forse preoccupati di non far deteriorare la situazione.
Mercoledì 9 Febbraio c’è stato un grave scontro tra le forze dell’SPLA e quelle di George. La cosa più assurda è che sembra che non ci sia stato nessun piano preciso, nessuna tattica in entrambe le fazioni. L’SPLA ha attaccato, i soldati di George hanno risposto in difesa e hanno cominciato a ritirarsi non in direzione del bosco, ma correndo verso il paese di Fom. L’SPLA non si è fermato: li ha seguiti dentro al paese. Questo mi sembra proprio riprovevole: hanno conbattuto nelle strade e fra le capanne della gente.
La peggio l’hanno avuta le persone colte di sorpresa per le vie del paese, alcune hanno trovato rifugio in posti sicuri, altre hanno dovuto assistere al combattimento sdraiate in qualche buca o canale per evitare la possibilità di essere colpite. Il panico gioca cattivi scherzi. Coloro che si sono messi a correre di qua e di là l’hanno pagata cara. Le donne che stavano lavando i panni al fiume non hanno avuto la possibilità di trovare un rifugio insieme alle persone, fra cui molti bambini, che sono corse al fiume. Hanno tentato di attraversare il fiume a nuoto. Ma a molti non è andata bene. Il conflitto si è concluso con la milizia di George ritirata nel bosco e l’SPLA in controllo di Fom.
Sembra davvero impossibile dare un acconto dei morti. Una settimana dopo il conflitto il governo ha reso pubblici alcuni numeri: 202 morti fra cui 48 soldati dell’SPLA e 154 civili. Molti i feriti e i dispersi. A fine Febbraio ho sentito che il numero dei morti era salito a 282. Sembra che molti civili, feriti o non, siano morti annegati tentando di trovare rifugio dall’altra parte del fiume. I loro corpi sono stati trasportati dal fiume e ritrovati solo dopo molti giorni.

Le settimane successive
I giorni che sono seguiti sono stati di lutto per molte famiglie che hanno perso  i loro cari. Un lutto segnato anche da un certo disorientamento riguardo al futuro e il timore che le sofferenze non siano finite. Il futuro non appare certo limpido. La milizia di George è ancora presente. L’SPLA non fa sentire più sicuri o protetti. Le forze militari invece di risolvere i conflitti sembrano di fatto provocarli. A Fangak la gente si sente inerme. Abbiamo solo quaranta soldati dell’SPLA. Cosa possono fare in caso di attacco? A Ciotbora, a qualche chilometro da Fangak, si sono dei soldati di George: nessuno fa loro niente perchè sono nostra gente che si è arruolata nella milizia di George solo per convenienza. Come si suol dire: un uomo con il fucile in mano non muore mai di fame.
La sera di Domenica 13 Febbraio abbiamo visto un certo movimento per le strade di Fangak. La gente aveva fatto fagotto e si dirigeva verso la sponda del fiume per trovare rifugio dall’altra parte. Poi abbiamo avuto una fila di persone che portavano i loro pochi averi nel nostro magazzino. “Cosa sta succedendo?” abbiamo chiesto. “Niente” hanno risposto, “abbiamo sentito che i soldati di George che sono a Ciotbora stanno cantando gli inni di guerra. Temiamo che vogliano attaccare Fangak”. Al calare del sole Samuel Gony, Samuel Noay e Peter Koot sono venuti da noi per parlare sul da farsi. Il punto era poter capire il movente di un attacco. Abbiamo deciso che se i soldati avessero attaccato sarebbero venuti solo con l’intento di saccheggiare, e quindi sarebbe stato meglio rimanere. Avrebbero sicuramente rispettato la proprietà della chiesa. Sarebbero andati dritti al mercato. Non so, in quel momento siamo arrivati a questa conclusione. Ma fortunatamente non abbiamo avuto modo di provare l’esattezza del nostro pensiero. Ho dormito profondamente senza essere svegliato da nessun colpo di fucile. Meglio così. Nei giorni successivi abbiamo ricevuto altri due allarmi del genere. Fangak in quei giorni è diventato un paese deserto: sono rimasti solo gli uomini mentre donne e bambini sono stati mandati dall’altra parte del fiume. Ma non è successo niente.

