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Dopo le vacanze si ricomincia

di Gino Filippini

 

 

Dopo le vacanze si ricomincia

2006


Anch’io ho approfittato della chiusura delle scuole (dove andiamo col programma Education for Life) per staccare un po’ e visitare una regione del Kenya che non conoscevo: il nord-est confinante con la Somalia. Fa parte di quell’insieme di terre aride di cui il Kenya abbonda e che ogni anno sono colpite da siccità devastanti. Quest’anno, in gennaio, la carestia è stata particolarmente forte anche perché si aggiungeva ad altre precedenti ed ha causato perdite enormi di bestiame, oltre a qualche migliaio di vite umane. Per fortuna, l’approvvigionamento in viveri da parte del governo e di alcune organizzazioni umanitarie è stato abbastanza tempestivo e ciò ha consentito di superare la crisi e ha facilitato il ritorno alla normalità.

Ho fatto in autobus 700Km per arrivare a Wajir, meta del mio viaggio e centro di quella che possiamo chiamare la Somali land Kenyana. La si raggiunge attraversando Km e Km di terre semi desertiche, dove l’unica vegetazione è costituita da arbusti spinosi, secchi da morire. Ogni tanto si vede girovagare qualche cammello, capre ed asinelli: le sole risorse che resistono a questa aridità, assieme ai pochi nomadi rimasti nei villaggi

Al passaggio del bus ci sono sempre bambini che corrono festosi verso la strada con grandi gesti di saluto. Incredibile, mi dico, vedere una gioia traboccante dove si vive in condizioni terribili come queste, in completo isolamento e al limite della sopravvivenza. Infatti, mi chiedo di cosa viva qui la gente e cosa ci sia da gioire quando si sopravvive nella più grande nudità.

Misteri dell’essere umano: manca tanto eppure c’è ancora spazio per la gioia. Strano davvero! Allora vuol dire che basta poco per essere contenti nella vita? O addirittura, occorre aver poco per essere felici? Ed è forse per questo che noi non lo siamo, perché abbiamo troppe cose? L’Africa non cessa di interrogarci con i suoi contrasti provocatori…

Intanto il tempo è cambiato. Un vento forte si è messo a soffiare sollevando sabbia tutt’intorno. Pare di essere nelle nebbie della Val Padana. Non ci si vede più. E non si vede più la strada: è letteralmente scomparsa sotto una coltre di sabbia spessa e scivolosa. Le ruote del nostro vecchio bus affondano come se fosse nella neve e l’avventura comincia. Un’ora per sgomberare la pista e spingere fuori il bus dalla buca che si è scavata. Ma non si fa in tempo a ripartire che siamo di nuovo fermi: l’albero di trasmissione perde il supporto per strada ed occorre l’inventiva tutta africana per rimediare con mezzi di fortuna. Con questi ritardi arriviamo a Wajir che è ormai notte. Ma siamo arrivati ed è ciò che conta.

Wajir! Mi aspettavo un villaggetto di quattro capre ed invece è un grosso centro commerciale che sta crescendo rapidamente: negozi, alloggi, servizi pubblici, agenzie di sviluppo. E soprattutto c’è l’acqua, che è il bene primario.

E’ a 20 m di profondità, quindi facilmente raggiungibili scavando pozzi ordinari. La disponibilità dell’acqua trasforma letteralmente l’ambiente, migliorando le condizioni igieniche e permettendo la diffusione di piante e di orti familiari.

