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KHARTOUM: PONTI D’INCONTRO

p. Jorge dal Sudan

KHARTOUM: PONTI D’INCONTRO

p. Jorge dal Sudan

Domenica scorsa ho celebrato l’eucaristia in un villaggio situato 35 chilometri a nord di Ondurman. In mezzo al deserto, senza acqua nè elettricità, si è formato questo villaggio con migliaia di rifugiati dalla guerra che per 22 anni ha colpito duramente il sud del Sudan. Il posto non ha nome. E’ identificato da un numero, “cinquantacinque”.

Tornando verso Khartoum, non lontano da Ondurman, mi sono accorto di avere bucato la ruota. Mi sono dovuto fermare e mettermi a lavorare. Era ormai notte. Una persona gentile si è avvicinata e mi ha offerto il suo aiuto. Abbiamo lavorato e conversato per ben 40 minuti. Una volta terminato il lavoro e dopo una bella sudata, ho voluto invitarlo a bere qualcosa nel negozio che si trovava nei dintorni. Lui si è rifiutato poiché era l’ora della preghiera comunitaria e mi chiedeva permesso per andare alla moschea.

Questa semplice esperienza mi ha portato alla mente tanti pensieri. Io ero l’uomo sdraiato per terra che il buon samaritano, cioè uno straniero di religione diversa, ha incontrato e soccorso. Ho sperimentato pure come la debolezza e il bisogno diventano luogo privilegiato di incontro. Charles de Foucalud ebbe una “seconda conversione” quando ammalato e solo in mezzo al deserto fu curato dai vicini Tuareg. Allora non aveva niente da offrire, ma soltanto da ricevere. La sua malattia lo rese totalmente dipendente dell’aiuto dei Tuareg, finchè il suo sguardo su di loro cambiò totalmente.

L’esperienza vissuta sulla strada per Ondurman esprime pure coerenza fra l’amore a Dio e l’amore al prossimo. Questi sono i due pilastri sui quali hanno iniziato un percorso di riflessione e azione intellettuali musulmani da diverse parti del mondo insieme ad altri cristiani. L’iniziativa è partita dai primi, come risposta costruttiva al famoso discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbonne. Il discorso papale citava una frase dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo scritta mentre era assediato dagli Ottomani a Costantinopoli: “Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". Queste parole, seppure erano una mera citazione all’interno di un discorso più ampio sulla relazione fra la fede e la ragione, suscitarono forti reazioni fra alcuni gruppi islamici che accusarono il Papa di associare l’Islam alla violenza. Al contrario, il gruppo di intellettuali musulmani considerò l’intervento del Papa come uno stimolo per proporre un dialogo a partire del fondamento comune alle tre religioni monoteistiche: l’identità fra l’amore di Dio e l’amore del prossimo (qui è possibile consultare il documento in italiano). In questo modo è nato il Forum islamo-cristiano che ha celebrato degli incontri in Vaticano e all’università di Al-Azhar in Cairo, punto di riferimento teologico per l’Islam sunnita.

Ma questa identità fra l’amore di Dio e l’amore del prossimo è già una realtà che vivono quotidianamente milioni di musulmani sudanesi. L’Islam sudanese è d’ispirazione sufi, la corrente mistica dell’Islam. Il sufismo nacque nei primi secoli dell’Islam, quando questo divenne un impero. In questo contesto, alcuni mulsulmani di profonda spiritualità abbandonarono ricchezze materiali per fare risplendere i valori spirituali della loro fede. Questi maestri di vita spirituale trascinarono altri musulmani, fondando così diverse “confraternite”(turuq in lingua araba) o congregazioni. Il maestro cercava di guidare i suoi discepoli in un processo di  purificazione del cuore per raggiungere l’unione con Dio.

Ma insieme a questa realtà, un altro tipo di Islam si sta diffondendo nel Sudan. É un Islam che si attacca alle pratiche esterne e all’interpretazione letterale e rigorosa dei testi rivelati, perchè in esse, afferma, risiede la purezza di fede e si manifesta la fedeltà a Dio. Il risultato è una visione integralista della religione che alla fin fine, riduce la realtà entro i limiti che l’uomo può controllare, il che non permette a Dio di essere Dio nè all’altro di essere altro. Questo tipo d’Islam abbraccia diverse tendenze che oscillano da quelle che propugnano la violenza come mezzo per imporre la loro verità, come fanno i talibani od altri gruppi chiamati jihadisti, fino ad altre che cercano di farlo attraverso la politica o la multiplicazione di moschee, scuole e centri educativi in tutto il mondo che formano musulmani secondo questa impostazione. Ne è un esempio il wahhabismo, il  movimento islamico scaturito dalla "riforma" religiosa realizzata da Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (1703 -1792), che per 200 anni era rimasto quasi circoscritto alle frontiere dell’Arabia Saudita, ma negli ultimi 30 anni i guadagni del petrolio hanno determinato la sua diffusione.

Per questi gruppi tradizionalisti o più conservatori sono fondamentali queste parole del profeta che provo a tradurre:

Disse il profeta: - Si divisero i giudei in 71 gruppi e si divideranno i cristiani in 72 gruppi. E si divideranno i musulmani in 73 gruppi. Tutti andranno a finire nel fuoco eterno eccetto uno dei gruppi.
Gli chiesero: -Quale è questo?
Rispose: - E’ quello composto da coloro che seguono ciò che io e i miei compagni abbiamo seguito.

Da qua traggono la prescrizione dell’imitazione testuale e rigorosa delle pratiche che seguirono il profeta Maometto, i suoi compagni e i discendenti di costoro fino alla terza generazione. Queste pratiche sono il criterio di lettura per giudicare ogni situazione e la fonte di ispirazione per la vita di ogni musulmano. Questo implica l’esclusione di ogni consuetudine che sia entrata nell’Islam posteriormente alla terza generazione dei compagni di Maometto.  Così, ad esempio, la celebrazione della nascita del Profeta o la visita ai sepolcri di musulmani che hanno vissuto con fama di santità, siccome non furono prescritti dal Profeta nè dai compagni, sono considerati innovazioni che dovrebbero essere cancellate. Similmente, il musulmano dovrebbe vestire sempre jalabia (classica tunica araba) e non dei vestiti occidentali.

Questo implica inoltre l’ostilità contro ogni  rilettura del Corano e la traduzione alla luce della ragione e la modernità, oppure ogni sforzo per distinguere fra il testo e il contesto, lo spirito e la lettera. 

Questa tensione fra una visione aperta, tollerante e spirituale dell’Islam e un altra esclusivista, integralista, militante e chiusa non è una mera discussione intellettuale che si gioca in ambiti accademici. Al contrario, si riflette in visioni politiche, lotte di diverso tipo e tocca la vita quotidiana di milioni di persone nel Sudan e nel mondo intero, italiani inclusi.

Sarebbe un errore identificare l’Islam con l’ultimo estremo quando milioni di musulmani vivono un altro Islam più vicino al primo.

E allora, uno potrebbe chiedersi, qual è il ruolo della Chiesa e di ogni cristiano in questo dibattito?

Siamo chiamati innanzitutto a non isolare i fratelli e le sorelle musulmane e a creare degli spazi di collaborazione e condivisione profonda. La distanza genera pregiudizi e consolida stereotipi da ambedue le parti. La conoscenza è la strada che porta all’amore e l’amore trasforma l’amato e l’amante.

         

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