Temporali in stagione secca?
Domenica 27 Febbraio Wellington ha celebrato a Fangak mentre io sono andato dall’altra parte del fiume. Abbiamo celebrato la Messa con l’eco lontano dei boati di artiglieria pesante. La gente ha capito subito: l’SPLA sta dando battaglia a George nei pressi di Kuerway, a circa cinquanta chilometri da Fangak in territorio Dinka.
Alla fine della Messa la gente stava già ricostruendo con la loro immaginazione tutti i particolari della battaglia inserendo una gloriosa vittoria dell’SPLA. Immaginavano George Athor accerchiato in qualche chilometro di bosco senza più via di uscita. Immaginavano poi l’SPLA dare fuoco al bosco costringendo George alla sua ultima scelta: morire arrosto o cadere nelle mani del nemico. Orribile.
Qualche giorno dopo abbiamo sentito da Juba che gli avvenimenti non sono stati come immaginato dalla nostra gente. L’attacco è stato molto disordinato. Ci sono stati molti morti e feriti in entrambe le fazioni, ma niente di fatto per risolvere il problema.
Marzo è stato innaugurato con l’arrivo di molte truppe dell’SPLA. Ora ne abbiamo circa duecento a Fangak e quattrocento dall’altra sponda del fiume. La gente ha accolto i soldati con apparente esultanza, ben sapendo che averli in casa è in realtà una sciagura. Come si può sfamare un esercito? Non un esercito qualsiasi, ma uno come l’SPLA! L’SPLA vive alla fortuna quanto quello di George. I soldati si dividono a gruppi nelle case della gente e si fanno portare il cibo. La gente ha subito commentato: “Fra una decina di giorni il nostro sorgo finisce. Allora non ce ne sarà nè per noi nè per loro. Speriamo che l’ONU faccia una distribuzione di cibo: i soldati si pigliano il bottino e ci lasciano in pace”. La gente sa come funzionano le cose!
Le vacche sono state fatte sparire dalla circolazione. Nel giro di un giorno e di una notte sono state portate nei pascoli più lontani. Solo alcune capre sono state lasciate in giro tanto per non offendere i soldati e permettere loro un piccolo ‘contentino’.
Ad un’intervista alla BBC, George Athor ha detto di combattere per la democrazia. Non so se sappia cosa sia. Ma con questo slogan molti altri gruppi saranno pronti a contrastare l’SPLM (e combattere l’SPLA) e quindi ad aggiungersi idealmente alla lotta per la democrazia. In effetti ci sono ancora molte ingiustizie e politiche autoritarie in cui la democrazia non è certo di casa.
Matthew, un americano che sta collaborando con dottor Jill, è venuto a chiedermi cosa pensassi in proposito. Gli ho detto che non si tratta di un conflitto fra buoni e cattivi: nessuno dei due è del tutto buono, nè del tutto cattivo. Sarà un lungo e sofferto processo in cui i Sud Sudanesi avranno la possibilità di diventare un popolo.