Molti sono venuti ad abitare qui dalla vicina Somalia, date le condizioni di insicurezza che ormai durano da anni a Mogadischo e dintorni. Vengono i poveri ma anche i ricchi che, con la guerra e gli aiuti, si sono arricchiti ed ora portano i loro capitali in aree più sicure. Vengono e si sentono a casa loro perché, in effetti, tutto l’est del Kenya è una Somali Land che, anni addietro, assieme all’Ogaden, faceva parte della Grande Somalia. I somali sono popolazioni alquanto diverse da quelle bantu dell’Africa Centrale. Lo si vede dalle loro caratteristiche somatiche, dalla lingua, da come sono vestiti, dall’Islam che professano. E dal distacco con cui trattano chi viene dal mondo occidentale. Per questo, il nostro rapporto con loro presenta qualche difficoltà in più. Verso noi cristiani, poi, c’è una diffidenza particolare perché pensano sempre che siamo lì per convertirli alla nostra religione, il che è inammissibile da parte loro. Quindi ci vuole rispetto, pazienza e tempo per riuscire piano piano a rompere il ghiaccio e creare un clima di reciproca fiducia, senza la quale non si costruisce nulla. E’ una sfida fra noi euro-americani che crediamo sempre di essere una spanna al di sopra degli altri (nella fattispecie il mondo islamico). Difficilmente accettiamo di porci su un piano di parità e questo nelle piccole come nelle grandi cose: che si tratti di costumi e comportamenti, di religione o, come in questi giorni, di porre alcune regole sulla produzione e sull’uso dell’energia atomica. Per noi si, per altri no. Perché? Penso che dovremo rivedere le nostre posizioni se vogliamo che il mondo di domani, prodotto dall’incrocio sempre più ampio di razze e culture diverse, avvenga a mezzo di incontri costruttivi portati avanti col dialogo, anziché provocare scontri all’ultimo sangue che fanno morti e lasciano le cose peggio di prima.

A Wajir ci sono venuto anche per un altro motivo. E’ qui che era cominciata l’avventura di una laica missionaria italiana, Annalena Tonelli, nel lontano 1969, avventura conclusasi con la sua morte tre anni fa, quando due sicari le spararono alla testa mentre rientrava all’ospedale da lei fondato a Borana (Somali Land). Avevo incontrato Annalena agli inizi, quando si stava preparando al suo servizio in mezzo alla gente somala, ed ero rimasto profondamente impressionato dalla radicalità di impostazione che intendeva dare alla sua presenza tra i poveri. Ho voluto conoscere più da vicino la sua opera e lo spirito che l’animava. Fra i libri ho trovato una sua testimonianza: “A Wajir siamo una comunità di sette donne con una forte sete di Dio. Quando avvertiamo che stiamo perdendo il senso del nostro servizio e la capacità di amare, possiamo recuperare questi doni preziosi solo ai piedi del Signore. Per questo, abbiamo un eremo dove ritirarci…”. La “montagna di Dio”, che Annalena si era costruita, è una torre alta dieci metri, di sassi e fango. Ci sono salito servendomi dei pioli infissi nel muro, arrampicandomi gradino per gradino, fino ad arrivare al pianerottolo in alto. Di là, si domina tutta l’area sottostante, si respira un’altra aria, ci si sente sollevati - fisicamente, ma anche nello spirito - da quel “ground level” terra terra dove ogni giorno Annalena ingaggiava la sua battaglia a fianco dei più poveri ed “impazziva, perdeva la testa per i brandelli di umanità ferita” .

Lo sguardo si spinge lontano su un paesaggio che, partendo dalla vicina TB MANYATTE, dove Annalena curava i malati di TBC, si perde all’orizzonte. Non ti stanchi di ammirare. Contempli, ascolti il grande silenzio rotto solo dal soffiare del vento. E, poco a poco, si fa strada una grande pace che ti avvolge, ti penetra dentro, parla al tuo cuore. E’ questa pace sincera, ristoratrice, stimolante che deve aver ispirato ad Annalena i passi da compiere nel suo tribolato e rischioso servizio ai nomadi somali. Fino a spingere le sue scelte molto in alto, oltre i limiti di sicurezza, fino a giocarsi al vita. UNA VITA PERSA MA GIA’ RITROVATA…

Ridiscendo lentamente la scala a pioli. Occorre tornare a terra, bisogna tornare a Korogocho, non c’è tempo da perdere. Anche là ci sono dei “brandelli di umanità” da soccorrere, anche là avvertiamo spesso che la nostra capacità di amare vacilla. Ma so anche che il Dio dei poveri trova sempre i suoi spazi - a Korogocho come a Wajir - per rispondere a chi lo cerca e dargli forza per non demordere. Un fortissimo abbraccio e… in gamba!


gino

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