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Suscitare e rafforzare la capacità dei poveri ad auto sostenersi

di Gino Filippini

 

SUSCITARE E RAFFORZARE LA CAPACITA’ DEI POVERI
AD AUTOSOSTENERSI


Fatti del genere, in Kenya, si ripetono quasi ogni anno data l’irregolarità delle piogge; ricordiamo che l’80% del territorio nazionale è costituito da aree semi o totalmente aride. Non tutto è da addebitare ai fattori climatici. Il Kenya ha una produzione di viveri sufficiente a nutrire i suoi 35 milioni di abitanti. Il cibo quindi non manca, ma chi vive nelle aree colpite dalla carestia non dispone di soldi per procurarselo. Penso, che la soluzione non sia quella di inviare in continuazione mais e fagioli nelle aree deficitarie, ma piuttosto di investire nelle zone aride, attuando provvedimenti appropriati, rendendo così più sicura e redditizia l’attività dei pastori mettendoli così in grado di raggiungere progressivamente l’auto-sostentamento.

Dalla nostra postazione nei bassifondi della capitale percepiamo che in città ci sono: ospedali, autobus, scuole di tutti i tipi e case da affittare ma molti, moltissimi, non possono accedervi perché il loro misero reddito di un dollaro al giorno non lo permette. Quindi, o si abbassano i prezzi dei servizi o si rafforza la capacità dei poveri a guadagnarsi da vivere dignitosamente. In maggioranza la popolazione vive di agricoltura e allevamento del bestiame, che è alla base dell’economia nazionale. Occuparsi di bestiame è un mestiere poco attraente, rende poco, ed è per questo che molti giovani scappano in città in cerca di un altro lavoro, ma per i molti resta la disoccupazione. Secondo me, occorre trasformare l’agricoltura rendendola un’attività fiorente, che dia guadagno e considerazione a chi la pratica. Negli slums cittadini metà della popolazione è fatta da giovani sotto i vent’anni. Nelle scuole elementari, siamo impegnati con il programma Education For Life, qui osserviamo che tanti giovani sono irretiti dalla prostituzione e dalla droga.

II genitori dei ragazzi sono impotenti ad affrontare il problema. Abbiamo quindi cominciato ad incontrarli e a sostenerli nell’impegno educativo. Li aiutiamo altresì a rendersi conto che l’Africa di oggi non è più quella dei villaggi in cui sono cresciuti. L’Africa che io stesso ho conosciuto trent’anni fa nelle campagne di Burundi e Rwanda era legata ai valori tradizionali della famiglia e della cultura bantu. I gruppi sociali che si formano nelle periferie delle metropoli, sono un amalgama eterogeneo, dove tribù e culture di estrazione rurale convivono con nuove mode, linguaggi e comportamenti veicolati in gran parte dai media (TV in testa), che propone modelli occidentali permessivi. Un grosso abbraccio!


Korogocho, aprile 2006

Gino Filippini

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