Il topo, la rana e il corvo
In passato quando anche gli animali parlavano, il topo era un animale piccolo ma molto intelligente. In un villaggio c’era un grosso problema. C’era un capo che aveva una figlia molto bella. Ma la ragazza rifiutava ogni giovane che veniva a chiederla in sposa. Quella ragazza aveva un bracciale molto bello. Lo teneva con grande cura appeso sotto il tetto della sua capanna. Lo teneva nascosto perchè non le fosse rubato.
C’era un uomo che abitava nell’altra sponda del fiume. Un giorno mandò un topo, una rana e un corvo perchè andassero a rubare il bracciale della ragazza. Quell’uomo disse ai tre animali: “Andate a rubare quel bracciale, se me lo portate vi ricompenserò con una vacca e un vitello”. Allora il topo, la rana e il corvo partirono. Arrivati sul posto trovarono che la porta della capanna era stata chiusa e non c’era modo di entrare. Il corvo chiese ai due compagni cosa potessero fare e la rana disse al topo: “Tu sei familiare con le capanne della gente: sei tu che dovresti entrare”. Il topo scavò un piccolo tunnel ed entrò. Una volta dentro vide il bracciale appeso sotto il tetto della capanna. Si arrampicò e prese il bracciale. Uscì attraverso il piccolo tunnel che aveva scavato. Una volta fuori corse con i suoi compagni al fiume e cominciò a nuotare diretto allàaltra sponda, tenendo il bracciale stretto fra i denti. Ma quando arrivò nel bel mezzo del fiume perse il bracciale di bocca. Il bracciale andò ad inabissarsi nelle profondità del fiume. Che fare: i tre rimasero senza parole, ma il topo ruppe il silenzio dicendo alla rana: “Sorella mia, tu sei familiare con il fiume: ora è tuo il compito di ripescare il bracciale”. La rana si immerse fino a raggiungere il fondo. Il fiume era molto profondo e la rana rimase a lungo in immersione. Il corvo disse: “Quando la rana tornerà in superficie, sarà mio il compito di portare il bracciale a destinazione”. E così fece: quando la rana comparve in superficie, il corvo le prese il bracciale di bocca e volò sull’altra sponda. Quando i tre compagni giunsero dall’uomo che li aveva inviati, gli diedero il bracciale. Quell’uomo fu molto contento e diede loro la vacca e il vitello come pattuito. Ma non appena ricevettero la loro ricompensa cominciarono a contendersi la vacca e il vitello. Il topo disse: “Fratelli, io prendo la vacca mentre voi due vi dividete il vitello”. Ma la rana disse: “Parli a vanvera, proprio tu che ci hai messo nei problemi. Sono io che ho recuperato il bracciale, se non c’ero io voi non potevate di certo recuperarlo dal fiume”. E il corvo disse: “Il vostro parlare è senza senno. Sarò io a prendere la vacca. Il topo ha preso il bracciale dalla capanna ma poi lo ha lasciato cadere nel fiume. La rana lo ha ripescato, ma non sarebbe stata in grado di portarlo a destinazione senza di me. Sarebbe caduto nuovamente nel fiume. Quindi io prendo la vacca e voi il vitello”. Allora l’uomo entrò nella discussione per mettere pace: “Sarò io a dividere la vacca e il vitello fra voi tre. La rana prenderà la vacca perchè ha rischiato la sua vita più degli altri per ripescare il bracciale. Il topo prenderà il vitello perchè anche lui ha rischiato grosso entrando nella capanna. Se fosse stato visto da qualcuno potrebbe anche essere stato ucciso”. E poi l’uomo aggiunse: “E il corvo che è stato di prezioso aiuto alla compagnia, prenderà il primo vitello che sarà partorito dalla vacca della rana”. I tre compagni concordarono con la soluzione proposta dall’uomo e si dividero la ricompensa senza dissapori.
Ci vuole una certa saggezza per essere capaci di risolvere i conflitti.

Buona Pasqua di Risurrezione
La situazione di Fangak si è chiaramente normalizzata. I soldati di George Athor hanno dovuto ritirarsi e disperdersi nel bosco, lontano da Fangak. La gente si è rasserenata anche se deve ancora sopportare la presenza dell’SPLA.
In questi giorni io e Wellington abbiamo lasciato Fangak e siamo arrivati a Juba per l’annuale assemblea dei missionari comboniani che lavorano in Sud Sudan. Saremo poco più di una trentina, chiamati a riflettere a proposito della nostra presenza in questo Sudan che cambia, nella speranza di poter risponedere adeguatamente alle nuove sfide.
Siamo anche in tempo di Quaresima per prepararci alla gioia della Pasqua. La festa in cui siamo chiamati a rinnovare la nostra fede nel Signore della vita pur facendo esperienza di morte. Sembra che le due vadano insieme come sorelle: vita e morte, o morte e vita. Non spaventiamoci! Non lasciamo la nostra fede vacillare! Anche se sembra difficile continuare ad avere fede.
Credere nella risurrezione di Gesù significa anche credere in noi stessi, nella nostra potenzialità di bene nonostante tutto, e credere nelle persone, nella bontà, nella giustizia, nel futuro che deve venire e che può essere migliore. Se solo non avessimo paura di aver fede.
Vi lascio con una poesia di Nelson Mandela, un uomo che ha saputo credere nel popolo, nella sua capacità di perdono e riconciliazione, per fondare una nuova nazione. Spero che sia anche il mio più bel augurio per il nuovo Sudan. E anche per voi tutti.
Buona Pasqua di Risurrezione
Vostro p. Christian Carlassare
 

Siamo nati per risplendere

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo:
“Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?”
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c'è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

                          Nelson ROLIHLAHLA MANDELA

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter